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Politica

Martedì la manovra. Primo braccio di ferro sul Reddito di cittadinanza

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Rivedere il reddito di cittadinanza: basta un piccolo rifinanziamento – 200 milioni per arrivare alla fine dell’anno – ad accendere lo scontro nella maggioranza, con il primo braccio di ferro in attesa di combattere la ‘battaglia’ vera sui 22-23 miliardi della prossima manovra. La lite si consuma prima e dopo il Consiglio dei ministri che da’ il via libera al decreto fiscale – che ha inglobato anche la stretta contro le morti bianche – e rischia di riproporsi di qui a martedi’ quando il governo dovrebbe varare il Dpb da mandare a Bruxelles e la legge di Bilancio. “Non si risparmia sulla vita dei lavoratori”, il messaggio “inequivocabile” che il governo da’ con il nuovo pacchetto di misure sulla sicurezza sul lavoro, dice con “soddisfazione” il presidente del Consiglio Mario Draghi, che ha fortemente voluto l’intervento dopo averlo condiviso in due diverse occasioni con i sindacati. “Nei mesi scorsi abbiamo assistito a un numero inaccettabile di morti. Come governo, ci siamo impegnati a fare tutto il possibile”, dice il premier, ringraziando il ministro del Lavoro e le Regioni “per il confronto costante e costruttivo”. A dire il vero qualcosa si inceppa, in mattinata, sulla linea Orlando-Fedriga, portando a un ritardo del Cdm di circa due ore: i governatori non hanno gradito l’invio solo all’ultimo minuto di misure, come quelle sui controlli da parte di Ispettorato del lavoro e Asl, che sconfinano quindi nelle loro competenze. Incidente rientrato solo dopo una convocazione d’urgenza, nel corso della quale, con la mediazione del ministro Mariastella Gelmini, si e’ raggiunta una intesa di massima, che prevede un coordinamento congiunto delle verifiche contro le irregolarita’ e il lavoro nero. Il Cdm da’ quindi il via libera al decreto ma subito dopo il confronto tra i ministri sul Reddito si trasforma in scontro: dai racconti dei partecipanti durante il Cdm il dibattito c’e’ ma e’ pacato ed e’ incentrato in particolare sulla necessita’ – condivisa dal premier – di rivedere le politiche attive. Anche perche’, avrebbe ricordato il capodelegazione M5S Stefano Patuanelli, senza il reddito durante la pandemia “sarebbe esplosa la tensione sociale”. Ma a riunione finita i leghisti puntano il dito contro il rifinanziamento che avviene, a loro dire, “levando risorse” ad altre misure (Reddito di emergenza, Ape social, congedi parentali). Una scelta che in Cdm Giorgetti definisce “beffarda”, perche’ si sottraggono soldi a “chi ha lavorato duramente per una misura simile”, per poi dire che e’ “inaccettabile”, chiedendo che si cambino le coperture. Tutte falsita’, “glielo spieghiamo con un disegnino”, ribattono dal Movimento, ricordando che si tratta di uno spostamento di risorse “che non incide in alcun modo” sul funzionamento di quelle misure, che erano state sovrastimate. Un concetto che avrebbe spiegato anche il ministro dell’Economia Daniele Franco, ricordando che si tratta di “fondi in avanzo non utilizzati” spostati su altri capitoli. Un meccanismo peraltro spesso utilizzato durante l’emergenza Covid, quando, soprattutto all’inizio, era difficile prevedere con esattezza le effettive necessita’ di sostegno per le varie categorie. Sono proprio gli effetti della pandemia ad avere ampliato la platea che ha richiesto il beneficio, richiedendo in totale 1,2 miliardi di risorse aggiuntive quest’anno: per il 2022 il quadro dovrebbe migliorare e quindi potrebbe non rendersi necessaria una ulteriore iniezione di risorse mentre servira’ rivedere lo strumento sul fronte delle politiche attive, a maggior ragione di fronte alla transizione ecologica in atto che creera’ squilibri nel mondo del lavoro, come avrebbe ribadito Draghi ricordando che la sede per discuterne sara’ la manovra. Tutti concordano che le politiche attive vadano ripensate – i partiti, Confindustria, il ministro Orlando – ma sulla ricetta si e’ ancora lontani dal trovare un’intesa tra chi preme per ridimensionare lo strumento – Lega e Fi, ma anche Italia Viva – e chi anzi lo vorrebbe potenziare. Lunedi’ ci sara’ probabilmente il secondo round con una nuova cabina di regia, quando si dovranno fare le scelte su taglio delle tasse e pensioni, due capitoli che da soli (tra i 6 e gli 8 miliardi il calo dell’Irpef e circa 5 la previdenza) assorbiranno piu’ di meta’ della manovra.

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Politica

Corsa al Quirinale, sondaggio Euromedia: Draghi, Berlusconi e Cartabia tra i papabili per i dopo Mattarella

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E’ il presidente del Consiglio, Mario Draghi, il più votato come successore del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, secondo un sondaggio di Euromedia Research sulla “Corsa al Quirinale”. L’istituto di ricerca guidato da Alessandra Ghisleri, ha chiesto a un campione di mille persone chi desidererebbe al Quirinale per il prossimo settennato. Con il 14,2% l’attuale premier è risultato il più votato. Al secondo posto, con il 12%, Silvio Berlusconi. Sul podio anche un nome femminile, quello di Marta Cartabia, attuale ministro della Giustizia, al terzo posto del gradimento con il 10,3%. Il 7,5% degli intervistati vedrebbe bene al Colle Romano Prodi, che si piazza al quarto posto prima di un’altra donna, Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato, con il 7,3%. Seguono, Paolo Gentiloni, commissario europeo per gli Affari Economici, al 6,8%, Gianni Letta con il 5,7%, l’ex presidente della Camera Pierferdinando Casini al 4,4%. L’ex ministro degli Esteri Emma Bonino è al 4%, l’ex sindaco di Roma Walter Veltroni raggiunge il 3,6%, l’ex presidente del Senati Marcello Pera il 3%. Dario Franceschini, ministro della Cultura, è al 2,6%. Il presidente del M5S Giuseppe Conte è all’2,1%, l’ex presidente del Consiglio, Giuliano Amato all’1,2%. C’è un 1,5% che ha indicato altri nomi e un 13,8% che non si è pronunciato sul prossimo presidente della Repubblica. Il sondaggio è stato realizzato il 24 novembre su base nazionale.

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Economia

Miniproroga cartelle, 9 giorni in più per pagare

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Un po’ piu’ di tempo per chi e’ in debito con l’Agenzia delle entrate, ma e’ una mini proroga. Il governo ha intenzione di intervenire sulla “rottamazione ter” delle cartelle di pagamento, facendo slittare dal 30 novembre al 9 dicembre il termine ultimo per saldare le rate in scadenza nel 2020 e 2021. La misura dovrebbe entrare a far parte del decreto fiscale all’esame delle commissioni Finanze e Lavoro del Senato, atteso in Aula alla meta’ della prossima settimana. La proposta del governo non rispecchia le richieste dei partiti: Lega, Pd e Forza Italia avevano presentato emendamenti per un rinvio almeno al 31 dicembre. FdI per andare anche oltre, quando sara’ finito lo stato di emergenza. “Non possiamo prendere in giro i contribuenti – ha protestato la senatrice azzurra Roberta Toffanin – Con un ordine del giorno, appoggiato dalle commissioni Finanze e Lavoro e anche dall’opposizione, impegneremo il governo affinche’ riprogrammi la scadenza con la Legge di Bilancio”. Anche per una questione di risorse, andare oltre il 2021 non sara’ semplice. Col termine al 9 dicembre (che, considerati i 5 giorni di tolleranza, di fatto diventa il 14) “si riesce a ottenere il versamento entro l’anno – ha spiegato la sottosegretaria all’Economia, Cecilia Guerra – e quindi la misura non deve essere coperta” da nuovi stanziamenti. In ogni caso, ha aggiunto la sottosegretaria, “il tema posto dai partiti con l’ordine del giorno verra’ preso in seria considerazione”. La stessa tempistica della rottamazione ter riguarda il “saldo e stralcio” delle cartelle, ossia la riduzione dei pagamenti dovuti da contribuenti che dimostrino di essere in grave difficolta’ economica. “Prorogare di dieci giorni rottamazione, stralcio e saldo, acconti di Irpef, Irap, Ires, delle addizionali e imposte sostitutive e’ una timida carezza laddove servirebbe una forte iniezione di fiducia”, ha dichiarato la capogruppo di Forza Italia al Senato Anna Maria Bernini. Sembra invece sulla via dell’approvazione in commissione la “correzione” alla norma approvata con il decreto Infrastrutture che ha limitato la portata dei tir per i trasporti eccezionali e che rischia – secondo Confindustria – di “fermare il Paese” con “il rallentamento delle consegne di materiali alle industrie meccaniche, alle costruzioni, alla manifattura” e conseguente “blocco degli impianti produttivi”. Un altro intervento potrebbe riguardare le norme introdotte dal decreto fiscale al Patent box, ovvero alla tassazione agevolata sui redditi che le imprese producono grazie all’uso di software protetti da copyright o di brevetti industriali. Secondo le aziende, la nuova versione della misura rischia di creare confusione e incertezze. Il governo sarebbe quindi orientato a rimodulare le norme per garantire che non ci siano interventi retroattivi sulle agevolazioni ottenute dalle imprese per l’anno 2020 e per fare si’ che la maxi deduzione introdotta col nuovo decreto fiscale sia cumulabile agli altri incentivi per la ricerca e lo sviluppo. In piu’, l’obiettivo sarebbe quello di fare in modo che le imprese possano recuperare i costi spesi nel caso in cui siano arrivate ad ottenere un nuovo brevetto. In base al programma di Palazzo Madama, martedi’ l’Aula dovrebbe cominciare a discutere il decreto fiscale. L’andamento dei lavori lascia pero’ presagire uno slittamento a mercoledi’. I lavori in commissione dovrebbero terminare infatti lunedi’ sera: degli oltre 300 emendamenti, un terzo dovrebbe essere bocciato per mancanza di coperture, un terzo dovrebbe essere ritirato e l’altro terzo votato. Fra i temi che le commissioni dovranno affrontare c’e’ anche quello proposto con un emendamento dal leader della Lega, Matteo Salvini, per introdurre un bonus per i genitori separati che non riescono a pagare l’assegno di mantenimento a figli o ex coniugi, dopo la crisi Covid. La norma, che in un primo momento era stata dichiarata inammissibile, e’ stata riammessa dal presidente del Senato Elisabetta Casellati. (

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Politica

Draghi e Macron firmano davanti a Mattarella il “Trattato del Quirinale”: così si rafforza la sovranità Ue

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Roma – Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con il Presidente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron e il Presidente del Consiglio Mario Draghi, al termine dell’incontro per la firma del “Trattato per una cooperazione bilaterale rafforzata” 
(Foto di Paolo Giandotti – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

“La nostra sovranità, intesa come capacità”di indirizzare il futuro come vogliamo noi, può rafforzarsi solo attraverso una gestione condivisa delle sfide comuni. Vogliamo favorire e accelerare il processo di integrazione europea” ha detto Mario Draghi, il premier italiano, nella conferenza stampa con il presidente francese,”Emmanuel Macron,”dopo la firma del Trattato del Quirinale. “Per essere sovrani – spiega Draghi – occorre che l’Europa sappia proteggersi, sappia difendere i propri confini, bisogna creare una vera difesa europea. Questo trattato aiuta questa difesa europea che naturalmente è complementare alla Nato, non è sostitutiva: un’Europa più forte, fa la Nato più forte. Questo è uno dei primi e più fondamentali passi verso cui è diretto questo trattato”. “Voglio ringraziare il Presidente Macron per l’appoggio dato all’Italia durante la nostra presidenza del G20. La Francia può contare sul pieno sostegno dell’Italia nell’imminente semestre di presidenza dell’Unione Europea” ha detto Draghi.

Con il Trattato del Quirinale “creeremo una visione geopolitica comune: condividiamo la visione europea e internazionale”, contribuiremo a costruire una “difesa europea comune piu’ forte che contribuisca alla Nato, avremo una cooperazione rafforzata nellla lotta contro le migrazioni illegali e i trafficanti, per proteggere le frontiere esterne dell’Europa” ha spiegato il presidente francese Emmanuel Macron, emozionato e anche molto grato per l’accoglienza ricevuta in ogni palazzo della politica romana, prima, durante e dopo la firma del Trattato del Quirinale. Ma che cos’è questo trattato?

Un lungo preambolo e 12 articoli, con altrettanti capitoli di cooperazione tra Italia e Francia. E’ lungo 14 pagine il Trattato del Quirinale firmato questa mattina dal premier Mario Draghi e dal presidente francese Emmanuel Macron. Nel preambolo si afferma tra l’altro “l’obiettivo di un’Europa democratica, unita e sovrana per rispondere alle sfide globali che le Parti si trovano ad affrontare; riaffermando a questo proposito l’impegno comune ad approfondire il progetto europeo in linea con la responsabilita’ condivisa quali Paesi fondatori, nel rispetto dei valori dell’Unione e del principio di solidarieta’”. I capitoli del trattato vanno dagli affari esteri, la sicurezza e difesa, alla cooperazione economica, industriale e digitale. E ancora: politiche migratorie, giustizia e affari interni, istruzione, spazio, sviluppo sociale, alla cultura e i giovani, la cooperazione transfrontaliera. Insomma un trattato che sancisce non solo l’amicizia tra i due Paesi e popoli ma che rilancia anche la cooperazione in ogni ambito tra Francia e Italia dopo un passato recente di difficili, per non dire burrascosi rapporti diplomatici. Lo ricorderete, erano i tempi del primo Governo conte e dei ministri Salvini e Di Maio che in politica estera annegano le loro difficoltà interne. E con la Francia, all’epoca, arrivammo addirittura al ritiro dell’ambasciatore francese da Roma. Per fortuna ora la situazione è eccellente.

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