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Cronache

Medici di famiglia e Case di comunità, trattativa ancora in salita: sindacati contrari al contratto di dipendenza

Prosegue il confronto tra Governo, Regioni e sindacati sulla riforma della medicina territoriale e sul ruolo dei medici di famiglia nelle Case di comunità. L’esecutivo punta a chiudere l’accordo entro giugno, ma Fimmg e altri sindacati restano contrari al contratto di dipendenza e minacciano mobilitazioni.

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Il Governo punta ad accelerare sulla riforma della medicina generale per rendere operative le Case di comunità finanziate dal Pnrr, ma il confronto con i sindacati dei medici di famiglia resta complesso e ancora lontano da una sintesi condivisa.

Dopo il secondo vertice al ministero della Salute, l’esecutivo mostra ottimismo sulla possibilità di raggiungere un’intesa entro pochi giorni, mentre i rappresentanti dei medici ribadiscono forti perplessità soprattutto sull’ipotesi di un rapporto di dipendenza e sull’utilizzo della decretazione d’urgenza.

Il piano del Governo per le Case di comunità

La bozza di decreto legge presentata dal ministro della Salute Orazio Schillaci punta a rafforzare la medicina territoriale collocando i medici di famiglia nelle Case di comunità, strutture realizzate con le risorse del Pnrr.

L’obiettivo è alleggerire la pressione sui pronto soccorso ospedalieri, affidando alle strutture territoriali la gestione dei pazienti meno gravi e delle patologie croniche.

Dopo le prime tensioni con le organizzazioni sindacali, il confronto è proseguito tra Governo, Regioni e rappresentanti della categoria per cercare una mediazione sul nuovo modello organizzativo.

L’ottimismo di Governo e Regioni

Il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato ha parlato di «grande passo in avanti» e di «prova di maturità da parte di tutti», spiegando che l’obiettivo è chiudere rapidamente l’accordo per portare il decreto in Consiglio dei ministri entro giugno.

Anche Guido Bertolaso ha definito il confronto «positivo e franco», sostenendo che la strada intrapresa, con il coinvolgimento dei medici di medicina generale nelle Case di comunità, sia quella corretta.

Sulla stessa linea il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, che ha parlato di un confronto ancora aperto ma con la disponibilità delle istituzioni a valutare eventuali proposte migliorative avanzate dai sindacati.

Il muro della Fimmg e dei sindacati

Di segno opposto la posizione della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale, che continua a contestare sia il metodo sia il merito della riforma.

Secondo il principale sindacato dei medici di famiglia, il confronto si è chiuso ancora una volta senza una soluzione condivisa e resta poco chiaro se la priorità del Governo sia davvero l’attuazione del Pnrr oppure la creazione di un sistema di dipendenza per i medici di medicina generale.

Anche il Sindacato Medici Italiani mantiene una posizione critica. La segretaria Pina Onotri ha ribadito il no all’orario obbligatorio nelle Case di comunità e alla retribuzione per obiettivi, annunciando possibili mobilitazioni della categoria.

Più possibilista, invece, lo Snami sul tema della specializzazione specifica per la medicina generale prevista nella bozza di riforma.

Nodo politico e sanitario ancora aperto

La trattativa resta dunque delicata perché tocca uno dei punti più sensibili della sanità italiana: il ruolo futuro dei medici di famiglia nel sistema pubblico.

Da una parte il Governo vuole rispettare i tempi imposti dal Pnrr e rendere realmente operative le nuove strutture territoriali. Dall’altra, i sindacati temono una trasformazione radicale della professione e una progressiva perdita di autonomia dei medici di medicina generale.

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Cronache

«Vattene o ti spariamo», minacce all’ex pentito e alla famiglia: quattro arresti a Maddaloni

Quattro persone sono state arrestate a Maddaloni con l’accusa di avere minacciato e aggredito un ex collaboratore di giustizia per costringerlo a lasciare l’abitazione. Minacce anche alla compagna, avvicinata mentre era con il figlio piccolo.

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«Ora te ne devi andare, prima che ti spariamo». Sarebbero state queste le parole rivolte a un ex collaboratore di giustizia durante una violenta aggressione avvenuta a Maddaloni, nel Casertano. L’uomo sarebbe stato colpito alla testa con il calcio di una pistola e costretto, insieme alla compagna, a lasciare l’abitazione nella quale viveva.

Per la vicenda i Carabinieri della Compagnia di Maddaloni hanno arrestato quattro persone in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal giudice per le indagini preliminari di Napoli Mariano Sorrentino, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia.

Le minacce alla compagna e al bambino

La prima intimidazione risalirebbe al primo maggio. La compagna dell’ex collaboratore di giustizia sarebbe stata avvicinata mentre si trovava in strada con il figlio piccolo.

«Anche tu e tuo figlio ve ne dovete andare da Maddaloni, sei la compagna di un pentito, altrimenti ce la prendiamo con te», le avrebbero detto gli indagati.

Secondo la ricostruzione investigativa, le minacce avrebbero avuto l’obiettivo di colpire l’intero nucleo familiare, sfruttando il passato dell’uomo, già legato al clan Sacco-Bocchetti e successivamente collaboratore di giustizia.

L’aggressione con la pistola

La mattina successiva, il 2 maggio, il gruppo avrebbe raggiunto direttamente l’ex collaboratore di giustizia.

Uno degli aggressori lo avrebbe colpito alla testa con il calcio di una pistola, mentre gli altri avrebbero tentato di prenderlo a schiaffi e pugni.

All’uomo sarebbe stato intimato di lasciare immediatamente Maddaloni, accompagnando la minaccia con un chiaro riferimento alla sua scelta di collaborare con la giustizia.

L’obiettivo dell’abitazione popolare

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, le intimidazioni non sarebbero state dettate soltanto da una volontà di vendetta nei confronti dell’ex pentito.

L’obiettivo sarebbe stato quello di costringere la famiglia ad abbandonare un’abitazione popolare, per consentire successivamente ad altre persone di prenderne possesso.

Dopo l’allontanamento dell’uomo e della compagna, l’alloggio sarebbe stato occupato. Sarebbero poi seguite ulteriori pressioni per convincere la coppia ad accettare una somma simbolica come compensazione per la perdita della casa.

Le accuse contestate

Le quattro persone raggiunte dalla misura cautelare sono accusate, a vario titolo, di violenza privata aggravata e continuata in concorso e di detenzione e porto illegale di arma da fuoco.

I reati sono contestati con l’aggravante del metodo mafioso, in relazione alle modalità delle minacce, alla forza intimidatoria esercitata e ai presunti collegamenti degli indagati con ambienti criminali del territorio.

Le indagini sono state condotte dai Carabinieri del Nucleo operativo di Marcianise e della Compagnia di Maddaloni.

Le indagini della Direzione antimafia

Gli investigatori hanno ricostruito le fasi della vicenda attraverso testimonianze, accertamenti e altri elementi raccolti dopo la denuncia delle vittime.

L’ordinanza cautelare recepisce l’impostazione accusatoria della Procura, che dovrà essere verificata nel corso del procedimento e nel contraddittorio con le difese.

Le persone arrestate devono essere considerate innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva, secondo il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza.

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Pordenone, il Tar salva la cornacchia: sospeso l’ordine di abbattimento

Il Tar del Friuli Venezia Giulia ha sospeso le due ordinanze del sindaco di Pordenone che autorizzavano l’abbattimento di una cornacchia ritenuta responsabile di comportamenti aggressivi. Accolto il ricorso della Lav, che chiede soluzioni alternative e non cruente.

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La cornacchia di Pordenone non potrà essere abbattuta. Il Tar del Friuli Venezia Giulia ha sospeso con effetto immediato le due ordinanze firmate dal sindaco Alessandro Basso per autorizzare l’uccisione dell’animale, ritenuto responsabile di ripetuti comportamenti aggressivi nei confronti dei passanti.

Il provvedimento è stato adottato dopo il ricorso presentato dalla Lav, che aveva contestato la scelta del Comune sostenendo la possibilità di utilizzare sistemi alternativi e non cruenti.

Gli attacchi ai passanti

La vicenda riguarda una cornacchia presente nell’area di via Damiani, dove nelle ultime settimane erano stati segnalati diversi episodi di aggressività.

Secondo le ricostruzioni, l’animale avrebbe compiuto voli ravvicinati e colpito alcuni passanti. Il comportamento sarebbe collegato alla presenza di un nido e alla necessità di proteggere i piccoli durante la fase della riproduzione.

Dopo le segnalazioni e alcuni tentativi di monitoraggio e cattura, il sindaco aveva emanato una prima ordinanza che autorizzava l’abbattimento per ragioni di sicurezza pubblica.

Le due ordinanze del Comune

Il primo provvedimento era stato contestato dalle associazioni animaliste, secondo le quali l’uccisione non rappresentava una soluzione proporzionata.

Nel frattempo, dopo il mancato esito dei tentativi di cattura, il Comune aveva firmato una seconda ordinanza dai contenuti sostanzialmente analoghi.

Entrambi i provvedimenti sono stati impugnati davanti al Tribunale amministrativo regionale, con la richiesta urgente di bloccare qualsiasi intervento che potesse provocare la morte dell’animale.

La decisione del Tar

Il Tar ha ritenuto necessario sospendere immediatamente la parte delle ordinanze che autorizzava l’abbattimento.

L’uccisione della cornacchia avrebbe infatti determinato un danno irreversibile prima ancora che il giudice potesse esaminare nel merito la legittimità dei provvedimenti comunali.

La sospensione non impedisce però all’Amministrazione di adottare altre misure per ridurre il rischio e proteggere i cittadini, a condizione che non comportino la soppressione dell’animale.

La posizione della Lav

La Lav ha accolto favorevolmente la decisione e ha ribadito la propria contrarietà all’abbattimento.

«La condanna a morte degli animali è sempre inaccettabile, tanto più quando si tratta di comportamenti di difesa della prole», ha dichiarato Massimo Vitturi, responsabile dell’area Animali selvatici dell’associazione.

Secondo la Lav, l’aggressività della cornacchia sarebbe limitata alla fase di protezione del nido e destinata quindi a ridursi con la crescita e l’allontanamento dei piccoli.

La richiesta di soluzioni alternative

L’associazione animalista ha chiesto al Comune di aprire un confronto per individuare sistemi capaci di garantire contemporaneamente la sicurezza delle persone e la tutela della fauna selvatica.

Tra le possibili misure vi sono la delimitazione temporanea dell’area, l’installazione di cartelli informativi, l’utilizzo di percorsi alternativi e l’intervento di personale specializzato nella gestione degli animali selvatici.

La decisione del Tar riporta così la vicenda sul terreno della convivenza tra cittadini e fauna urbana, escludendo per il momento la soluzione più drastica e lasciando aperta la ricerca di interventi meno invasivi.

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Gatto Leone, dopo due anni e mezzo ancora nessun colpevole: AIDAA incarica un criminologo

A due anni e mezzo dalla morte del gatto Leone, trovato scuoiato vivo ad Angri, non sono ancora stati individuati i responsabili. Le sue ceneri sono tornate al canile di Cava de’ Tirreni e AIDAA annuncia il coinvolgimento di un criminologo.

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Due anni e mezzo dopo, il nome di Leone continua a chiedere giustizia. Il gatto trovato ad Angri in condizioni disperate, con gravissime lesioni su gran parte del corpo, morì dopo alcuni giorni nonostante le cure dei volontari e dei veterinari del canile municipale di Cava de’ Tirreni. La sua storia commosse l’Italia, ma chi gli inflisse quelle torture non è stato ancora individuato.

Nei giorni scorsi, dopo il dissequestro della salma e la cremazione, le ceneri del felino sono tornate nella struttura che lo aveva accolto e assistito durante gli ultimi giorni di vita.

Le ceneri tornano al canile

Il corpo di Leone era rimasto a disposizione dell’autorità giudiziaria per le esigenze investigative legate alla ricostruzione dell’accaduto.

Dopo il dissequestro è stato possibile procedere alla cremazione e riportare l’urna al canile municipale di Cava de’ Tirreni, dove i volontari avevano tentato fino all’ultimo di salvarlo.

Il ritorno delle ceneri chiude il lungo percorso materiale della sua vicenda, ma lascia ancora aperta la domanda principale: chi ha torturato Leone?

Il caso che commosse l’Italia

Il gatto era stato ritrovato per strada ad Angri nel dicembre 2023 e trasportato in condizioni gravissime nella struttura veterinaria.

Nonostante le cure, morì dopo quattro giorni di agonia. Le immagini e il racconto delle sue condizioni provocarono una vasta mobilitazione.

Ad Angri si svolsero fiaccolate e manifestazioni con migliaia di partecipanti, mentre il caso arrivò anche all’attenzione del Parlamento. Associazioni e cittadini chiesero che venissero individuati e puniti i responsabili.

Nessuna traccia degli autori

A distanza di due anni e mezzo, tuttavia, non risultano persone identificate come responsabili delle sevizie.

Le indagini non hanno finora condotto a una ricostruzione definitiva dell’accaduto né all’individuazione dell’autore o degli autori.

Proprio per evitare che la vicenda finisca nel dimenticatoio, l’Associazione italiana difesa animali e ambiente ha deciso di rilanciare una campagna per raccogliere nuove informazioni.

AIDAA annuncia un criminologo

Il presidente di AIDAA, Lorenzo Croce, ha annunciato la produzione di alcuni video con i quali l’associazione ha chiesto ai cittadini di fornire elementi utili a individuare una pista credibile.

Secondo Croce, in pochi giorni sarebbero arrivate numerose segnalazioni. L’associazione ha quindi deciso di incaricare un criminologo, il cui nome dovrebbe essere comunicato successivamente.

Il professionista dovrebbe contribuire a delineare un possibile profilo dell’autore o degli autori, partendo dalle informazioni raccolte e dalle modalità delle violenze inflitte al gatto.

Segnalazioni da verificare

Le segnalazioni ricevute dall’associazione dovranno essere attentamente verificate prima di poter assumere un valore concreto.

Al momento non è stata annunciata alcuna svolta ufficiale nelle indagini, né risultano persone sottoposte ad accertamenti in relazione alla morte di Leone.

L’eventuale riapertura o sviluppo dell’attività investigativa spetterebbe comunque agli organi competenti, sulla base di elementi ritenuti attendibili e rilevanti.

Una ferita ancora aperta

La vicenda di Leone resta uno dei casi più drammatici di violenza contro gli animali avvenuti negli ultimi anni in Italia.

Il ritorno delle sue ceneri al canile riporta l’attenzione su una storia che provocò dolore, indignazione e una mobilitazione collettiva senza precedenti.

Finché non sarà accertato chi abbia compiuto quelle sevizie, il caso Leone resterà una ferita aperta per Angri e per quanti chiedono una tutela più efficace degli animali.

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