Cronache
Maxi operazione “Pit Bull” nel basso Salento: 17 arresti e 33 indagati
33 indagati, 18 misure cautelari e 17 arresti: smantellata un’organizzazione mafiosa attiva tra Racale, Alliste, Taviano, Melissano e Gallipoli
Un duro colpo è stato inferto questa mattina alla criminalità organizzata del basso Salento. I Carabinieri del Comando Provinciale di Lecce, con il supporto dello Squadrone Eliportato Cacciatori “Puglia”, del Nucleo Cinofili di Bari e dell’11° Reggimento “Puglia”, hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal GIP di Lecce su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia.
Il provvedimento ha colpito 18 persone, di cui 16 tradotte in carcere e una agli arresti domiciliari, su un totale di 33 indagati. A vario titolo, sono accusati di associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, detenzione ai fini di spaccio, lesioni personali aggravate, tentata estorsione, ricettazione e detenzione abusiva di armi, con l’aggravante del metodo mafioso.
Dalle estorsioni al traffico internazionale di droga
L’indagine ha preso avvio nel marzo 2022, quando un 22enne di Taviano fu attirato in un’abitazione con la scusa di un chiarimento, per poi essere brutalmente picchiato e costretto a consegnare denaro legato a un debito di droga. Quello che sembrava un episodio isolato ha rivelato l’esistenza di un’organizzazione criminale radicata nel territorio e capace di gestire un traffico imponente di cocaina, eroina, marijuana e hashish.
L’operazione, denominata “Pit Bull”, prende il nome dai cani da guardia utilizzati da uno dei sodali, che durante un primo intervento aggredirono i Carabinieri, simbolo della ferocia del clan.
Grazie a intercettazioni, pedinamenti e ricognizioni aeree, gli investigatori hanno ricostruito la rete di spaccio, attiva sia nei centri abitati che nelle località turistiche della costa.
Il ruolo del boss Vito Paolo Vacca
Al vertice del gruppo spicca la figura di Vito Paolo Vacca, 31 anni, considerato l’erede naturale del clan Troisi. Nipote dello storico boss Vito Paolo Troisi e figlio di Angelo Salvatore Vacca – ergastolano per omicidio e deceduto lo scorso agosto – il giovane avrebbe assunto il comando dopo la morte del padre.
Emblematica, in questo senso, la cerimonia funebre del genitore: una carrozza dorata trainata da cavalli neri per un rito dal forte valore simbolico, quasi un manifesto di potere mafioso.
Determinante anche il ruolo delle donne della famiglia, sei delle quali raggiunte da misure cautelari. Gestivano lo stoccaggio e lo spaccio della droga, occupandosi di consegne, contabilità e approvvigionamenti. La moglie di Vacca, in particolare, avrebbe preso in mano la direzione operativa durante l’assenza del marito.
I profitti e i sequestri
La droga, chiamata in codice “cento” o “pietre”, veniva nascosta in buste della spesa o cartoni di vino e detersivi per eludere i controlli. Secondo le intercettazioni, un solo investimento da 774 mila euro avrebbe garantito al clan ricavi per oltre due milioni.
Il bilancio dei sequestri parla di 22 kg di cocaina, 10 kg di marijuana, 3,5 kg di eroina e 9 kg di hashish, oltre a beni per un valore di 91.000 euro. Sette le persone finite in manette in flagranza durante i mesi di indagine.
Le accuse e la presunzione di innocenza
Il GIP di Lecce ha ritenuto gravi gli elementi raccolti dagli inquirenti, disponendo le misure cautelari oggi eseguite. È doveroso sottolineare che gli indagati sono, allo stato, soltanto gravemente indiziati: la loro posizione sarà definitivamente accertata solo con una sentenza definitiva, nel pieno rispetto del principio di presunzione di innocenza.
Con l’operazione “Pit Bull”, lo Stato infligge dunque un colpo significativo a una delle più radicate articolazioni criminali della Sacra Corona Unita nel basso Salento, sottraendo al clan il controllo del territorio e un giro d’affari milionario.
Cronache
Torino-Lione, consegnata la maxi talpa per scavare il tunnel del Moncenisio
Consegnata in Germania la prima maxi fresa destinata al cantiere di Chiomonte per lo scavo del tunnel di base della Torino-Lione. L’opera prevede 65 chilometri di sezione transfrontaliera tra Italia e Francia.
Cronache
Blitz dei carabinieri a Roseto: smantellata cellula neofascista legata agli ultras del basket
Operazione dei carabinieri a Roseto degli Abruzzi contro una presunta cellula neofascista legata agli ultras del basket. Otto misure cautelari e perquisizioni per aggressioni e propaganda razzista.
Un’operazione dei carabinieri del Comando provinciale di Teramo ha portato all’esecuzione di otto misure cautelari nei confronti di persone ritenute coinvolte in un gruppo di estrema destra attivo tra Roseto degli Abruzzi e Pesaro.
L’intervento è scattato all’alba con il supporto dei Nuclei cinofili di Chieti, Roma e Sarno, della Guardia di Finanza di Giulianova e di un elicottero del Nucleo elicotteri carabinieri di Pescara.
Le misure cautelari, disposte dal giudice per le indagini preliminari, comprendono un arresto in carcere, tre ai domiciliari e quattro obblighi di firma e dimora. Contestualmente sono state eseguite diciassette perquisizioni.
Le accuse e l’inchiesta della procura
Le persone coinvolte nell’indagine sono accusate, a vario titolo, di istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, lesioni personali, resistenza a pubblico ufficiale, porto abusivo di armi e violazione del Daspo.
L’indagine, coordinata dalla procura di Teramo con il pubblico ministero Enrica Medori, ha preso avvio dai disordini verificatisi l’8 ottobre 2025 al termine della partita di basket Roseto-Pesaro del campionato di Serie A2.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, al termine dell’incontro alcuni ultras travisati avrebbero assaltato le pattuglie dei carabinieri presenti all’esterno del palasport, danneggiando con una mazza il lunotto di una gazzella mentre i militari si trovavano all’interno del mezzo.
Dalla violenza sportiva alle spedizioni punitive
L’attività investigativa ha portato gli inquirenti a ipotizzare l’esistenza di un gruppo organizzato che, secondo l’accusa, si riconosceva nella sigla “Gioventù fascista rosetana”.
Gli indagati sarebbero stati collegati tramite una chat denominata “Roseto Youth” e, secondo la ricostruzione investigativa, avrebbero avuto rapporti con un movimento neofascista denominato “Il Duce”.
Tra gli episodi contestati vi sarebbero almeno cinque raid contro il centro di accoglienza per stranieri “Felicioni” di Roseto degli Abruzzi e alcune aggressioni a sfondo razziale, tra cui il pestaggio di cittadini bengalesi avvenuto in città il 24 gennaio scorso.
Durante le perquisizioni sono stati sequestrati dispositivi elettronici e materiale di propaganda di matrice fascista.
Le reazioni delle istituzioni locali
Il sindaco di Roseto degli Abruzzi, Mario Nugnes, ha espresso apprezzamento per l’operazione delle forze dell’ordine, sottolineando l’impegno della città nel promuovere valori di inclusione e convivenza civile.
Il primo cittadino ha ricordato come la tradizione sportiva della città, in particolare quella legata alla pallacanestro, sia storicamente associata a principi di confronto leale e integrazione.
L’intervento della politica
Sull’operazione è intervenuto anche il deputato abruzzese di Azione Giulio Sottanelli, che ha ringraziato carabinieri e magistratura per l’attività investigativa.
Secondo il parlamentare, la risposta delle istituzioni deve essere ferma di fronte a fenomeni che possono mettere a rischio la convivenza civile e i valori democratici. Roseto, ha aggiunto, è una città caratterizzata da un forte tessuto sociale fondato sul rispetto e sulla partecipazione civica.
Cronache
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