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Le urla di Xi e Putin non terrorizzano l’Occidente

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Dal vertice dei Brics parte la nuova sfida di Cina e Russia all’Occidente. Il presidente Xi Jinping ha criticato “l’abuso” delle sanzioni internazionali e il suo omologo Vladimir Putin, promotore “dell’operazione militare speciale” contro l’Ucraina, ha accusato Usa e alleati di aver fomentato una crisi globale: entrambi i leader, legati da una amicizia “senza limiti”, si sono trovati d’accordo nella richiesta di piu’ cooperazione tra i Brics – l’acronimo di Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica – per svolgere un ruolo costruttivo a livello globale e respingere l’egemonia guidata dagli Stati Uniti. Xi, facendo gli onori di casa in modalita’ virtuale, ha illustrato in avvio del 14/mo summit dei leader dei cinque Paesi un modello alternativo a quello occidentale basato sul coordinamento delle politiche macro, sul vero multilateralismo con l’Onu al centro, sulle garanzie per la sicurezza e sui flussi regolari di catene industriali e supply chain, nell’ambito di un’economia mondiale aperta e di una crescita piu’ inclusiva. “Dobbiamo abbandonare la mentalita’ della Guerra Fredda, bloccare il confronto e opporci alle sanzioni unilaterali e all’abuso delle sanzioni”, ha notato Xi, enfatizzando la drammaticita’ del momento (“il nostro incontro arriva in una fase cruciale per il futuro dell’umanita’”) e rivendicando un ruolo guida dei Brics (“devono assumersi le loro responsabilita’”) con l’obiettivo di superare “i piccoli circoli egemonici” e di approdare “alla grande famiglia di una comunita’ con un futuro condiviso per l’umanita’”. Poi, ancora un attacco alla Nato: l’espansione di alleanze militari e’ uno “slancio pericoloso” che rendera’ “il mondo piu’ volatile”. Putin, alla prima partecipazione sia pur virtuale a un vertice internazionale dopo l’invasione dell’Ucraina, si e’ detto certo che “soltanto una cooperazione onesta e reciprocamente vantaggiosa puo’ cercare vie d’uscita alla crisi dell’economia globale dovuta ad azioni sconsiderate di singoli Stati”. Ha accusato l’Occidente di “usare meccanismi finanziari” per “scaricare gli errori di politica macroeconomica sul mondo intero” e ha assicurato che i legami con Pechino sono i migliori di sempre, la base di “una partnership strategica” contro l’influenza Usa. I Brics, ha aggiunto il leader del Cremlino, devono aprire la strada a un “mondo multipolare” con le relazioni tra Stati regolate “solo dal diritto internazionale”. A differenza delle nazioni industrializzate del G7 (Usa, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Canada), che domenica si troveranno sotto la presidenza tedesca in Baviera, i Paesi dei Brics non hanno criticato e condannato la Russia e tantomeno aderito alle sanzioni dell’Occidente. L’India ha assunto una postura neutrale per gli stretti legami con Mosca su energia e forniture militari, e la Cina – in nome della “partnership senza limiti” – ha aumentato gli acquisti di petrolio. Tra i cinque Paesi non mancano attriti. India (il cui premier Narendra Modi ha lodato i Brics come “organizzazione internazionale unica il cui obiettivo non si limita solo al dialogo”) e Cina hanno rapporti tesi a due anni dagli scontri mortali sul confine himalayano. New Delhi e’ nel Quad, il gruppo informale sulla sicurezza con Usa, Giappone e Australia di contenimento della Cina nell’Indo-Pacifico. Domani, infine, c’e’ la riunione dei Brics nel formato ‘plus’, allargata ai partner potenziali di cui si sa poco: “Dovremmo portare avanti il nostro processo e lasciare che altri che la pensano come noi si uniscano presto alla famiglia”, ha scandito Xi, chiudendo il suo intervento.

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J&J interrompe la produzione del suo talco, pesano cause legali

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Johnson & Johnson ha deciso di interrompere la produzione del suo talco per bambini dal 2023. Una decisione che si inserisce fra le oltre 40.000 azioni legali che accusano il prodotto di causare il cancro per la presenza di amianto. Il colosso americano della farmaceutica e dei prodotti per la cura personale opta per promuovere una polvere a base di amido di mais, già lanciato sui mercati americano e canadese. “Continuiamo a valutare e ottimizzare il nostro portafoglio per essere meglio posizionati per la crescita di lungo termine, Questa transizione aiuterà a semplificare la nostra offerta di prodotti”, afferma la società ribadendo di continuare a ritenere il suo tradizionale borotalco sicuro. 

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Cerca di irrompere in uffici dell’Fbi e viene ucciso

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L’uomo che ha cercato di irrompere nella sede dell’Fbi a Cincinnati, in Ohio, è stato ucciso. Dopo ore di inseguimento e trattative affinché si consegnasse in pace alle autorità, Ricky Shiffer è stato freddato dalle forze dell’ordine. La sua tentata irruzione segue il blitz degli agenti federali a casa di Donald Trump, che ha sollevato fra i repubblicani e la destra una valanga di critiche contro l’Fbi. Secondo indiscrezioni, Shiffer sarebbe proprio un sostenitore dell’ex presidente americano con legami con gruppi estremisti, fra i quali uno di quelli che ha partecipato all’assalto al Congresso del 6 gennaio. L’uomo infatti sarebbe stato ripreso in un video postato su Facebook a un comizio pro-Trump a Washington la sera prima dell’assalto al Campidoglio. L’allarme è scattato intorno alle nove del mattino, quando Shiffer con una pistola e un fucile, probabilmente un Ar-15, ha cercato di entrare negli uffici dell’Fbi. Gli agenti speciali sono intervenuti subito. Alcuni colpi d’arma da fuoco sono volati poi Shiffer è scappato, aprendo una caccia all’uomo durate ora. L’uomo ha cercato rifugio nelle aree rurali fuori città, ma l’imponente dispiegamento di polizia è riuscito a fermarlo. Sono quindi iniziate ore di trattative per cercare di convincerlo a consegnarsi, ma senza risultato. Alla fine, Shiller è stato ucciso. I motivi del suo gesto non sono noti e la polizia indaga al riguardo. Il timore è che si tratti di un’azione legata al blitz dell’Fbi a casa di Trump e alla rabbia che ne è scaturita negli ambienti di destra, da dove si è sollevata una chiamata all’azione. 

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L’Fbi a casa Trump cercava documenti sulle armi nucleari

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 L’Fbi a casa di Donald Trump cercava documenti legati alle armi nucleari, e quindi top secret e con implicazioni per la sicurezza nazionale. La rivelazione del Washington Post mostra l’urgenza dell’intervento degli agenti federali e la preoccupazione diffusa all’interno del governo americano sul tipo di documenti parcheggiati a Mar-a-Lago e sul pericolo che potessero finire in mani sbagliate. L’indiscrezione arriva mentre l’ex presidente Usa e i suoi legali non hanno ancora chiarito come intendono procedere sulla mozione presentata dal Dipartimento di Giustizia per chiedere che il mandato di perquisizione effettuato venga reso pubblico. Trump ha tempo fino alle 21 di oggi per decidere se opporsi o meno alla diffusione del documento. Per il tycoon e i suoi legali si tratta di una scelta complessa: l’ex presidente ha in mano il mandato da lunedì quando è stato effettuato il blitz, ma non l’ha reso pubblico limitandosi a criticare duramente l’Fbi. Bloccare la richiesta del Dipartimento di Giustizia potrebbe lasciar intendere che Trump ha qualcosa da nascondere nel mandato, documento in grado di chiarire le motivazioni che hanno spinto gli agenti federali a intervenire. “Merrick Garland sta cercando di scoprire il bluff di Trump”, commentano alcuni esperti osservando come il ministro della Giustizia ha rimandato con destrezza la palla nel campo di Trump. Secondo indiscrezioni, lo staff dell’ex presidente è stato colto di sorpresa dalla mossa del ministro della Giustizia, in grado almeno per il momento di mettere Trump all’angolo. Se le indiscrezioni del Washington Post sui documenti legati al nucleare si rivelassero vere, la situazione di Trump si complicherebbe. Le carte infatti sarebbero in grado di mettere a rischio la sicurezza nazionale americana, ma anche di creare problemi con altri paesi. Non è chiaro infatti se i documenti a cui gli agenti federali davano la caccia riguardavano solo l’arsenale nucleare americano o anche quello di altri paesi. Secondo il New York Times fra le carte c’erano anche informazioni sui più segreti programmi americani, i cosiddetti ‘special access programs’. Joe Biden segue gli sviluppi da lontano. Il presidente è con la first lady in vacanza per qualche giorno sull’isola di Kiawah, South Carolina. Una pausa per ricaricarsi in vista delle elezioni di metà mandato di novembre dopo le quali, secondo indiscrezioni, dovrebbe annunciare la sua candidatura al 2024 e lanciare la campagna elettorale. Il presidente americano è convinto di voler correre nonostante i sondaggi indichino la preferenza dei democratici per un altro candidato. La convinzione di Biden si sarebbe rafforzata con le recenti vittorie legislative, economiche e di politica estera, oltre alla determinazione di voler negare a Donald Trump un ritorno alla Casa Bianca. Un obiettivo che lo accomuna alla deputata Liz Cheney. La repubblicana perderà con molta probabilità le primarie in Wyoming per la Camera, ma la sua carriera politica è lungi dall’essere finita. Pur di evitare un ritorno di Trump nello Studio ovale, Cheney potrebbe accarezzare l’idea di una candidatura alla Casa Bianca. 

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