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Ambiente

L’Italia pensa al nucleare, 50 miliardi l’impatto sul Pil

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Il tema del nucleare di ultima generazione irrompe al forum Teha di Cernobbio con con gli imprenditori e operatori del settore che chiedono di “fare presto” per evitare di perdere l’opportunità per gli investimenti. Una tecnologia che porterebbe benefici alla crescita economica del Paese un impatto sul Pil di 50,3 miliardi al 2050. La posizione del governo non si fa attendere con il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin che annuncia l’arrivo “entro fine anno” di un “disegno di legge, che conterrà la normativa primaria e dove saranno previsti i soggetti regolatori”.

L’Italia, di fatto, rientrerebbe nel nucleare. Da Villa d’Este, sul lago di Como, sono Edison e Ansaldo Nucleare ad illustrare l’impatto dell’atomo sulla decarbonizzazione energetica e sull’economia italiana. Il nucleare di ultima generazione, secondo una analisi illustrata a Cernobbio, può abilitare al 2050 un mercato potenziale fino a 46 miliardi di euro, con un valore aggiunto attivabile pari a 14,8 miliardi di euro. Ma c’è di più perché considerando anche i benefici indiretti e dell’indotto, sarà possibile creare oltre 117.000 nuovi posti di lavoro. Il nuovo nucleare non è soltanto una “risorsa preziosa per raggiungere gli obbiettivi di transizione energetica ma costituisce una vera e propria occasione di rilancio industriale per il Paese”, spiega Nicola Monti, amministratore delegato di Edison.

“L’Italia ha l’occasione – aggiunge – di essere protagonista, se da subito viene definito un piano industriale di medio-lungo periodo”. Sui tempi è il ministro Pichetto a fissare dei punti fermi. Per fine anno arriverà “l’analisi complessiva sul nucleare e su ciò che bisognerà introdurre come norma primaria che deve trasformarsi in disegno di legge”. I tempi li detterà il “parlamento, ma auspico che nel corso del 2025 che si possa chiudere quello che è il processo di valutazione normativa”. E sull’ipotesi di un nuovo referendum, “non faccio il mago di conseguenza la libertà di raccogliere firme e fare i referendum c’è”. In passato gli italiani si sono espressi su una “tecnologia di 60 anni fa, quella di prima e seconda generazione”, prosegue il ministro, ribandendo che “guardiamo al nuovo nucleare, che non prevede la costruzione di grandi centrali.

Pensiamo invece ai agli Small modular reactor e agli Advanced modular reactor”. In Italia c’è grande fermento tra i principali protagonisti del settore dell’energia per essere pronti ad affrontare la sfida del nuovo nucleare. Da mesi, infatti, sono stati siglati numerosi accordi di programma finalizzati allo ricerca ed allo sviluppo della tecnologia nucleare. Tra le ultime intese, ma solo in ordine di tempo, c’è quella tra Edison, Federacciai e Ansaldo Energia per decarbonizzare le acciaierie italiane. Per l’Italia si riapre una nuova “riflessione sul ruolo benefico che le nuove tecnologie nucleari disponibili o in via di sviluppo possono giocare nel mix energetico italiano”, spiega Daniela Gentile, amministratore delegato di Ansaldo Nucleare. Il nucleare di nuova generazione conta attualmente, a livello globale, oltre 80 progetti in via di sviluppo.

Nello sviluppo del nuovo nucleare, secondo l’analisi di Edison, Ansaldo Nucleare e Teha, l’Italia può contare su competenze lungo quasi tutta la catena di fornitura e su un sistema della ricerca all’avanguardia. Lo studio, inoltre, ha identificato 70 aziende italiane specializzate nel settore dell’energia nucleare che confermano una “forte resilienza di questo comparto a tre decenni dall’abbandono della produzione in Italia”. Il valore strettamente legato all’ambito nucleare generato dalle aziende di questa filiera si attesta nel 2022 a 457 milioni di euro, con circa 2.800 occupati sostenuti, e l’Italia che si posiziona quindicesima a livello globale e settimana in Ue-27 per export di reattori nucleari e componenti tra il 2018 e il 2022.

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Ambiente

Veleni nelle falde della Campania, emerge un iceberg ambientale: sostanze cancerogene trovate nelle acque sotterranee

La Regione Campania ha chiesto verifiche urgenti dopo il ritrovamento di sostanze cancerogene nelle falde superficiali di diverse province. Coinvolti territori tra Caserta, Napoli, Salerno e Avellino. Gli studi coordinati dall’Università Federico II parlano di contaminazione stratificata nel tempo e aprono un nuovo fronte sul rapporto tra ambiente, salute e filiera alimentare.

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Per anni è rimasto nascosto sotto i piedi di milioni di cittadini. Silenzioso. Invisibile. Stratificato nel tempo come accade alle grandi emergenze italiane: lentamente, senza clamore, fino al momento in cui la realtà non riesce più a restare sepolta.

Adesso quell’iceberg ambientale sta emergendo con una chiarezza inquietante.

Nelle falde superficiali di ampie aree della Campania sono state trovate sostanze considerate cancerogene. Non si tratta di un allarme improvviso né di una scoperta isolata. Studi scientifici e monitoraggi precedenti avevano già segnalato anomalie pesanti. Ma oggi il quadro appare più definito, più esteso e soprattutto istituzionalmente riconosciuto.

La Regione Campania, attraverso la direzione generale della Sanità, ha chiesto alle Asl coinvolte verifiche urgenti e integrate sul rapporto tra ambiente e salute dopo il superamento delle soglie di contaminazione per tetracloroetilene (Pce) e tricloroetilene (Tce) nelle acque sotterranee.

Ed è forse questo il vero punto di svolta: per la prima volta il problema entra contemporaneamente nel campo sanitario, ambientale e della sicurezza della filiera alimentare.

Le aree più colpite: da Villa Literno al Sarno

Il quadro emerso dagli studi coordinati dal Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Università Università degli Studi di Napoli Federico II è pesante.

L’epicentro più critico appare Villa Literno, dove sono stati registrati valori di tetracloroetilene fino a 24 volte superiori ai limiti consentiti.

Ma il problema coinvolge numerosi territori:

  • Giugliano in Campania
  • Acerra
  • Boscoreale
  • Scafati
  • Sarno
  • Angri
  • Montoro
  • Aversa
  • Castel Volturno
  • Casal di Principe

Aree molto diverse tra loro ma unite da alcune caratteristiche ricorrenti: urbanizzazione aggressiva, pressione industriale storica, sistemi fognari spesso obsoleti e decenni di gestione fragile del territorio.

Cosa sono Tce e Pce e perché preoccupano

Il tetracloroetilene e il tricloroetilene sono solventi industriali utilizzati per anni in attività produttive, lavorazioni meccaniche e lavaggi a secco.

La comunità scientifica li associa a rischi oncologici e ad altre patologie importanti in caso di esposizione prolungata.

Il professor Paolo Montuori, che coordina il progetto scientifico, invita però a evitare semplificazioni e allarmismi incontrollati.

Il punto cruciale è distinguere tra falde superficiali contaminate e acqua distribuita nella rete pubblica.

“Non è l’acqua dei rubinetti”

È una precisazione fondamentale.

Gli studi riguardano le falde superficiali e soprattutto i pozzi privati non controllati.
Non l’acqua che arriva normalmente nelle abitazioni attraverso la rete idrica pubblica, che resta sottoposta a monitoraggi continui.

Montuori chiarisce anche un altro aspetto spesso equivocato: quando si parla di scuole, caserme o edifici pubblici coinvolti nei controlli, non significa che l’acqua utilizzata quotidianamente sia contaminata. I campionamenti sono stati effettuati su vecchi pozzi presenti nelle aree.

Ma il rischio esiste.
Ed è legato soprattutto all’utilizzo privato e incontrollato delle acque sotterranee.

L’inquinamento diffuso e la responsabilità collettiva

La parte forse più drammatica dell’intera vicenda è che non esiste un solo colpevole.

Gli studiosi parlano di “inquinamento diffuso”: scarichi industriali storici, rifiuti interrati, lavaggi chimici, reti fognarie deteriorate, ma anche comportamenti quotidiani scorretti accumulati per decenni.

Montuori introduce persino un elemento culturale spesso rimosso dal dibattito pubblico: durante le attività di monitoraggio, circa il 90% dei rifiuti osservati risultava essere costituito da rifiuti urbani.

È il ritratto di un territorio dove criminalità ambientale, cattiva gestione pubblica e irresponsabilità diffusa si sono intrecciate per anni producendo una contaminazione lenta ma persistente.

Terra dei Fuochi, ma non solo

Il tema richiama inevitabilmente la lunga ferita della Terra dei Fuochi.
Ma questa volta il quadro appare ancora più complesso.

Perché non si parla soltanto di roghi tossici o smaltimento illegale di rifiuti industriali.
Qui emerge un sistema territoriale fragile nel suo complesso: fogne vetuste, abusivismo, mancanza di controlli, uso incontrollato dei pozzi, infrastrutture insufficienti.

Un problema strutturale e non episodico.

Ora la sfida è sanitaria

La fase che si apre adesso potrebbe essere la più delicata.

La Regione Campania, le Asl e gli enti tecnici dovranno trasformare anni di studi in azioni concrete: monitoraggi dinamici, studi epidemiologici, sorveglianza sanitaria e controlli sulla filiera agroalimentare.

L’obiettivo dichiarato dagli studiosi è chiaro: capire cosa c’è oggi nel sangue delle persone prima ancora che emergano le malattie.

Ed è una frase che pesa come un macigno.

Perché significa che la Campania non sta più discutendo soltanto di ambiente.
Sta discutendo del proprio futuro sanitario, agricolo ed economico.

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Ambiente

Clima, Europa sempre più calda: il 2025 tra record di temperature e ghiacciai in crisi

Il rapporto Copernicus-WMO certifica un 2025 record per il caldo in Europa: temperature sopra media nel 95% del continente e forte perdita di ghiaccio.

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Il 2025 si conferma un anno critico per il clima europeo. Secondo il rapporto “Situazione europea del clima 2025”, elaborato dal servizio Copernicus e dalla Organizzazione meteorologica mondiale, almeno il 95% del continente ha registrato temperature superiori alla media.

Un dato che conferma una tendenza ormai consolidata: l’Europa è tra le aree del pianeta che si stanno riscaldando più rapidamente.

Ondate di calore e temperature estreme

Tra gli eventi più rilevanti, una ondata di calore record ha colpito Finlandia e Scandinavia per tre settimane consecutive, con temperature oltre i 30 gradi anche nelle zone prossime al Circolo Polare Artico.

Un’anomalia significativa per aree tradizionalmente caratterizzate da climi più rigidi.

Ghiacciai in forte perdita

Il rapporto evidenzia una perdita netta di massa glaciale in tutte le regioni europee. L’Islanda ha registrato la seconda perdita più elevata mai osservata.

Anche la calotta glaciale della Groenlandia ha subito un forte ridimensionamento, con una perdita di 139 gigatonnellate di ghiaccio.

La copertura nevosa è risultata inferiore del 31% rispetto alla media.

Mari più caldi e incendi record

Le temperature superficiali del mare hanno raggiunto livelli record, con l’86% delle acque europee interessate da ondate di calore marine intense.

Parallelamente, gli incendi boschivi hanno bruciato oltre un milione di ettari, segnando il dato più alto mai registrato nel continente.

Fiumi in sofferenza e eventi estremi

Per gran parte dell’anno, le portate dei fiumi sono rimaste sotto la media, con il 70% dei corsi d’acqua in condizioni di deficit idrico.

Tempeste e inondazioni hanno comunque colpito diverse aree, anche se con un impatto complessivamente inferiore rispetto agli anni precedenti.

Il ruolo crescente delle rinnovabili

Tra i pochi segnali positivi, il contributo delle energie rinnovabili. Nel 2025 hanno coperto il 46,4% della produzione elettrica europea, con il solare che ha raggiunto un record del 12,5%.

Un continente in rapido cambiamento

Secondo Florian Pappenberger, direttore del Centro europeo per le previsioni meteorologiche, l’Europa sta vivendo impatti climatici sempre più evidenti.

Il quadro delineato dal report indica una trasformazione in corso, con effetti diretti su ambiente, economia e società, e la necessità di strategie di adattamento sempre più incisive.

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Ambiente

Siccità in Europa, allarme crescente: oltre 150mila km² colpiti nel 2024

Siccità in aumento in Europa: oltre 150mila km² colpiti nel 2024. Impatti economici e sanitari pesanti, Italia tra i Paesi più esposti.

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Mentre l’attenzione internazionale si concentra su aree di crisi come lo Stretto di Hormuz, un’emergenza meno visibile ma altrettanto rilevante si estende in Europa: la siccità.

Secondo i dati di Eurostat, nel 2024 sono stati colpiti 156.703 chilometri quadrati di territorio europeo. Un’area vasta quasi quanto interi Stati e in crescita rispetto a poco più di 50mila chilometri quadrati registrati dodici anni fa.

Un trend in aumento negli ultimi anni

Il fenomeno ha conosciuto picchi significativi nel 2018 e nel 2022, ma l’andamento generale nel decennio 2014-2024 evidenzia una crescita costante.

La superficie interessata rappresenta un indicatore chiave per monitorare gli obiettivi di sviluppo sostenibile, in particolare quello legato alla tutela degli ecosistemi terrestri.

Impatti economici rilevanti

La crisi idrica ha effetti diretti sull’economia. Secondo il Libro Bianco della Community Valore Acqua, in Italia il costo medio è di circa 227 euro pro capite all’anno, per un impatto complessivo di 13,4 miliardi di euro.

Il settore più colpito è l’agricoltura, con una riduzione della produzione del 7,8% nell’ultimo decennio e danni stimati in 8,5 miliardi di euro nel solo 2024.

Effetti sulla salute

Il cambiamento climatico incide anche sulla salute pubblica. Secondo il World Health Organization e l’University College London, l’Italia è tra i Paesi europei più esposti alle ondate di calore.

Nel 2024 si sono registrati 46 giorni di caldo estremo, mentre tra il 2012 e il 2021 si stimano circa 7.400 decessi annui correlati alle alte temperature, più del doppio rispetto agli anni ’90.

Le richieste alle istituzioni

Di fronte a questi dati, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha sollecitato maggiori risorse durante il G7 di Parigi per contrastare desertificazione e degrado del suolo.

L’obiettivo è rafforzare le politiche di tutela delle risorse idriche, anche attraverso ricerca e innovazione.

Siccità, migrazioni e conflitti

Il tema della siccità si intreccia con dinamiche globali più ampie. Le aree più colpite da desertificazione coincidono spesso con regioni interessate da conflitti e flussi migratori.

In questo contesto, l’Italia ha avviato progetti di cooperazione internazionale, in particolare nell’area del Sahel, per contrastare il degrado ambientale e le sue conseguenze sociali.

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