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Maxi tangente da 50 milioni per vendere elicotteri Agusta Westland, in Italia è calato il silenzio mentre in India l’inchiesta occupa giornali e tv

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«No one who cheats India can hide anywhere in the world». Chi imbroglia l’India non riuscirà mai a nascondersi, in nessuna parte del mondo. La frase non lascia spazio ai dubbi. Tanto più che è stata pronunciata pochi giorni fa non da un signore qualunque, ma da Arun Jaitley, potente ministro delle Finanze nel Governo di Narendra Modi dopo esserne stato, nel 2014, ministro della Difesa.

Arun Jaitley, ministro delle Finanze dell’India

Non era, la sua, un’affermazione generica, ma si riferiva a una vicenda precisa, che occupa da anni la giustizia indiana e da qualche mese a questa parte è di nuovo  very hot (bollente), come ci ha detto oggi stesso al telefono un giornalista di Delhi: quella che in India è nota come il “chopper scam (o truffa degli elicotteri) per antonomasia. E in Italia come “la mega-tangente” indiana. Da noi non se ne parla quasi più. In India occupa i giornali e i notiziari televisivi tutti i giorni.

In estrema sintesi, si tratta della cospicua somma (oltre 50 milioni di euro) pagata nel 2010 da AgustaWestland per aggiudicarsi un contratto di 556 milioni relativo alla vendita di 12 elicotteri in configurazione VIP, destinati al trasporto dei membri del Governo di Delhi. La cifra sarebbe stata gestita da tre intermediari di varie nazionalità e versata in parte all’allora capo dell’Indian Air Force affinché cambiasse i requisiti della gara d’appalto e permettesse ad Agusta di vincerla.

Una seconda porzione della maxitangente sarebbe finita nelle loro tasche e una terza, si dice, tornata in Italia e confluita, dopo un vorticoso giro del mondo tra società offshore e paradisi fiscali, nelle casse di un partito oggi al Governo. Ma tale illazione, pur se confermata da due testimoni di peso, non è stata dimostrata.

In Italia si attende sulla vicenda il verdetto della Corte di Cassazione, cui hanno fatto compattamente ricorso la Procura di Milano, l’Agenzia delle Entrate e il Ministero indiano della Difesa dopo l’assoluzione al processo d’appello-bis degli imputati di corruzione internazionale: gli ex amministratori delegati di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, e di AgustaWestland, Bruno Spagnolini.

In India l’indagine prosegue invece senza sosta e con qualche risultato concreto: lo scorso dicembre il CBI (sorta di FBI indiano) ha ottenuto l’estradizione da Dubai del più importante dei tre intermediari coinvolti nell’affare, il britannico Christian Michel, colui che avrebbe gestito il rientro di parte della presunta tangente in Italia. E proprio di oggi, 12 febbraio, è la notizia che la sua richiesta di libertà provvisoria su cauzione è stata rifiutata dal giudice incaricato del caso.

Non basta: qualche giorno fa l’India ha ricevuto e messo in custodia cautelare, sempre dopo estradizione concessa dagli Emirati Arabi, un altro personaggio-chiave, il lobbysta Rajiv Saxena, accusato di essersi occupato, insieme a Michel, del riciclaggio della tangente attraverso le sue società finanziarie di Dubai, delle Mauritius e di altre amene parti del globo. Non ha torto dunque il ministro Jaitley quando afferma che nessuno riesce a nascondersi se imbroglia l’India, Paese quanto mai orgoglioso e tenace come la sua storia ben dimostra. Va segnalato che, nel frattempo, il famoso contratto da 556 milioni è stato annullato e l’ex Finmeccanica (oggi Leonardo) è bandita dalle gare d’appalto indiane da quasi sei anni. 

Le conseguenze economiche, sociali e reputazionali della mega-tangente, così come di altri episodi poco edificanti che hanno marcato la storia del principale gruppo italiano di difesa, sono ricostruite nel libro del giornalista Alessandro Da Rold Pecunia non olet, pubblicato nel gennaio di quest’anno dall’editore milanese Chiarelettere.

Appassionante da leggere come un noir e documentato come un saggio storico, il volume di Da Rold è dedicato in particolare alle supposte attività di intermediazione svolte in Africa a favore di AgustaWestland (oggi Leonardo Elicotteri) da un importante boss mafioso latitante, Vito Roberto Palazzolo, il tesoriere di Riina e Provenzano. Ma colloca la vicenda africana sulla tela di fondo della cultura gestionale e delle modalità operative del gruppo statale in quegli anni, in cui svetta in particolare la mega-tangente pagata in India. Scrive infatti Da Rold:

«La “tangente indiana” è, di tutta la tormentata vicenda Finmeccanica, l’episodio più ampio per entità e conseguenze economiche, più delicato dal punto di vista delle relazioni internazionali e più sensibile politicamente in ragione delle sue presunte ricadute sulla Lega, pur se restano da provare. Tuttavia non si può dimenticare che si tratta solo della punta di un iceberg, che emerge in quell’“unitario disegno criminoso” evocato da Rosario Cantelmo (uno dei pm napoletani che hanno indagato su Finmeccanica – nda) e dimostrato, ci sembra, dalla quantità e continuità di comportamenti ai limiti del lecito di cui la prima azienda italiana di difesa ha dato prova negli anni.

Al di là delle responsabilità individuali, che spetta solo alla giustizia acclarare, la causa di questi eventi risiede probabilmente in un clima culturale, purtroppo comune a molte aziende di matrice statale, dove l’etica è fragile e viene considerata quasi un vezzo o un’ingenuità. E chi la pratica o la difende è visto come un pazzo o un “pericolosissimo” troublemaker e quindi isolato da un sistema interessato a promuovere non tanto la propria evoluzione, quanto la propria sopravvivenza.» 

Le ultime parole si riferiscono a Francescomaria Tuccillo, avvocato e manager napoletano, in quegli anni direttore della regione Africa subsahariana di Finmeccanica. Tra gli obiettivi che gli erano stati assegnati c’era, sulla carta, quello di ripulire la vasta rete di intermediari commerciali, eticamente assai discutibili, che il gruppo impiegava nei mercati africani. Così fece, arrivando anche a denunciare la presenza del latitante Palazzolo – da lui incrociato in un convegno a Luanda, incredibilmente organizzato dalla nostra Ambasciata – «in luoghi in cui non sarebbe dovuto essere, a fare cose che non avrebbe dovuto fare». 

Invece di un encomio, questa sua opposizione alla cultura dominante gli sarebbe costata molto in termini personali e professionali perché, per citare ancora Da Rold, «in ogni sistema di potere opaco e chiuso al nuovo, succede spesso che qualcuno indichi la luna e tutti guardino il dito».

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Incidente A1, il padre delle due bimbe morte arrestato con l’accusa di omicidio stradale

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E’ in carcere ad Arezzo, molto provato, il trentenne che era alla guida del minivan che venerdi’ pomeriggio e’ finito contro un camion in sosta in una piazzola dell’A1. E’ il padre delle due bambine morte nell’incidente, di 8 mesi e di 10 anni, ed e’ stato arrestato dalla Polstrada per omicidio stradale. L’incidente ha causato anche la morte dei genitori dell’uomo, ambedue cinquantenni, mentre sono rimasti gravemente feriti l’altra figlioletta di otto mesi, la moglie trentenne e un ragazzo di 12 anni. Lunedi’ l’uomo, di nazionalita’ romena, affrontera’ l’udienza di convalida dell’arresto, disposto dal pm Roberto Rossi che ha aperto un fascicolo per omicidio stradale plurimo, e verra’ interrogato davanti al gip. Venerdi’ e’ stato accompagnato in ospedale, e’ stato sottoposto ad alcoltest ed e’ risultato negativo. Pare, pero’, che avesse guidato fin dalla Romania: all’origine della tragedia dunque ci sarebbe la stanchezza. Ma potra’ spiegarlo meglio lui stesso al gip e alla procura nell’udienza di lunedi’. Lo stesso giorno, nell’ambito dell’inchiesta, le quattro salme delle vittime dell’incidente saranno sottoposte a ricognizione cadaverica, non e’ prevista autopsia. Sono, invece, tutti fuori pericolo di vita gli altri feriti e le loro condizioni sono in miglioramento. In particolare, i bambini si trovano al Meyer di Firenze mentre la madre e’ ricoverata al Policlinico Le Scotte di Siena. Feriti leggermente i passeggeri delle altre due auto coinvolte, colpite dalla carambola del minivan fuori controllo. Sono tutti ricoverati ad Arezzo in buone condizioni. Secondo la ricostruzione della Polstrada, l’uomo era partito dalla Romania insieme alla moglie, alla figlia di 10 anni, alle gemelline di 8 mesi e ai genitori 50enni ed era entrato in Italia proveniente dalla Slovenia alle 8 di mattina. Nel minivan viaggiavano otto persone nonostante il mezzo fosse omologato per sette passeggeri. Giunto all’altezza di Badia al Pino, sul tratto aretino della A1, il conducente avrebbe iniziato, stando alle testimonianze raccolte dai poliziotti, a procedere a zig zag fino a schiantarsi su un camion fermo in sosta in modo regolare dentro una piazzola di emergenza per poi colpire una prima auto in transito e una seconda. In un altro minivan viaggiavano altri amici partiti con la famiglia dalla Romania.

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Cerbiatto in ‘trappola’ sulla scogliera salvato dal campione di surf, il video del salvataggio di Bambi

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Campione di surf, protagonista del panorama italiano della tavola da vent’anni, e oggi eroe di ambientalisti, animalisti e appassionati di Walt Disney. Marco Pistidda, sassarese, 38 anni, ‘Bonga’ per chiunque bazzichi negli ambienti del surf e a Porto Ferro, dove ha sede la sua scuola per adulti e bambini, e’ il protagonista del salvataggio di un cucciolo di daino individuato in un anfratto roccioso mentre costeggiava la baia di Porto Conte. Surfista dal 1999, vincitore di numerosi trofei nazionali e componente della nazionale italiana nel 2008, Marco era insieme a un’amica con cui condivide la passione per il mare, l’ambiente e la natura. E’ stata proprio lei, Lucia Peana, a ribattezzare l’animale in difficolta’ come “cucciolo di Bambi”, riferimento esplicito a uno dei piu’ famosi personaggi della galleria disneyana. In attesa delle onde, in questi giorni di ripartenza ‘Bonga’ accompagna amici e allievi in escursioni acquatiche. “L’idea della scuola e’ di offrire attraverso il surf un’esperienza indimenticabile a chi come me crede nell’amore e nel rispetto per la natura, per gli altri e per se'”, ha spiegato.

 

“Siamo cosi’ partiti in sup da Cala Dragunara e abbiamo puntato verso la spiaggia di Porto Conte. A un tratto – ricostruisce il surfista – abbiamo sentito un lamento e poi abbiamo notato il cucciolo, scivolato probabilmente nel dirupo senza riuscire a risalire”. I due non hanno avuto dubbi: andava messo in salvo. “Llu’cia e’ rimasta li’, a fargli compagnia, io invece – racconta – sono tornato in spiaggia, ho chiamato la Forestale, ho preso i telefonini e un asciugamano e li ho raggiunti. Con il telo abbiamo avvolto il cucciolo, era stremato, si e’ addormentato tra le nostre braccia”. Poi il ritorno in spiaggia sul sup, la consegna del piccolo daino agli agenti della Forestale e il trasferimento nella riserva di Bonassai. “Sta bene, e’ salvo, ora sta con altri cuccioli”, riferisce ‘Bonga’ prima di tornare al suo mondo fatto di spiagge, mare, allenamenti, gare e altre sfide.

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Rientrano in cella 50 boss scarcerati dalla gestione Basentini, ma Zagaria è ancora a casa sua: anzi è in ospedale

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Sono 53 i boss che sono tornati o in carcere o nei centri clinici penitenziari. Questo accade grazie al decreto “anti scarcerazioni” voluto dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che provò a mettere una toppa al disastro carceri delle scellerata gestione di Francesco Basentini. Che, per inciso, è il collaboratore numero 1 di Bonafede. Anzi, il ministro a capo del Dal preferì lui al pm Nino Di Matteo. Giovedì scorso Vincenzino Iannazzo, boss al 41-bis è tornato in cella. L’ha deciso la Corte d’ Appello di Catanzaro alla luce del decreto che ha chiesto ai giudici competenti di riesaminare le scarcerazioni. Iannazzo, capo cosca di ‘ndrangheta di Lamezia Terme deve scontare una pena in appello a 14 anni e mezzo di carcere. Ora è nell’ospedale Belcolle di Viterbo, centro clinico penitenziario.

Carceri aperte. L’ex capo del Dap Basentini (nella foto col ministro) costretto alla dimissione dopo le scarcerazioni

La revisione della decisione è stata chiesta dal vice capo del Dap, Roberto Tartaglia, che ha la delega ai detenuti 41-bis e alta sicurezza. Proprio il decreto del 9 maggio ha attribuito al Dap il potere di indicare ai giudici competenti soluzioni sanitarie adeguate, alternative ai domiciliari, che concilino il diritto alla salute dei detenuti con il dritto alla sicurezza dei cittadini. E all’occorrenza andranno bene reparti di medicina protetta dell’ospedale di Viterbo o il Pertini di Roma o i nuovi padiglioni di Parma, Trani, Lecce.
Iannazzo era ai primi posti dell’elenco di 40 detenuti compilato da Tartaglia subito dopo il decreto. Si tratta di una lista “prioritaria” in base alla pericolosità sociale dei 396 detenuti finiti ai domiciliari. E si vedono già dei risultati. Prima che a Iannazzo sono stati revocati i domiciliari ad altri boss. Come Francesco Bonura, al 41-bis, legato a Bernardo Provenzano, Cataldo Franco, all’ergastolo per concorso nel rapimento del piccolo Giuseppe Di Matteo, Antonio Sacco, boss di Brancaccio, a Palermo; Pietro Pollichino, boss corleonese; Antonino Sudato, altro boss siciliano; Carmine Alvaro, capo della omonima ‘ndrina di Sinopoli; Antonio Mandaglio, “capo società” di ‘ndrangheta nel Lecchese; Vincenzo Lucio, camorrista del clan Birra di Ercolano; Vincenzo Guida, accusato a Milano di aver creato una sorta di “banca della camorra”; Francesco Barivelo, del clan Perelli di Taranto, condannato all’ ergastolo per l’ omicidio, nel 1994, dell’agente della polizia penitenziaria Carmelo Magli.

Roberto Tartaglia. È il nuovo vice capo del Dap che ha già riportato in cella 53 boss che erano tornati a casa

Dei tre detenuti al 41-bis scarcerati tra marzo e aprile, resta ancora ai domiciliari soltanto Pasquale Zagaria, il boss del clan dei Casalesi oggi a casa della moglie, a Pontevico, nel Bresciano, in piena zona rossa Covid, su decisione del Tribunale di Sorveglianza di Sassari.

Pasquale Zagaria. Detenuto al 41 bis scarcerato

Sulla revoca o meno dei domiciliari non c’ è ancora una decisione del Tribunale di Sorveglianza perché ha prima dovuto rinviare di una settimana l’udienza, per un difetto di notifica alla difesa e poi, giovedì si è riservato sia sulla revoca o meno del provvedimento sia sulla richiesta degli avvocati di rivolgersi alla Corte costituzionale, come ha fatto il Tribunale di Spoleto, perché il decreto Bonafede violerebbe il diritto di difesa. Nel frattempo, Zagaria è in un ospedale lombardo per le complicazioni di un esame.

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