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Lotito briga per l’affare di Alitalia ma pensa anche a “diventare” senatore grazie alle amicizie buone

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Claudio Lotito vuole salire su Alitalia ma il suo sogno è diventare senatore della Repubblica . Potrebbe riuscire a sedere tra i banchi di Forza Italia a Palazzo Madama. Si sta dando molto da fare come dimostrano alcune intercettazioni accluse al fascicolo sul mercato delle nomine al Csm. Lotito ha messo in campo ogni conoscenza per il buon esito al ricorso contro la sua esclusione alle ultime elezioni politiche. E sembra aver fatto colpo davanti alla Giunta per le elezioni del Senato presieduta da Maurizio Gasparri. Completato l’esame dei verbali elettorali  come richiesto da Lotito che aveva subito evidenziato come in particolare nel collegio Campania2 si fossero verificati “innumerevoli errori giacché i voti da attribuire a Forza Italia sono stati erroneamente attribuiti al partito di Fratelli d’ Italia”, a breve è atteso il verdetti.
Il responso è atteso i prossimi dieci giorni. Ma agli osservatori attenti che temono la combine, i giochi sembrano già fatti: “Forza Italia – sussurrano – porterà a casa Lotito e in cambio i 5 Stelle verranno accontentati sul seggio vacante in Sicilia dove il 4 marzo 2018 il Movimento ha avuto più voti che candidati”. Da allora il Senato ha una composizione inferiore al plenum di 315 membri elettivi previsto dalla Costituzione. All’inizio i forzisti scalpitavano perché andasse a loro essendo il partito che nell’ambito della circoscrizione ha riportato i più alti resti. Ma i 5 Stelle non sembrano intenzionati a mollare, anche perché di un senatore in più hanno un gran bisogno: non è un mistero che c’è chi l’ha giurata a Paola Nugnes e Elena Fattori, le due eretiche del Movimento che in molti vorrebbero cacciare . Ma la maggioranza al Senato è già risicata di suo e finora si è stati costretti a soprassedere.c

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Crisi calcio, Gravina non molla e cerca intese per sopravvivere allo sfascio

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Una partita a scacchi in cui ogni giocatore punta a fare la propria mossa senza scoprirsi troppo. Non sarà ancora il momento dello scacco matto quello di domani in cui, in vista delle elezioni del prossimo 4 novembre, tutte le componenti, convocate dal presidente della Figc, Gabriele Gravina, si troveranno intorno a un tavolo per cercare un punto d’intesa. L’oggetto del contendere la nuova rimodulazione dei pesi della Serie A in fase di percentuali elettorali alla luce dell’emendamento Mulé. Si preannuncia un braccio di ferro perché anche la Serie B si è unita alla Lega di A decidendo (all’unanimità nell’assemblea convocata d’urgenza nella serata di oggi) di impugnare presso il Tribunale Federale Nazionale la delibera con cui il consiglio federale ha deciso di confermare i pesi tra le varie componenti per l’elezione del prossimo presidente Figc.

All’incontro prenderanno parte il presidente della Lega Serie A, Lorenzo Casini, quello della Lega B, Mauro Balata così come Matteo Marani per la Lega Pro, Giancarlo Abete per la Lnd. Ci saranno poi Umberto Calcagno a rappresentare i calciatori, Renzo Ulivieri per gli allenatori e Carlo Pacifici per la componente arbitrale. Oltre al ministro per lo sport e i giovani, Andrea Abodi (che si è detto fiducioso per il voto di novembre, ma ha ribadito che dopo gli europei è mancata autocritica), la parte governativa a fare da “arbitro” all’incontro. La Serie A, in particolare, e ora anche la B attendono risposte dopo l’annuncio da parte del presidente Casini della volontà di impugnare la delibera federale. Una carta da giocarsi, qualora fosse necessario, ma che non rappresenta “un atto ostile ma di difesa tecnica. Se le interlocuzioni dovessero essere positive, siamo pronti a ritirarlo”, aveva ammesso Casini.

La B, seguendo la stessa strada, ha dato mandato al proprio presidente, Mauro Balata, che nello scorso consiglio federale si era già espresso in modo contrario alla delibera, valutando la necessità di attendere l’approvazione del ‘decreto legge sport’. Lo stesso Balata aveva sottolineato il rischio di andare a elezioni Figc con normative in contrasto e sicuramente non adeguate con la disposizione di legge che potrebbe entrare in vigore nei prossimi giorni.

Quanto alla A, non è certo un mistero, infatti, che la richiesta dei rappresentanti della massima lega professionistica italiana sia quella di arrivare a una ripartizione differente dei pesi federali con un peso preponderante riconosciuto alla Lega Serie A, insieme a un modello di maggiore autonomia. In sostanza, quindi, la richiesta è di veder aumentare il peso attuale del 12% riconosciuto alla massima divisione a circa il doppio. Una condizione ritenuta fondamentale, ma che per forza di cose dovrà vedere una delle altre componenti rinunciare a qualcosa. I tempi sono ristretti, ogni discorso dovrà essere chiuso entro il 4 settembre, vale a dire 60 giorni prima dell’assemblea elettiva prevista per il 4 novembre.

Sul tavolo, poi, balla anche il cosiddetto “diritto d’intesa”, ossia la possibilità da parte dei club di avere un veto su ogni decisione della Federcalcio riguardante la Serie A. Probabile che la partita non si chiuda con l’incontro di domani, ne serviranno altri per trovare un’intesa definitiva ma intanto la partita è già iniziata.

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Kamala Harris, la vice alla battaglia della vita

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Kamala Harris potrebbe raccogliere l’eredità di Joe Biden. Il commander in chief ha annunciato il suo ritiro dalla corsa alla Casa Bianca e appoggiato la sua numero due per la nomination, aprendole la strada alla possibilità di diventare la prima presidente donna e di colore, dopo aver toccato questo soffitto di cristallo come vicepresidente. In caso invece di mini primarie, come aveva auspicato nei giorni scorsi l’ex speaker della Camera Nancy Pelosi, potrebbero scendere in campo alcuni governatori, nomi che eventualmente potrebbero anche fare da vice a Harris: Josh Shapiro (Pennsylvania), J.B. Pritzker (Illinois), Tony Evers (Wisconsin) e Andy Beshear (Kentucky).

Più improbabili il governatore della California Gawin Newsom (considerato troppo liberal e di uno Stato già saldamente dem) e la governatrice del Michigan Gretchen Whitmer, pare perché non vorrebbe bruciarsi le chance di correre nel 2028. Non è da escludere neppure il segretario ai Trasporti Pete Buttigieg. Nata nel 1964 a Oakland, in California, Kamala Harris non ha brillato nei panni di vice, deludendo probabilmente chi si aspettava molto di più da lei. Laureata alla prestigiosa università Howard, era stata salutata forse un po’ troppo semplicisticamente come ‘l’Obama donna’ per la sua capacità oratoria e di trascinare le folle, almeno fino a qualche tempo fa. Prima di conquistare un seggio al Senato nel 2016 è stata procuratrice di San Francisco, quindi della California. Barack Obama la definì goffamente “la più bella procuratrice del Paese”, per poi scusarsi. All’ex presidente la lega comunque un’amicizia di vecchia data e una stima reciproca.

Proprio l’amministrazione Obama infatti la valutò come possibile giudice della Corte Suprema. Come senatrice, Harris ha subito dichiarato guerra a Donald Trump e si è imposta sul palcoscenico nazionale con i suoi interrogatori all’ex ministro della Giustizia Jeff Sessions, che sono sono diventati virali e l’hanno accreditata davanti al pubblico democratico a caccia di volti nuovi per il partito. Da qui la decisione di provare a correre per la Casa Bianca: un tentativo che non ha avuto successo, anche se si era imposta come una delle rivali più agguerrite di Biden nel corso delle primarie. E’ rimasto negli annali l’aspro confronto fra i due nel corso di uno dei dibattiti, durante il quale Harris rinfacciò al suo futuro capo di essersi compiaciuto della collaborazione con due senatori segregazionisti negli anni ’70.

Non contenta, Kamala continuò raccontando di conoscere una ragazzina nera che per fortuna ebbe la possibilità di andare in una scuola migliore grazie al servizio di scuolabus istituito per le minoranze che vivevano nei quartieri più disagiati, servizio al quale – ricordò – il senatore Biden si era opposto: “Quella ragazzina ero io”. Nonostante lo scontro, fu scelta poi come numero due nel ticket dem. Non è mai uscita dall’ombra di Biden e non ha mai bucato lo schermo, ma sta recuperando terreno e immagine su alcuni temi, come quello chiave dell’aborto. E con i suoi 59 anni e la sua fermezza dietro un sorriso abbagliante potrebbe funzionare come antitesi a Trump, facendolo apparire vecchio e iroso. Collezionista di sneaker Converse, Harris si sveglia di solito alle 6 del mattino e si allena per mezz’ora.

Fra i suoi libri preferiti ci sono ‘Native Son’ di Richard Wright e ‘The Lion, the Witch and the Wardrobe’ di C.S. Lewis. Il suo motto è un monito che la madre le rivolgeva quando era ragazzina: ‘Potrai essere la prima, ma assicurati di non essere l’ultima’. Da allora Harris di tabù ne ha infranti molti, aprendo la strada e diventando un modello per molte donne. Ora ha l’occasione della vita.

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Tour de France, vince Tadej Pogacar: il cannibale che ha riscritto la storia

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Tadej Pogacar trionfa al Tour de France dopo un assolo straordinario. Per lo sloveno dell’Uae Emirates è il terzo successo alla ‘Grande Boucle’ dopo quelli del 2020 e del 2021. Una vittoria speciale che gli ha consentito di realizzare la doppietta col Giro d’Italia nello stesso anno. L’ultimo a riuscirci era stato Marco Pantani nel 1998. La storia del ciclismo si arricchisce di una nuova pagina di storia. Come avvenuto al Giro d’Italia, anche il Tour non è mai stato realmente in discussione.Sei successi di tappa e uno strapotere fisico e tattico mai visto.Un acuto che va ad arricchire il suo palmares fatto, tra l’altro, anche di un bronzo alle Olimpiadi di Tokyo del 2020 e di un bronzo ai Mondiali di Glasgow del 2023. Un corridore totale e generoso, forte in salita e a cronometro, capace di primeggiare anche in sprint ristretti e sullo sterrato. Un cannibale dal cuore d’oro, sempre pronto a mettersi a disposizione dei compagni di squadra.Nato a Komenda, in Slovenia, nel novembre 1998, Pogacar passa professionista nel 2019 a 21 anni e firma un contratto con la Uae Team Emirates. Già nel primo anno tra i grandi Pogacar dimostra di essere un predestinato. Nella primavera 2019 si aggiudica prima la Volta ao Algarve e poi, grazie al successo nella frazione con arrivo sul Mount Baldy, si prende il Tour of California, diventando il ciclista più giovane a vincere una gara a tappe dell’Uci World Tour.Pogacar si rivela subito un cannibale e a giugno diventa campione nazionale a Elite a cronometro. La fame dello sloveno non conosce soluzione di continuità e in agosto vince tre tappe alla Vuelta di Spagna. Nel 2020 il Covid ferma il mondo, ma non la ricerca spasmodica del successo che alberga nel cuore di Pogacar che partecipa al suo primo Tour de France. Lo sloveno, dopo un inizio difficile rimonta e nella penultima tappa si prende la Maglia Gialla soffiata al connazionale Primoz Roglic. Un successo, quello ottenuto alla Grande Boucle, che Pogacar ripete nel 2021, anno in cui l’altro si prende anche la sua prima classica monumento, la Liegi-Bastogne-Liegi. Il 2022 è l’anno della sua prima Strade Bianche e della vittoria alla Tirreno-Adriatico. Il 2022 è però anche l’anno della prima grande delusione dello sloveno che al Tour viene battuto da Jonas Vingegaard. Copione che si ripete nel 2023, quando Pogacar conquista il Giro delle Fiandre e il suo terzo Giro di Lombardia. Il 2024 è l’anno in cui dimostra di essere il più forte per distacco. A marzo conquista, dominando, le Strade Bianche e poi la Liegi-Bastogne-Liegi. Antipasto del trionfo al Giro d’Italia. Dopo il ‘Trofeo Senza Fine’, Pogacar ha portato a casa anche il Tour de France. Da oggi è nell’olimpo del ciclismo e qui resterà per sempre.

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