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Economia

Made in Italy 2030, il Libro Bianco: eccellenze globali e nodi strutturali da sciogliere

Il Libro Bianco “Made in Italy 2030” fotografa un sistema forte nell’export e nell’economia circolare ma frenato da bassi investimenti in ricerca, costi energetici e deficit di capitale umano.

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Il made in Italy vale 4.120 miliardi di fatturato, quasi il doppio del Pil, e si fonda su produzioni di eccellenza che rappresentano il 10% del manifatturiero e che, per volumi di export, sono precedute solo da Giappone e Cina. Garantisce alte quote di valore aggiunto e occupazione ed è primo in Europa nell’economia circolare. Ma il quadro presenta anche ombre: investimenti in ricerca limitati (1,4% del Pil), dimensioni aziendali ridotte, costi elevati di energia e materie prime, deficit di capitale umano e finanziario, oneri burocratici stimati in 80 miliardi l’anno per le Pmi.

Il Libro Bianco “Made in Italy 2030”

La diagnosi arriva dal Libro Bianco “Made in Italy 2030”, curato dall’ufficio studi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy guidato da Adolfo Urso, dopo una consultazione con istituzioni, associazioni di categoria, sindacati ed economisti. Le prime bozze delineano le sfide di politica industriale fino al 2030, senza sconti.

Dallo Stato interventista allo Stato stratega

La linea proposta è il passaggio dallo “Stato interventista” allo “Stato stratega”: coordinamento e dialogo con le filiere per identificare settori e priorità strategiche, con una visione per missioni e obiettivi e tempi certi. In uno scenario globale dove, oltre a costo del lavoro e innovazione, contano dazi, prezzi dell’energia, sovranità tecnologica, accesso alle materie prime, e fattori demografici: senza tornare a 2 figli per famiglia, entro il 2035 si perderebbero 2 milioni di lavoratori; la fuga dei cervelli ha già portato all’estero 900mila persone in un decennio.

Deindustrializzazione e resilienza

Il sistema economico italiano ha vissuto una deindustrializzazione con peculiarità: da un lato ha mantenuto una base manifatturiera solida, con quote di valore aggiunto e occupazione tra le più alte in Ue e Ocse; dall’altro, una lunga stagnazione del valore aggiunto del Pil ha frenato investimenti e salari. Tra 1997 e 2019, il peso dell’Italia come produttore industriale globale è sceso dal 3,3% all’1,8%, anche per ritardi nell’organizzazione del lavoro e nei processi produttivi. Nello stesso periodo, il surplus manifatturiero è cresciuto +12%, contro +55% Germania, +30% Francia, +25% Usa.

Numeri chiave e incentivi

Il made in Italy genera circa 4.200 miliardi di fatturato e oltre 1.100 miliardi di valore aggiunto in un ecosistema di 5 milioni di aziende che occupano 19 milioni di addetti. Il manifatturiero, pur essendo solo il 7% delle imprese, produce quasi il 30% di fatturato e valore aggiunto e impiega il 21% degli occupati. Le 18 filiere hanno ricevuto nel 2023 17,7 miliardi di incentivi pubblici.

Export: luci e ombre

Motore del Paese resta l’export, che il governo punta a 700 miliardi entro il 2027. L’alta competitività è trainata dall’eccellenza: oltre 500 prodotti specializzati valgono 419,4 miliardi di vendite estere, con il 78,2% destinato oltre confine—performance eguagliata solo da Giappone e Cina. La criticità è la dipendenza dall’Occidente allargato; le nuove opportunità sono nei mercati asiatici, in America Latina e Africa subsahariana.

Politica industriale in calo

A frenare il salto di scala pesa il calo della spesa pubblica per politica industriale: dallo 0,55% del Pil (2001) allo 0,34% (2008), fino allo 0,23% (2016), contro una media Ue stabile allo 0,90%. La sfida del 2030 passa da qui: rafforzare investimenti, capitale umano e governance per trasformare la resilienza in crescita.

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Economia

Mps integra Mediobanca e prepara il delisting di Piazzetta Cuccia

Mps delibera la fusione per incorporazione di Mediobanca e il delisting da Piazza Affari. Nascerà una nuova Mediobanca non quotata controllata al 100% dal Monte.

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Banca Monte dei Paschi di Siena rompe gli indugi e indica la rotta per Mediobanca: Piazzetta Cuccia verrà tolta da Borsa Italiana e incorporata nel Monte, che ne diventerà controllante al 100%.

Il consiglio di amministrazione ha deliberato la piena integrazione attraverso la fusione per incorporazione e il conseguente delisting. La decisione è stata assunta all’unanimità.

Nasce una nuova Mediobanca non quotata

Il marchio Mediobanca non scomparirà. Le attività di corporate & investment banking e il private banking di fascia alta confluiranno in una società non quotata che manterrà la denominazione “Mediobanca S.p.A.”, interamente controllata da Mps.

All’interno della nuova entità verrà trasferita anche la partecipazione del 13,1% in Assicurazioni Generali, asset ritenuto strategico negli equilibri del Leone di Trieste.

In Mps confluiranno invece la rete di consulenti di Mediobanca Premier, destinata all’integrazione con Banca Widiba, e le attività di credito al consumo di Compass, rafforzando il profilo retail del gruppo senese.

Strategia industriale e governance

Secondo Mps, la nuova struttura è finalizzata al raggiungimento degli obiettivi strategici e reddituali e alla piena realizzazione delle sinergie industriali. L’operazione è coerente con l’ops lanciata a gennaio 2025 e con l’obiettivo di creare un campione nazionale del credito integrato.

L’amministratore delegato Luigi Lovaglio punta a un gruppo con base di ricavi diversificata, mentre la mediazione del presidente Nicola Maione avrebbe contribuito a ricompattare il consiglio.

Il progetto di fusione dovrà essere approvato dai due cda e dalle assemblee degli azionisti. Mps controlla l’86% dei voti di Mediobanca, elemento che rafforza la fattibilità dell’operazione.

Prossime tappe

Ulteriori dettagli tecnici e tempistiche saranno illustrati il 27 febbraio con la presentazione del nuovo piano industriale. Parallelamente prosegue il lavoro sulla lista per il rinnovo del cda, con l’obiettivo di chiudere entro il 3 marzo.

L’operazione segna una svolta negli assetti della finanza italiana, ridefinendo il ruolo storico di Piazzetta Cuccia all’interno di un gruppo bancario integrato guidato da Siena.

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Economia

Bayer verso maxi accordo da 10,5 miliardi per chiudere le cause sul Roundup

Bayer pronta a un accordo transattivo da 10,5 miliardi di dollari per chiudere le cause legate al Roundup negli Usa. Il titolo sale a Francoforte.

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Bayer si prepara ad annunciare un accordo transattivo complessivo da 10,5 miliardi di dollari per chiudere le cause legali in corso e future legate al diserbante Roundup.

Secondo indiscrezioni riportate da Bloomberg, il gruppo tedesco starebbe lavorando a un accordo collettivo da 7,5 miliardi di dollari presso una corte statale del Missouri, con l’obiettivo di risolvere le azioni legali esistenti e quelle potenziali nei prossimi vent’anni.

A questo si aggiungerebbe un ulteriore accordo da 3 miliardi di dollari per chiudere le cause negli Stati Uniti in cui alcuni utilizzatori del Roundup attribuiscono al prodotto l’insorgenza di linfomi non-Hodgkin.

Un’eredità della Monsanto

Bayer ha ereditato il contenzioso sul Roundup con l’acquisizione della Monsanto nel 2018 per 66 miliardi di dollari.

Il contenzioso legale ha rappresentato negli ultimi anni uno dei principali nodi per il colosso chimico tedesco. Secondo i dati disponibili, Bayer avrebbe già versato oltre 10 miliardi di dollari tra condanne e accordi transattivi.

Restano ancora circa 67 azioni legali pendenti da parte di persone che sostengono che l’esposizione prolungata al glifosato, principio attivo del Roundup, abbia causato loro patologie tumorali.

Reazione positiva in Borsa

Le indiscrezioni sull’accordo hanno spinto il titolo Bayer alla Borsa di Francoforte, dove ha registrato un rialzo del 4,8% a 48,22 euro.

L’eventuale definizione del contenzioso rappresenterebbe un passaggio rilevante per il gruppo, chiamato a ridurre l’incertezza legale che da anni pesa sui conti e sulla percezione del mercato.

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Economia

Export Italia 2025 in crescita: +3,3%, surplus a 50,7 miliardi. Focus sugli Stati Uniti

Nel 2025 l’export italiano torna a crescere (+3,3%), aumenta il surplus commerciale e cala il deficit energetico. Stati Uniti secondo mercato, ma dicembre segna un lieve calo.

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Il 2025 si chiude con un ritorno alla crescita delle esportazioni italiane, pari a +3,3% in valore, dato che sale a +3,7% al netto dei prodotti energetici. È quanto emerge dai dati diffusi dall’Istat.

La crescita è trainata principalmente dall’aumento dei valori medi unitari (+2,6%), mentre i volumi registrano un incremento più contenuto (+0,7%). Il confronto con il 2024, anno chiuso a -0,5%, segna un’inversione di tendenza.

Il saldo commerciale migliora ulteriormente: il 2025 si chiude con un avanzo di 50,746 miliardi di euro, oltre 2 miliardi in più rispetto ai 48,287 miliardi dell’anno precedente. L’Istat evidenzia che il miglioramento è interamente attribuibile agli scambi con i Paesi extra Ue.

Stati Uniti osservati speciali

Gli Stati Uniti restano il secondo mercato di destinazione dell’export italiano, con una quota del 10,4%, dietro alla Germania (11,3%). Nel 2025 le esportazioni verso gli Usa crescono del 7,2% rispetto al 2024.

Tuttavia, il dato di dicembre registra un calo dello 0,4% su base annua. Parallelamente, le importazioni italiane dagli Stati Uniti aumentano del 61,1% a dicembre e del 35,9% nella media annua.

Il surplus commerciale con gli Usa, pur rimanendo consistente a 34,191 miliardi di euro, risulta inferiore rispetto al 2024. Secondo il presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, Massimiliano Dona, l’incremento dell’export nel corso dell’anno sarebbe stato favorito anche da acquisti anticipati prima dell’entrata in vigore dei dazi annunciati dall’amministrazione Donald Trump.

Importazioni in ripresa e prezzi in calo

Le importazioni crescono del 3,1% in valore, con un aumento dei volumi del 2,0% e un incremento più contenuto dei prezzi medi (+1,1%).

Sul fronte energetico, il deficit si riduce sensibilmente, passando da 54,290 miliardi nel 2024 a 46,939 miliardi nel 2025. Prosegue inoltre il calo dei prezzi all’importazione, che scendono dello 0,1% su base mensile e del 3,1% su base annua; nella media 2025 la flessione è dell’1,7%.

Le reazioni del Governo e dell’Ice

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani attribuisce i risultati all’impegno delle imprese e al sostegno del “Sistema Italia”, indicando come priorità l’espansione verso mercati emergenti come Mercosur, America Latina, India e Oriente.

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso parla di export in crescita anche verso gli Stati Uniti, mentre il presidente dell’ICE – Agenzia Matteo Zoppas sottolinea la capacità del “bello e ben fatto” italiano di reggere anche in un contesto internazionale complesso.

Il quadro complessivo mostra dunque un sistema export in recupero, con segnali positivi sul saldo commerciale e sull’energia, ma con uno scenario internazionale ancora segnato dalle tensioni commerciali e dalle dinamiche dei dazi.

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