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Lukashenko a Sochi per incontrare Putin

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Il presidente bielorusso Alexandr Lukashenko e’ arrivato nella citta’ turistica sul Mar Nero di Sochi, dove incontrera’ domani il presidente russo Vladimir Putin. Lo ha annunciato il sindaco di Sochi, Alexey Kopaigorodsky, secondo quanto riporta l’agenzia Tass. “Sochi e’ diventata nuovamente un luogo per importanti colloqui tra Stati. Il presidente bielorusso Alexander Lukashenko e’ arrivato nella nostra citta’ per incontrare il presidente russo Vladimir Putin”, ha scritto il sindaco su Telegram. I due si incontreranno domani. Il portavoce del Cremlino aveva annunciato l’incontro venerdi’. Secondo il sindaco di Sochi, questi importanti incontri sono dedicati ai temi del rafforzamento delle relazioni tra stati. L’ufficio stampa del Cremlino aveva detto che l’incontro di Sochi si sarebbe focalizzato sulla discussione di temi chiave sull’ulteriore sviluppo delle relazioni Russia-Bielorussia, sul processo di integrazione dello Stato dell’Unione e i problemi dell’agenda internazionale e regionale. Il portavoce del Cremlino Peskov aveva spiegato che i due presidenti hanno concordato questo incontro durante l’ultimo summit dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto). Il leader bielorusso aveva gia’ detto di avere in programma di discutere con la controparte russa le misure per rafforzare la cooperazione bilaterale su questioni come il nodo dell’import sotto le sanzioni occidentali.

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Papa Leone: “C’è già un piano per Kiev, ma la sicurezza resta l’ostacolo”

Papa Leone conferma l’esistenza di un piano del Vaticano per una visita a Kiev, ma sottolinea le difficoltà legate alla sicurezza. Forte l’appello alla diplomazia per una pace giusta e duratura.

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“Sarebbe bello andare a Kiev, c’è già un piano pronto ma è difficile da attuare”. A quattro giorni dall’incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Castel Gandolfo, Papa Leone torna sul tema di una possibile visita in Ucraina, rivelando che il Vaticano ha già predisposto l’organizzazione per il viaggio. L’ostacolo resta la sicurezza, in un Paese martoriato da quasi quattro anni di guerra.

Le parole del Papa in udienza privata

Il Pontefice ne ha parlato durante un’udienza privata con i rappresentanti del mondo dell’ottica e dell’optometria, in occasione di Santa Lucia, protettrice della vista. A una domanda diretta, Leone non si è sottratto, confermando una volontà già emersa chiaramente nei recenti incontri con Zelensky: quello di maggio alla messa di insediamento, il faccia a faccia del 9 luglio e l’ultimo, martedì scorso, a Castel Gandolfo.

Realismo e appello alla pace

“Spero di sì, ma non so quando, bisogna essere realisti su queste cose”, aveva detto il Papa ai cronisti, ribadendo l’auspicio di una “pace giusta e duratura”. Un messaggio rilanciato anche ai diplomatici italiani riuniti per il loro Giubileo, guidati dal ministro degli Esteri Antonio Tajani.

Il richiamo alla diplomazia e al dialogo

A loro Leone ha rivolto un invito netto: essere “uomini e donne di dialogo”, capaci di leggere i segni dei tempi alla luce dell’umanesimo cristiano che fonda la cultura italiana ed europea. Una diplomazia che non si riduca al calcolo degli interessi o all’equilibrio tra rivali, ma che sappia usare parole di verità contro menzogne, propaganda e voltafaccia.
“Chi si stanca di dialogare, si stanca di sperare la pace”, ha ammonito il Pontefice.

Il ruolo della Santa Sede nei conflitti globali

Nel contesto giubilare si è inserito anche l’intervento del segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, che ha richiamato gli scenari più drammatici, dall’Ucraina alla Terra Santa. Conflitti in cui il dolore delle popolazioni si intreccia a crisi che sembrano senza tregua e che richiedono, secondo Parolin, compassione per le vittime e lucidità nell’indicare vie di riconciliazione, anche quando appaiono lontane.

I rapporti tra Italia e Vaticano

A margine degli incontri, il ministro Antonio Tajani ha sottolineato il clima positivo del confronto con la Santa Sede, ribadendo le ottime e storiche relazioni tra Italia e Vaticano. Un dialogo che, pur nel rispetto della laicità delle istituzioni, continua a intrecciarsi su dossier cruciali come la pace, la diplomazia e la stabilità internazionale.

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Camporini boccia il piano sulla pace in Ucraina: “Testo dilettantesco, Kiev può resistere solo pochi mesi”

Il generale Vincenzo Camporini critica duramente il piano per la pace in Ucraina, definendolo dilettantesco. Kiev può resistere ancora qualche mese, ma senza aiuti occidentali diventerebbe vulnerabile.

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L’Ucraina ha ancora la capacità di resistere per diversi mesi, “superare l’autunno, l’inverno e arrivare fino alla primavera”. Lo afferma il generale Vincenzo Camporini, ex capo di Stato Maggiore della Difesa, che analizza gli scenari militari legati al piano proposto dagli Stati Uniti per chiudere la guerra con la Russia. Una resistenza possibile anche grazie alla “mediocre prestazione delle forze armate russe”, ma non sostenibile sul lungo periodo per lo squilibrio numerico tra i due eserciti.

“Il piano è scritto da dilettanti: errori logici e passaggi senza senso”

Camporini respinge senza mezzi termini la bozza in 28 punti che dovrebbe disegnare la futura pace. I contenuti sono, a suo giudizio, opera di “dilettanti allo sbaraglio che parlano di cose che non conoscono”. Nel documento rileva “evidenze linguistiche e logiche”, “frasi sconnesse” e contraddizioni evidenti.

Uno degli esempi riguarda l’ipotesi di schierare aerei da combattimento in Polonia. “Varsavia è membro della Nato. Ogni giorno ci sono velivoli dell’Alleanza sul suo territorio. Non è qualcosa che va scritto in un trattato bilaterale”.

“Gli USA non sono esterni alla Nato, errore incomprensibile”

Altro punto contestato è quello che affida agli Stati Uniti un ruolo di mediatori tra Russia e Nato, quasi fossero un attore esterno: “Gli USA sono parte integrante dell’Alleanza Atlantica”. Anche le garanzie di intervento militare in caso di nuove aggressioni russe vengono giudicate “scritte sulla sabbia”, ricordando che già nel 1994 vari Paesi garantirono l’integrità territoriale dell’Ucraina dopo la rinuncia alle armi nucleari, senza poi intervenire.

Il rischio per Kiev: meno intelligence e stop ai Patriot

Un rifiuto totale al piano proposto da Trump esporrebbe Kiev a rischi immediati. Verrebbe meno il supporto dell’intelligence americana, considerato “molto importante” nelle operazioni sul terreno. A questo si sommerebbe la possibile interruzione delle forniture di munizionamento occidentale, inclusi i sistemi Patriot, rendendo la difesa ucraina “meno efficace”.

L’Europa può aiutare, ma la scelta finale spetta a Kiev

Camporini osserva che l’Europa può garantire una capacità significativa di rifornimento di munizioni da campo di battaglia. Ma ogni prospettiva futura dipenderà da tre fattori:

  • logistici, cioè la disponibilità di rifornimenti;

  • operativi, ciò che avviene sul terreno;

  • interni, ovvero la volontà politica e militare di Kiev di continuare a combattere.

Una resistenza che può durare ancora mesi, ma che senza un accordo rischia di diventare sempre più fragile.

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Il piano Usa per l’Ucraina spiazza Zelensky: territori ceduti, esercito ridotto e Mosca reintegrata nel G8

Il piano in 28 punti proposto dagli Stati Uniti impone pesanti concessioni territoriali a Kiev, riduzione dell’esercito e reintegro della Russia nel G8. Europa pronta a intervenire per modificarne i passaggi più critici.

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Il piano in 28 punti presentato da Washington a Kiev mette in discussione l’idea di una “pace dignitosa” più volte evocata dal presidente Volodymyr Zelensky. Il documento, ora al vaglio dell’Unione europea, prevede concessioni profonde sul piano territoriale, politico e militare, al punto da costringere l’Europa a tentare di modificarne i passaggi più critici.

Tra questi spicca la possibile riabilitazione internazionale di Vladimir Putin, con il ritorno della Russia nel G8 e un riavvicinamento economico e politico agli Stati Uniti. Una scelta che, per Bruxelles, rischia di indebolire la stessa legittimità dell’ordine internazionale, soprattutto considerando il mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale contro il leader del Cremlino.

Crimea e Donbass riconosciuti come russi: l’integrità territoriale di Kiev in discussione

Sul fronte dei confini, il piano fotografa un nuovo equilibrio che penalizza nettamente Kiev. Crimea, Lugansk e Donetsk verrebbero riconosciute de facto come russe, mentre nelle regioni di Kherson e Zaporizhzhia lo status resterebbe congelato lungo la linea di contatto attuale.
Secondo stime ucraine, circa il 12% del Donbass è ancora sotto controllo di Kiev: quel territorio, in base alla proposta statunitense, diverrebbe una zona cuscinetto non presidiata.

Una prospettiva difficile da spiegare a un Paese che ha contato centinaia di migliaia di morti e feriti per difendere ogni metro del proprio territorio.

Esercito ucraino ridotto di un terzo

Il piano prevede anche una riduzione drastica delle Forze Armate ucraine, dagli attuali 900 mila a 600 mila effettivi. Una scelta che preoccupa Kiev come i leader del G7 e dell’Unione europea, preoccupati dall’impatto operativo e simbolico su un Paese ancora in guerra.

Parallelamente vengono introdotte nuove garanzie di sicurezza, ma dalla geometria incerta:

  • un patto di non aggressione tra Russia, Ucraina ed Europa;

  • una possibile risposta militare modellata sull’articolo 5 della Nato, senza però un reale ingresso di Kiev nell’Alleanza;

  • jet europei schierati in Polonia come “scudo”, ma nessuna presenza Nato sul territorio ucraino.

Il risultato rischia di essere un paradosso: maggiori impegni da parte di Occidente ed Europa senza l’integrazione formale dell’Ucraina nel sistema di sicurezza euro-atlantico.

Elezioni entro 100 giorni e amnistia totale

Il documento impone inoltre a Kiev lo svolgimento di elezioni entro 100 giorni, mentre un’amnistia generale coprirebbe “tutte le parti in conflitto”.
Per Zelensky, significa andare al voto in una fase di forte fragilità interna e di pressioni militari esterne, con il rischio di cristallizzare un equilibrio sfavorevole.

Ricostruzione: energia, fondi e asset russi

Sul fronte economico il piano prevede:

  • supervisione Aiea sulla centrale nucleare di Zaporizhzhia, con energia divisa al 50% tra Kiev e Mosca;

  • un Fondo di sviluppo per la ricostruzione;

  • un programma dedicato della Banca Mondiale;

  • l’investimento di 100 miliardi di asset russi congelati, gestiti dagli Usa, che tratterrebbero il 50% dei benefici;

  • altri 100 miliardi dall’Europa;

  • un veicolo finanziario congiunto Usa-Russia per il resto dei fondi.

Una struttura imponente, ma che lega il futuro economico ucraino alle scelte strategiche americane e ai nuovi equilibri con il Cremlino.

Un piano che l’Europa vuole cambiare

A Bruxelles cresce la preoccupazione: la proposta, così com’è, rischia di imporre una pace sbilanciata, tutti sacrifici per Kiev e molte concessioni per Mosca. L’Europa proverà ora a intervenire sulle parti più delicate, mentre Zelensky si trova davanti alla sfida più complessa della sua presidenza: accettare una pace che mette in discussione ciò che l’Ucraina ha difeso in quattro anni di guerra.

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