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Cultura

L’Università Federico II ricorda Franco Carmelo Greco, fu il primo docente di disciplina dello spettacolo e influenzò molti artisti della scena napoletana

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Franco Carmelo Greco è stato il primo docente di Discipline dello spettacolo nell’ateneo federiciano. Lui insegnava questa disciplina quando in altri atenei quest’arte veniva tenuta fuori dal mondo accademico. Ricercatore, scrittore, giornalista, organizzatore di eventi che hanno lasciato un segno nella vita culturale nazionale e internazionale, a distanza di più di venti anni dalla sua scomparsa, viene ricordato dalla Federico II, nella Chiesa dei Santi Marcellino e Festo, in largo San Marcellino, un luogo incantevole, ricco di bellezza.

Franco Carmelo Greco. In questa foto tratta dal sito francocarmelogreco.it è con il suo amico Dario Fo

Dalle 11 alle 18, attori, docenti, giornalisti, scrittori, allievi, amici si troveranno per parlare di lui, per dedicargli un ricordo, e per raccontarlo agli studenti e ai ragazzi di oggi. Con Greco l’Università si apriba al teatro, e con l’università moltissimi giovani e meno giovani, per i quali un immenso patrimonio di tradizione e di inventiva a Napoli e in tutto l’Occidente diventava improvvisamente un campo di analisi, di esplorazione e conoscenze. Nel corso del suo magistero, Greco, uomo eclettico e straordinario, ha incrociato e segnato inconfondibilmente la vita e la carriera di tanti. Ad animare l’appuntamento saranno tanti. Tra cui: Giancarlo Alfano, Luigi Allegri, Massimo Andrei, Viola Ardone, Marcella Campanelli, Federica Castaldo, Paola Cinque, Lucio Colle, Fabrizio Coscia, Nicola De Blasi, Cristina Donadio, Antonia Fiorino, Bruno Leone, Paologiovanni Maione, Salvatore Manna, Stefania Maraucci, Ettore Massarese, Gino Mastrocola, Matteo Palumbo, Francesco Piccolo, Mariano Rigillo, Francesca Rondinella, Pasquale Sabbatino, Toni Servillo, Pietro Treccagnoli, Isabella Valente, Antonella Valoroso. Introdurranno la giornata il prorettore dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, Arturo De Vivo, ed Edoardo Massimilla, direttore del Dipartimento di Studi Umanistici.

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Cultura

Ville Vesuviane, il rilancio della Fondazione vale il Premio Dorso

La Fondazione Ente Ville Vesuviane riceverà l’8 ottobre 2026 la Targa di rappresentanza del Presidente della Repubblica nell’ambito del Premio Guido Dorso. Il riconoscimento testimonia il percorso di rilancio guidato dal presidente Gennaro Miranda e dal direttore generale Roberto Chianese: restauri, mostre, Festival, iniziative leopardiane e progetto europeo GreenCraft rafforzano il rapporto tra patrimonio, cultura e territorio.

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Restauri, mostre, spettacoli e progetti europei: il rilancio della Fondazione Ente Ville Vesuviane si misura nella capacità di restituire al territorio il suo patrimonio e di renderlo protagonista della vita culturale. La Targa di rappresentanza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che sarà consegnata domani, giovedì 8 ottobre, nell’ambito della 47ª edizione del Premio Guido Dorso, rappresenta una nuova testimonianza di questo percorso.

Nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, al Senato, il riconoscimento porterà all’attenzione nazionale il lavoro della Fondazione presieduta da Gennaro Miranda, con Roberto Chianese alla direzione generale.

Il significato del premio si comprende guardando alle attività degli ultimi tre anni: interventi conservativi, collaborazioni istituzionali, esposizioni e appuntamenti che stanno rafforzando il rapporto tra le Ville Vesuviane, le comunità e il pubblico. Una strategia nella quale il recupero degli edifici si accompagna alla costruzione di nuove occasioni per visitarli e viverli.

Un patrimonio che torna al centro della vita culturale

Le Ville Vesuviane raccontano una parte fondamentale della storia del territorio tra Napoli e il Vesuvio. La costruzione della reggia di Portici, avviata nel 1738 per volontà di Carlo di Borbone, favorì la nascita delle residenze aristocratiche che ancora oggi caratterizzano il paesaggio.

Il sistema comprende 122 immobili monumentali settecenteschi, distribuiti tra Napoli, San Giorgio a Cremano, Portici, Ercolano e Torre del Greco. All’interno di questo patrimonio, la Fondazione tutela e gestisce direttamente Villa Campolieto, Villa Ruggiero, il Parco sul mare di Villa Favorita e Villa delle Ginestre.

È da questi luoghi che prende forma il rilancio. La conservazione assicura la trasmissione del patrimonio; la programmazione culturale ne amplia la conoscenza e crea ragioni per tornare a frequentarlo.

Fondazione Ente Ville Vesuviane. Nella foto Roberto Chianese (sx) e Gennaro Miranda (dx), direttore generale e presidente

I restauri e la restituzione degli spazi

Gli interventi di restauro e conservazione costituiscono la base del lavoro della Fondazione. Negli ultimi tre anni l’attività ha interessato, tra gli altri luoghi, Villa delle Ginestre, Villa Ruggiero e il complesso della Favorita.

A Villa Campolieto, un intervento recente ha restituito visibilità all’edicola vanvitelliana, attraverso la demolizione delle superfetazioni che ne compromettevano la percezione.

Il recupero permette di leggere meglio l’architettura del monumento e il suo rapporto con lo spazio circostante. È un esempio concreto di come la tutela possa tradursi in una restituzione alla comunità.

Il percorso deve naturalmente rispettare i tempi dei cantieri e le esigenze conservative. Le aperture straordinarie e le iniziative culturali accompagnano questo lavoro, mantenendo vivo il legame con i luoghi anche durante le diverse fasi degli interventi.

Villa Campolieto, dall’archeologia all’arte contemporanea

La programmazione espositiva mostra la capacità delle dimore storiche di accogliere contenuti e linguaggi differenti.

La mostra “Dall’uovo alle mele. La civiltà del cibo e i piaceri della tavola a Ercolano”, promossa insieme al Parco Archeologico di Ercolano, ha portato a Villa Campolieto un percorso sulla cultura alimentare romana. I reperti archeologici, ospitati negli ambienti settecenteschi, hanno collegato due stagioni della storia dello stesso territorio.

Sul versante contemporaneo, “Pietra Viva. Memoria e identità del Vesuvio”, dedicata ad Antonio Carotenuto e curata da Paolo Chiariello, ha proposto un confronto tra scultura, materia vulcanica e memoria dei luoghi.

Organizzata dall’Associazione In Oltre, con la collaborazione della Fondazione, l’esposizione ha ottenuto una proroga rispetto alla chiusura inizialmente prevista per il 18 luglio. Un’esperienza che testimonia l’interesse per progetti contemporanei radicati nell’identità vesuviana e la disponibilità dell’Ente a sostenerne il rapporto con il pubblico.

Il Festival rafforza la rete del Miglio d’Oro

Anche il Festival delle Ville Vesuviane, giunto nel 2026 alla 37ª edizione, contribuisce a rendere riconoscibile questo sistema culturale.

Con la direzione artistica di Bruno Tabacchini, il programma ha intrecciato teatro, musica, danza e mostre. Tra gli appuntamenti, Avion Travel con la Nuova Orchestra Scarlatti, Serena Rossi, iniziative dedicate a Eduardo e alla tradizione degli Scarpetta, spettacoli legati a Leopardi.

La distribuzione degli eventi tra Villa Campolieto, Villa delle Ginestre e altri spazi del territorio rafforza una prospettiva di rete. Il pubblico incontra le dimore attraverso esperienze diverse, mentre la programmazione valorizza il rapporto tra architettura, paesaggio e produzione artistica.

Leopardi e il futuro di Villa delle Ginestre

A Villa delle Ginestre, il legame con Giacomo Leopardi resta al centro del percorso di valorizzazione.

L’apertura straordinaria del 29 giugno 2026, anniversario della nascita del poeta, ha consentito un’anteprima della mostra a lui dedicata, destinata ad accompagnare la riapertura completa della dimora al termine del restauro conservativo.

A questo lavoro si affianca il Premio La Ginestra, che mantiene attivo il rapporto tra il territorio vesuviano, gli studi leopardiani e la cultura letteraria.

Un ulteriore appuntamento è previsto con le Giornate FAI d’autunno del 10 e 11 ottobre, dedicate a Villa Campolieto e Villa delle Ginestre: un’occasione per ampliare la conoscenza del patrimonio e coinvolgere nuovi visitatori.

GreenCraft collega cultura, artigianato e sostenibilità

Il rilancio comprende anche la dimensione europea. GreenCraft, guidato dalla Fondazione, punta a promuovere pratiche sostenibili nella filiera dell’artigianato artistico e delle imprese culturali e creative.

Il progetto richiama tradizioni locali come la lavorazione del corallo di Torre del Greco e il mercato delle pezze di Resina, mettendole in relazione con riuso, formazione e innovazione.

L’obiettivo è collegare il patrimonio alle competenze del territorio, coinvolgendo scuole, artigiani e imprese. Le ricadute economiche richiederanno valutazioni nel tempo, ma il progetto amplia il campo d’azione della Fondazione e il suo rapporto con le attività produttive locali.

Chianese: «Dare continuità al rilancio delle Ville»

«Il riconoscimento del Premio Dorso valorizza un percorso costruito giorno dopo giorno, attraverso restauri, mostre, spettacoli e collaborazioni. Il nostro impegno è rendere le Ville sempre più accessibili e frequentate, rafforzando il rapporto con le comunità, le scuole e le realtà culturali del territorio. La sfida è dare continuità a questo lavoro: alla conservazione del patrimonio deve accompagnarsi una programmazione capace di generare conoscenza, partecipazione e nuove opportunità per il Miglio d’Oro», dichiara il direttore generale della Fondazione Ente Ville Vesuviane, Roberto Chianese.

La continuità è il punto su cui si misurerà il consolidamento di questa stagione: manutenzione, accessibilità e qualità dell’offerta culturale devono sostenersi reciprocamente, affinché ogni iniziativa contribuisca a un rapporto duraturo tra il pubblico e le Ville.

Miranda: «Il giusto riconoscimento al lavoro svolto»

È su questo insieme di attività che si innesta il Premio Guido Dorso.

«Il Premio Guido Dorso è il giusto riconoscimento per lo straordinario lavoro svolto in questi ultimi tre anni dalla Fondazione Ente Ville Vesuviane per la valorizzazione e la promozione del territorio del Miglio d’Oro e dell’intero sistema delle Ville Vesuviane», afferma il presidente Gennaro Miranda.

Promosso dall’Associazione Internazionale Guido Dorso, presieduta da Nicola Squitieri, il premio valorizza dal 1970 studiosi e personalità che contribuiscono allo sviluppo del Mezzogiorno. Tra i destinatari dell’edizione 2026 figurano Salvatore Luongo, Roberto Andò, Danilo Ercolini, Daniele Archibugi e Filippo Liverini.

La consegna della Targa di rappresentanza aggiunge visibilità istituzionale a un percorso già avviato. Il suo valore trova riscontro nei luoghi recuperati, nelle collaborazioni costruite e nelle occasioni di partecipazione: è qui che il rilancio della Fondazione Ente Ville Vesuviane assume una dimensione concreta e può rafforzare il ruolo del Miglio d’Oronell’offerta culturale del Mezzogiorno.

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Cultura

Napoli, il MiC acquisisce la Conocchia: futuro culturale per l’ex Pontano

Il Ministero della Cultura ha esercitato il diritto di prelazione sulla Conocchia, ex convitto Pontano di Napoli, acquisendola al prezzo dell’aggiudicazione all’asta. Il ministro Giuli indica un futuro di fruizione pubblica, con finalità culturali, sociali ed educative. Un’intesa con Comune e Regione dovrà definire destinazioni d’uso e percorso di restauro.

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La Conocchia, ex convitto Pontano di Napoli, entra nel patrimonio pubblico: il Ministero della Cultura ha esercitato il diritto di prelazione sul complesso monumentale, aggiudicato a una società privata attraverso un’asta giudiziaria. L’acquisizione apre un percorso di restauro e valorizzazione, con l’obiettivo di destinare gli spazi ad attività culturali, sociali ed educative.

Le funzioni concrete dell’edificio restano da definire attraverso un’intesa con le istituzioni del territorio.

Il decreto e il diritto di prelazione

Il provvedimento è stato adottato con decreto del Direttore generale Archeologia, belle arti e paesaggio, sulla base dell’istruttoria della Soprintendenza per il Comune di Napoli.

Il complesso è sottoposto a vincolo dal 22 aprile 1995, quando ne è stato riconosciuto l’interesse storico-artistico particolarmente importante.

La vendita del bene vincolato ha consentito al MiC di esercitare la prelazione prevista dal Codice dei beni culturali e del paesaggio, acquisendolo al medesimo prezzo di aggiudicazione.

Giuli: «Sarà restituito alla collettività»

«Questa acquisizione testimonia la presenza dello Stato nella tutela della storia e dell’identità dei territori», ha dichiarato il ministro della Cultura Alessandro Giuli.

Per il ministro, assicurare la Conocchia al patrimonio pubblico era una priorità, considerato il rilievo architettonico e storico del complesso.

«L’immobile, che ha segnato la vita della città prima come luogo di cura e poi come centro di formazione per i giovani, sarà restituito alla collettività come uno spazio aperto», ha aggiunto.

Restauro e nuove funzioni da definire

L’obiettivo indicato dal ministero è rigenerare il complesso per rispondere ai bisogni della comunità, affiancando alla conservazione una prospettiva di utilizzo.

«Il restauro si accompagnerà a una riflessione sulle funzioni che il monumento potrà accogliere», ha spiegato Giuli.

Non sono quindi ancora annunciate destinazioni definitive né date di apertura: le scelte dovranno essere compatibili con il valore storico-artistico dell’edificio e orientare i futuri interventi.

Il confronto con Comune e Regione

È in corso la definizione di un’intesa tra Ministero della Cultura, Comune di Napoli e Regione Campania per individuare destinazioni d’uso condivise e impostare i progetti di recupero.

Giuli ha indicato un percorso di gestione che coinvolga istituzioni pubbliche locali e soggetti privati, unendo la valorizzazione del patrimonio alle esigenze dei cittadini.

Il riferimento è al modello di collaborazione istituzionale già sperimentato nel recupero del Real Albergo dei Poveri. Per la Conocchia, l’acquisizione rappresenta il primo passaggio: restauro, funzioni e gestione dovranno ora tradurre l’obiettivo della fruizione pubblica in un progetto concreto.

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Cultura

Bye bye Baghdad: abbiamo scherzato

Angelo Turco ripercorre l’invasione dell’Iraq del 2003 e propone un bilancio delle sue conseguenze: la costruzione mediale della guerra, la disgregazione dello Stato, il rafforzamento dell’Iran e il costo umano del conflitto.

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Nel 2003 organizzammo all’Università dell’Aquila, insieme a Jeanne Clegg, un Convegno largamente ispirato dall’invasione degli USA. Eravamo tutti impressionati dai modi “mediali” in cui era stato costruito il casus belli. Era allora Preside di Facoltà Maria Grossmann, linguista eminente, amica carissima, la cui recente scomparsa ha lasciato un vuoto grande in tutti coloro che l’hanno conosciuta. Il libro che vedete fu il risultato di quel Convegno. 23 anni dopo, gli USA annunciano il ritiro definitivo delle loro ultime truppe stanziate in Iraq e il 30 settembre scorso danno corso alle ultime partenze dei militari.

1. Fare la guerra

Bisogna tornare a quel 2003, perché il significato dell’aereo che oggi lascia l’Iraq si comprende soltanto guardando l’aereo che vi arrivò ventitré anni fa. L’invasione non nacque infatti come risposta inevitabile a un’aggressione irachena. Nacque da una decisione politica americana, condivisa con una Gran Bretagna legata a Washington da un’intesa strettissima, alla quale occorreva costruire una legittimazione.

Saddam Hussein era un dittatore feroce. Aveva invaso l’Iran, usato armi chimiche, aggredito il Kuwait, represso curdi e sciiti. Nulla di tutto ciò è in discussione. Ma nel 2003 la questione era un’altra: possedeva armi di distruzione di massa tali da rappresentare una minaccia imminente e giustificare una guerra?

L’amministrazione Bush disse di sì. E non lo disse nella forma prudente dell’ipotesi: lo disse nella forma apodittica della certezza. La guerra cominciò così molto prima dei bombardamenti, dentro una macchina discorsiva che trasformava indizi in prove, possibilità in fatti, intelligence controversa in verità politica. Tony Blair partecipò pienamente a questa costruzione. Anni dopo, l’inchiesta Chilcot avrebbe concluso che le dichiarazioni pubbliche britanniche avevano espresso un grado di certezza superiore a quello consentito dalle valutazioni dell’intelligence.

Il momento simbolico resta il 5 febbraio 2003: Colin Powell, allora Segretario di Stato, davanti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con fotografie satellitari, grafici, intercettazioni, presunti laboratori mobili per armi biologiche. La forza mediale della presentazione era formidabile: non veniva proposta un’interpretazione, veniva inscenata una prova.

Eppure, proprio mentre Washington costruiva la necessità della guerra, gli ispettori internazionali chiedevano tempo. Il 7 marzo Mohamed ElBaradei, alla guida dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) in quegli anni, comunicò al Consiglio di Sicurezza che, dopo tre mesi di ispezioni intrusive, non esistevano prove della ripresa di un programma nucleare iracheno. Peggio: i documenti utilizzati per sostenere che Baghdad avesse tentato di acquistare uranio dal Niger risultarono non autentici. Hans Blix, a capo dell’UNMOVIC, la commissione delle Nazioni Unite incaricata delle ispezioni sulle armi irachene, affermava che restavano questioni irrisolte, ma che occorrevano mesi, non anni, per chiarirle.

Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna non aspettarono. Gli ispettori dovettero andarsene e la guerra cominciò senza una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza che autorizzasse esplicitamente l’uso della forza. A giugno, Blix avrebbe riferito che fino al momento del ritiro gli ispettori non avevano trovato prove della continuazione o ripresa dei programmi di armi di distruzione di massa.

E le armi non furono trovate neppure dopo.

È qui che fare la guerra acquista un significato ulteriore. Non soltanto condurre materialmente una guerra, ma fabbricarne le condizioni di possibilità: produrre una minaccia, stabilire l’urgenza, ridurre l’incertezza, delegittimare il dubbio. Prima ancora di essere militare, l’invasione dell’Iraq fu una gigantesca operazione di “geopolitica mediale”.

2. Che cosa abbiamo fatto all’Iraq?

Saddam cadde rapidamente. Baghdad fu occupata. Il 1° maggio 2003 Bush poté parlare sulla portaerei Abraham Lincolndavanti alla celebre scritta “Mission Accomplished”. Era cominciato, invece, il vero disastro.

La dissoluzione dell’esercito iracheno e la de-baathificazione radicale smantellarono una parte decisiva dell’apparato statale. Centinaia di migliaia di uomini armati o addestrati all’uso delle armi si trovarono improvvisamente fuori dalle strutture pubbliche. Alla caduta della dittatura non seguì uno Stato democratico funzionante, ma un vuoto di potere nel quale si inserirono insurrezione, jihadismo, milizie e conflitto confessionale. L’Iraq che Saddam aveva tenuto insieme attraverso una violenza centralizzata si frantumò lungo linee che la dittatura aveva represso senza cancellarle: sciiti, sunniti, curdi; Baghdad, Bassora, Mosul, Kurdistan. La territorialità irachena divenne un mosaico di sovranità parziali, milizie, appartenenze comunitarie e influenze straniere.

E qui emerge il paradosso geopolitico più clamoroso dell’intera operazione. Gli Stati Uniti invasero l’Iraq anche per ridisegnare a proprio vantaggio gli equilibri del Medio Oriente e finirono per eliminare il principale contrappeso arabo dell’Iran. La caduta del regime sunnita di Saddam aprì il potere alla maggioranza sciita e a forze politiche che avevano rapporti profondi con Teheran. Un’analisi dell’esercito americano arrivò nel 2019 a una conclusione quasi epigrafica: un Iran rafforzato appariva come il vero vincitore strategico della guerra. Lo stesso Financial Times ricorda oggi come l’influenza iraniana e quella delle milizie alleate siano cresciute proprio dentro il disordine seguito all’occupazione.

Poi venne l’ISIS. Nel 2014 l’esercito iracheno, armato e addestrato dagli Stati Uniti spendendo decine di miliardi di dollari, si dissolse davanti all’avanzata jihadista. Gli americani, ritiratisi nel 2011, dovettero tornare. L’ISIS venne infine sconfitto territorialmente, ma le milizie sciite che avevano contribuito alla sua sconfitta trasformarono il prestigio militare in potere politico e territoriale.

Ventitré anni dopo, dunque, possiamo formulare la domanda nel modo più semplice: che cosa ha prodotto la guerra? Ha abbattuto una dittatura, certamente. Ma ha anche distrutto uno Stato senza riuscire a costruirne uno altrettanto capace di esercitare sovranità sul proprio territorio.

Ma c’è un bilancio che rischia di scomparire dietro le formule geopolitiche, ed è quello dei morti. Non sapremo probabilmente mai quanti iracheni abbia ucciso, direttamente e indirettamente, la guerra aperta nel marzo 2003. Iraq Body Count documenta oltre 200.000 civili uccisi dalla violenza, mentre, includendo combattenti e forze di sicurezza e adottando metodologie differenti, le stime delle morti violente complessive salgono intorno alle 300.000. E restano fuori da questo conto le morti indirette: quelle prodotte dalla distruzione delle infrastrutture sanitarie, dalla povertà, dagli sfollamenti, dal deterioramento delle condizioni di vita. Dall’altra parte dell’oceano, la guerra ha lasciato anch’essa i suoi morti: oltre 4.400 militari americani, oltre a migliaia di contractors, e quasi 32.000 soldati feriti in combattimento. Sono cifre da tenere davanti agli occhi quando ventitré anni dopo si chiude una guerra cominciata sulla certezza proclamata di armi che non furono trovate. Perché gli errori geopolitici si possono correggere, magari sulle carte geografiche; i morti no.

3. L’ultimo aereo

Ed eccoci al 30 settembre 2026. Le ultime forze americane lasciano l’Iraq. Trump celebra il ritiro con parole singolarmente definitive: furono «pessime decisioni» quelle che trascinarono gli Stati Uniti in quel pantano; ora è tempo che l’America torni a casa.

Ma l’ultimo aereo non porta via la storia. Lascia un Iraq formalmente sovrano e incomparabilmente più pluralista dell’Iraq di Saddam, ma ancora fragile; un sistema politico frammentato; milizie che lo Stato non controlla interamente; un Kurdistan dotato di forte autonomia; un’influenza iraniana strutturale; e soprattutto la necessità di evitare che il territorio iracheno torni a essere il campo sul quale altri regolano i propri conti. Il governo iracheno proclama una nuova fase fondata sulla sovranità, sulla forza delle istituzioni e sull’unità delle decisioni. Ma proprio il disarmo delle milizie filo-iraniane appare una delle prove più difficili.

Il futuro dell’Iraq si gioca qui: trasformare una sovranità dichiarata in una sovranità effettiva. Non scegliere Washington contro Teheran o Teheran contro Washington, ma riuscire finalmente a fare dell’Iraq il centro politico dell’Iraq.

Renad Mansour usa sul Financial Times un’immagine terribile: gli Stati Uniti lasciano dietro di sé uno «Stato di Frankenstein frammentato», nel quale, in alcune aree, il governo continua a non controllare pienamente il territorio. Forse è questa l’immagine con cui conviene guardare l’ultimo aereo americano che decolla. Nel 2003 arrivarono soldati, carri armati e bombardieri accompagnati da un racconto smisurato: armi di distruzione di massa, liberazione, democrazia, nuovo Medio Oriente. Nel 2026 parte l’ultimo soldato e rimane un Paese che deve ancora ricomporre la propria territorialità politica.

Ventitré anni sono abbastanza per giudicare una guerra non dalle intenzioni proclamate, ma dagli effetti prodotti. Uno Stato abbattuto, un altro faticosamente ricostruito; una società lacerata; l’Iran enormemente più influente di quanto fosse nel 2003; l’ISIS nato dentro la voragine irachena; centinaia di migliaia di morti; milioni di vite attraversate dalla guerra. E, dall’altra parte, migliaia di giovani americani che non sono tornati a casa.

Bye bye Baghdad. Abbiamo scherzato.

Solo che, per gli iracheni, non era uno scherzo.

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