Economia
Mediaset, contestazione Inps da 21 milioni sui collaboratori: l’azienda presenta ricorso
L’Inps contesta a Mediaset l’inquadramento di alcuni collaboratori esterni impiegati nei programmi di informazione. Secondo le ricostruzioni, l’importo richiesto sarebbe di circa 21 milioni di euro. L’azienda respinge le accuse e annuncia ricorso.
Non una controversia sull’ammontare degli stipendi, ma sulla reale natura dei rapporti di lavoro. Mediaset respinge le ricostruzioni su presunti giornalisti sottopagati e annuncia di avere presentato ricorso contro la contestazione formulata dall’Inps nei confronti di alcuni collaboratori esterni.
Secondo quanto pubblicato dal Fatto Quotidiano, l’accertamento avrebbe un valore complessivo di circa 21 milioni di euro e riguarderebbe una cinquantina di professionisti impiegati nei programmi giornalistici di Videonews.
L’importo e le conclusioni degli ispettori non risultano però definitivi, essendo già stato avviato il contenzioso.
La contestazione sull’inquadramento dei collaboratori
Secondo la ricostruzione giornalistica, gli ispettori avrebbero rilevato che alcuni collaboratori esterni lavoravano nelle stesse postazioni, con mansioni e orari analoghi a quelli dei giornalisti dipendenti.
I professionisti erano invece inquadrati attraverso partita Iva o contratti di collaborazione coordinata e continuativa.
La questione centrale sarebbe quindi stabilire se quei rapporti fossero realmente autonomi oppure se presentassero le caratteristiche proprie del lavoro subordinato, come continuità, inserimento nell’organizzazione aziendale, vincoli di orario e sottoposizione alle direttive dei responsabili.
Mediaset: «Non esiste alcun caso di lavoratori sottopagati»
L’azienda contesta innanzitutto il titolo utilizzato dal Fatto Quotidiano e nega che la vicenda riguardi il livello dei compensi.
«Non esiste alcun caso di lavoratori sottopagati», afferma Mediaset, precisando che i professionisti coinvolti sono collaboratori autonomi e non lavoratori dipendenti.
Secondo il gruppo televisivo, le attività sarebbero state svolte sulla base di accordi liberamente sottoscritti, con compensi coerenti rispetto al lavoro richiesto.
«Il contenzioso riguarda il ruolo, non i compensi»
Mediaset riconosce che l’Inps abbia contestato la posizione di alcuni collaboratori, ma respinge l’interpretazione fornita dagli ispettori.
Il punto del contenzioso è la qualificazione giuridica del rapporto di lavoro, non la maggiore o minore adeguatezza del compenso ricevuto.
L’azienda sottolinea inoltre che l’accertamento non sarebbe nato da denunce o segnalazioni dei professionisti direttamente interessati.
Il gruppo ritiene quindi di avere agito correttamente e annuncia che farà valere le proprie ragioni nelle sedi previste dalla legge.
Un’ispezione durata più di due anni
Secondo il Fatto Quotidiano, la contestazione sarebbe arrivata al termine di un’ispezione durata oltre due anni.
L’accertamento avrebbe interessato Videonews, la testata che realizza programmi di approfondimento, informazione e talk show trasmessi sulle reti Mediaset, distinti dai telegiornali tradizionali.
La ricostruzione parla di circa cinquanta collaboratori coinvolti e di una richiesta complessiva vicina ai 21 milioni di euro.
Non è stato però pubblicato integralmente il verbale dell’Inps e non risultano disponibili tutti gli elementi utilizzati dagli ispettori per arrivare alle proprie conclusioni.
La differenza tra lavoro autonomo e subordinato
La firma di un contratto di collaborazione o l’apertura di una partita Iva non bastano, da sole, a dimostrare la natura autonoma del rapporto.
La valutazione deve tenere conto di come la prestazione viene concretamente svolta. Tra gli elementi osservati vi sono l’autonomia nell’organizzazione del lavoro, la continuità della presenza, il rispetto di orari stabiliti, l’utilizzo delle strutture aziendali e il potere di impartire direttive.
Quando questi indici mostrano un inserimento stabile nell’organizzazione del datore di lavoro, gli enti previdenziali possono chiedere la riqualificazione del rapporto e il versamento dei contributi ritenuti mancanti.
Nessuna decisione definitiva
La contestazione amministrativa non equivale a una sentenza.
Mediaset ha presentato ricorso e potrà contestare sia la ricostruzione dei rapporti sia il calcolo delle somme richieste. L’esito potrà confermare, ridurre o annullare l’accertamento.
Fino alla conclusione del contenzioso non può quindi essere considerato definitivamente accertato che i collaboratori dovessero essere qualificati come dipendenti.
Allo stesso modo, il titolo sui lavoratori “sottopagati” rappresenta una sintesi giornalistica contestata dall’azienda e non descrive esattamente l’oggetto tecnico della controversia.
Un caso che riguarda il lavoro nell’informazione
Al di là dell’esito specifico, la vicenda riporta al centro il problema dell’utilizzo di collaborazioni autonome nel settore giornalistico e televisivo.
In molte redazioni professionisti esterni lavorano stabilmente accanto ai dipendenti, contribuendo alla produzione quotidiana dei programmi senza avere necessariamente le stesse tutele contrattuali, previdenziali e professionali.
La linea di confine tra collaborazione autonoma e subordinazione può diventare sottile, soprattutto quando il lavoro richiede presenza costante, coordinamento con una redazione e rispetto dei tempi imposti dalla programmazione televisiva.
Sarà il contenzioso a stabilire chi ha ragione
L’Inps ritiene, secondo le ricostruzioni disponibili, che alcuni rapporti debbano essere considerati diversamente da come sono stati contrattualmente inquadrati.
Mediaset sostiene invece che i collaboratori abbiano operato in piena autonomia, con accordi validi e compensi adeguati.
Le due posizioni sono oggi contrapposte e nessuna può essere presentata come definitivamente accertata. Saranno gli organi competenti a stabilire se la contestazione contributiva sia fondata e quale sia l’importo eventualmente dovuto.
Economia
Ferrovie dello Stato, Gianpiero Strisciuglio nuovo amministratore delegato: le sfide del gruppo
Gianpiero Strisciuglio è il nuovo amministratore delegato e direttore generale di Ferrovie dello Stato. Il manager, proveniente da Trenitalia, guiderà il gruppo nel triennio 2026-2028. Tra le priorità, cantieri, grandi opere, nuovi treni e sviluppo internazionale.
Comincia il nuovo corso di Ferrovie dello Stato Italiane. Gianpiero Strisciuglio è stato nominato amministratore delegato e direttore generale del gruppo controllato interamente dal ministero dell’Economia.
La nomina è stata deliberata il 13 luglio dal nuovo consiglio di amministrazione, riunito sotto la presidenza di Tommaso Tanzilli. Il mandato del consiglio coprirà il triennio 2026-2028.
Il nuovo consiglio di amministrazione
L’assemblea degli azionisti ha accolto le dimissioni dei precedenti amministratori e nominato il nuovo consiglio, composto da Tommaso Tanzilli, Gianpiero Strisciuglio, Pietro Bracco, Franco Fenoglio, Silvia Marzot, Loredana Ricciotti e Daniela Rota.
Tanzilli è stato confermato alla presidenza, mentre al consiglio è stata indicata la nomina di Strisciuglio, successivamente ratificata con l’attribuzione anche dell’incarico di direttore generale.
Il cambio al vertice arriva dopo le dimissioni presentate il 30 giugno da Stefano Antonio Donnarumma, che guidava il gruppo dal 2024.
Una carriera costruita nelle Ferrovie
Cinquantenne di origine pugliese, Strisciuglio ha trascorso gran parte della propria carriera professionale all’interno del gruppo. Il suo percorso è cominciato nella direzione territoriale di Bari di Rete ferroviaria italiana, fino agli incarichi di vertice in Rfi e Trenitalia.
Nel marzo del 2025 era stato nominato amministratore delegato della società che gestisce i servizi ferroviari passeggeri, dopo avere lasciato la guida di Rfi ad Aldo Isi.
La sua promozione rappresenta quindi una scelta interna, orientata alla continuità gestionale e alla conoscenza diretta delle diverse articolazioni industriali del gruppo.
L’incontro con Salvini
Tra i primi impegni del nuovo amministratore delegato c’è stato l’incontro con il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, che nelle scorse settimane aveva espresso apprezzamento per il lavoro svolto da Strisciuglio alla guida di Trenitalia.
Sul manager resta aperta la vicenda giudiziaria relativa all’incidente ferroviario di Brandizzo, nel quale, nella notte tra il 30 e il 31 agosto 2023, persero la vita cinque operai impegnati sulla linea Torino-Milano.
La Procura di Ivrea ha chiesto il rinvio a giudizio di Strisciuglio e di altre persone. L’udienza preliminare è stata fissata per il 30 settembre 2026. Il nuovo amministratore delegato, come tutti gli indagati e imputati, deve essere considerato innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva.
Cantieri e grandi opere tra le priorità
La nuova gestione dovrà affrontare innanzitutto il tema dei cantieri ferroviari. L’elevato numero di lavori finanziati anche attraverso il Pnrr ha prodotto negli ultimi anni interruzioni, modifiche alla circolazione e disagi per i passeggeri.
Tra gli obiettivi indicati dagli osservatori del settore figurano una migliore programmazione degli interventi e l’accelerazione delle grandi infrastrutture ferroviarie, comprese la Brescia-Verona, la Napoli-Bari e la Palermo-Catania-Messina.
Strisciuglio potrebbe aggiornare il piano industriale 2025-2029 ereditato dalla precedente gestione, che prevede importanti investimenti sulla rete, sui servizi e sullo sviluppo internazionale del gruppo.
Il rinnovo della flotta Frecciarossa
Un altro capitolo centrale riguarda il rinnovo dei treni. Il programma di Trenitalia prevede l’entrata in servizio di 74 Frecciarossa 1000 di nuova generazione entro il 2031, con 57 nuovi convogli attesi entro il 2029.
Il 2027 dovrebbe essere l’anno con il maggior numero di consegne, con 16 nuovi treni. L’investimento punta a migliorare capacità, efficienza energetica, affidabilità e possibilità di utilizzo sulle diverse reti ferroviarie europee.
La crescita sui mercati internazionali
Ferrovie dello Stato intende rafforzare la propria presenza anche fuori dall’Italia. Il piano del gruppo prevede nuovi collegamenti in Germania e l’espansione delle attività in Francia, Spagna e Grecia.
Tra i progetti più ambiziosi figura l’ingresso sulla tratta ad alta velocità Parigi-Londra attraverso l’Eurotunnel, con l’obiettivo di avviare il servizio nel 2029. FS punta inoltre ad aumentare del 50 per cento entro il 2030 il numero dei passeggeri trasportati sulle proprie attività internazionali.
La partita delle società controllate
Per il momento Strisciuglio dovrebbe conservare anche alcune deleghe operative su Trenitalia, in attesa della definizione dei nuovi vertici delle partecipate.
Per la guida della società circolano i nomi di Sabrina De Filippis, attuale amministratrice delegata di FS Logistix, di Simone Gorini, responsabile delle attività dell’Alta velocità, e del direttore tecnico Domenico Scida. Per Rfi, invece, resta accreditata la conferma di Aldo Isi, mentre viene indicato anche Dario Lo Bosco, oggi alla guida di FS Engineering. Si tratta, allo stato, di ipotesi non ancora formalizzate.
Sullo sfondo resta anche il possibile scorporo di Anas dal perimetro di Ferrovie dello Stato, dopo l’ingresso della società stradale nel gruppo avvenuto nel 2017.
Per Strisciuglio comincia così una fase complessa: garantire maggiore regolarità del servizio durante la stagione dei cantieri, completare gli investimenti del Pnrr, rinnovare i treni e trasformare Ferrovie dello Stato in un operatore sempre più competitivo sui mercati europei.
Economia
Space economy italiana in crescita: fatturato a 3,1 miliardi e quasi 9 mila occupati
La space economy italiana consolida il proprio ruolo strategico: tra il 2021 e il 2024 il fatturato è salito da 1,9 a 3,1 miliardi di euro e gli occupati da 5.900 a 8.900. Crescono anche esportazioni, investimenti esteri e servizi di osservazione della Terra, mentre l’Europa continua a scontare una debolezza nei capitali privati.
La space economy si conferma uno dei settori più dinamici e strategici dell’industria italiana. Tra il 2021 e il 2024 il fatturato della filiera nazionale è passato da 1,9 a 3,1 miliardi di euro, mentre il numero degli occupati è aumentato da 5.900 a circa 8.900 unità.
I dati sono stati presentati a Milano durante l’evento “Spazio Italia 2.0, gli Stati generali della Space economy”, al quale hanno partecipato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso.
Crescono esportazioni e investimenti esteri
Il comparto italiano mostra una crescente capacità di affermarsi anche sui mercati internazionali. Le esportazioni sono aumentate del 23,3 per cento, mentre gli investimenti esteri hanno registrato una crescita del 37,1 per cento.
Particolarmente significativo è lo sviluppo del mercato dei servizi di osservazione della Terra, che nel 2025 ha raggiunto un valore di circa 340 milioni di euro, con un aumento del 73 per cento rispetto al 2022.
La crescita italiana risulta superiore a quella registrata nello stesso periodo dal mercato europeo, aumentato del 65 per cento.
Un mercato globale verso 1.800 miliardi
Le prospettive internazionali spiegano perché governi e imprese considerino lo spazio un settore sempre più rilevante. Secondo le stime elaborate dal World Economic Forum e da McKinsey, il valore dell’economia spaziale globale potrebbe raggiungere circa 1.800 miliardi di dollari entro il 2035, rispetto ai 630 miliardi del 2023.
La crescita non riguarderà soltanto satelliti e lanciatori, ma anche i servizi resi possibili dalle tecnologie spaziali: telecomunicazioni, navigazione, monitoraggio ambientale, agricoltura, trasporti, sicurezza e gestione delle emergenze.
La sfida sarà quindi attirare capitali privati verso una filiera che integra manifattura avanzata, ricerca scientifica, tecnologie digitali e innovazione.
In Europa crescono i fondi pubblici ma calano i privati
Il quadro europeo presenta però alcuni elementi di debolezza. Nel 2025 gli investimenti pubblici nello spazio sono aumentati del 12 per cento, raggiungendo 13,5 miliardi di euro. È il primo incremento a doppia cifra registrato negli ultimi cinque anni.
Nello stesso periodo, gli investimenti privati nelle imprese spaziali europee sono invece diminuiti dell’8 per cento, fermandosi a circa 1,4 miliardi di euro.
La tendenza è opposta a quella globale, caratterizzata da una leggera flessione delle risorse pubbliche e da una crescita dei capitali privati, trainata soprattutto dagli Stati Uniti.
Ogni euro può generarne quattro
I dati dell’Agenzia spaziale europea evidenziano comunque il forte effetto moltiplicatore degli investimenti nel settore. Ogni euro destinato ai programmi spaziali può generare fino a quattro euro di valore economico e favorire l’arrivo di ulteriori investimenti privati.
Lo spazio, dunque, non è più soltanto un settore legato alla ricerca o alla difesa, ma una piattaforma tecnologica capace di produrre ricadute su numerosi comparti dell’economia.
La nuova frontiera dei dati elaborati in orbita
La space economy sta entrando in una nuova fase. Dopo lo sviluppo delle grandi costellazioni satellitari, il vero valore competitivo sarà legato alla capacità di trasformare rapidamente i dati raccolti in informazioni utilizzabili.
Sempre più importante sarà anche la possibilità di elaborare i dati direttamente nello spazio, riducendo i tempi di trasmissione e consentendo risposte più rapide in settori come la prevenzione degli incendi, il monitoraggio climatico, la sicurezza delle infrastrutture e la gestione delle calamità.
Per l’Italia, già dotata di competenze industriali, scientifiche e tecnologiche riconosciute, la sfida sarà consolidare la crescita, sostenere le imprese più innovative e attrarre una quota maggiore di investimenti privati.
Economia
Volkswagen, ipotesi choc da 100 mila esuberi: a rischio anche quattro stabilimenti tedeschi
Volkswagen potrebbe ridurre fino a 100 mila posti di lavoro complessivi. L’amministratore delegato Oliver Blume ha indicato la possibilità di altri 50 mila tagli, oltre agli esuberi già programmati. Restano in discussione anche il futuro di quattro stabilimenti tedeschi e una profonda riduzione dei costi e della capacità produttiva.
La ristrutturazione di Volkswagen potrebbe assumere dimensioni senza precedenti, con una riduzione complessiva che potrebbe arrivare fino a 100 mila posti di lavoro nel mondo.
A indicare per la prima volta apertamente questa ipotesi è stato l’amministratore delegato Oliver Blume, in una comunicazione interna ai dipendenti riportata dalla stampa tedesca. Il calcolo comprende circa 50 mila esuberi già previsti nei diversi marchi del gruppo e altri 50 mila posti che potrebbero essere interessati dalle nuove misure di contenimento dei costi.
Costi più alti rispetto ai concorrenti
Secondo Blume, i costi generali del gruppo automobilistico sarebbero superiori di circa il 20 per cento rispetto a quelli dei principali concorrenti. Poiché quasi la metà di queste spese è legata al personale, un semplice calcolo teorico porterebbe a ipotizzare altri 50 mila tagli.
L’amministratore delegato ha precisato, tuttavia, che la valutazione è ancora in corso e che non è stata assunta una decisione definitiva sull’entità degli esuberi. Ogni marchio, società e area geografica del gruppo sta verificando quali interventi siano necessari e concretamente realizzabili.
Il piano si inserisce in una crisi alimentata dall’aumento dei dazi statunitensi, dalla concorrenza dei produttori cinesi, dagli elevati costi delle strutture tedesche e dalla necessità di finanziare la transizione verso l’auto elettrica.
L’utile netto quasi dimezzato
I conti del 2025 mostrano la profondità delle difficoltà. Volkswagen ha chiuso l’esercizio con un utile netto di 6,9 miliardi di euro, rispetto ai 12,4 miliardi del 2024. Il risultato operativo è sceso del 53 per cento, passando da 19,1 a 8,9 miliardi di euro.
I ricavi sono rimasti sostanzialmente stabili a 321,9 miliardi, mentre sulle performance hanno pesato svalutazioni, costi straordinari, tariffe sulle importazioni negli Stati Uniti e la revisione dei programmi industriali di Porsche.
Quattro fabbriche sotto osservazione
Nel documento interno Blume affronta anche il futuro degli stabilimenti tedeschi con capacità produttiva considerata in eccesso. Le fabbriche indicate come maggiormente esposte sono quelle Volkswagen di Zwickau, Emden e Hannover e lo stabilimento Audi di Neckarsulm.
Secondo le ipotesi circolate, Zwickau ed Emden potrebbero interrompere la produzione entro cinque anni, Hannover nel 2032 e Neckarsulm nel 2034. Non esiste però, al momento, una decisione formale sulle chiusure.
Blume ha ammesso che il gruppo non può garantire, allo stato attuale, che tutti gli impianti siano in grado di operare in maniera competitiva fino al 2030. Ha comunque ribadito che soluzioni alternative, come la riconversione o l’assegnazione di nuovi modelli, restano preferibili alla chiusura di una fabbrica.
Il no dei rappresentanti dei lavoratori
Il piano di ristrutturazione ha incontrato la netta opposizione dei rappresentanti dei dipendenti e del sindacato Ig Metall, che hanno chiesto garanzie sull’occupazione e maggiore chiarezza sulle strategie industriali.
Il progetto presentato dal management è stato respinto nel consiglio di sorveglianza, dove i lavoratori e il Land della Bassa Sassonia dispongono di un peso determinante. Il confronto tra azienda, azionisti e sindacati è quindi destinato a proseguire.
Volkswagen punta anche a ridurre la capacità produttiva annuale da circa dieci a nove milioni di veicoli e a diminuire sensibilmente il numero dei modelli offerti. L’obiettivo dichiarato è semplificare la struttura del gruppo e recuperare competitività, ma il costo sociale dell’operazione potrebbe essere enorme.


