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Maradona, la “Mano de D10s” ha cambiato la storia del calcio

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Ho aspettato prima di scrivere, sperando che il senso di abbandono si quietasse per evitare che le parole fossero accecate dal dolore. Sento parlare dell’uomo Maradona e del 10 calciatore. È tutto sbagliato. Diego non era un uomo e non era un calciatore.


Maradona era un politico, un manifesto, era un popolo, era un’idea, era vento di popoli.
Per capirlo bisogna conoscere la storia. È necessario tornare indietro al 1982 quando le forze navali Britanniche aggredivano, su ordine della Iron Lady Margaret Thatcher, la resistenza civile argentina nel conflitto famoso come Guerra delle Malvinas (o Falkland nella connotazione inglese).
Fu un conflitto cruento e terribile, in cui morirono centinaia di giovani argentini, che sacrificarono la loro vita per una causa patriottica contro l’oppressione coloniale nel pieno di una spaventosa crisi economica e sociale del paese.
Il 14 giugno 1982 quando il conflitto terminava e le truppe inglesi issavano l’Union Jack nella capitale delle isole, Port Stanley, ‘nasce’ Diego Armando Maradona, che per 4 anni esatti pensa, costruisce, matura e pianifica dentro di sé una guerra personale, quella che disputerà nel mondiale di Messico ’86, quando da solo (l’albiceleste non era una squadra) affronta la compagine inglese.

Il 22 giugno del 1986 Diego diventa Paese e politica, indipendenza e libertà, guerra e pace. Quel pomeriggio afoso i suoi occhi sono colmi delle lacrime delle donne argentine, nelle vene scorre il sangue versato dai compatrioti, i suoi muscoli sono le gambe di una nazione in cammino.
Maradona userà l’unica arma che conosce, la palla, per portare a termine quello che ha pianificato dentro al cuore per 4 lunghi anni. Quella non fu una partita, fu una vendetta.
Quando si guarda il gol più bello della storia, quel minuto 55 in cui cambiò la storia del calcio, dell’Argentina e di tutti noi, Maradona svolge esattamente il compito che aveva pianificato, passo dopo passo, respiro dopo respiro, metro dopo metro. Non ci fu improvvisazione, il talento immenso fu al servizio di un’opera più grande, studiata nei particolari notte dopo notte. Diego li voleva dribblare tutti, li voleva battere, umiliare, far cadere. Arrivato in area avrebbe potuto calciare comodamente sul palo lungo con palla sul sinistro, ma lui l’aveva organizzata diversamente, tutti fino al portiere dovevano essere sconfitti da un bassetto argentino, scuro, accigliato, nato dalla miseria.

Omaggi, tributi e candele in onore di Diego Armando Maradona fuori ai cancelli dello stadio San Paolo, che sarà ribattezzato con il nome del fuoriclasse argentino, a Napoli.
Ph. Mario Laporta/KONTROLAB

Allora vorrei dire che è tanto inutile parlare di un uomo e dei suoi vizi, dei suoi errori, delle fragilità. È inutile come contestare alle divinità Greche le loro gelosie, le avidità, i dispetti e le presunzioni che sono alla base di tutta la mitologia antica e che li avvicinavano ai nostri limiti terreni.
Diego Maradona è stato un Dio pagano, fatto delle debolezze umane in cui ci specchiamo tutti noi e in cui si riflettono gli orrori delle nostre vite.
Quanto maggiori sono le colpe che portiamo nel cuore più grande sarà il disagio che proveremo nel ricordare quella idea rivoluzionaria che è stato e sarà sempre Diego Armando Maradona.
Hasta siempre.

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Napoli stanco e confuso, il Verona vince solo con la grinta: 3 a 1

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Vittoria del Verona in rimonta: 3-1 al Napoli. Nonostante il gol lampo di Lozano, la squadra di Gattuso è apparsa stanca, sconclusionata, fuori forma. Con il passare dei minuti il Napoli è capitolato sotto i colpi di Dimarco, Barak e Zaccagni. Occasione persa per gli azzurri che avevano l’opportunità di accorciare dalla vetta della classifica: i partenopei restano invece fermi a quota 34 punti scivolando al sesto posto, l’Hellas dal canto suo torna a sognare la zona Europa issandosi a 30. Neanche il tempo del fischio d’inizio che il Napoli sblocca subito il risultato del Bentegodi: lancio di Demme, con Lozano che insacca dopo appena 9 secondi di gioco (secondo gol più veloce della storia della Serie A). Il messicano fa 1-0 approfittando di uno svarione di Dimarco per battere un incolpevole Silvestri. La squadra di Gattuso prova ad insistere pochi istanti più tardi, cogliendo nuovamente di sorpresa una stranamente disattenta retroguardia dell’Hellas: questa volta il suggerimento di Zielinski per Lozano è però fuori misura, con gli scaligeri che si salvano in qualche modo. Dopo lo shock iniziale l’Hellas prova a farsi vedere al 10′, ma Zaccagni viene murato da Maksimovic prima di calciare da buona posizione. E’ ancora il Napoli nella fase centrale della prima frazione a farsi vedere di più, sfiorando il bis al 25′ con Demme che è bravo ad inserirsi dopo la sponda di Petagna: miracoloso il riflesso di Silvestri sul primo palo.

Con il passare dei minuti l’Hellas si scrolla da dosso le incertezze iniziali, trovando l’1-1 proprio con Dimarco: al 34′ la difesa del Napoli si addormenta, lasciando spazio all’inserimento del difensore scaligero che tutto solo riporta la gara in parità. I ritmi restano elevati fino all’intervallo, con Meret che salva su Lazovic e Lozano che non inquadra l’incrocio sull’ennesima ripartenza della sua gara. Nel secondo tempo la velocità del gioco diminuisce, con i due allenatori che provano a pescare forze fresche dalla panchina: Juric inserisce Magnani e Di Carmine, mentre Gattuso getta nella mischia Mertens al posto di uno spento Insigne.

Le scelte premiano i padroni di casa che al 61′ la ribaltano: imbeccata di Zaccagni per Barak che supera la blanda pressione di Bakayoko insaccando il 2-1 da posizione angolata. Gattuso decide allora di giocarsi le carte Politano e Osimhen, con il nigeriano che ritorna in campo dopo quasi tre mesi di assenza. La reazione del Napoli è però confusionaria e porta solo ad un tiro-cross del solito Lozano che si spegne sul fondo. Il Verona invece si dimostra squadra solida e con le idee chiare, calando il tris che chiude i conti al 79′: ci pensa Zaccagni di testa a spingere in rete il pallone morbido di Lazovic. Il Napoli non ha la forza di reagire ed alza bandiera bianca, incassando un’altra sconfitta pesante dopo quella in Supercoppa contro la Juventus.

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Tennis, Murray non va agli Australian Open per il Covid: sono devastato

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Andy Maurray non ci sara’. Il suo debutto stagionale agli Australian Open salta definitivamente. Il 33enne britannico aveva programmato di volare a Melbourne la scorsa settimana, ma non ha potuto viaggiare su un charter dopo essere stato scoperto con il Covid. Il tennista era asintomatico e ora e’ fuori dall’isolamento, ma trovare un modo per recarsi in Australia e poi entrare in quarantena prima dell’inizio del torneo l’8 febbraio si e’ rivelato troppo difficile. Murray, cinque volte in finale agli Aus Open senza pero’ mai vincere, proprio a Melbourne annuncio’ due anni fa che si ritirava a causa di un insopportabile dolore all’anca. Ma poi si e’ fatto operato e ha ripreso a giocare, rinviando l’addio alla racchetta. Per la mancata partecipazione agli Aus Open Murray si e’ detto “devastato”. “Abbiamo discusso costantemente con la federazione australiana per cercare una soluzione che consentisse una qualche forma di quarantena praticabile, ma non siamo riusciti a trovarla – ha postato sui social il tennista. Voglio ringraziare tutti per i loro sforzi, sono devastato di non giocare in Australia: e’ un paese e un torneo che amo”.

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La Juventus non sbaglia, 2-0 al Bologna: ora la vetta è più vicina

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Le milanesi steccano, la Juventus no: i bianconeri voltano pagina riscattando la sconfitta di San Siro contro l’Inter e proseguono sulla strada tracciata dopo il trionfo di Reggio Emilia in Supercoppa. Il 2-0 contro il Bologna e’ firmato dai centrocampisti Arthur e McKennie, ora il Milan e’ a sette punti e l’Inter a cinque, ma c’e’ sempre da recuperare la sfida contro il Napoli per chiudere il girone di andata. La Juve di Reggio Emilia ha superato l’esame, cosi’ Pirlo ne conferma dieci su undici: l’unica novita’ e’ Bernardeschi, autore al Mapei Stadium di un grande secondo tempo, al posto dell’acciaccato Chiesa, e Kulusevski spedisce Morata nuovamente in panchina. E, con De Ligt guarito dal Covid-19 e a disposizione, gli unici rimasti in infermeria sono Dybala e Alex Sandro, l’ultimo positivo rimasto. Per Mihajlovic e’ quasi un derby, tre anni fa venne esonerato dal Toro dopo la sfida di coppa Italia proprio allo Stadium: sceglie Barrow e non Palacio, poi ci sono gli ex granata De Silvestri e Soriano. I bianconeri giocano i primi cinque minuti in 10 con Bentancur toccato duro da Soriano, nonostante l’inferiorita’ numerica partono meglio del Bologna e protestano per un contatto in area Cuadrado-Vignato. Il gol arriva al 15′, Arthur segna la prima rete in Italia: il brasiliano carica dalla distanza e scivola mentre calcia, ma trova la deviazione di Schouten che mette fuori causa Skorupski.

I rossoblu sono fin troppo passivi e le poche ripartenze in velocita’ di Orsolini e Barrow non creano pericoli, la Juve si divora almeno tre palle gol: la piu’ clamorosa e’ quella di Bernardeschi, che centra il portiere polacco dopo la respinta su Ronaldo. I ragazzi di Pirlo non la chiudono e vanno all’intervallo sull’1-0, Mihajlovic decide di togliere De Silvestri per Soumaoro, facendo traslocare Tomiyasu sulla destra, e Sansone per l’ammonito Vignato. La sua squadra si scuote, Szczesny entra in partita a inizio ripresa: miracoloso l’intervento sul colpo di testa di Cuadrado verso la sua porta, attento a deviare la conclusione di Orsolini e fortunato che Sansone manchi la ribattuta. E’ nel momento migliore del Bologna, pero’, che la Juve trova il raddoppio: un altro centrocampista, McKennie, firma il 2-0 con un colpo di testa sul corner di Cuadrado. Szczesny riesce a mantenere inviolata la propria porta a un mese dall’ultima volta, per Ronaldo invece e’ il secondo digiuno consecutivo in campionato. Il Bologna resta a distanza di sicurezza dalla zona retrocessione, sabato prossimo Mihajlovic ospitera’ il Milan e Pirlo andra’ a Genova, sponda Sampdoria, senza lo squalificato Kulusevski.

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