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Mauro Icardi e Wanda Nara, per il divorzio lei chiede 500mila euro al mese e il jet privato per viaggiare

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Questa volta è davvero finita. Dopo undici anni di matrimonio, due figlie, ville da sogno, crisi esplosive e tradimenti, Mauro Icardi e Wanda Nara si avviano ufficialmente alla separazione. Ma, come in ogni storia che li ha visti protagonisti, anche questa fine non poteva essere priva di colpi di scena, richieste milionarie e un’aula di tribunale come nuovo palcoscenico del loro show mediatico.

L’attaccante argentino, che da tempo voleva chiudere il capitolo matrimoniale, ha vinto la prima battaglia: il procedimento si terrà a Milano e non a Buenos Aires, dove Wanda sperava di avere un controllo più forte sulla narrativa della separazione. L’11 marzo Icardi tornerà in Italia per la prima udienza, accompagnato dai suoi legali, Valeria De Vellis e Raffaele Rigitano.

Una guerra senza esclusione di colpi: soldi, amori e jet privati

Se la separazione è ormai certa, resta da vedere a quale prezzo. Wanda Nara, furiosa per la scelta del tribunale italiano, ha già fatto sapere che le sue richieste economiche saranno altissime:

  • 500 mila euro al mese tra mantenimento per sé e per le figlie, Francesca (10 anni) e Isabella (9 anni);
  • Uno stile di vita che non ammette compromessi, compreso il noleggio del jet privato come unica forma di trasporto.

Una cifra che appare fuori da ogni logica, ma che rientra perfettamente nell’universo dorato che i due hanno costruito e ostentato negli anni, tra Instagram, yacht e ville extralusso.

La nuova fiamma di Icardi e il ritorno di Wanda con L-Gante

Se sul fronte legale la battaglia si preannuncia lunga e complicata, su quello sentimentale i due hanno già voltato pagina.

Mauro Icardi sembra aver ritrovato stabilità con China Suárez, l’attrice e modella argentina che era stata al centro dello scandalo che portò alla prima grande crisi matrimoniale ai tempi del Paris Saint-Germain. I due sono ormai inseparabili, tanto che la Suárez sarebbe pronta a trasferirsi a Istanbul per stare accanto al calciatore non appena supererà il grave infortunio al ginocchio.

Dall’altra parte, Wanda non è rimasta a guardare e ha ripreso la relazione con il rapper L-Gante, noto per il suo stile e i suoi tatuaggi, dopo una breve pausa.

Cause legali, accuse e battaglia per le figlie

Se la storia sentimentale tra Mauro e Wanda sembra essere definitivamente archiviata, lo stesso non si può dire per le vicende giudiziarie.

Ieri, la Nara ha festeggiato pubblicamente la vittoria in un processo civile intentato dalla nuova fidanzata di Icardi, che le aveva chiesto 50 milioni di dollari di risarcimento per aver diffuso delle conversazioni private.

Ma questa è solo una piccola parentesi in un conflitto ben più grande. Icardi ha infatti denunciato Wanda per sottrazione di minori, attivando addirittura una procedura internazionale basata sulla Convenzione dell’Aia per ottenere il rimpatrio delle figlie a Istanbul. Secondo l’ex interista, Francesca e Isabella sarebbero state trattenute in Argentina senza il suo consenso, nonostante siano cittadine italiane.

Un finale degno di una soap opera

Dopo anni di amori, tradimenti, riconciliazioni e liti mediatiche, la coppia più discussa del calcio e dello spettacolo si prepara all’atto finale di una storia che sembra un’eterna telenovela.

Tra richieste milionarie, tribunali e polemiche, la separazione tra Mauro Icardi e Wanda Nara sembra destinata a fare rumore ancora per molto tempo. E c’è da scommettere che, tra jet privati e lusso sfrenato, il divorzio più social del decennio avrà ancora molti capitoli da scrivere.

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Esteri

Trump chiede una coalizione navale per proteggere lo Stretto di Hormuz

Donald Trump invita diversi Paesi a partecipare alla sicurezza dello Stretto di Hormuz mentre cresce la tensione con l’Iran e salgono i prezzi del petrolio.

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha chiesto a diversi Paesi di contribuire alla sicurezza dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici per il commercio globale di petrolio.

L’iniziativa arriva mentre i prezzi del greggio registrano un forte rialzo e crescono le tensioni nella regione del Golfo Persico.

“Molti Paesi pronti a partecipare”

In un’intervista telefonica alla NBC, Trump ha affermato che numerosi Paesi si sarebbero già detti pronti a contribuire alla sicurezza dello stretto, senza tuttavia indicare quali nazioni abbiano formalmente aderito.

“Non solo si sono impegnati, ma ritengono si tratti di un’ottima iniziativa”, ha dichiarato il presidente americano.

In un messaggio pubblicato sul suo social Truth, Trump ha invitato esplicitamente alcune delle principali economie mondiali a partecipare all’operazione.

I Paesi chiamati a partecipare

Nel messaggio, il presidente statunitense ha citato tra i possibili partecipanti Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud e Regno Unito, sottolineando che questi Paesi sono tra i più colpiti da eventuali restrizioni al traffico nello stretto.

L’obiettivo dichiarato è garantire che la rotta marittima resti aperta e sicura per il transito delle petroliere.

Dubbi sulle mine iraniane nello stretto

Trump ha inoltre osservato che non è ancora chiaro se l’Iran abbia effettivamente posizionato mine nello Stretto di Hormuz.

Secondo il presidente americano, le forze statunitensi continueranno a pattugliare l’area con grande intensità, in coordinamento con eventuali alleati.

Attacchi statunitensi sull’isola di Kharg

Nel corso dell’intervista Trump ha anche confermato che le forze americane hanno colpito l’isola iraniana di Kharg, considerata un punto strategico per l’export petrolifero di Teheran.

“Abbiamo totalmente demolito l’isola di Kharg”, ha affermato il presidente, aggiungendo che l’obiettivo delle operazioni non ha riguardato direttamente le principali infrastrutture energetiche, la cui ricostruzione richiederebbe anni.

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Esteri

Trump sospende alcune sanzioni sul petrolio russo: “Il mondo ha bisogno di petrolio”

Donald Trump spiega la sospensione temporanea di alcune sanzioni sul petrolio russo per garantire forniture globali. Critiche a Zelensky: “Trovi un accordo con Putin”.

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La decisione di sospendere alcune sanzioni sul petrolio russo è legata alla necessità di garantire l’approvvigionamento energetico globale. Lo ha spiegato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump in un’intervista telefonica.

“Voglio ci sia petrolio per il mondo. Voglio che ci sia petrolio”, ha dichiarato il presidente, sottolineando che la misura è legata anche al forte aumento dei prezzi del greggio.

Le sanzioni introdotte nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ha aggiunto Trump, verranno ripristinate una volta terminata la crisi.

Le critiche a Zelensky

Nel corso dell’intervista il presidente statunitense ha rivolto critiche al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, invitandolo a cercare un accordo con Mosca.

“Sono sorpreso che Zelensky non voglia raggiungere un accordo. Dite a Zelensky di trovare un accordo, perché Putin è disposto a farlo”, ha affermato Trump.

Le informazioni militari tra Russia e Iran

Interpellato sulle notizie secondo cui la Russia starebbe condividendo con l’Iran informazioni di intelligence sulla posizione delle forze statunitensi, Trump ha risposto con cautela.

“Forse la Russia sta fornendo informazioni, forse no”, ha dichiarato, aggiungendo che anche gli Stati Uniti stanno fornendo alcune informazioni all’Ucraina.

Secondo il presidente americano, queste iniziative rientrano nel tentativo di favorire una soluzione negoziale del conflitto.

Il tema dei droni iraniani

Trump ha poi commentato anche l’ipotesi di un supporto ucraino per contrastare i droni iraniani.

“Non abbiamo bisogno di aiuto”, ha affermato, aggiungendo che “l’ultima persona da cui ci serve aiuto è Zelensky”.

Il presidente non ha tuttavia chiarito se Washington abbia accettato o meno eventuali forme di collaborazione tecnologica da parte di Kiev per l’intercettazione dei droni.

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Economia

Petrolio a 100 dollari, maxi profitti per le compagnie Usa con la crisi nel Golfo

Con il petrolio a 100 dollari al barile la crisi nel Golfo Persico potrebbe portare oltre 63 miliardi di dollari di profitti extra alle compagnie petrolifere statunitensi.

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La crisi nel Golfo Persico potrebbe trasformarsi in un enorme vantaggio economico per i produttori petroliferi statunitensi. Se nel 2026 il prezzo medio del greggio dovesse attestarsi intorno ai 100 dollari al barile, le compagnie Usa potrebbero registrare profitti straordinari superiori a 63 miliardi di dollari.

Le stime arrivano da analisi finanziarie e studi del settore energetico che osservano l’impatto dell’impennata dei prezzi dopo l’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran.

Prezzi del greggio in forte crescita

Dall’inizio del conflitto, il 28 febbraio, il prezzo del petrolio è salito di circa il 47%. Secondo le proiezioni della banca d’investimento Jefferies, i produttori statunitensi genererebbero flussi di cassa aggiuntivi per circa 5 miliardi di dollari già nel solo mese in corso.

Il Brent ha superato la soglia dei 100 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate, il riferimento per il mercato statunitense, ha chiuso le contrattazioni a 98,71 dollari al barile.

Trump rivendica il vantaggio energetico degli Stati Uniti

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha commentato l’andamento dei prezzi del petrolio sottolineando il peso della produzione americana nel mercato globale.

“Gli Stati Uniti sono il più grande produttore di petrolio al mondo, di gran lunga; pertanto, quando i prezzi del petrolio salgono, noi guadagniamo un sacco di soldi”, ha scritto in un messaggio sui social.

Il ruolo dello shale oil americano

Secondo le analisi del settore energetico, i principali beneficiari dell’aumento dei prezzi sarebbero i produttori statunitensi specializzati nello shale oil. Queste aziende operano prevalentemente negli Stati Uniti e hanno una presenza limitata in Medio Oriente, risultando quindi meno esposte ai rischi geopolitici della regione.

Più esposte le grandi compagnie internazionali

Il quadro appare invece più complesso per le grandi compagnie petrolifere internazionali. Colossi come ExxonMobil e Chevron, insieme alle rivali europee BP, Shell e TotalEnergies, possiedono asset significativi nell’area del Golfo Persico.

Per queste società l’eventuale chiusura dello Stretto di Hormuz rappresenterebbe un rischio diretto per le operazioni e per la continuità delle forniture energetiche globali.

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