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Mafia, la condanna del boss Alfonso Caruana è definitiva dopo 26 anni

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La procura di Torino vince la partita contro il boss dei due mondi. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di Alfonso Caruana, uno dei pezzi da novanta della criminalita’ organizzata internazionale secondo gli inquirenti, contro la condanna a diciotto anni di carcere per narcotraffico pronunciata nel 2019 dalla Corte d’appello subalpina. Viene scritta a Roma, cosi’, la parola fine a una dura e tormentata vicenda giudiziaria, il cui inizio puo’ essere fatto risalire addirittura al secolo scorso. Caruana, 74 anni, originario di Castelvetrano (Trapani), e’ considerato uno dei capi del clan mafioso dei Caruana-Cuntrera. Il soprannome di boss dei due mondi gli e’ stato cucito addosso per le attivita’ che ha svolto nel continente americano, dove ha vissuto per gran parte della sua vita. In Canada, dove ha preso la cittadinanza, risulta essere approdato nel 1968 con 87 dollari in tasca dicendo di essere elettricista, come sostiene chi ne ha compilato la biografia. A Torino e’ stato coinvolto in uno dei maggiori processi mai allestiti contro il narcotraffico: l’operazione Cartagine, nata nel 1994 dopo il sequestro, a Borgaro – una cittadina alle porte del capoluogo piemontese – di un tir con cinque tonnellate di cocaina provenienti dal Sudamerica. L’inchiesta porto’ alla condanna di decine di personaggi legati alla criminalita’ di matrice calabrese e, in uno dei suoi innumerevoli filoni, sfioro’ il braccio destro dell’allora presidente brasiliano Fernando Collor De Mello (morto nel 1995). Alfonso Caruana rimase a lungo solo un nome nelle carte processuali. Finche’, al culmine di un’indagine condotta da un ufficiale dei carabinieri, Paolo Palazzo, oggi colonnello dell’Arma in forza alla squadra della polizia giudiziaria della procura torinese, non si arrivo’ al suo arresto in territorio canadese. Poi, dopo la bagarre dell’estradizione e uno slalom fra sentenze contradditorie, ieri c’e’ stato l’ultimo intervento della Suprema Corte. “E’ una grande soddisfazione – commenta ora Sandro Ausiello, magistrato in pensione, ex procuratore aggiunto a Torino, che di ‘Cartagine’ fu uno dei pubblici ministeri – per me e per le tante persone che hanno lavorato a questo risultato. Dopo 26 anni si e’ finalmente conclusa una vicenda che riguardava uno dei personaggi piu’ significativi del gotha della criminalita’ organizzata”. Caruana – che ha sempre professato la sua innocenza – oggi e’ in carcere dove ha da poco finito di scontare un’altra condanna. Se la Cassazione non avesse confermato la sentenza torinese sarebbe tornato in liberta’. “Sebbene non con la stessa velocita’ con cui procedono le mafie – dice Nicola Morra (M5S), presidente della commissione parlamentare antimafia – la giustizia spesso arriva a conclusione di dibattimenti lunghi ed estenuanti. Questa notizia dal Piemonte merita rilievo. Per chi ancora crede, provincialmente, che le mafie siano un problema solo meridionale. Anzi, di sole quattro regioni”.

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Il ritorno di Callejon a Napoli da avversario: l’omaggio dei napoletani

Valeria Grasso

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Vederlo con la ‘camiseta’ viola nello Stadio Armando Maradona per i napoletani sarà uno choc vero e siamo sicuri che se ci fosse il pubblico si alzerebbe in piedi al suo ingresso in campo e gli tributerebbe un grande applauso perchè per José Maria Callejon la maglia azzurra era quasi una seconda pelle. Dal 2013 al 2020. Lo spagnolo è stato uno dei grandi protagonisti della squadra azzurra degli ultimi anni: il componente del trio magico – Insigne, Mertens e lui, il ‘caballero triste’- che ha regalato ai sostenitori tanta gioia oltre ad una Supercoppa e due Coppe Italia.

Sarà strano per i suoi ex compagni e tifosi vederlo con la maglia viola, sarà strano per Josè non schierarsi al fianco dei suoi colleghi e amici storici e non sentirsi parte integrante di uno stadio che lo ha amato tanto e che domani purtroppo non potrà applaudirlo come meriterebbe perché il Covid-19 non lo permette.
Ha collezionato 349 presenze in azzurro: quasi sempre titolare inamovibile, esterno instancabile (fase offensiva e difensiva impeccabile), intelligente tatticamente come pochi nel calcio.

Riservato, taciturno, generoso, dal temperamento solo all’apparenza così lontano da una città come Napoli che talvolta eccede ma che poi ha tanto cuore, Callejon si è ritrovato ben presto sulla stessa lunghezza d’onda. E con lui anche la sua compagna, Marta Ponsati Romero, modella catalana sposata nel corso della sua permanenza a Napoli, una coppia solida e molto unita. Insieme hanno pianto al loro al loro arrivo a Napoli, una incognita per due ragazzi giovani che avevano vissuto prima a Barcellona e poi a Madrid. Poi si sono sentiti a casa, nel loro ambiente ideale: lo ha raccontato la stessa Marta con un lungo post scritto con il cuore sul suo blog…

La loro famiglia si è impreziosita con la nascita (proprio a Napoli) di India (2014) e Aria (2016) dopo la maggiore (figlia di Marta) Paula. Ed un quarto bebè è in arrivo e forse stavolta nascerà sulle sponde dell’Arno e non alle pendici del Vesuvio.Le strade si sono separate consensualmente alla fine della scorsa stagione, dopo che Callejon aveva accettato anche di giocare gratis nel Napoli gli ultimi due mesi, a contratto scaduto. Un po’ di amarezza c’è perché si ha come la sensazione che abbia più dato ‘Calleti’ al Napoli che viceversa. Il cuore lascia spazio sempre più spesso al mercato e l’ultimo gesto del caballero è stato quasi quello di fare un passo indietro e voltare pagina.

A Firenze – una piazza difficile – dove a inizio novembre già si è avuto il cambio di allenatore con Prandelli che ha sostituito Iachini, Josè si sta ritagliando il suo spazio e possiamo scommetterci che ci riuscirà. Decisivo nella partita con il Cagliari il suo splendido assist a Vlahovic: e pensare che Prandelli aveva già deciso che per un giocatore così bravo nel suo modulo non c’era posto…
Bello il suo modo di festeggiare ad ogni goal: un inchino elegante, e con la maglia azzurra sono stati 82. Domani simbolicamente spetta allo stadio Maradona inchinarsi al calciatore e all’uomo Josè Maria Callejon.

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Ostia: maxiprocesso Spada, confermata accusa di mafia in appello

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Regge anche nel maxiprocesso di appello l’accusa di associazione di stampo mafioso nei confronti del clan Spada, attivo nella zona di Ostia, il quartiere di Roma che affaccia sul mare. Lo hanno deciso i giudici della Corte d’Assise d’Appello che hanno inflitto 17 condanne ribadendo sostanzialmente l’impianto accusatorio della procura generale, ma abbassando, in alcuni casi dimezzando, il “quantum” delle pene con una serie di assoluzioni per alcuni capi di imputazione. In particolare, la corte ha ridotto a 17 anni di carcere la pena per il boss Carmine Spada che in primo grado era stato condannato all’ergastolo. Anche per Ottavio Spada, detto Maciste, la condanna e’ scesa dall’ergastolo a 12 anni e mezzo di reclusione. Resta, invece, il carcere a vita per Roberto Spada, gia’ condannato per la vicenda dell’aggressione ad un giornalista della Rai avvenuta ad Ostia nel novembre del 2017. Nei confronti di Carmine e Ottavio Spada e’ caduta l’accusa di essere i mandanti del duplice omicidio Galleoni-Antonini avvenuto nel 2011. Un evento che per gli inquirenti rappresenta la svolta negli assetti criminali di Ostia con la “progressiva erosione del potere criminale dei Baficchio” e la “definitiva ascesa del clan Spada”. I giudici, che hanno inflitto oltre 150 anni di carcere, hanno confermato i 16 anni per Ottavio Spada, detto Marco; anche per Ruben Alvez del Puerto ribadita la pena a 10 anni reclusione. Altri imputati hanno ottenuto lievi sconti di pena: per Silvano Spada 6 anni di reclusione, Vittorio Spada 7 anni, Nando De Silvio 6 anni, Daniele Pergola 6 anni, Alessandro Rossi 6 anni, Saber Maglioli 6 anni, Rami Serour 8 anni. E ancora sconti per Mauro Carfagna 2 anni e 11 mesi, Roberto Pergola 3 anni, Fabrizio Rutilo 7 anni, Claudio Fiore 5 anni e infine Mauro Caramia 5 anni. Nei confronti degli imputati i reati contestati vanno dall’associazione di stampo mafioso all’omicidio, estorsione e usura. Il processo e’ legato agli arresti avvenuti “il 25 gennaio” del 2018. Per gli inquirenti il gruppo criminale si era, di fatto, “impossessato” di un pezzo di citta’. Un clan che, secondo l’accusa, ha messo in atto una vera e propria aggressione al territorio: “una associazione a delinquere – scriveva il gip nell’ordinanza di custodia cautelare – che ha provocato un profondo degrado” nella zona di Ostia “consentendo il dilagare di reati gravissimi e lesivi dei beni primari”. Una mafiosita’ che poggia la “sua potenza sull’organizzazione a base familistica e sulla ripartizione delle competenze”. Agli arresti del gennaio dell’anno scorso si e’ arrivati anche grazie al contributo di quattro collaboratori di giustizia. “A Roma non c’e’ spazio per questi criminali. Noi siamo al fianco dei cittadini onesti che denunciano violenze e soprusi”, ha commentato la sindaca Virginia Raggi.

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‘San Siro rock’, una storia che piace a Vasco

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“Ci sono luoghi magici e San Siro e’ uno di essi”: si apre cosi’ il volume San Siro Rock (Officine di Hank, pp560, 28 euro), che racconta alcune delle piu’ grandi emozioni vissute allo stadio milanese, attraverso la cronaca 130 concerti che vi si sono svolti. San Siro d’altronde “e’ un contenitore di emozioni” spiega l’autore, il giornalista Massimiliano Mingoia, ma queste non hanno a che fare solo con lo sport. Centotrenta concerti dal primo, quello ormai leggendario di Bob Marley il 27 giugno 1980, al (per ora) ultimo, i Muse in doppia data il 12 e 13 luglio 2019. A interrompere questa storia e’ arrivato il Covid, ma nell’attesa che le esibizioni riprendano (Bruce Springsteen ha gia’ annunciato tre date per il 2022), gli appassionati possono ripercorrere un avventura lunga 39 anni, leggere interviste e scoprire sorprese, nel racconto di ogni singolo concerto. Una avventura che e’ piaciuta anche al re incontrastato di San Siro, Vasco Rossi, recordman con 29 concerti, che nelle sue stories di instagram ha citato proprio il libro. San Siro agli artisti piace. Molti sono tornati piu’ di una volta e infatti sono stati in 51 band e cantanti che si sono esibiti al Meazza. Nessuno certo come Vasco, che nel solo 2019 ha inanellato ben sei date consecutive, ma anche Ligabue e’ tornato 12 volte e sette Bruce Springsteen. Tornato nonostante tutto, nonostante i vincoli e le polemiche per il rumore e il processo che ha dovuto subire (poi assolto) l’organizzatore del suo concerto del 2008, Claudio Trotta, perche’ Bruce non ha rispettato l’orario di fine concerto, e ha continuato a suonare per altri 22 minuti. Depeche Mode, Madonna, Beyonce’, Michael Jackson si sono tutti esibiti a San Siro, i Take That, gli One Direction e nel 1987 i Duran Duran, che hanno mandato in “delirio” (cosi’ titolava il Corriere della Sera) lo stadio. Si e’ esibito Bowie, Laura Pausini nel 2007 e’ stata la prima donna a tenere un concerto – cosa non da tutti data la capienza dello stadio. Ed e’ stata lei ad organizzare un altro di quelli entrati nella storia il 21 giugno 2009. Amiche per l’Abruzzo che ha raccolto fondi per i terremotati. Con lei sul palco Gianna Nannini, Elisa, Giorgia, Irene Grandi, Fiorella Mannoia e in tutto 41 artiste donne. Il premio Nobel Bob Dylan si e’ esibito nel 1984, ad aprire il suo concerto (come gia’ quello di Marley) Pino Daniele, gli U2 in piu’ occasioni, i Rolling Stones per la prima volta nel 2003. Prima ma non unica perche’, come ha detto Mick Jagger, “San Siro e’ la Scala del rock”.

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