Politica
Lega spaccata su Giorgetti: tregua fragile nel Carroccio
Dopo lo scontro sulle pensioni, nella Lega restano tensioni profonde attorno a Giancarlo Giorgetti. Due anime contrapposte guardano già al futuro politico del partito.
La ferita sembra rimarginata, ma le cicatrici restano evidenti. Lo scontro interno alla Lega esploso attorno alla norma sulle pensioni è stato archiviato come un “incidente di percorso”, ma la guerra politica che si è consumata attorno a Giancarlo Giorgetti continua a segnare il partito.
Il fuoco amico e la linea Salvini
Il segretario Matteo Salvini avrebbe dato copertura, almeno in privato, alla fronda interna guidata da Claudio Borghi, arrivata a definire Giorgetti un “ministro tecnico” pur di affossare la norma sulle pensioni. Un attacco politico diretto, che ha fatto emergere con chiarezza la distanza tra le diverse anime del Carroccio.
La reazione dei governatori
A difesa del ministro dell’Economia è sceso in campo il cosiddetto “partito dei governatori”, anche quando la norma era già stata ritirata. Il presidente della Lombardia Attilio Fontana ha parlato di una figura “forte, competente e specchiata”, il cui valore non può essere messo in discussione. Sulla stessa linea il governatore del Friuli-Venezia Giulia Massimiliano Fedriga, che ha rivendicato il profilo di Giorgetti come ministro lontano dalla propaganda e concentrato sui fatti concreti.
Due Leghe sempre più distanti
Messa in pausa la vicenda del generale Vannacci dopo il flop elettorale in Toscana, la frattura interna alla Lega riemerge con maggiore profondità. Da una parte Salvini, sempre più orientato a una linea di contrapposizione politica, meno europeista e più prudente sul sostegno all’Ucraina. Dall’altra i governatori — Fontana, Fedriga e Luca Zaia — più istituzionali, più europeisti e più attenti alle esigenze del sistema produttivo.
Uno scontro che guarda al futuro
All’esterno, nella maggioranza, lo scontro viene minimizzato come una replica di tensioni già viste dal 2019. Ma questa volta il contesto è diverso. Il 2026 sarà l’anno pre-elettorale e definirà i rapporti di forza della prossima legislatura. In questo scenario, la figura di Giorgetti diventa centrale non solo per il presente, ma per gli equilibri futuri del centrodestra.
L’ipotesi Milano e il rebus degli incarichi
Secondo indiscrezioni interne, Salvini vedrebbe con favore una candidatura di Giorgetti a sindaco di Milano. Una mossa che risolverebbe più di un problema: in caso di rielezione nel 2027, Giorgetti tornerebbe al ministero dell’Economia, rendendo difficile per Salvini rivendicare anche il Viminale. Ma l’operazione appare politicamente complessa, se non proibitiva.
Il “patto” per evitare nuove esplosioni
Per evitare nuove deflagrazioni, si fa strada l’idea di un riequilibrio interno, ispirato al modello tedesco Cdu-Csu: una convivenza regolata tra anime diverse, senza scissioni formali ma con assetti più chiari. La separazione consensuale resta fantapolitica, ma l’ipotesi di ridisegnare i vertici del partito non è più un tabù.
Sotto il cielo della Lega, la tregua regge. Ma i lampi non sono scomparsi.
Politica
De Luca attacca Ranucci: «Nessuna credibilità, facciamolo commendatore»
Vincenzo De Luca ha duramente attaccato Sigfrido Ranucci durante la sua trasmissione settimanale. Senza entrare nel merito dell’inchiesta giudiziaria, il sindaco di Salerno ha contestato al giornalista i rapporti con Valter Lavitola e ha ironicamente proposto una raccolta di firme per nominarlo commendatore della Repubblica.
«Ranucci non ha nessuna credibilità e nessun titolo per aprire bocca». Vincenzo De Luca torna all’attacco del giornalista ed ex conduttore di Report, accusando il mondo progressista di essere impegnato in un «processo di beatificazione» nei suoi confronti.
Il sindaco di Salerno è intervenuto durante la consueta trasmissione settimanale, partendo dalla fotografia che ritrae il sottosegretario Andrea Delmastro accanto a una persona indicata come esponente della criminalità.
«Niente foto con delinquenti»
«Non puoi avere né dimenticanze, né distrazioni, né fotografie in comune con delinquenti. È una ragione di stile», ha affermato De Luca, invocando maggiore attenzione da parte di chi ricopre incarichi pubblici.
Il sindaco ha poi spostato il ragionamento sulla vicenda che coinvolge Ranucci e sui suoi rapporti con Valter Lavitola, sottolineando di non voler entrare nel merito dell’inchiesta giudiziaria.
«Non dico mezza parola sulla vicenda giudiziaria, ma su una questione che riguarda lo stile personale, la credibilità e la coerenza di vita», ha precisato.
L’affondo sui rapporti con Lavitola
Secondo De Luca, Ranucci avrebbe dovuto prendere pubblicamente le distanze dalle condotte attribuite a Lavitola. «Ci si aspetterebbe che qualcuno dicesse: “Prendo le distanze da comportamenti che considero irresponsabili e criminali”», ha osservato.
Il sindaco ha quindi ricordato che il giornalista ha definito Lavitola un suo «amico fraterno», traendone un giudizio durissimo sulla sua credibilità personale.
Le valutazioni di De Luca riguardano il comportamento pubblico del giornalista e non incidono sugli accertamenti giudiziari ancora in corso.
La provocazione del commendatore
L’intervento si è concluso con una provocazione sarcastica. De Luca ha proposto di promuovere una raccolta di firme da inviare al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per nominare Ranucci commendatore.
«Se qualcuno vuole seguirmi, facciamo un’associazione per la nomina di Ranucci a commendatore della Repubblica», ha ironizzato. Poi la chiusura: «Commendator Ranucci: suona pure bene».
In Evidenza
Di Battista lascia Cuba in aeroambulanza: domani il rientro a Roma
Alessandro Di Battista è partito da Cuba a bordo di un’aeroambulanza dopo l’intervento chirurgico d’urgenza subito all’Avana. L’ex parlamentare, colpito da un malore mentre realizzava un reportage, dovrebbe arrivare domani a Roma ed essere trasferito al Policlinico Gemelli per proseguire cure e riabilitazione.
Alessandro Di Battista ha lasciato Cuba a bordo di un’aeroambulanza diretta in Italia. Dopo il tentativo di trasferimento non riuscito il 4 settembre, l’ex parlamentare del Movimento 5 Stelle è riuscito a partire dall’Avana e dovrebbe arrivare domani a Roma.
Il viaggio viene effettuato seguendo un protocollo sanitario adeguato alle sue condizioni. Secondo quanto riferito, il volo dovrebbe mantenere una quota più bassa del normale e prevedere uno o più scali.
Il malore durante il reportage
Di Battista si trovava a Cuba per realizzare un reportage quando, il 28 agosto, ha accusato forti dolori alla testa. Inizialmente è stato visitato nell’ospedale di Santa Clara, la struttura più vicina al luogo nel quale si trovava.
La serietà del quadro clinico ha successivamente reso necessario il trasferimento all’ospedale Hermanos Ameijeiras dell’Avana, dove la scorsa settimana è stato sottoposto a un intervento chirurgico d’urgenza.
L’équipe del Gemelli arrivata a Cuba
Un neurochirurgo e un rianimatore del Policlinico Agostino Gemelli avevano raggiunto Cuba per assistere Di Battista e valutarne il trasferimento. Dopo l’arrivo nella Capitale, l’ex deputato potrebbe essere accompagnato direttamente nell’ospedale romano.
Comincerà così una nuova fase del percorso sanitario, dedicata alle cure, alla riabilitazione e alla convalescenza.
I ringraziamenti ai medici cubani
In queste settimane Di Battista è stato assistito dalla compagna Sahra, con la quale ha due figli, e da Luca Di Giuseppe, amico e presidente dell’associazione Schierarsi. Quest’ultimo ha gestito anche la comunicazione, cercando di conciliare l’interesse pubblico con la richiesta di riservatezza avanzata dalla famiglia.
Prima della partenza, Schierarsi aveva ringraziato medici, infermieri e fisioterapisti cubani per l’assistenza prestata. Di Giuseppe ha poi pubblicato una fotografia dell’aeroambulanza accompagnandola con un messaggio: «Buon rientro, fratello mio. Ci rivediamo a Roma tra qualche ora».
Politica
Addio a Emma Bonino, una vita radicalmente libera: è morta a 78 anni
Emma Bonino è morta a Roma all’età di 78 anni. Parlamentare, ministra degli Esteri e commissaria europea, ha dedicato la vita ai diritti civili, alle donne, alla giustizia internazionale e all’Europa federale.
Emma Bonino è morta a Roma all’età di 78 anni. Ad annunciarlo è stato il suo partito, Più Europa, con una frase che racchiude il dolore e l’eredità politica della storica leader radicale: «Emma ci ha lasciati, ma non ci lascerà mai».
Era stata ricoverata il 7 settembre all’ospedale Santo Spirito per un aggravamento delle condizioni di salute. Dopo essere uscita dalla terapia intensiva, era stata trasferita in una struttura privata. Non sono state comunicate le cause della morte.
«Sempre radicalmente libera»
«Oggi non ci lascia soltanto la nostra leader, ci lascia una delle protagoniste più lucide, coraggiose e libere della storia politica del nostro Paese e del mondo libero», scrive Più Europa.
Attivista, parlamentare, ministra e commissaria europea, Bonino ha attraversato oltre mezzo secolo di vita pubblica mantenendo al centro della propria azione i diritti civili, l’autodeterminazione delle donne, lo Stato di diritto, la giustizia internazionale e la costruzione di un’Europa federale.
«La sua vita è stata una lunga lotta contro tutto ciò che nega le libertà: contro l’aborto clandestino, contro la fame nel mondo, contro la partitocrazia, contro l’infibulazione, contro il giustizialismo, contro i genocidi e ogni forma di autoritarismo», ricorda il partito.
Dall’aborto clandestino alle battaglie radicali
Nata a Bra, in provincia di Cuneo, il 9 marzo 1948, Bonino si laureò in Lingue e letterature moderne all’Università Bocconi di Milano.
Il suo ingresso nella politica radicale fu segnato dall’esperienza personale dell’aborto clandestino. Nel 1975 fondò il Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto e l’anno successivo entrò per la prima volta alla Camera dei deputati.
Da allora divenne una delle protagoniste delle campagne per la legalizzazione dell’aborto, il divorzio, la libertà di ricerca, i diritti delle donne e delle minoranze, il superamento della pena di morte e la lotta alla fame nel mondo.
L’impegno internazionale
Tra il 1995 e il 1999 fu commissaria europea, occupandosi di aiuti umanitari, pesca, tutela dei consumatori e cooperazione. In quegli anni portò l’Europa nelle grandi crisi internazionali, dai Balcani al Ruanda, dall’Afghanistan alla Somalia.
Nel 1993 aveva contribuito alla nascita di Non c’è Pace Senza Giustizia, organizzazione impegnata contro l’impunità e per l’affermazione della giustizia penale internazionale.
Eletta più volte al Parlamento europeo, Bonino fece della battaglia per gli Stati Uniti d’Europa uno dei punti centrali della propria azione politica.
Ministra e senatrice
Nel governo Prodi, dal 2006 al 2008, ricoprì l’incarico di ministra del Commercio internazionale e delle Politiche europee. Nel 2008 fu eletta vicepresidente del Senato.
Nel 2013 divenne ministra degli Affari esteri nel governo guidato da Enrico Letta. Quattro anni dopo partecipò alla fondazione di Più Europa e nel 2018 tornò in Parlamento come senatrice.
Anche durante la malattia non abbandonò l’impegno pubblico, continuando a intervenire sui diritti, sull’immigrazione, sulla politica estera e sul futuro dell’Unione europea.
Il cordoglio di Meloni
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ricordato una figura politicamente distante, ma centrale nella storia repubblicana.
«Emma Bonino ha rappresentato per decenni una voce forte e riconoscibile della politica italiana, portando avanti le sue idee con determinazione. Le nostre storie e sensibilità sono state lontane, ma questo non mi ha mai impedito di riconoscerne il peso e il ruolo nella vita pubblica della nostra Nazione».
Più Europa affida alla sua comunità il compito di proseguire quelle battaglie: «Trasformeremo la gratitudine per avere potuto lottare al suo fianco nel coraggio di continuare a batterci come ci ha insegnato. Grazie Emma, dal profondo del cuore».


