Politica
Lega, Salvini prepara la svolta: Zaia e Fedriga verso la vicesegreteria
Matteo Salvini prepara la riorganizzazione della Lega dopo le tensioni interne e l’uscita di Roberto Vannacci. Zaia e Fedriga potrebbero diventare vicesegretari, mentre prende quota il ritorno a un partito maggiormente radicato nel Nord.
La Lega si prepara a cambiare pelle per fermare la perdita di consensi, ricucire il rapporto con il Nord e reagire alla concorrenza del nuovo partito di Roberto Vannacci. Il Consiglio federale convocato mercoledì 10 giugno a Romapotrebbe rappresentare il primo passaggio concreto di una riorganizzazione destinata a modificare gli equilibri interni del Carroccio.
Matteo Salvini avrebbe proposto a Luca Zaia e Massimiliano Fedriga di affiancarlo come vicesegretari, insieme a Claudio Durigon, destinato a mantenere il ruolo di riferimento politico per il Centro-Sud.
Dalla Lega non sono arrivate conferme ufficiali. La trattativa resta aperta e la nuova struttura dovrà essere discussa dagli organismi del partito.
Zaia e Fedriga per riconquistare il Nord
L’ingresso di Zaia e Fedriga nella guida nazionale avrebbe un significato politico preciso: restituire maggiore peso alla componente autonomista e territoriale, che da tempo chiede una correzione della linea nazionale adottata da Salvini.
Zaia avrebbe ribadito nei contatti degli ultimi giorni la necessità di avere coraggio e di ricostruire una Lega fortemente radicata nei territori, senza concentrare ogni scelta sui risultati immediati dei sondaggi.
L’ex presidente del Veneto non intenderebbe limitarsi a un incarico simbolico. La richiesta sarebbe quella di avviare un percorso politico di lungo periodo, con maggiore autonomia per le strutture regionali e un ruolo più forte degli amministratori locali.
Anche Fedriga, presidente del Friuli-Venezia Giulia, rappresenta l’area istituzionale e governativa del partito. Il suo coinvolgimento servirebbe a evitare che la riorganizzazione appaia costruita esclusivamente intorno alla figura di Zaia.
Il modello bavarese sul tavolo
Tra le ipotesi discusse torna il cosiddetto modello bavarese, ispirato al rapporto tra la Cdu tedesca e la Csu, presente autonomamente in Baviera.
Applicato alla Lega, il progetto potrebbe prevedere un partito nazionale affiancato da una struttura specificamente settentrionale, dotata di maggiore autonomia politica e organizzativa.
Una soluzione del genere consentirebbe di mantenere la presenza nazionale costruita da Salvini e, contemporaneamente, di recuperare la tradizione federalista della Lega Nord.
Non si tratta però di una modifica realizzabile attraverso una semplice decisione del Consiglio federale. Una trasformazione confederale o la costituzione di organizzazioni territoriali autonome richiederebbero una revisione dello statuto e quindi un vero congresso.
Il confronto decisivo a Treviso
Il Consiglio federale dovrebbe aprire il confronto, ma il passaggio politico più rilevante potrebbe essere il ritiro a porte chiuse previsto a Treviso il 4 e 5 luglio.
L’appuntamento, voluto da Salvini, viene considerato da alcuni dirigenti importante quasi quanto un congresso. Sarà l’occasione per discutere identità, organizzazione, linea politica e strategia elettorale.
Nel partito cresce la convinzione che lasciare tutto immutato possa produrre una lenta emorragia di consensi, militanti e rappresentanti istituzionali.
La discussione non riguarderà necessariamente la leadership di Salvini, ma il segretario è chiamato a dimostrare di saper aprire una nuova fase e condividere maggiormente le decisioni con i governatori e con i territori.
L’effetto Vannacci sulla crisi del Carroccio
Sulla riorganizzazione pesa inevitabilmente l’uscita di Roberto Vannacci, che nel febbraio scorso ha lasciato la Lega per fondare Futuro Nazionale.
L’ex generale ha costruito una formazione collocata alla destra della coalizione di governo e punta a intercettare parte dell’elettorato leghista e di Fratelli d’Italia. Il nuovo movimento viene accreditato dai sondaggi di una percentuale ancora limitata, ma potenzialmente decisiva in un sistema elettorale fondato sulle coalizioni.
Nel fine settimana Vannacci ha annunciato l’adesione di quattro deputati: Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dalla Lega, Attilio Pierro e Davide Bergamini da Forza Italia.
Le nuove uscite hanno aumentato la pressione sui vertici del Carroccio e reso più urgente una risposta politica e organizzativa.
Salvini accusa chi ha lasciato il partito
Salvini ha evitato di citare direttamente Vannacci, ma nella newsletter domenicale ha riservato parole dure a chi ha abbandonato la Lega.
Il segretario ha parlato di persone che avrebbero tradito la fiducia del partito, dei militanti e degli elettori per inseguire poltrone e interessi personali, assicurando che la Lega continuerà a guardare avanti.
La scelta di liquidare pubblicamente gli addii non cancella però il problema politico. Futuro Nazionale sottrae parlamentari, visibilità e potenziali consensi proprio nell’area più identitaria della destra.
Le tensioni arrivano anche in Forza Italia
La crescita del movimento di Vannacci comincia a produrre effetti anche su Forza Italia. Il passaggio di Pierro e Bergamini ha provocato una reazione negli ambienti vicini a Marina Berlusconi.
Da Arcore è filtrata la convinzione che gli addii non rappresentino una perdita grave, ma siano la conseguenza di precedenti scelte sbagliate nella selezione della classe parlamentare.
Marina Berlusconi continua a dichiarare di non voler intervenire direttamente nella gestione politica del partito fondato dal padre. Resta però interessata a una linea liberale, europeista e moderata, nettamente distante dalle posizioni di Futuro Nazionale.
Vannacci ha replicato contestando il ruolo pubblico della presidente di Fininvest e chiedendo perché intervenga nelle vicende di Forza Italia pur non ricoprendo incarichi politici.
Calenda chiede al centrodestra di escludere Vannacci
Dall’opposizione, Carlo Calenda ha invitato il centrodestra a chiarire immediatamente che Futuro Nazionale non sarà ammesso nella coalizione.
Il leader di Azione teme che una nuova legge elettorale possa spingere Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia ad allearsi con Vannacci per non disperdere voti decisivi.
La questione riguarda soprattutto Forza Italia, che considera incompatibile la propria svolta liberale con le posizioni più radicali e filorusse attribuite al movimento dell’ex generale.
Per Giorgia Meloni il problema sarà mantenere unita la coalizione, evitando contemporaneamente che una lista alla sua destra sottragga voti importanti alle elezioni politiche.
Salvini davanti alla scelta più difficile
Il progetto della nuova Lega prova a tenere insieme due esigenze opposte: conservare il partito nazionale costruito negli ultimi anni e recuperare l’identità autonomista del Nord.
Zaia e Fedriga possono offrire autorevolezza, consenso territoriale e capacità amministrativa, ma chiederanno probabilmente spazi politici reali e non soltanto incarichi formali.
Il Consiglio federale potrà indicare una direzione. La vera svolta richiederà però un accordo sulla struttura, sulla linea politica e sui rapporti di forza interni.
Salvini tenta così di rispondere alla crisi senza rinunciare alla leadership. Il successo dell’operazione dipenderà dalla disponibilità dei governatori e dalla capacità del segretario di trasformare la promessa di un ritorno ai territori in una modifica concreta del partito.
Politica
Castellammare di Stabia, il Consiglio dei ministri scioglie il Comune per infiltrazioni camorristiche
Il Consiglio dei ministri ha deliberato lo scioglimento del Consiglio comunale di Castellammare di Stabia per infiltrazioni della criminalità organizzata. Si interrompe l’amministrazione guidata dal sindaco Luigi Vicinanza. Il Comune sarà affidato a una commissione straordinaria.
Il Consiglio dei ministri ha deliberato lo scioglimento del Consiglio comunale di Castellammare di Stabia per infiltrazioni della criminalità organizzata. Il provvedimento, adottato su proposta del Ministero dell’Interno, pone fine all’amministrazione guidata dal sindaco Luigi Vicinanza e apre una nuova fase di gestione commissariale dell’ente.
Il provvedimento del Governo
La decisione arriva al termine dell’iter avviato dopo il lavoro della commissione d’accesso nominata dalla Prefettura di Napoli, incaricata di verificare l’eventuale presenza di condizionamenti della criminalità organizzata sull’attività amministrativa del Comune. Il Consiglio dei ministri ha accolto la proposta di scioglimento prevista dall’articolo 143 del Testo unico degli enti locali.
Con lo scioglimento decadono sindaco, giunta e Consiglio comunale. La gestione dell’ente sarà affidata a una commissione straordinaria, che amministrerà il Comune per un periodo di 18 mesi, salvo eventuali proroghe previste dalla normativa.
È il secondo scioglimento consecutivo
Per Castellammare di Stabia si tratta del secondo scioglimento consecutivo per infiltrazioni mafiose. Il precedente risale al 2022 e riguardò l’amministrazione comunale allora in carica.
Il nuovo provvedimento rappresenta un duro colpo per la città e interrompe anticipatamente il mandato dell’amministrazione eletta nel 2024.
Attese le motivazioni del decreto
Al momento il Governo ha deliberato lo scioglimento, mentre le motivazioni dettagliate saranno contenute nel decreto del Presidente della Repubblica e nella relativa relazione ministeriale che accompagnerà il provvedimento.
Lo scioglimento per infiltrazioni mafiose non costituisce un giudizio penale nei confronti dei singoli amministratori, ma è una misura di carattere amministrativo prevista dall’ordinamento per tutelare il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione quando emergano elementi di condizionamento da parte della criminalità organizzata.
Politica
Corte dei conti, il governo chiede nuovi chiarimenti sulla promozione di dieci magistrati
Il Consiglio dei ministri non conclude l’esame delle promozioni di dieci magistrati della Corte dei conti alla qualifica di presidente di sezione. Dopo la riunione del 4 giugno e una nota del Consiglio di presidenza della magistratura contabile, il governo ha deciso di chiedere ulteriori chiarimenti.
Il governo chiede ulteriori chiarimenti sulla promozione di dieci magistrati della Corte dei conti alla qualifica di presidente di sezione.
La decisione è stata assunta dal Consiglio dei ministri dopo avere esaminato la nota informativa trasmessa dal Consiglio di presidenza della magistratura contabile, l’organo di autogoverno della Corte.
L’esame iniziato il 4 giugno
La questione era stata affrontata per la prima volta nella riunione del Consiglio dei ministri del 4 giugno 2026. In quella sede il governo aveva esaminato dieci provvedimenti riguardanti la promozione di consiglieri della Corte dei conti alla qualifica superiore di presidente di sezione.
Dopo avere acquisito la successiva nota informativa del Consiglio di presidenza, Palazzo Chigi ha ritenuto necessario approfondire alcuni aspetti prima di assumere una decisione definitiva.
Nessuna bocciatura delle promozioni
Il comunicato del governo non parla di rigetto o annullamento delle proposte. La deliberazione riguarda esclusivamente la richiesta di nuovi elementi informativi.
L’iter delle promozioni resta quindi aperto e potrà proseguire dopo la trasmissione dei chiarimenti richiesti dal Consiglio dei ministri.
Il confronto istituzionale sulle nomine
La scelta segnala la volontà dell’esecutivo di svolgere ulteriori verifiche sui provvedimenti adottati dall’organo di autogoverno della Corte dei conti.
Non sono stati resi pubblici, nel comunicato, i nomi dei magistrati interessati né la natura specifica delle questioni sulle quali Palazzo Chigi ha chiesto approfondimenti. La valutazione definitiva viene dunque rinviata a una successiva riunione del governo.
Politica
Preferenze bocciate alla Camera, telefoni accesi e caccia ai franchi tiratori: a Montecitorio torna il clima da Prima Repubblica
La bocciatura per un solo voto dell’emendamento sulle preferenze trasforma Montecitorio in un teatro di tensioni, accuse e sospetti. Deputati fotografano il proprio voto, le opposizioni chiedono dimissioni ed elezioni, mentre nella maggioranza parte la caccia ai franchi tiratori.
Telefoni accesi per certificare il voto, riunioni improvvisate nei corridoi, accuse sussurrate, urla in Aula e lunghe passeggiate sconsolate nel cortile di Montecitorio. Per un giorno alla Camera è sembrato di tornare ai riti e ai sospetti della Prima Repubblica.
La bocciatura dell’emendamento sulle preferenze, respinto per un solo voto, ha trasformato una seduta parlamentare in una resa dei conti politica. Da una parte i volti soddisfatti delle opposizioni, dall’altra le facce scure della maggioranza e la ricerca affannosa dei franchi tiratori.
Aula al completo per il voto decisivo
Fin dalla mattina a Montecitorio si respirava un clima di forte tensione. Dopo le ultime riunioni dei gruppi parlamentari, i partiti si sono presentati quasi al completo per l’avvio, alle 14, dell’esame degli emendamenti alla legge elettorale.
I lavori sono proceduti rapidamente fino alla discussione dei subemendamenti alla proposta di Fratelli d’Italia sulle preferenze, considerata il cuore della riforma sostenuta da Giorgia Meloni.
A scaldare gli animi è stato soprattutto l’intervento della deputata leghista Laura Ravetto, che ha chiesto di eliminare il principio dell’alternanza di genere, rivolgendosi direttamente alle colleghe.
La replica della capogruppo del Partito democratico Chiara Braga è stata immediata: «Non tutte abbiamo cambiato partito per un seggio assicurato». Una frase accolta dagli applausi delle opposizioni, con Elly Schlein tra le prime ad alzarsi, e da segnali di approvazione arrivati anche da alcuni banchi della Lega.
I telefoni per dimostrare la fedeltà
Intorno alle 18.30 si è arrivati alla votazione dell’emendamento firmato dal capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami.
Durante le operazioni di voto, dai banchi di FdI e delle altre forze della maggioranza sono comparsi alcuni telefoni cellulari. Deputati avrebbero fotografato o registrato il proprio voto, probabilmente per dimostrare di avere rispettato l’indicazione del partito.
Un comportamento che racconta il clima di sospetto già presente prima dell’esito e il timore che lo scrutinio segreto potesse favorire defezioni interne.
Il silenzio e poi l’esplosione dell’Aula
Alla chiusura della votazione, nell’Aula è calato il silenzio. Il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, che aveva chiesto che ogni passaggio fosse formalmente ineccepibile, ha letto il risultato: 187 favorevoli e 188 contrari.
La frase «la Camera respinge» è stata immediatamente coperta dagli applausi e dalle grida delle opposizioni. Dai banchi sono partiti i cori «dimissioni» ed «elezioni», mentre i leader e i deputati del centrosinistra si abbracciavano.
Nella maggioranza, invece, i capigruppo hanno richiamato i parlamentari all’ordine, nel tentativo di capire dove si fossero nascosti i voti contrari.
Tabulati e capannelli per scoprire i tradimenti
Il voto segreto rende impossibile identificare con certezza i franchi tiratori. Per cercare indizi, il capogruppo leghista Riccardo Molinari avrebbe consultato i tabulati di precedenti votazioni, confrontando presenze e comportamenti parlamentari.
In Forza Italia, il vicepremier Antonio Tajani, rimasto seduto ai banchi del governo, ha riunito alcuni dei suoi collaboratori più fidati per un capannello d’emergenza.
Tra i deputati di Fratelli d’Italia sono cominciate a circolare accuse sottovoce. «Sono stati Lega e Forza Italia», sosteneva un parlamentare meloniano dirigendosi verso la buvette. Si tratta, però, di sospetti impossibili da verificare proprio per la segretezza del voto.
La sorpresa delle opposizioni
Fuori dall’Aula, le opposizioni non hanno nascosto la soddisfazione, ma anche lo stupore per un risultato che in pochi avevano previsto.
«Erano entrati tutti tronfi in Aula, con il parere favorevole dalla loro», ha commentato sorridendo il deputato del Pd Lorenzo Guerini. «Non ce lo aspettavamo» è stata la frase più ripetuta dai parlamentari dell’opposizione davanti ai giornalisti in Transatlantico.
Ben diverso il clima tra i deputati del centrodestra, molti dei quali hanno lasciato l’Aula in silenzio, con il volto teso e lo sguardo basso.
Lupi: tensioni e alternanza di genere decisive
Tra le analisi più nette c’è stata quella di Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati e tra i firmatari dell’emendamento.
«Se porti in Aula le preferenze, perdi. Era già successo a Renzi», ha osservato Lupi, indicando due possibili cause della sconfitta: le tensioni interne alla maggioranza e il contrasto nato sulla questione dell’alternanza di genere.
La votazione ha così restituito l’immagine di una coalizione formalmente unita ma attraversata da dissensi e diffidenze. La riforma potrà proseguire il proprio percorso parlamentare, ma la giornata di Montecitorio lascia dietro di sé una frattura politica che difficilmente potrà essere archiviata come un semplice incidente.


