Salute
Malati cronici, il costo della salute pesa sulle famiglie: uno su tre rinuncia a vacanze e spese importanti
Le malattie croniche pesano sempre di più sulle famiglie: il 37% rinuncia a vacanze o acquisti per pagare visite ed esami. Cresce il ricorso alla sanità privata.
Le malattie croniche hanno un impatto sempre più significativo sui bilanci familiari. Secondo un’indagine realizzata da Nomisma per l’Osservatorio Sanità di UniSalute, il 37% delle persone affette da patologie croniche ha rinunciato nell’ultimo anno a vacanze, cene fuori o acquisti importanti pur di sostenere i costi di visite mediche ed esami.
Il dato evidenzia come la gestione continuativa di queste patologie comporti una pressione economica crescente per molti cittadini, spesso costretti a ridefinire le proprie priorità di spesa per garantire la continuità delle cure.
Visite frequenti e ricorso alla sanità privata
La necessità di controlli costanti è uno dei principali fattori che incide sul budget delle famiglie. Nel 40% dei casi, infatti, il monitoraggio delle malattie croniche richiede visite specialistiche regolari.
Quasi la metà delle persone coinvolte nell’indagine, il 46%, ha dichiarato di aver effettuato numerose visite specialistiche negli ultimi dodici mesi, spesso anche più di quattro, perché previste nel proprio percorso di cura. Proprio per la difficoltà di rinviare questi controlli, molti pazienti si trovano costretti a sostenere costi significativi tra esami diagnostici e farmaci.
In questo contesto cresce anche il ricorso alla sanità privata: il 38% di chi ha dovuto effettuare visite o esami specialistici per patologie croniche si è rivolto almeno in parte a strutture private.
Controlli ridotti per costi e liste d’attesa
Non tutti i pazienti riescono però a sostenere il peso economico delle cure. Il 13% delle persone intervistate ha dichiarato di aver ridotto il numero delle visite negli ultimi dodici mesi.
La principale motivazione riguarda il costo delle prestazioni, indicato dal 40% del campione. Un altro elemento rilevante è rappresentato dai tempi di attesa del sistema sanitario pubblico, segnalati dal 46% di chi ha ridotto controlli ed esami.
A questi fattori si aggiunge la necessità di assistenza da parte di familiari o altre persone per quasi un paziente su quattro, pari al 22%, una condizione che contribuisce ad aumentare ulteriormente le spese legate alla gestione della malattia.
Le patologie croniche più diffuse
Tra le patologie croniche più diffuse emergono l’ipertensione arteriosa, che riguarda il 44% dei pazienti coinvolti nell’indagine, seguita da osteoporosi e artrosi con il 32%.
Il diabete interessa il 28% del campione, mentre le malattie cardiovascolari coinvolgono il 27% delle persone intervistate.
Telemonitoraggio ancora poco diffuso
In uno scenario segnato da costi elevati e controlli frequenti, una possibile risposta può arrivare dai servizi di telemonitoraggio sanitario. Nonostante il loro potenziale, questi strumenti restano ancora poco utilizzati.
Solo l’8% dei pazienti affetti da patologie croniche dichiara di utilizzarli. Tuttavia, tra chi li adopera, l’89% riconosce l’utilità di questi servizi nel monitoraggio della propria condizione di salute.
Il principale ostacolo alla diffusione sembra essere la scarsa conoscenza: il 58% degli intervistati afferma di non conoscere affatto questi strumenti, spesso semplicemente perché non sono mai stati consigliati da medici o operatori sanitari.
Esteri
Medio Oriente, allarme Oms: attacchi agli ospedali e crisi sanitaria per milioni di persone
L’Oms lancia l’allarme sulla crisi sanitaria in Medio Oriente: attacchi agli ospedali, milioni di sfollati e sistemi sanitari sotto pressione.
Medio Oriente, allarme Oms: attacchi agli ospedali e crisi sanitaria per milioni di persone
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Oms: sanità sotto attacco nel conflitto
L’Organizzazione mondiale della sanità lancia un nuovo allarme sulle conseguenze sanitarie della crisi in Medio Oriente, mentre i negoziati tra Stati Uniti e Iran restano in stallo e la riapertura dello Stretto di Hormuz si allontana.
Nel suo ultimo rapporto, aggiornato al 15 aprile, l’Oms segnala attacchi ripetuti a strutture sanitarie e gravi difficoltà operative nei sistemi di assistenza.
Attacchi a ospedali e personale sanitario
Dall’inizio dell’escalation, in Libano si registrano 133 attacchi contro strutture sanitarie, con 88 operatori uccisi e 206 feriti.
In Iran si contano 24 attacchi e 9 decessi, mentre in Israele sei strutture sono state colpite senza vittime.
Un quadro che evidenzia la crescente esposizione di ospedali e personale medico, nonostante le tutele previste dal diritto internazionale.
Milioni di sfollati e sistema sanitario sotto pressione
Il conflitto ha prodotto un impatto massiccio sulla popolazione. In Iran si contano circa 3,2 milioni di sfollati, oltre 32 mila feriti e più di 2.300 morti.
In Libano gli sfollati superano il milione, mentre in Israele si registrano centinaia di feriti e decine di vittime.
Questi numeri si traducono in un sovraccarico dei sistemi sanitari, già fragili e ora messi a dura prova dalla carenza di risorse.
Carburante e servizi essenziali in crisi
L’aumento dei prezzi dei carburanti ha generato effetti a catena anche sul funzionamento delle strutture sanitarie.
L’Oms segnala difficoltà nel trasporto dei pazienti, problemi nella conservazione dei farmaci e interruzioni nei servizi essenziali. In contesti come Gaza e Cuba, la carenza di carburante compromette direttamente l’operatività degli ospedali.
Rischi sanitari e ambientali
Oltre ai traumi diretti, emergono rischi più ampi: interruzione delle cure per malati cronici, aumento dei disturbi mentali, difficoltà nell’assistenza al parto e accesso limitato ai servizi igienico-sanitari.
L’Oms segnala anche possibili rischi radiologici, chimici e ambientali, con conseguenze potenzialmente durature.
Appello alla comunità internazionale
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha richiamato i leader mondiali al rispetto del diritto internazionale, sottolineando che la protezione delle strutture sanitarie rappresenta un obbligo universale.
L’agenzia invita a mantenere alta la prontezza operativa, avvertendo che un ulteriore deterioramento della situazione potrebbe aggravare una crisi sanitaria già di proporzioni globali.
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