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Salute

Lotta all’Aids, parla il professor Guido Silvestri: “Con la Terapia Art riduciamo il contagio, non eliminiamo il virus ma…”

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La ricerca scientifica, da più di quarant’anni, gioca su più fronti la sua partita per trovare la strategia migliore affinché  l’AIDS venga debellata definitivamente. Attualmente i passi avanti fatti da studi multicentrici hanno portato a significativi risultati soprattutto sul piano delle terapie. L’ultimo studio, Partners2,  pubblicato sulla rivista scientifica Lancet,  lungo otto anni e condotto  in Europa su più di 970 coppie sierodiscordanti omosessuali,  ha dimostrato come la terapia antiretrovirale, se eseguita correttamente, senza interruzione, rende il paziente sieropositivo non contagioso, pur avendo rapporti sessuali con il proprio partner non affetto dal virus dell’HIV. Per capire abbiamo chiesto delucidazioni al Professor Guido Silvestri, considerato uno dei massimi esperti a livello mondiale sull’AIDS,  ordinario di Patologia Generale alla Emory University di Atlanta (USA). Dirige un laboratorio di ricerca  specializzato proprio nello studio dell’infezione da HIV.

Quando si parla di HIV ricorre spesso l’espressione carica virale. Possiamo spiegare nel dettaglio cosa si intende?

La carica virale è un concetto semplificatorio. Noi medici usiamo degli esami di laboratorio che sono fondamentalmente una polimerasi (PCR- Polymerase Chain Reaction) per quantificare il numero di copie di genoma virale di RNA che sono presenti in un cm/cubo di plasma di una persona sieropositiva. Attraverso un prelievo si prende un millilitro di plasma separato dal sangue di una persona e da questo si isola il materiale genetico. In seguito si procede ad un’amplificazione specifica dell’RNA. Abbiamo a  disposizione dei primer per quantificare il livello di virus ed alla fine del test esce un numero che può essere zero (non si amplifica niente) oppure può essere 10, 100, 1000, un milione. Questo numero – sappiamo ormai da vent’anni e più –  rappresenta, grosso modo, la quantità di virus che viene prodotto nel corpo di una persona in quel momento.

I nuovi farmaci, ben specifici, contro l’AIDS, consentono una lunga sopravvivenza ma non eliminano il virus. Di quale classe di farmaci stiamo parlando e come viene denominata la terapia?

La terapia viene denominata antiretrovirale, di solito si usa il termine ART (Anti Retroviral Therapy) e sono dei farmaci che inibiscono in maniera molto selettiva i tre enzimi fondamentali del ciclo vitale dell virus dell’HIV. Questi tre enzimi sono la transcrittasi inversa, la proteasi e l’integrasi. Questi farmaci impediscono al virus di replicarsi e di essere prodotto. Quello che non possono impedire è la sua latenza. L’importanza della terapia, fatta in maniera continuativa è quella di tenere sotto controllo la replicazione del virus.

Una ricerca europea denominata partners2, condotta per sette anni all’interno di un gruppo di persone sieropositive dello stesso sesso, ha dimostrato come in una coppia sierodiscordante, se il partner sieropositivo viene trattato adeguatamente con la terapia antiretrovirale, non c’è il rischio di contagio. Ci può spiegare meglio questo studio?

Lo studio è  multicentrico. Fatto in Europa, ha visto la partecipazione anche dell’Italia -nel nostro Paese è stato coordinato dal Prof. Andrea Antinori allo Spallanzani di Roma- è una ricerca che arruolava coppie dello stesso sesso e si proponeva di rispondere ad una domanda molto semplice: in una coppia sierodiscordante (di cui uno dei due partner è sieropositivo e l’altro no), se la relazione è monogama e se il partner affetto da sieropositività sta prendendo farmaci antiretrovirali sotto controllo del medico curante, come da protocollo, qual è il rischio di infettare? La ricerca, con una potenza statistica notevole, ha dimostrato come il rischio di essere contagiosi attraverso rapporti sessuali è pari a zero. Durante lo studio sono state trovate 15 infezioni non  sierogeneticamente collegate, in altre parole la persona che era risultata affetta da immunodeficienza acquisita non era stata contagiata dal partner ma aveva preso il ceppo di virus di un altro. Per dimensioni e chiarezza del risultato il messaggio è molto forte soprattutto a livello psicologico  perché si abbassa lo stigma  verso tutte quelle persone affette dal virus dell’immunodeficienza acquisita.

Allo stato attuale come si può evitare il contagio?

Questo studio, a mio avviso, è ovvio che deve essere spiegato molto bene. Non bisogna far passare il messaggio che per evitare il contagio dall’AIDS  basta fare la terapia antiretrovirale. In primo luogo la persona affetta da sieropositività deve fare una terapia adatta alle sue condizioni e poi questa ricerca è stata effettuata tenendo a mente anche il principio della monogamia. Vale però sempre un principio: usare il condom  per proteggersi da tutte le MTS  (Malattie Sessualmente Trasmissibili).

Quando si parla di PrEp e Pep a cosa si fa riferimento?

La Prep (Pre Exposition Prophylaxis) si prende regolarmente, sarebbe una forma semplificata della terapia antiretrovirale. La persona che ne fa uso non è stata contagiata dal virus dell’HIV è la fa a scopo preventivo. Invece, per quello che riguarda la Pep (Post Exposition Prophylaxis) è una terapia a cui si ricorre dopo un contatto a rischio. Naturalmente non è che si può sempre prevedere se si è corso reale pericolo ma ricorrervi nelle ore successive all’ipotetico contatto a rischio è la soluzione consigliata. Sono due opzioni, entrambe disponibili.

Un ultima domanda Professore. Allo studio ci sono i vaccini e la ricerca scientifica, pur andando avanti, ancora non è riuscita a trovare quello che può sconfiggere definitivamente l’AIDS. A che punto si è su questo fronte?

Guardi, posso dirle che la strada è ancora lunga ma bisogna essere ottimisti perché sono importanti ed evidenti i passi avanti che si sono fatti per cercare di debellare definitivamente questa malattia.

                                                                                                   

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Cronache

Morta a 24 anni dopo aver assunto per 2 mesi integratori. Gli esperti accusano Herbalife

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Formulazioni con metalli pesanti e batteri in grado di portare alla morte in breve tempo: questa l’accusa mossa da un team di esperti indiano ad Herbalife, responsabile secondo i ricercatori, della morte per grave insufficienza epatica di una giovane donna del Kerala consumatrice dei prodotti del colosso americano. L’accusa all’azienda di integratori alimentari è diventata un caso studio pubblicato su giornali scientifici (tra questi PublMed) e realizzato da un pool di ricercatori del The Cochin Gastroenterology Group, Ernakulam Medical Centre indiano.

L’occasione per avviare la ricerca è stata la morte di una donna di 24 anni con ipotiroidismo senza altre malattie croniche. La ragazza stava assumendo regolarmente da due mesi tre prodotti dimagranti Herbalife a base tiroxina quando ha sviluppato una progressiva perdita di appetito per una settimana, seguita da ittero.

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Dodici giorni dopo, l’ittero è peggiorato (bilirubina totale 28,6 mg / dL) spiegano i medici indiani, “e lei è stata portata alla nostra emergenza in encefalopatia epatica di grado 3”. Le lesioni al fegato, si legge su Il Salvagente, erano talmente gravi da farla trasferire con urgenza a un centro trapianti, ma la ragazza è deceduta prima del trapianto.

“Abbiamo trovato alti livelli di metalli pesanti in tutte le formulazioni Herbalife e composti tossici non indicati, incluse tracce di agente psicotropico nel 75% dei campioni” spiegano i ricercatori. E aggiungono: “Nell’analisi microbica, l’analisi ha rivelato diverse comunità batteriche, tra cui specie altamente patogene”. Non solo: “Abbiamo rilevato patogeni batterici patogeni (Proteobacteria e Cyanobattería) con il potenziale di causare lesioni epatiche nel 63% dei casi campioni analizzati, compresi generi pericolosi come Escherichia, Klebsiella, Acinetobacter e Streptococcus. Questo livello di rilevamento microbico è inaccettabile negli integratori alimentari e preannuncia una minaccia per la salute pubblica che potrebbe portare a gravi danni agli organi con un uso ripetuto e a lungo termine”, conclude l’équipe di ricerca.

La risposta di Herbalife

Netta la replica di Herbalife che al Salvagente, sito che smaschera le truffe ai consumatori prendendo anche in esame test di laboratorio, ha commentato: “Ogni giorno, milioni di consumatori in tutto il mondo utilizzano in tutta sicurezza prodotti Herbalife Nutrition e noi sosteniamo la qualità e la sicurezza dei nostri prodotti”. Dall’azienda spiegano come “Tutti i nostri prodotti e le procedure di produzione sono co formi alle normative governative vigenti in ciascuno dei 94 mercati in cui i nostri prodotti sono venduti e nessuna epatotossina è stata mai riscontrata nei nostri prodotti”.

Quanto alla ricerca indiana, l’azienda fa sapere che “Oltre al nostro robusto programma di test di routine in India, abbiamo chiesto a un laboratorio indipendente e certificato dal governo di testare i prodotti menzionati nel recente articolo e i risultati confermano che i prodotti sono completamente sicuri e conformi a tutte le normative di sicurezza del governo indiano”.

Herbalife – si legge ancora sul Salvagente, ci ha inviato i certificati emessi dal   dalla Federazione delle Indie Camera di Commercio e Industria (FICCI) Research and Analysis Centre (FRAC), centro di ricerca e analisi indipendente. Da questi risulta che tanto la qualità microbiologica dei 24 alimenti testati, che il contenuto di metalli pesanti è in linea con i livelli di sicurezza per il consumatore.

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Salute

Estate, le regole per un’abbronzatura sana e duratura

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Protezione solare alta, integratori fotoprotettivi e idratazione: sono le regole must per un’abbronzatura uniforme, duratura e soprattutto senza rischi. Per evitare scottature e proteggere la pelle da eritemi – secondo uno studio di ‘In a Bottle’ che ha coinvolto oltre 30 esperti tra dermatologi e medici – e’ importante preparare la pelle con integratori fotoprotettivi, che vanno assunti su consiglio del medico circa tre settimane prima dell’esposizione solare. Indispensabili le creme solari con protezione alta, da scalare lentamente per far abituare la pelle al sole e da applicare piu’ volte al giorno (circa ogni 4-5 ore). Nella routine non puo’ mancare il doposole: une pelle ben idratata e morbida manterra’ piu’ a lungo l’abbronzatura e un colore luminoso.

La prevenzione non impedisce di abbronzarsi, sottolineano i dermatologi. Anzi, una tintarella graduale favorisce la creazione progressiva di melanina e permette di avere un’abbronzatura piu’ marcata e uniforme, oltre che di evitare ustioni e macchie. Ma quali sono i primi segnali di scottature? “L’eritema solare – ha spiegato Magda Belmontesi, medico chirurgo specializzato in dermatologia – si manifesta attraverso la comparsa di micro papulette arrossate per poi diventare scottature di primo grado con un arrossamento o di secondo grado con la comparsa di vesciche e bolle”. “Le scottature solari ripetute accelerano i processi d’invecchiamento” e “favoriscono la comparsa di lesioni precancerose della pelle”, ha avvertito Belmontesi. L’idratazione, ricordano infine gli esperti, non riguarda solo la pelle: bere molto serve a prevenire colpi di sole o di calore; per evitarli scegliere “bevande non gasate e zuccherate come spremute di frutta, the freddo e soprattutto acqua, in particolare quelle integrate con sali minerali”, ha concluso Belmontesi.

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Napoli

In Italia si lavora all’Atlante del cervello umano

In Italia si sta lavorando a una mappa del cervello umano che sarà la base per un atlante completo e molto dettagliato: il progetto rientra nell’ iniziativa americana ‘Brain’ lanciata nel 2013 dall’allora presidente Barack Obama

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In Italia si sta lavorando a una mappa del cervello umano che sarà la base per un atlante completo e molto dettagliato: il progetto rientra nell’ iniziativa americana ‘Brain’ lanciata nel 2013 dall’allora presidente Barack Obama. Lo ha detto il presidente del progetto Human Brain (HBP) Italia e direttore del Laboratorio Europeo di Spettroscopia Non Lineare (Lens) di Firenze, Francesco Pavone, a margine del convegno sul progetto bandiera europeo ‘Human Brain Flagship’, organizzato dall’Istituto di biochimica e biologia cellulare del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Ibbc) a Napoli. “HB Italia nasce dall’europeo Human Brain Project e ha creato conoscenze che ci hanno permesso di entrare in altre iniziative, come quella di Obama, che ci ha affidato la mappatura del cervello umano che stiamo realizzando con i National Institutes of Health (NIH)”, ha spiegato l’esperto. “Il progetto – ha aggiunto – durera’ 5 anni e noi ci stiamo lavorando da un anno e mezzo. L’obiettivo e’ ottenere la mappa di tutte le cellule e delle fibre (assoni) per avere una conoscenza strutturale del cervello, la piu’ dettagliata possibile”. Questo “ci permettera’ di ottenere l’atlante completo del cervello umano con molteplici prospettive. La prima – ha proseguito – è comprendere come funziona il cervello; la seconda e’ capire se viene alterato da determinati tipi di malattie; la terza permette di creare interfacce macchina cervello piu’ sofisticate di quelle attuali”. Questi stessi dati possono essere usati nei modelli matematici per realizzare simulazioni virtuali di alcune aree del cervello.

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