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Mattarella:creare lavoro è dovere costituzionale

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La nostra Costituzione impone a chi ha responsabilita’ pubbliche di “compiere ogni sforzo per ampliare le opportunita’ occupazionali, per rimuovere le cause degli squilibri tra territorio, per accrescere le conoscenze, gli investimenti necessari a uno sviluppo sostenibile. Si tratta di un dovere pubblico a cui non ci si puo’ sottrarre”. Sergio Mattarella interviene dal Quirinale nella giornata della festa dei lavoratori per pungolare il governo a dare il massimo per riempire di contenuti quei passaggi della Carta fondamentale che tutelano non tanto i lavoratori, ma quanti il lavoro non lo hanno. Troppi ancora, per il presidente della Repubblica che riconosce come gli ultimi dati Istat siano incoraggianti ma ancora insufficienti: “il tasso di occupazione registra in Italia un segno positivo ma e’ comunque a un livello che non ci puo’ soddisfare.

Il lavoro e’ carente in larghe aree del Paese. E le conseguenze di questa condizione sono gravi”, ha ricordato. Il vicepremier Luigi Di Maio, anch’egli al Quirinale per la tradizionale cerimonia del primo maggio, ascolta i messaggi del capo dello Stato e rilancia: “Il lavoro e’ la priorita’ del nostro governo ed e’ la vera emergenza del nostro Paese. Il nostro sforzo principale e’ creare lavoro stabile. Nei prossimi mesi lavoreremo al taglio del cuneo fiscale, in vista della prossima legge di bilancio”. Parole che vanno incontro alle preoccupazioni di Mattarella che mai come oggi e’ stato chiaro nel chiedere provvedimenti che vadano ad aiutare anche il lavoro dipendente, quello piu’ colpito dal prelievo fiscale. “Vanno approntati strumenti adeguati per guidare il cambiamento a favore della societa’, compresa la leva fiscale, visto che le tasse sui redditi da lavoro in Italia sono tra le piu’ alte dei Paesi sviluppati”. Un pacato botta e risposta tra il presidente e il ministro del Lavoro, attraverso il quale Mattarella indirizza al governo un richiamo a non perdere di vista le regole di base dell’economia. Un monito che ben fa capire quanto il capo dello Stato sia gia’ attento alle scelte che andranno fatte in autunno con la legge di Bilancio del 2020.

“C’e’ una congiuntura internazionale debole – premette Mattarella – ma in Italia si aggiunge il peso obiettivo del debito pubblico, che impone cura e attenzioni particolari per rafforzare la fiducia degli investitori, per tutelare il risparmio degli italiani, per tenere in equilibrio programmi di spesa e finanziamenti realistici”. Un monito a futura memoria all’esecutivo affinche’ tenga sin da oggi in dovuta considerazione “l’equilibrio” economico nelle scelte che da qui a pochi mesi andranno necessariamente fatte, tutte con la dovuta copertura finanziaria. Anche perche’ sulla portata delle scelte economiche dell’esecutivo incombe l’aumento dell’Iva, che il ministro del Lavoro ha assicurato non avverra’ neanche nella prossima legge di Bilancio. Mentre, ha annunciato Di Maio, questo sara’ l’ultimoprimo maggio senza il salario minimo.

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Allarme contagio, il Governo rinvierà le elezioni amministrative a dopo l’estate

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Massima prontezza a ulteriori strette, priorità assoluta l’accelerazione dei vaccini, primi passi nella rimodulazione del Recovery Plan: la fase due dell’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi percorre innanzitutto queste tre priorita’. E’ sempre l’allerta Covid a tenere altissima l’attenzione del presidente del Consiglio. Ed e’ un’allerta che, in un prossimo Cdm, potrebbe portare il governo a rinviare a dopo l’estate tutte le elezioni amministrative previste da qui a fine giugno: le Regionali in Calabria dell’11 aprile, le suppletive a Siena, le amministrative che si terranno in circa 1200 Comuni. Tra i quali metropoli come Roma, Milano, Napoli, Torino. Il rinvio è sul tavolo del titolare del Viminale Luciana Lamorgese. L’istruttoria e’ stata conclusa, manca il decreto legge necessario per concretizzare lo slittamento, che potrebbe cadere tra settembre e ottobre con l’ipotesi di una sola data per Regionali calabresi e Comunali. Servirebbe l’informale ok dei segretari dei partiti, si spiega in ambienti ministeriali. Il rinvio potrebbe fare meno comodo a quelle forze date dai sondaggi in costante ascesa. “Ma pensare a un voto e ai comizi che lo precedono, in un momento in cui si paventa una zona rossa nazionale sarebbe illogico”, spiega una fonte di maggioranza. E il tempo stringe. Per le Regionali in Calabria il governo deve varare il dl entro la meta’ di marzo. Per le amministrative entro la fine di aprile. Piu’ facile allora che si attui un rinvio “erga omnes” delle prossime tornate elettorali. Ci sono, inoltre, due appendici a rafforzare la possibile mossa del governo. La prima e’ la scuola: ulteriori rallentamenti del calendario a causa dell’organizzazione dei seggi andrebbero a danneggiare uno dei settori piu’ colpiti dalla pandemia. La seconda fa riferimento alle parole con cui il presidente Sergio Mattarella, annunciando il conferimento dell’incarico a Draghi, sottolineo’ il rischio epidemiologico di un ritorno al voto in primavera. Parole che un qualsiasi partito di maggioranza avrebbe difficolta’, con la curva dei contagi in ascesa, a contraddire. Il Recovery e il nodo vaccini sono i due dossier che, in una conversazione telefonica nel pomeriggio, Draghi affronta poi con la presidente della commissione Ue, Ursula von der Leyen. Un colloquio che cade in un momento in cui dai Paesi membri sale il pressing su Bruxelles e sull’Ema per accelerare la distribuzione e la produzione dei vaccini. L’exit strategy invocata da Matteo Salvini, quello dello Sputnik, non e’ contemplata dal governo italiano. “Non e’ solo geopolitica, e’ che le dosi sono poche”, spiega una fonte di governo. Ma la mossa di Austria e Danimarca di produrre vaccini in joint venture con Israele, quindi con un Paese Extra-Ue, non lascerebbe indifferente l’esecutivo. Roma, almeno per ora, vuole agire in piena sinergia con Bruxelles. Ma ogni passo falso dell’Ue puo’ costare caro. E il pressing di Roma si estende anche ad un altro nodo, quello dei migranti. “L esigenza di una gestione europea dei flussi migratori mirata a una maggiore proporzionalita’ tra responsabilita’ e solidarieta’ degli Stati Membri”, e’ infatti il terzo nodo che Draghi affronta con von der Leyen in vista dei prossimi Consigli europei.

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Braccio ferro su congresso del Pd, Zingaretti chiede lealtà

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Si inaspriscono i toni del confronto nel Pd, con le minoranze di Base riformista e dei “giovani turchi” che sollecitano il congresso entro l’anno, suscitando la reazione di Nicola Zingaretti che chiede “lealta’”, in un contesto che per il Nazareno sta diventando esageratamente conflittuale. Ad accendere gli animi anche le parole del segretario martedi’ sera alla Direzione del Pd del Lazio, in cui ha parlato di legge elettorale e alleanze, suscitando l’ira di Matteo Orfini, con una netta replica della segreteria. “Quello che sto leggendo e’ incredibile. Tutte le decisioni sulla gestione della crisi e la formazione del Governo Draghi – sottolinea Zingaretti – sono state prese collegialmente da organismi dirigenti unitari. Cosi’ come la condotta parlamentare in questi 3 anni e’ stata gestita da capigruppo che non avevano sostenuto questa segreteria. Una delle condizioni fondamentali dei rapporti politici e’ la lealta’ e il coraggio di assumersi le proprie responsabilita’”. Un riferimento ad Andrea Marcucci – sono convinti in molti – che anche martedi’ aveva chiesto il congresso. La necessita’ di Assise entro l’anno e’ stata ribadita anche da Stefano Ceccanti, in un lungo documento, quasi una mozione congressuale, che rilancia il profilo riformista delle origini. A surriscaldare i toni anche i commenti su quanto detto da Zingaretti martedi’ alla Direzione del Pd Lazio, che oggi ha votato in favore dell’alleanza con M5s, con l’ingresso dei pentastellati nella Giunta guidata dal leader Pd. Il segretario aveva osservato che l’alleanza potrebbe servire anche a livello nazionale se rimanesse in vigore l’attuale legge elettorale, dove il 35% dei seggi e’ assegnato in collegi maggioritari. Orfini lo ha accusato di fare “l’opposto” di quanto ha votato la Direzione nazionale confermando una settimana fa l’appoggio ad una legge proporzionale. In piu’ Orfini ha attaccato Zingaretti per quanto scritto da un quotidiano, per il quale il leader Dem avrebbe un accordo con Salvini sul maggioritario. In una nota la segreteria ha smentito l’asse con il leader della lega, ed ha controattaccato: “creare polemiche infondate, partendo da articoli di giornale, fa parte del degrado politico nel quale e’ precipitato il confronto interno del Pd contro il suo gruppo dirigente”. Un clima da assedio, dunque, che rende difficile arrivare serenamente all’Assemblea nazionale del 13 marzo, dove Zingaretti dovra’ decidere se offrire il posto da vicesegretaria ad una esponente della minoranza interna o ad una della propria magigroanza. In ogni caso l’alleanza tra Pd e M5s nella Regione guidata dallo stesso Zingaretti, suscita nervosismo in quanti tra i Dem sono scettici su questo legame. Patrizia Prestipino, coordinatrice di Base RIformista nella Capitale ha chiesto un congresso non solo a livello nazionale ma anche a livello Regionale e cittadino, visto che le precedenti Assise escludevano questo scenario. Nonostante Zingaretti abbia esplicitato che tale alleanza non si trascini poi sui Comuni, il pensiero tra i Dem va a Roma, dove il Pd ha sempre osteggiato Virginia Raggi. Un Pd che dovesse convergere su Raggi preoccupa non solo Base Riformista e i “giovani turchi” ma anche esponenti di altre aree che guidano i Municipi in mano al Pd. Di qui il suggerimento di alcuni parlamentari a lavorare con i vertici di M5s per un passo indietro dell’attuale sindaca e una candidatura al Campidoglio del segretario Dem, con il Pd nazionale che a quel punto non terrebbe un normale congresso bensi’ una vera e propria nuova Costituente, Costituente richiesta da Giorgio Tonini e Roberto Morassut. Un scenario definito da “fantapolitica” da diversi esponenti della segreteria.

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Alta tensione nel M5s, timori per accentramento Conte

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Passato il clamore e l’entusiasmo per l’adesione di Giuseppe Conte al Movimento e il battesimo officiato da Grillo per offrire il suo nome sull’altare della leadership pentastellata, il M5s affronta ora le conseguenze che questa scelta, un po’ affrettata e lontana dai protocolli delle forze politiche, sta imponendo al mondo pentastellato. Il progetto di rifondazione annunciato da Conte, al di la’ dei buoni propositi di rilancio ed innovazione della proposta politica, inizia infatti a suscitare qualche dubbio. Soprattutto nella parte, mai smentita, di voler azzerare gli organismi di rappresentanza di cui il Movimento, dopo un anno di preparazione degli Stati generali, si sta per dotare. Per arrivare, invece, ad una sorta di diarchia Conte-Luigi Di Maio che potrebbe poi tramutarsi, in vista delle future elezioni e una volta archiviata l’esperienza Draghi, ad un “tridente” anche con Alessandro Di Battista, il front-man delle piazze che la nuova dirigenza spera di poter recuperare. Non sono, dunque, solo le critiche al “caminetto” che, “senza alcun mandato della base”, ha deciso la svolta. E’ la sostanza della scelta di tornare ad affidare le redini del partito ad una “oligarchia”, come qualcuno gia’ la chiama, che impensierisce una parte del M5s. I dubbi sono emersi anche in occasione dell’assemblea dei gruppi. “C’e’ bisogno di un cambiamento” e l’ex premier “ci proporra’ un progetto”, annuncia Crimi cercando di smorzare le polemiche e assicurando come, finora, “nessuna decisione e’ stata assunta”. A porre la questione arriva pero’ l’intervento del senatore Primo Di Nicola che tuona, appunto, contro i “caminetti” convocati all’insaputa di tutti per decidere le sorti di un partito che invece si batte per una democratizzazione della sua organizzazione interna: “Mi auguro che voi non crediate ad una sola delle parole che avete detto” dice rivolto a Crimi e ai capigruppo. Lo sfogo segnala un malessere gia’ emerso nei giorni scorsi in Parlamento. Anche Luigi Gallo, esponente della vecchia ala ortodossa dei 5 stelle, evidenzia il problema. “Io spero in un processo democratico. E’ un’ esigenza emersa negli Stati Generali che hanno visto la partecipazione di 8 mila persone, in cui tutti hanno convenuto che il M5s ha bisogno di fortificare i processi di democrazia interna. Non e’ piu’ possibile continuare ad affidarci ad una democrazia ‘infantile'” dice il deputato che tuttavia assicura: “Io mi fido di Conte: credo che abbia capito”. Altra questione ormai divenuta bollente e’ quella del rapporto con Rousseau: “Bisogna decidere che fare, ci sono state ingerenze”, ammette Crimi in assemblea mentre si attende a breve anche una convocazione degli iscritti per votare sull’ingresso nella giunta laziale del M5s, con tutte le conseguenze che questa portera’ anche sul contestatissimo processo che portera’ per le candidature al Campidoglio. Ma la “tabula rasa” che la futura dirigenza intende portare avanti, include anche le relazioni con Davide Casaleggio, da “liquidare” con un assegno da circa 500 mila euro. Per poi ripensare tutta la comunicazione del Movimento, con altri strumenti, che decidera’ Rocco Casalino, che sara’ della partita. Intanto mentre tutti si chiedono che fine fara’ il dogma del tetto ai due mandati, restano le espulsioni. Al momento, resta la linea dura. Nessun reintegro, a meno che, in futuro, non dimostrino di aver cambiato idea. “A quel punto valuteremo”, e’ lo spiraglio aperto da Crimi. Anche se i ribelli, compresa Barbara Lezzi, procedono con i ricorsi: in Parlamento e in sede civile, dove chiederanno anche un’azione di risarcimento per “danni morali, di immagine ed esistenziali”.

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