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L’oro della Patria è di Bankitalia e dunque fa parte delle riserve dell’Eurosistema: 2400tonnellate di oro per 91 miliardi di euro

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Rischia di rivelarsi una bolla di sapone l’ennesima querelle che pare dividere il popolo, di cui si fa alfiere il governo, dalla tecnocrazia cosi’ plasticamente rappresentata dai banchieri centrali: ieri sul divieto di finanziare il deficit creando moneta, oggi sulla proprieta’ delle riserve auree. La vera questione non e’ infatti tanto la proprieta’ delle riserve, che sia del Tesoro (come accade in gran parte dei Paesi) o della banca centrale, una rilevante eccezione italiana (ed europea). Quanto piuttosto che la proprieta’ giuridica delle riserve auree, anche quando appartiene allo Stato e, di riflesso al governo, non comporta la loro ‘disponibilita” da parte del governo in un ordinamento democratico. Tanto meno – come nell’ipotesi che circola – come copertura ‘una tantum’ per una posta di bilancio che e’ invece strutturale, quale sarebbe la sterilizzazione degli aumenti dell’Iva derivanti dalle clausole di salvaguardia sottoscritte dal governo. Le oltre 2.400 tonnellate di riserve auree, del valore di 90,8 miliardi di euro, in Italia non sono dello Stato ma della Banca d’Italia e fanno – come chiarisce Via nazionale – “parte integrante delle riserve dell’Eurosistema”. A dicembre il direttore generale di Bankitalia Salvatore Rossi chiari’ che “sull’aspetto giuridico di chi sia la proprieta’ legale dell’oro si pronuncera’ la Bce a cui abbiamo ceduto la sovranita’ quando e’ stato creato euro”.

E’ un po’ un’eccezione, quella italiana, perche’ dagli Usa alla Germania alla Gran Bretagna, l’oro appartiene allo Stato, non alla Fed, alla Bundesbank o alla Bank of England. E le banche centrali (non bankitalia) sono dello Stato. Ma Bankitalia fa parte della Bce, cui le banche centrali nazionali dell’Eurozona hanno conferito oltre 500 tonnellate d’oro. Ecco perche’ i vari tentativi di metter mano all’ ‘oro della patria’ sono finora naufragati. Certo le riserve della Bce, in definitiva, sono delle banche centrali in proporzione alla quota di ciascuna nel capitale: e dunque, essendo le banche centrali degli Stati, in definitiva sono di questi ultimi (con Bankitalia che rappresenta un’eccezione). Per tutte le banche centrali delle economie avanzate, in ogni caso, un conto e’ la proprieta’ giuridica, altra cosa la disponibilita’ delle riserve auree, considerate un po’ come i ‘gioielli di famiglia’, un capitale che fa da fondamenta per la credibilita’ e solidita’ finanziaria di uno Stato, e cui nessuno si sognerebbe di attingere per far quadrare il bilancio. Querelle fra Stato e banca centrale ve ne sono state. Ma hanno toccato aspetti come la localizzazione delle riserve, come nel caso della Bundesbank. Un’eccezione eclatante e’ stata la decisione di spedire all’estero fino a 30 tonnellate d’oro in cambio di euro in contanti. A prenderla, lo scorso gennaio, e’ stato un governo in disperata crisi di liquidita’, il Venezuela di Nicolas Maduro.

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Sud traina crescita imprese, ne nasce una su tre ma…

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Il Mezzogiorno traina la crescita del tessuto imprenditoriale in Italia nel secondo trimestre, con Sassari e Lecce al vertice della classifica provinciale. Delle 29mila unita’ in piu’ che risultano al Registro delle Camere di commercio come saldo tra iscrizioni e cessazioni tra aprile e giugno, quasi 11mila, ossia una su tre, si trovano nelle regioni del Sud. E Sassari e Lecce sono le due province che registrano l’incremento relativo piu’ elevato,rispettivamente +0,85% e +0,84%, guardando dall’alto in basso Bolzano (+0,83%), Aosta (+0,82%) e Prato (+0,79%), secondo quanto emerge dai dati diffusi da Unioncamere ed Infocamere. Il Mezzogiorno mette a segno anche l’incremento relativo piu’ elevato (+0,52%). Infatti nei primi 20 posti della graduatoria per tasso di crescita si incontrano 10 province meridionali: oltre a Lecce e Sassari, ci sono anche Vibo Valentia, Pescara, Brindisi, Caserta, Campobasso, Nuoro, Crotone e Palermo. Tuttavia il rapporto di Unioncamere e Infocamere dimostra che in valori assoluti sono Roma (+3.168) e Milano (+2.570) a segnare i saldi maggiori tra iscrizioni e cessazioni di impresa nel periodo compreso tra aprile e giugno, davanti a Napoli (+1.636) e Torino (+1.142). In tutte le regioni il trimestre si e’ chiuso con il segno positivo: dalla Lombardia (5.014 imprese in piu’) alla Valle d’Aosta (+101) al Veneto (+2.057), dall’Emilia Romagna (+1.519) alla Toscana (+1.982) al Lazio (+3.956), dalla Campania (+3.258), alla Puglia (+2.243) alla Sicilia (+2.064) alla Sardegna (+1.026). Ad eccezione del Nord-Ovest, pero’, tutte le circoscrizioni hanno registrato un tasso di crescita inferiore a quello misurato nel corrispondente trimestre dello scorso anno. Guardando ai vari settori, con l’eccezione dell’industria estrattiva (limitata a sole 4.120 imprese), tutti hanno messo a segno saldi positivi nel trimestre, sottolineano Unioncamere e Infocamere. Meglio degli altri, in termini assoluti, ha fatto il settore degli alberghi e ristoranti, uno tra i piu’ rilevanti per numero di realta’ esistenti, con 5.284 imprese in piu’. Seguono a ruota altri due grandi comparti: le costruzioni (+4.518 unita’) e il commercio con 3.377 imprese in piu’ rispetto alla fine di marzo. Bene anche il settore delle attivita’ professionali, scientifiche e tecniche (+2.959) e quello dei servizi alle imprese come noleggio e agenzie di viaggio con +2.693 unita’. In termini relativi, le performance migliori vengono dai settori legati ai servizi: +1,4% le attivita’ professionali scientifiche e tecniche, +1,3% le attivita’ di noleggio, agenzie di viaggio e servizi alle imprese e +1,2% gli alberghi e ristoranti.

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Diritti Tv del monopolista Sky, il Tribunale di Milano respinge il ricorso della Rai sulla Champions. Per ora

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E’ stato respinto – secondo quanto si apprende – il nuovo ricorso presentato dalla Rai al Tribunale di Milano per la trasmissione in chiaro delle partite di Champions League nella prossima stagione. Nel mirino c’era l’accordo tra Sky e Mediaset che assegna al Biscione le partite in chiaro della massima competizione europea per i prossimi due anni. La tv pubblica – si apprende ancora – e’ stata condannata a rifondere 15mila euro di spese legali a Mediaset e 10 mila a Sky.

In base ad un accordo raggiunto a gennaio dell’anno scorso con Sky – detentrice dei diritti della Champions per il triennio 2018-2021 – Viale Mazzini ha trasmesso una partita della competizione per ciascun turno, dalla fase a gironi alla finale, e ha deciso di esercitare il diritto di opzione anche per le due edizioni successive. Una mossa, tuttavia, contestata da Sky, perche’, con l’ingresso di Dazn sul mercato della serie A, la pay tv non avrebbe conservato gli stessi diritti del triennio precedente, e quindi sarebbe venuto meno uno dei paletti dell’intesa con la tv pubblica. La Rai ha contestato tale posizione, sostenendo che Sky ha in realta’ aumentato la dimensione dei propri diritti, raddoppiando il numero di gare da poter trasmettere in esclusiva assoluta, ed ha avviato percio’ un’azione legale, presentando prima un ricorso d’urgenza ex articolo 700, per chiedere di riconoscere la validita’ della propria opzione al Tribunale di Milano, che lo ha respinto a fine giugno. Ora e’ arrivata la decisione definitiva del Tribunale. Sky ha dunque raggiunto un accordo con Mediaset per la trasmissione in chiaro della miglior partita del mercoledi’ per le prossime due stagioni. Alla presentazione dei palinsesti, l’ad di Mediaset, Pier Silvio Berlusconi, aveva spiegato che la cifra sborsata era “vicina” ai 40 milioni di euro messi sul piatto dalla Rai. Secondo le indiscrezioni, l’assegno staccato da Cologno Monzese oscillerebbe tra i 42 e i 45 milioni di euro.

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L’estate e l’aumento dei prezzi, al Sud rincari maggiori che al Nord

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L’inflazione e’ ridotta all’osso, a luglio e’ appena allo 0,4%. Per trovare un tasso inferiore bisogna tornare alla fine del 2016. Eppure non e’ tutto. La calma piatta dei prezzi nasconde un cambio di rotta, che si sta consumando proprio nei mesi estivi. Il Sud e le Isole mostrano i rincari maggiori, lasciando il Nord indietro. Si tratta di piccole variazioni, di decimali di punto, ma da tenere sotto osservazione. Da sempre infatti si parla di un’Italia spezzata anche dal carovita, con un Mezzogiorno economico e un Settentrione salato. Da qui anche la questione, mai sopita, delle gabbie salariali. Tema tornato attuale nel corso del dibattito sull’autonomia differenziata. Stando ai numeri, ai dati dell’Istat, nel mese di luglio invece a registrare il tasso d’inflazione piu’ elevato e’ il Sud, (0,6%),seguito dalle Isole (0,5%) mentre il Nord non va oltre la media nazionale. Tra le grandi citta’ spicca Bari (+1,2%), che supera Bolzano (1,0%). Chiude il podio sempre il Mezzogiorno con Catania (0,9%) affiancata da Modena, Trieste e Verona. In deflazione alcune grandi citta’ del Centro-Nord: Bologna (-0,1%), Ravenna, Livorno e Ancona (-0,3% in tutti e tre i casi). In linea anche la classifica regionale: apre la graduatoria l’Abruzzo (0,9%). Sopra la media nazionale anche la Puglia (0,8%), la Sicilia e la Calabria (0,6% in tutte e due). Una nuova tendenza quindi, in contrasto con quanto accaduto negli ultimi anni, ma che nel corso del 2019 aveva fatto capolino gia’ a giugno e marzo. Luglio a questo punto non fa che confermare il dato. Ma quali sono le ragioni del risveglio dei prezzi al Sud? Probabilmente il turismo in citta’ come Bari sta rimettendo in moto l’economia, tant’e’ vero che sono alberghi e ristoranti a trainare. Altre spiegazioni possono arrivare dall’entrata a regime della carta d’identita’ digitale, che ha costi piu’ alti rispetto a quella cartacea. Quando un Comune l’adotta il tasso d’inflazione puntualmente si eleva, soprattutto se stiamo parlando di citta’ con un livello dei prezzi, complessivo, basso. E’ infatti ovvio che le oscillazioni pesino di piu’ laddove il giro di affari e’ piu’ limitato. Al contrario al Nord la stagnazione potrebbe avere freddato i listini, deprimendo i consumi (secondo i consumatori causa principale della bassa inflazione che si osserva in tutt’Italia). E’ ancora presto per dire se cio’ portera’ a un riallineamento verso il basso del carovita, ricucendo un po’, almeno su questo fronte, le distanze tra Nord e Sud.

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