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Politica

Meloni frena sul piano europeo per la difesa: l’Italia pronta a chiedere meno fondi Safe e punta tutto sull’emergenza energia

Giorgia Meloni e Antonio Tajani confermano la linea del governo italiano: priorità all’emergenza energia e utilizzo limitato del programma europeo Safe per la difesa. Roma punta a ottenere maggiore flessibilità da Bruxelles per sostenere famiglie e imprese colpite dai rincari energetici, mentre resta aperta la trattativa con la Commissione europea sui fondi e sulle regole di bilancio.

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La linea del governo sulla gestione delle risorse europee si definisce nel giro di poche ore attraverso due interventi televisivi che delineano una strategia precisa: affrontare prima l’emergenza energetica e solo successivamente valutare il ricorso ai fondi europei destinati alla difesa.

Ad aprire la giornata è stata Giorgia Meloni, che dai microfoni di Canale 5 ha lanciato un messaggio destinato a Bruxelles: “Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa”. A chiuderla, in serata, è stato il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha confermato l’intenzione dell’Italia di ridurre significativamente il ricorso al programma europeo Safe, nato per finanziare investimenti nel settore della difesa.

L’Italia pronta a rinunciare a parte dei 15 miliardi disponibili

Il programma Safe metterebbe a disposizione dell’Italia fino a 14,9 miliardi di euro sotto forma di prestiti agevolati destinati a progetti militari e industriali collegati alla sicurezza europea.

La scelta del governo sembra però orientata verso una richiesta molto più contenuta. Secondo Tajani, Roma intende utilizzare soltanto le risorse necessarie a coprire programmi già avviati e contratti già sottoscritti.

Una decisione che riflette una valutazione politica oltre che economica. In una fase caratterizzata da bollette elevate, tensioni sui prezzi dell’energia e preoccupazioni per famiglie e imprese, l’esecutivo ritiene prioritario concentrare gli sforzi finanziari sul sostegno all’economia reale.

La trattativa con Bruxelles sulla flessibilità

Sul tavolo resta aperto il negoziato con la Commissione europea.

L’obiettivo italiano è ottenere un’estensione della National Escape Clause, la clausola che consente maggiore flessibilità nei conti pubblici per alcune tipologie di investimenti. Roma punta a estenderne l’applicazione anche alle misure contro il caro energia, seguendo un’impostazione diversa rispetto a quella finora adottata dall’Unione Europea, che ha concentrato gran parte dell’attenzione sugli investimenti per la sicurezza e la difesa.

In questo quadro si inserisce anche la proposta avanzata dal vicepresidente della Commissione europea Raffaele Fitto, che ha indicato la possibilità di utilizzare con maggiore flessibilità i fondi della Coesione e quelli destinati alla transizione energetica.

Gli equilibri nel centrodestra

Dietro la scelta del governo si intravedono anche le diverse sensibilità presenti nella maggioranza.

Nelle ultime settimane il ministro della Difesa Guido Crosetto ha più volte sottolineato la necessità di accelerare gli investimenti richiesti dagli impegni assunti dall’Italia nell’ambito della Nato.

Le ricostruzioni giornalistiche hanno parlato di tensioni all’interno dell’esecutivo, ipotesi che Crosetto ha respinto pubblicamente, chiarendo che le decisioni vengono assunte collegialmente e che non vi sono stati scontri personali.

Resta tuttavia evidente che il governo sta cercando un punto di equilibrio tra il rafforzamento della capacità difensiva nazionale e la necessità di dare risposte immediate a cittadini e imprese colpiti dall’aumento dei costi energetici.

Meloni: senza economia non c’è nulla da difendere

Le parole della presidente del Consiglio sintetizzano la filosofia che sta guidando la trattativa con Bruxelles.

Secondo Meloni, la sicurezza resta un obiettivo fondamentale, ma non può essere separata dalla tenuta economica e sociale del Paese. Se famiglie e imprese non ricevono sostegno di fronte all’aumento dei costi energetici, il rischio è quello di compromettere la stessa capacità produttiva e competitiva dell’Italia.

Da qui la richiesta di strumenti europei che consentano di affrontare simultaneamente entrambe le emergenze, senza costringere i governi a scegliere tra investimenti nella difesa e sostegno all’economia.

Una partita ancora aperta

La decisione definitiva sul ricorso al programma Safe non appare ancora completamente chiusa. Nelle prossime settimane proseguirà il confronto con la Commissione europea e all’interno della stessa maggioranza.

L’orientamento attuale è quello di una richiesta ridotta rispetto ai quasi 15 miliardi disponibili, ma il negoziato potrebbe evolvere in funzione delle aperture che Bruxelles sarà disposta a concedere sul fronte energetico.

Per il governo italiano, la priorità resta ottenere margini finanziari aggiuntivi per contrastare il caro energia, mantenendo al tempo stesso gli impegni assunti in sede europea e nell’Alleanza Atlantica.

 

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Politica

Castellammare di Stabia, il Consiglio dei ministri scioglie il Comune per infiltrazioni camorristiche

Il Consiglio dei ministri ha deliberato lo scioglimento del Consiglio comunale di Castellammare di Stabia per infiltrazioni della criminalità organizzata. Si interrompe l’amministrazione guidata dal sindaco Luigi Vicinanza. Il Comune sarà affidato a una commissione straordinaria.

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Il Consiglio dei ministri ha deliberato lo scioglimento del Consiglio comunale di Castellammare di Stabia per infiltrazioni della criminalità organizzata. Il provvedimento, adottato su proposta del Ministero dell’Interno, pone fine all’amministrazione guidata dal sindaco Luigi Vicinanza e apre una nuova fase di gestione commissariale dell’ente.

Il provvedimento del Governo

La decisione arriva al termine dell’iter avviato dopo il lavoro della commissione d’accesso nominata dalla Prefettura di Napoli, incaricata di verificare l’eventuale presenza di condizionamenti della criminalità organizzata sull’attività amministrativa del Comune. Il Consiglio dei ministri ha accolto la proposta di scioglimento prevista dall’articolo 143 del Testo unico degli enti locali.

Con lo scioglimento decadono sindaco, giunta e Consiglio comunale. La gestione dell’ente sarà affidata a una commissione straordinaria, che amministrerà il Comune per un periodo di 18 mesi, salvo eventuali proroghe previste dalla normativa.

È il secondo scioglimento consecutivo

Per Castellammare di Stabia si tratta del secondo scioglimento consecutivo per infiltrazioni mafiose. Il precedente risale al 2022 e riguardò l’amministrazione comunale allora in carica.

Il nuovo provvedimento rappresenta un duro colpo per la città e interrompe anticipatamente il mandato dell’amministrazione eletta nel 2024.

Attese le motivazioni del decreto

Al momento il Governo ha deliberato lo scioglimento, mentre le motivazioni dettagliate saranno contenute nel decreto del Presidente della Repubblica e nella relativa relazione ministeriale che accompagnerà il provvedimento.

Lo scioglimento per infiltrazioni mafiose non costituisce un giudizio penale nei confronti dei singoli amministratori, ma è una misura di carattere amministrativo prevista dall’ordinamento per tutelare il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione quando emergano elementi di condizionamento da parte della criminalità organizzata.

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Corte dei conti, il governo chiede nuovi chiarimenti sulla promozione di dieci magistrati

Il Consiglio dei ministri non conclude l’esame delle promozioni di dieci magistrati della Corte dei conti alla qualifica di presidente di sezione. Dopo la riunione del 4 giugno e una nota del Consiglio di presidenza della magistratura contabile, il governo ha deciso di chiedere ulteriori chiarimenti.

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Il governo chiede ulteriori chiarimenti sulla promozione di dieci magistrati della Corte dei conti alla qualifica di presidente di sezione.

La decisione è stata assunta dal Consiglio dei ministri dopo avere esaminato la nota informativa trasmessa dal Consiglio di presidenza della magistratura contabile, l’organo di autogoverno della Corte.

L’esame iniziato il 4 giugno

La questione era stata affrontata per la prima volta nella riunione del Consiglio dei ministri del 4 giugno 2026. In quella sede il governo aveva esaminato dieci provvedimenti riguardanti la promozione di consiglieri della Corte dei conti alla qualifica superiore di presidente di sezione.

Dopo avere acquisito la successiva nota informativa del Consiglio di presidenza, Palazzo Chigi ha ritenuto necessario approfondire alcuni aspetti prima di assumere una decisione definitiva.

Nessuna bocciatura delle promozioni

Il comunicato del governo non parla di rigetto o annullamento delle proposte. La deliberazione riguarda esclusivamente la richiesta di nuovi elementi informativi.

L’iter delle promozioni resta quindi aperto e potrà proseguire dopo la trasmissione dei chiarimenti richiesti dal Consiglio dei ministri.

Il confronto istituzionale sulle nomine

La scelta segnala la volontà dell’esecutivo di svolgere ulteriori verifiche sui provvedimenti adottati dall’organo di autogoverno della Corte dei conti.

Non sono stati resi pubblici, nel comunicato, i nomi dei magistrati interessati né la natura specifica delle questioni sulle quali Palazzo Chigi ha chiesto approfondimenti. La valutazione definitiva viene dunque rinviata a una successiva riunione del governo.

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Politica

Preferenze bocciate alla Camera, telefoni accesi e caccia ai franchi tiratori: a Montecitorio torna il clima da Prima Repubblica

La bocciatura per un solo voto dell’emendamento sulle preferenze trasforma Montecitorio in un teatro di tensioni, accuse e sospetti. Deputati fotografano il proprio voto, le opposizioni chiedono dimissioni ed elezioni, mentre nella maggioranza parte la caccia ai franchi tiratori.

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Telefoni accesi per certificare il voto, riunioni improvvisate nei corridoi, accuse sussurrate, urla in Aula e lunghe passeggiate sconsolate nel cortile di Montecitorio. Per un giorno alla Camera è sembrato di tornare ai riti e ai sospetti della Prima Repubblica.

La bocciatura dell’emendamento sulle preferenze, respinto per un solo voto, ha trasformato una seduta parlamentare in una resa dei conti politica. Da una parte i volti soddisfatti delle opposizioni, dall’altra le facce scure della maggioranza e la ricerca affannosa dei franchi tiratori.

Aula al completo per il voto decisivo

Fin dalla mattina a Montecitorio si respirava un clima di forte tensione. Dopo le ultime riunioni dei gruppi parlamentari, i partiti si sono presentati quasi al completo per l’avvio, alle 14, dell’esame degli emendamenti alla legge elettorale.

I lavori sono proceduti rapidamente fino alla discussione dei subemendamenti alla proposta di Fratelli d’Italia sulle preferenze, considerata il cuore della riforma sostenuta da Giorgia Meloni.

A scaldare gli animi è stato soprattutto l’intervento della deputata leghista Laura Ravetto, che ha chiesto di eliminare il principio dell’alternanza di genere, rivolgendosi direttamente alle colleghe.

La replica della capogruppo del Partito democratico Chiara Braga è stata immediata: «Non tutte abbiamo cambiato partito per un seggio assicurato». Una frase accolta dagli applausi delle opposizioni, con Elly Schlein tra le prime ad alzarsi, e da segnali di approvazione arrivati anche da alcuni banchi della Lega.

I telefoni per dimostrare la fedeltà

Intorno alle 18.30 si è arrivati alla votazione dell’emendamento firmato dal capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami.

Durante le operazioni di voto, dai banchi di FdI e delle altre forze della maggioranza sono comparsi alcuni telefoni cellulari. Deputati avrebbero fotografato o registrato il proprio voto, probabilmente per dimostrare di avere rispettato l’indicazione del partito.

Un comportamento che racconta il clima di sospetto già presente prima dell’esito e il timore che lo scrutinio segreto potesse favorire defezioni interne.

Il silenzio e poi l’esplosione dell’Aula

Alla chiusura della votazione, nell’Aula è calato il silenzio. Il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, che aveva chiesto che ogni passaggio fosse formalmente ineccepibile, ha letto il risultato: 187 favorevoli e 188 contrari.

La frase «la Camera respinge» è stata immediatamente coperta dagli applausi e dalle grida delle opposizioni. Dai banchi sono partiti i cori «dimissioni» ed «elezioni», mentre i leader e i deputati del centrosinistra si abbracciavano.

Nella maggioranza, invece, i capigruppo hanno richiamato i parlamentari all’ordine, nel tentativo di capire dove si fossero nascosti i voti contrari.

Tabulati e capannelli per scoprire i tradimenti

Il voto segreto rende impossibile identificare con certezza i franchi tiratori. Per cercare indizi, il capogruppo leghista Riccardo Molinari avrebbe consultato i tabulati di precedenti votazioni, confrontando presenze e comportamenti parlamentari.

In Forza Italia, il vicepremier Antonio Tajani, rimasto seduto ai banchi del governo, ha riunito alcuni dei suoi collaboratori più fidati per un capannello d’emergenza.

Tra i deputati di Fratelli d’Italia sono cominciate a circolare accuse sottovoce. «Sono stati Lega e Forza Italia», sosteneva un parlamentare meloniano dirigendosi verso la buvette. Si tratta, però, di sospetti impossibili da verificare proprio per la segretezza del voto.

La sorpresa delle opposizioni

Fuori dall’Aula, le opposizioni non hanno nascosto la soddisfazione, ma anche lo stupore per un risultato che in pochi avevano previsto.

«Erano entrati tutti tronfi in Aula, con il parere favorevole dalla loro», ha commentato sorridendo il deputato del Pd Lorenzo Guerini. «Non ce lo aspettavamo» è stata la frase più ripetuta dai parlamentari dell’opposizione davanti ai giornalisti in Transatlantico.

Ben diverso il clima tra i deputati del centrodestra, molti dei quali hanno lasciato l’Aula in silenzio, con il volto teso e lo sguardo basso.

Lupi: tensioni e alternanza di genere decisive

Tra le analisi più nette c’è stata quella di Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati e tra i firmatari dell’emendamento.

«Se porti in Aula le preferenze, perdi. Era già successo a Renzi», ha osservato Lupi, indicando due possibili cause della sconfitta: le tensioni interne alla maggioranza e il contrasto nato sulla questione dell’alternanza di genere.

La votazione ha così restituito l’immagine di una coalizione formalmente unita ma attraversata da dissensi e diffidenze. La riforma potrà proseguire il proprio percorso parlamentare, ma la giornata di Montecitorio lascia dietro di sé una frattura politica che difficilmente potrà essere archiviata come un semplice incidente.

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