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Esteri

Media, Bolsonaro nascose i gioielli sauditi a casa di Piquet

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L’ex presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, nascose i gioielli che gli vennero regalati dal governo saudita nella casa dell’ex campione di F1, Nelson Piquet, a Brasilia. Lo riporta il quotidiano Estado de Sao Paulo sulla base di documenti della magistratura ai quali afferma di aver avuto accesso. Secondo tali documenti, si legge, i gioielli sono rimasti nascosti nella casa dell’ex pilota, noto simpatizzante di Bolsonaro nonché donatore della sua ultima campagna elettorale.

Su ordine della Corte dei Conti l’ex presidente ha già restituito la settimana scorsa una parte dei gioielli ricevuti in dono dal governo dell’Arabia Saudita. Gli avvocati dell’ex capo dello Stato hanno depositato il prezioso regalo presso una succursale di Brasilia della banca statale Caixa Economica Federal. Un altro lotto di gioielli appartenenti a Bolsonaro si trova invece sotto sequestro in un deposito statale dopo essere stato sottratto all’aeroporto di San Paolo a un soldato che aveva cercato di introdurlo clandestinamente in Brasile in uno zaino. Bolsonaro, che si trova dal 30 dicembre negli Usa, dovrebbe fare ritorno domani in Brasile con un volo dell’aerolinea Gol proveniente da Orlando, in Florida.

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Esteri

Oro insanguinato: come la Wagner finanzia la guerra di Mosca saccheggiando l’Africa

Dall’Africa Occidentale alla guerra in Ucraina: i mercenari della Wagner sfruttano i giacimenti auriferi africani per finanziare l’economia di guerra russa, tra violenze e contrabbando.

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Dal Sudan alla Repubblica Centrafricana, passando per Mali, Malawi, Burkina Faso e Niger, i mercenari della Gruppo Wagner – oggi riorganizzati sotto la sigla Africa Corps – avrebbero trasformato i giacimenti auriferi dell’Africa occidentale e centrale in una fonte di finanziamento per la guerra russa in Ucraina.

Secondo diverse inchieste internazionali, i miliziani russi saccheggiano miniere, reprimono con la violenza le comunità locali e contrabbandano oro e altre risorse strategiche per sostenere l’economia di guerra di Mosca e aggirare le sanzioni occidentali.

Le riserve auree russe e l’aggiramento delle sanzioni

I dati della Banca centrale russa indicano che nel dicembre 2025 le riserve auree di Mosca hanno raggiunto un valore record di 310 miliardi di dollari. Secondo analisti e ricercatori, il Cremlino avrebbe utilizzato l’oro per rafforzare il rublo, coprire il deficit di bilancio causato dalle sanzioni e mantenere liquidità interna senza esportare ufficialmente i lingotti.

L’Africa gioca un ruolo chiave in questo schema: l’oro estratto illegalmente può essere riciclato e riesportato con marchi di Paesi terzi, eludendo i controlli internazionali. Un caso emblematico è quello del Mali, che non è soggetto a sanzioni specifiche sull’oro.

Oro africano e droni per la guerra

Un ulteriore tassello emerge dai rapporti sui traffici militari. La fabbrica russa di droni di Yelabuga avrebbe pagato il produttore iraniano Sahara Thunder in parte in lingotti d’oro, per un valore stimato di 104 milioni di dollari, per la fornitura di circa 6.000 droni Shahed, utilizzati negli attacchi contro le città ucraine.

Il Blood Gold Report

Secondo il Blood Gold Report, un’indagine avviata nel 2023 da ricercatori statunitensi ed europei, il contrabbando di oro africano legato agli interessi russi avrebbe generato oltre 2,5 miliardi di euro dal 2022 a oggi.

Dal 2018, la Wagner ha protetto con la forza gli interessi russi in Stati caratterizzati da governi deboli ma ricchi di risorse strategiche: oro, uranio, manganese e petrolio. Dopo il progressivo ritiro della Francia dalla regione, Mosca è diventata il principale partner di Mali, Niger e Burkina Faso, sostenendo le giunte militari con soldati, armi e supporto operativo contro i gruppi jihadisti.

Un’alleanza economicamente rilevante: Mali, Niger e Burkina Faso producono insieme circa 230 tonnellate di oro all’anno.

Violenza e repressione nei territori minerari

Il modello di sfruttamento varia da Paese a Paese, ma la scia di sangue è documentata. Alla fine dello scorso anno, mercenari Wagner avrebbero ucciso 32 civili nel villaggio di Sarayebo, nella Repubblica Centrafricana: pastori sudanesi in cerca di pascoli e acqua.

Nelle miniere d’oro di Kouki, sempre nella Repubblica Centrafricana, testimoni riferiscono di arresti arbitrari, esecuzioni sommarie e torture: minatori legati agli alberi, colpiti e seviziati dopo aver tentato la fuga.

In Mali, civili sarebbero stati arrestati, torturati e giustiziati. I sopravvissuti parlano di waterboarding, elettroshock e di esecuzioni avvenute sotto i loro occhi.

In Sudan, i miliziani russi avrebbero attaccato campi minerari di migranti vicino ad Am Daga. Testimonianze raccolte sul posto descrivono una fossa comune con almeno 20 vittime, mentre altre fonti parlano di 70 morti e di centinaia tra feriti e uccisi.

Un sistema globale di sfruttamento

Il quadro che emerge è quello di un sistema transnazionale di sfruttamento delle risorse, in cui l’oro africano diventa moneta di scambio per armi, droni e stabilità politica a favore di Mosca. Un meccanismo che intreccia economia di guerra, geopolitica e violazioni sistematiche dei diritti umani, e che continua a sollevare interrogativi sul ruolo delle potenze internazionali e sull’efficacia delle sanzioni globali.

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Cina, indagine sui vertici militari: accusato Zhang Youxia, numero due dell’Esercito

L’esercito cinese chiarisce le accuse contro il generale Zhang Youxia, numero due della gerarchia militare, indagato per corruzione e per aver minato l’autorità del presidente Xi Jinping.

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L’Esercito Popolare di Liberazione ha reso note le motivazioni dell’indagine avviata nei confronti del generale Zhang Youxia, il più alto in grado mai coinvolto in un procedimento di questo tipo. Secondo quanto riportato in un editoriale del PLA Daily, Zhang è accusato di aver “minato l’autorità” del presidente Xi Jinping, di aver aggravato fenomeni di corruzione e di aver danneggiato la preparazione al combattimento reale delle forze armate.

Un’indagine che coinvolge i vertici assoluti

L’editoriale sottolinea che l’inchiesta riguarda anche Liu Zhenli, capo del Dipartimento dello Stato maggiore congiunto della Commissione militare centrale. Secondo il quotidiano militare, le indagini dimostrano che “non è consentita alcuna tolleranza nella lotta alla corruzione”, nemmeno ai massimi livelli dell’apparato militare.

Zhang Youxia, 75 anni, ricopre il ruolo di primo vicepresidente della Commissione militare centrale, risultando secondo nella gerarchia militare solo a Xi Jinping, che presiede l’organismo. È inoltre uno dei 24 membri del Politburo del Partito Comunista Cinese, il secondo livello decisionale del Partito Comunista Cinese.

“Tradita la fiducia del Partito e dell’esercito”

Nel testo, diffuso anche dall’agenzia ufficiale Xinhua, Zhang e Liu vengono accusati di aver “profondamente tradito la fiducia riposta in loro” e di aver “gravemente compromesso il sistema di responsabilità suprema che risiede nel presidente della Commissione militare centrale”.

Secondo l’editoriale, i due alti ufficiali avrebbero esacerbato problemi politici e di corruzione tali da minacciare l’autorità assoluta del Partito sulle forze armate, danneggiando l’immagine e la credibilità dei vertici militari.

L’impatto sulla lealtà politica e sulla prontezza militare

Le accuse si estendono anche al piano operativo. Il documento sostiene che le condotte contestate avrebbero indebolito la lealtà politica dell’esercito, deteriorato l’ambiente interno delle forze armate e compromesso la preparazione complessiva al combattimento.

Un danno definito “grave” non solo per l’apparato militare, ma anche per il Partito e per lo Stato cinese nel suo complesso.

Un segnale politico interno

L’inchiesta contro Zhang Youxia, figura storica e centrale dell’apparato militare cinese, rappresenta un segnale politico di estrema rilevanza, inserendosi nella più ampia strategia di Xi Jinping volta a rafforzare il controllo del Partito sull’esercito e a ribadire il principio di fedeltà assoluta alla leadership centrale.

Un passaggio che conferma come la lotta alla corruzione, in Cina, continui a essere anche uno strumento di disciplina politica e consolidamento del potere ai massimi livelli.

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California, al via il processo contro TikTok, Instagram e YouTube: “Algoritmi che rendono i giovani dipendenti”

In California inizia un processo senza precedenti per stabilire se TikTok, Instagram e YouTube abbiano progettato consapevolmente app che creano dipendenza nei giovani, danneggiandone la salute mentale.

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Inizierà martedì prossimo presso la Corte Superiore di Los Angeles un processo civile destinato a fare scuola. Una giuria popolare dovrà stabilire se TikTok, Instagram e YouTube abbiano consapevolmente progettato le proprie applicazioni per rendere i giovani dipendenti, contribuendo al deterioramento della loro salute mentale.

Il procedimento, che durerà diversi mesi, è destinato ad avere un impatto ben oltre la California, potendo costituire un precedente giuridico di rilievo nazionale nelle cause contro i colossi tecnologici.

Il caso pilota di una diciannovenne

Il processo esaminerà inizialmente la denuncia di una diciannovenne californiana identificata come K.G.M., ritenuta rappresentativa di centinaia di casi simili. L’esito del procedimento potrebbe quindi influenzare un ampio contenzioso pendente negli Stati Uniti.

Le cause sono rivolte a ByteDance, Meta e Alphabet. Anche Snap Inc. era stata citata in giudizio, ma ha scelto un accordo riservato alla vigilia del processo, pur restando coinvolta in altri procedimenti.

Dipendenza, ansia e disturbi dell’immagine

Secondo la denuncia, K.G.M. avrebbe iniziato a usare YouTube a sei anni, Instagram a undici, Snapchat a tredici e TikTok a quattordici, sviluppando nel tempo una forte dipendenza dai social network. Una condizione che, a suo dire, l’avrebbe trascinata in una spirale di depressione, ansia e disturbi dell’immagine di sé.

La strategia legale: non i contenuti, ma il design

A guidare l’azione è Matthew Bergman, fondatore del Social Media Victims Law Center, che segue oltre mille casi analoghi. “È la prima volta che i social network affrontano una giuria per i danni causati ai bambini”, ha sottolineato.

Per superare l’ostacolo rappresentato dalla Communications Decency Act (sezione 230), che limita la responsabilità delle piattaforme sui contenuti degli utenti, i querelanti attaccano la progettazione stessa delle piattaforme: algoritmi, meccanismi di personalizzazione e funzioni che favoriscono lo scorrimento compulsivo.

“Non contestiamo la mancata rimozione dei contenuti – spiega Bergman – ma il fatto che le piattaforme siano state progettate per rendere i bambini dipendenti, mostrando loro non ciò che vogliono vedere, ma ciò da cui non riescono a distogliere lo sguardo”.

I dirigenti chiamati a testimoniare

Tra i testimoni attesi figura anche Mark Zuckerberg, fondatore e principale azionista di Meta, anche se non è certo che compaia personalmente in aula. L’udienza si aprirà con la selezione della giuria, mentre i dibattimenti entreranno nel vivo all’inizio di febbraio.

Un parallelo con l’industria del tabacco

La linea accusatoria richiama esplicitamente le cause contro l’industria del tabacco degli anni ’90 e 2000, quando le aziende furono accusate di aver venduto consapevolmente prodotti nocivi. A presiedere il procedimento è la giudice Carolyn Kuhl.

Oltre Los Angeles: cause federali e Stati in campo

La portata del contenzioso non si ferma a Los Angeles. Un procedimento per un processo di respiro nazionale è allo studio presso un giudice federale di Oakland a partire dal 2026. Diversi Stati hanno inoltre avviato azioni legali autonome, come quella promossa a Santa Fe, che accusa le piattaforme di esporre i minori a predatori sessuali.

Gli scenari possibili

Se la giuria dovesse dare ragione a K.G.M., i giganti tecnologici rischierebbero ingenti risarcimenti, ma soprattutto potrebbero essere costretti a riprogettare algoritmi e applicazioni. Un esito che segnerebbe una svolta nel rapporto tra tecnologia, diritto e tutela della salute mentale dei minori negli Stati Uniti.

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