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Salute

“Le creme solari aumentano i tumori”: medici e Iss smontano la tesi diventata virale

Bufera sul post di una nutrizionista secondo cui una maggiore esposizione al sole proteggerebbe dal melanoma e le creme solari aumenterebbero i tumori della pelle. Dermatologi, medici di famiglia e Istituto superiore di sanità contestano una lettura selettiva dello studio citato e ribadiscono i rischi delle radiazioni ultraviolette.

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 “Una maggiore esposizione solare protegge dal melanoma” e “le creme solari aumentano il rischio di tutti i tumori della pelle”. Le affermazioni diffuse sui social da Debora Rasio, nutrizionista e ricercatrice specializzata in oncologia, hanno raggiunto in poche ore centinaia di migliaia di utenti, provocando la reazione del mondo medico e delle istituzioni sanitarie.

Il contenuto è stato segnalato dalla piattaforma come informazione falsa dopo la verifica dei fact-checker. Dermatologi, medici di famiglia e Istituto superiore di sanità avvertono che una comunicazione di questo tipo può indurre le persone a rinunciare alle protezioni, aumentando concretamente i rischi per la salute.

Lo studio citato non dimostra che le creme provochino il cancro

A sostegno della propria tesi, Rasio ha richiamato uno studio osservazionale condotto sui dati della UK Biobank e pubblicato nel 2023 sulla rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention.

La ricerca rilevava un’associazione statistica tra un uso più frequente della protezione solare e una maggiore presenza di tumori cutanei. Ma gli stessi autori spiegavano che il risultato poteva dipendere dal fatto che chi usa maggiormente le creme è spesso anche chi si espone più a lungo al sole, ha una pelle più chiara oppure ha iniziato a proteggersi dopo una diagnosi.

Lo studio non stabilisce quindi un rapporto di causa ed effetto tra crema solare e tumori. Al contrario, nelle conclusioni raccomanda di ridurre l’esposizione ai raggi ultravioletti e di utilizzare la protezione in modo adeguato e frequente.

Il rischio di confondere correlazione e causalità

Il punto centrale è la differenza tra associazione statistica e causa.

Il fatto che tra le persone che usano più spesso una crema si osservino più diagnosi non significa che sia la crema a provocare la malattia. Chi ha la pelle molto chiara, si scotta facilmente, trascorre molto tempo all’aperto o ha già avuto problemi cutanei tende infatti a usare maggiormente i prodotti protettivi ed è contemporaneamente più esposto al rischio.

È il cosiddetto “paradosso della crema solare”: alcuni utilizzatori possono sentirsi protetti e prolungare eccessivamente l’esposizione, applicando inoltre quantità insufficienti o evitando di rinnovare il prodotto dopo il bagno o dopo molte ore.

Iarc: oltre l’80 per cento dei melanomi è legato ai raggi Uv

I dati dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro indicano una realtà opposta rispetto a quella suggerita nel video.

Secondo una stima pubblicata nel 2025, circa 267 mila dei 332 mila nuovi casi di melanoma cutaneo registrati nel mondo nel 2022, pari a oltre l’80 per cento, sarebbero attribuibili all’esposizione alle radiazioni ultraviolette.

I raggi Uv possono danneggiare il Dna delle cellule cutanee e favorire la comparsa di mutazioni. Il rischio aumenta in particolare in caso di esposizione intensa e intermittente e di ripetute scottature, soprattutto durante l’infanzia e l’adolescenza.

I dermatologi: il sole va affrontato con precauzione

La Società italiana di dermatologia ribadisce che l’esposizione solare eccessiva e scorretta rappresenta uno dei principali fattori di rischio per i tumori della pelle.

Le indicazioni prevedono l’uso di una crema ad ampio spettro con fattore di protezione elevato, da applicare in quantità sufficiente e più volte durante la giornata. La protezione non deve però essere considerata un lasciapassare per restare al sole senza limiti.

Servono anche cappello, occhiali, indumenti adeguati, ricerca dell’ombra ed esclusione delle ore centrali della giornata. Particolare attenzione deve essere riservata ai bambini e alle persone con pelle chiara.

L’Iss: le creme autorizzate non sono cancerogene

L’Istituto superiore di sanità ha respinto con nettezza l’affermazione secondo cui i prodotti solari regolarmente autorizzati provocherebbero il cancro.

I filtri solari sono sottoposti a valutazioni di sicurezza e sono progettati per ridurre la quantità di radiazioni ultraviolette che raggiunge la pelle. Non garantiscono una protezione assoluta e devono essere utilizzati correttamente, ma non esistono prove che il loro impiego ordinario aumenti il rischio complessivo di tumori cutanei.

Anche la letteratura scientifica disponibile considera la protezione solare uno degli strumenti utili, insieme alla limitazione dell’esposizione, per prevenire scottature, danni cutanei e tumori della pelle.

Quando la disinformazione diventa un rischio sanitario

Il confronto scientifico è legittimo, ma deve rispettare il significato dei dati. Isolare un risultato da uno studio osservazionale e presentarlo come prova di un rapporto causale può trasformare una discussione accademica in un messaggio pericoloso.

Dire che il sole protegge dal melanoma o che le creme solari provocano i tumori rischia di spingere migliaia di persone verso comportamenti non protetti proprio durante i mesi di maggiore esposizione.

La raccomandazione delle autorità sanitarie resta quindi chiara: esporsi con moderazione, evitare le scottature, utilizzare correttamente la protezione solare e sottoporre al dermatologo eventuali nei o lesioni che cambiano forma, colore o dimensione.

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L’IA progetta i primi virus funzionanti: infettano soltanto i batteri

Un modello di intelligenza artificiale ha progettato 16 batteriofagi funzionanti. Lo studio apre prospettive mediche, ma solleva interrogativi sulla biosicurezza.

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Per la prima volta un sistema di intelligenza artificiale generativa è stato utilizzato per progettare interi genomi virali capaci di funzionare e replicarsi. Il risultato rappresenta un passaggio importante per la biologia sintetica, ma non equivale alla creazione in laboratorio di virus pericolosi per l’uomo.

I nuovi organismi sono batteriofagi, virus specializzati nell’infettare i batteri. Sono stati progettati a partire dal Phi X-174, uno dei virus più piccoli e studiati dalla scienza, incapace di attaccare cellule umane, animali o vegetali.

Lo studio, condotto da ricercatori dell’Università di Stanford e dell’Arc Institute di Palo Alto, è stato pubblicato sulla rivista scientifica Science.

Dai testi al linguaggio del Dna

Gli scienziati hanno utilizzato Evo 1 ed Evo 2, modelli che funzionano secondo principi simili a quelli delle intelligenze artificiali generative impiegate per produrre testi.

Un modello linguistico apprende le relazioni tra le parole analizzando grandi quantità di libri, articoli e documenti. Evo compie un’operazione analoga sulle sequenze genetiche, cercando di riconoscere le regole che consentono a un genoma di funzionare.

Il Dna può infatti essere rappresentato come una lunga sequenza composta da quattro lettere: A, C, G e T. Il loro ordine contiene le istruzioni necessarie per produrre proteine e regolare i processi biologici. Una sequenza priva di coerenza genera normalmente un risultato privo di funzione.

Per questo specifico esperimento, i modelli sono stati addestrati su oltre due milioni di genomi di batteriofagi e successivamente specializzati attraverso una selezione di oltre 14mila virus appartenenti alla stessa famiglia del Phi X-174.

Sedici virus funzionanti su 285 progetti

L’intelligenza artificiale ha generato migliaia di possibili genomi. Dopo una prima selezione informatica, i ricercatori ne hanno scelti 285 da sintetizzare e sottoporre alle prove di laboratorio.

Soltanto 16 hanno prodotto batteriofagi capaci di infettare e distruggere i batteri. Il dato dimostra che la tecnologia è ancora lontana dal poter progettare con sicurezza qualsiasi organismo: la grande maggioranza delle sequenze elaborate non ha funzionato.

I virus vitali presentavano tra 67 e 392 variazioni rispetto ai loro parenti naturali più vicini. Tredici contenevano mutazioni mai osservate nelle sequenze genetiche conosciute. Uno dei nuovi batteriofagi potrebbe essere considerato una specie distinta secondo alcuni criteri tassonomici.

La possibile applicazione contro i batteri resistenti

Il risultato più promettente riguarda la lotta alle infezioni resistenti agli antibiotici. I ricercatori hanno creato in laboratorio tre ceppi di Escherichia coli resistenti al Phi X-174 naturale.

Il virus utilizzato come modello non è riuscito a superarli. Combinazioni composte dai batteriofagi progettati dall’intelligenza artificiale sono invece riuscite a infettare tutti e tre i ceppi.

La prospettiva è utilizzare l’IA per produrre rapidamente differenti famiglie di virus dirette contro specifici batteri patogeni. La cosiddetta terapia fagica esiste già, ma uno dei suoi limiti consiste nella difficoltà di trovare in natura il batteriofago adatto a ogni infezione.

L’intelligenza artificiale potrebbe ampliare il numero delle soluzioni disponibili e aiutare la ricerca a inseguire l’evoluzione dei batteri, che sviluppano continuamente nuove forme di resistenza.

Nessun pericolo dimostrato per l’uomo

I virus prodotti nello studio non possono infettare esseri umani. I test hanno mostrato una capacità d’azione limitata a due specifici ceppi di Escherichia coli, mentre non si sono replicati negli altri sei ceppi batterici esaminati.

I ricercatori hanno utilizzato esclusivamente batteri non patogeni e hanno condotto gli esperimenti in condizioni controllate. Dai dati impiegati per l’addestramento sono state escluse le sequenze di virus capaci di infettare esseri umani, animali, piante e funghi.

Queste precauzioni riducono il rischio legato all’esperimento, ma non risolvono il problema generale. Altri modelli potrebbero essere addestrati su dati differenti e il progresso tecnologico potrebbe consentire in futuro di lavorare su genomi più grandi e complessi.

Non esiste però alcuna dimostrazione che l’attuale sistema sia capace di progettare virus umani, provocare epidemie o aggirare vaccini e terapie. Il Phi X-174 possiede appena 5.386 nucleotidi e undici geni: è uno dei genomi virali più piccoli e semplici conosciuti. Passare da questo risultato alla creazione di un patogeno umano rappresenterebbe un salto scientifico molto rilevante.

Il problema della biosicurezza

La scoperta solleva comunque un interrogativo inevitabile. Una tecnologia sviluppata per combattere batteri resistenti potrebbe, con modelli diversi e senza adeguati controlli, essere utilizzata per finalità dannose.

Negli Stati Uniti è appena entrata in vigore una politica che vieta il finanziamento federale delle ricerche “gain of function” considerate pericolose, cioè gli esperimenti destinati ad aumentare la capacità di un agente biologico di provocare danni.

Le regole sono però costruite soprattutto intorno agli esperimenti condotti su organismi già esistenti. La progettazione informatica di un genoma introduce un problema nuovo: nella prima fase esiste soltanto una sequenza digitale, che diventa un’entità biologica solo quando viene sintetizzata e sperimentata.

Per gli esperti serviranno quindi controlli su più livelli: selezione dei dati utilizzati per addestrare i modelli, limitazione delle funzioni più sensibili, verifica delle sequenze richieste alle aziende di sintesi del Dna e rigorose procedure di contenimento nei laboratori.

La scoperta non annuncia una nuova pandemia né la nascita immediata di armi biologiche progettate dall’IA. Dimostra però che un’intelligenza artificiale ha iniziato ad apprendere alcune delle regole fondamentali con cui la natura costruisce i genomi. Ed è proprio questa capacità, insieme promettente e potenzialmente pericolosa, a imporre che lo sviluppo scientifico proceda accompagnato da controlli adeguati.

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West Nile, 84 casi e due morti in Italia: il virus circola in 47 province

Dall’inizio della sorveglianza stagionale al 28 luglio sono stati confermati in Italia 84 casi di infezione da West Nile Virus e due decessi. In 37 pazienti si è sviluppata la forma neuro-invasiva. La circolazione del virus è stata accertata in 47 province di 12 regioni.

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Sono 84 i casi confermati di infezione da West Nile Virus segnalati in Italia dall’avvio della sorveglianza stagionale fino al 28 luglio 2026. Due persone sono morte.

I dati emergono dal bollettino della sorveglianza integrata, alimentato dalle Regioni attraverso la piattaforma gestita dall’Istituto superiore di sanità in collaborazione con il ministero della Salute.

L’andamento epidemiologico viene considerato sostanzialmente in linea con quello dello scorso anno: nello stesso periodo del 2025 erano stati registrati 89 casi, 40 dei quali nella forma neuro-invasiva.

Trentasei casi neuro-invasivi contratti in Italia

Degli 84 casi complessivamente notificati, 37 si sono manifestati nella forma neuro-invasiva, quella più grave, che può provocare meningite, encefalite o paralisi.

Uno di questi casi risulta importato dalle Maldive. Gli altri sono riconducibili alla circolazione del virus sul territorio nazionale.

Sono invece 27 i pazienti che hanno sviluppato la febbre West Nile, mentre altri 20 casi sono rimasti asintomatici. Diciannove infezioni senza sintomi sono state individuate durante i controlli effettuati sui donatori di sangue.

I dati dei bollettini possono essere successivamente aggiornati dalle Regioni attraverso integrazioni o riclassificazioni dei casi.

Il virus individuato in 47 province

La circolazione del West Nile Virus è stata dimostrata in 47 province appartenenti a 12 regioni:

Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Sicilia e Sardegna.

La presenza del virus in una provincia non significa necessariamente che siano stati registrati casi umani. La sorveglianza comprende infatti anche controlli su zanzare, uccelli, cavalli, donatori di sangue e pazienti con sintomi compatibili.

Il sistema italiano è basato sull’integrazione tra sorveglianza umana, veterinaria ed entomologica, con misure specifiche anche per la sicurezza delle trasfusioni e dei trapianti.

Otto infezioni su dieci non provocano sintomi

Nella maggior parte delle persone l’infezione passa inosservata.

Secondo l’ISS, circa l’80 per cento dei contagi è asintomatico. Una parte dei pazienti può sviluppare una sindrome simil-influenzale con febbre, mal di testa, dolori muscolari, stanchezza, nausea ed eruzione cutanea.

Le forme neurologiche gravi sono più rare, ma il rischio aumenta soprattutto negli anziani, nelle persone immunodepresse e nei pazienti affetti da patologie croniche.

La presenza di 37 forme neuro-invasive sugli 84 casi individuati non significa che quasi la metà di tutte le infezioni provochi conseguenze neurologiche. I casi lievi o privi di sintomi vengono infatti diagnosticati molto meno frequentemente rispetto a quelli che richiedono il ricovero.

Il contagio avviene attraverso le zanzare

La malattia non si trasmette normalmente da una persona all’altra.

Il virus viene diffuso principalmente attraverso la puntura delle zanzare comuni del genere Culex. Il ciclo naturale coinvolge soprattutto gli uccelli selvatici, che funzionano da serbatoio del virus, e le zanzare che possono successivamente trasmetterlo agli esseri umani e ai cavalli.

L’uomo viene considerato un ospite accidentale: la quantità di virus presente nel sangue è generalmente insufficiente per infettare una nuova zanzara e alimentare ulteriormente la catena di trasmissione.

Possibili trasmissioni attraverso sangue, organi o tessuti vengono contrastate con controlli mirati sui donatori e con le misure adottate dalle reti trasfusionali e dei trapianti.

Come proteggersi dalle punture

Non esiste al momento un vaccino contro il West Nile Virus destinato all’uomo. La prevenzione consiste soprattutto nel ridurre il contatto con le zanzare.

L’ISS raccomanda di utilizzare repellenti cutanei, indossare abiti che coprano braccia e gambe nelle ore serali, installare zanzariere e limitare i ristagni d’acqua nei quali gli insetti possono deporre le uova.

È utile svuotare regolarmente sottovasi, secchi, annaffiatoi e contenitori lasciati all’aperto, mantenere pulite le grondaie e cambiare spesso l’acqua destinata agli animali domestici.

Quando rivolgersi al medico

Gli esperti invitano a contattare il proprio medico in presenza di febbre superiore ai 38 gradi accompagnata da eruzione cutanea, soprattutto dopo numerose punture di zanzara o se si vive in una zona in cui è stata accertata la circolazione del virus.

Serve una valutazione tempestiva anche in caso di forte mal di testa, rigidità del collo, confusione, tremori, debolezza muscolare o difficoltà nei movimenti.

Questi sintomi non indicano automaticamente un’infezione da West Nile, ma possono richiedere accertamenti, soprattutto nei soggetti più fragili.

Sorveglianza alta, ma nessun allarme generalizzato

Il West Nile Virus circola stabilmente in Italia da diversi anni e i casi tendono ad aumentare durante l’estate e all’inizio dell’autunno, quando cresce la presenza delle zanzare.

Il confronto con il 2025 indica, almeno fino al 28 luglio, una situazione epidemiologica simile a quella della stagione precedente. Questo non elimina il rischio, ma non giustifica neppure un allarme generalizzato.

La strategia resta quella della sorveglianza continua, della protezione delle persone più vulnerabili e della prevenzione delle punture. Il bollettino nazionale viene aggiornato periodicamente sulla base delle segnalazioni trasmesse dalle Regioni.

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Nel nostro Dna le tracce di antenati “fantasma”: nuovi incroci riscrivono l’evoluzione umana

Una nuova tecnica computazionale ha individuato nel genoma degli esseri umani moderni tracce ereditate da popolazioni arcaiche finora sconosciute. Una di queste si sarebbe incrociata con Homo sapiens prima dell’ultima grande migrazione fuori dall’Africa.

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Dentro il genoma umano sopravvivono frammenti di Dna appartenuti a popolazioni arcaiche delle quali non possediamo fossili genetici né un’identità precisa. Sono gli antenati “fantasma” che si sarebbero incrociati con Homo sapiens decine di migliaia di anni fa, lasciando un’eredità ancora presente negli esseri umani moderni.

A individuarne le tracce è uno studio coordinato dall’Università della California a Berkeley, pubblicato sulla rivista Science. I risultati mostrano che l’albero dell’evoluzione umana somiglia sempre meno a una successione ordinata di rami separati e sempre più a una rete fatta di divisioni, migrazioni e ripetuti incroci.

Un metodo cerca antenati senza averne il Dna

La scoperta è stata possibile grazie a una nuova tecnica computazionale chiamata TRACE, acronimo di TRacking Archaic Contributions via ARG Estimation.

Il metodo consente di individuare segmenti di ascendenza arcaica analizzando esclusivamente i genomi di persone viventi, senza avere bisogno di confrontarli direttamente con il Dna estratto dai resti di Neanderthal, Denisoviani o altri ominidi.

TRACE ricostruisce le relazioni genealogiche tra diverse porzioni del genoma attraverso i cosiddetti grafi ancestrali di ricombinazione. In questo modo riesce a riconoscere frammenti che sembrano provenire da popolazioni separate molto tempo fa dalla linea degli esseri umani moderni. Il software e le procedure di analisi sono stati resi disponibili dai ricercatori anche in un archivio pubblico.

La prova con Neanderthal e Denisoviani

Prima di andare alla ricerca di popolazioni sconosciute, gli studiosi hanno verificato l’affidabilità del metodo attraverso simulazioni e dati genetici già conosciuti.

TRACE è riuscito a recuperare le tracce di ascendenza neandertaliana e denisoviana presenti nei genomi moderni, anche senza utilizzare come riferimento diretto le sequenze fossili di quelle popolazioni.

La tecnica è stata quindi applicata a genomi ad alta copertura provenienti da popolazioni di diverse aree del mondo, compresi quelli raccolti dal progetto internazionale 1000 Genomes.

Una volta riconosciuti correttamente i contributi già noti, il sistema ha individuato segmenti genetici che non potevano essere attribuiti né ai Neanderthal né ai Denisoviani.

L’incontro prima dell’uscita dall’Africa

Uno dei risultati più rilevanti riguarda una popolazione arcaica sconosciuta che si sarebbe incrociata con gli antenati di Homo sapiens più di 50 mila anni fa.

L’incontro sarebbe avvenuto prima della più recente grande espansione degli esseri umani moderni dall’Africa verso l’Europa e l’Asia. Questo spiegherebbe perché tracce di quella popolazione siano presenti, con proporzioni differenti, in gruppi umani distribuiti in diverse regioni del pianeta.

Secondo le stime dei ricercatori, i frammenti ereditati da questo antenato “fantasma” rappresenterebbero complessivamente circa l’un per cento del genoma umano moderno. Una quota paragonabile, per ordine di grandezza, al contributo neandertaliano osservato in numerose popolazioni non africane.

Non significa che ogni individuo possieda esattamente lo stesso uno per cento di Dna arcaico: i segmenti variano tra popolazioni e persone e, sommati su scala globale, permettono di ricostruire una componente ancestrale più ampia.

Un ramo separato circa 800 mila anni fa

La popolazione sconosciuta si sarebbe separata dalla linea evolutiva degli esseri umani moderni circa 800 mila anni fa.

La datazione la colloca in una fase vicina a quella in cui si differenziarono anche gli antenati dei Neanderthal e dei Denisoviani. Non è però possibile, sulla base dei soli dati genetici, assegnarle con certezza un nome o collegarla a una specifica specie fossile.

L’espressione “antenato fantasma” non indica quindi una creatura misteriosa o soprannaturale. È il termine utilizzato dai genetisti per descrivere una popolazione la cui esistenza viene dedotta dai frammenti di Dna lasciati nei discendenti, pur non disponendo del suo genoma diretto.

Una storia meno lineare di quanto immaginato

Per molto tempo l’evoluzione umana è stata rappresentata come una sequenza relativamente lineare: specie più antiche sostituite da popolazioni progressivamente più moderne, fino all’affermazione di Homo sapiens.

Le scoperte degli ultimi decenni hanno modificato profondamente questo scenario. Il sequenziamento del Dna antico ha dimostrato che gli esseri umani moderni si incrociarono con i Neanderthal e con i Denisoviani e che questi incontri lasciarono conseguenze genetiche durature.

Il nuovo studio suggerisce che gli episodi di mescolamento siano stati ancora più numerosi e abbiano coinvolto gruppi dei quali non è stato ancora recuperato alcun genoma fossile.

Il nostro patrimonio genetico appare così come il risultato di una lunga storia di separazioni e ricongiungimenti, più simile a una rete intrecciata che a un albero formato da rami indipendenti.

In Oceania l’eredità di un antenato ancora più antico

Un secondo risultato riguarda le popolazioni dell’Oceania.

Nei loro genomi i ricercatori hanno individuato tracce di un lignaggio definito “super-arcaico”, separatosi dalla linea degli esseri umani moderni oltre un milione di anni fa.

Questo contributo non sarebbe arrivato direttamente a Homo sapiens. La popolazione super-arcaica si sarebbe prima incrociata con i Denisoviani, che avrebbero successivamente trasmesso quei frammenti genetici agli antenati degli abitanti dell’Oceania.

Il risultato evidenzia una sorta di eredità a più passaggi: segmenti di Dna provenienti da un lignaggio antichissimo sarebbero entrati nel genoma denisoviano e, attraverso successivi incroci, sarebbero giunti fino alle popolazioni umane contemporanee.

«La scoperta dell’antenato super-arcaico è particolarmente entusiasmante perché rivela contributi genetici da una linea evolutiva umana vissuta oltre un milione di anni fa, nonostante l’assenza di sequenze di Dna di quella popolazione», spiega Arjun Biddanda, co-primo autore dello studio.

Tracce genetiche, non fossili identificati

Le conclusioni dello studio si basano su inferenze statistiche ricavate dai genomi moderni. I ricercatori non hanno scoperto il fossile di una nuova specie né sequenziato direttamente il Dna degli antenati “fantasma”.

TRACE identifica segmenti che, per antichità e struttura genealogica, risultano compatibili con un’origine arcaica. L’attribuzione a popolazioni sconosciute deriva dal fatto che quei frammenti non coincidono con le sequenze finora disponibili di Neanderthal e Denisoviani.

Saranno necessari ulteriori studi, nuovi campioni di Dna antico e confronti con reperti fossili per comprendere chi fossero realmente queste popolazioni e dove vivessero.

Il genoma come archivio della preistoria

La ricerca dimostra però che anche in assenza di resti fossili ben conservati il genoma degli esseri umani viventi può funzionare come un archivio della preistoria.

Ogni segmento ereditato conserva una parte delle migrazioni, degli incontri e degli incroci avvenuti nel corso di centinaia di migliaia di anni.

Grazie a metodi come TRACE, gli scienziati possono cercare queste impronte senza dipendere esclusivamente dai rarissimi campioni di Dna antico, che si conservano soprattutto in ambienti freddi e asciutti e sono molto più difficili da recuperare nelle regioni tropicali.

Il quadro che emerge è quello di un’umanità nata non da una sola linea isolata, ma dall’incontro ripetuto tra popolazioni diverse. Alcune hanno un nome, come Neanderthal e Denisova. Altre continuano a vivere soltanto nelle tracce invisibili lasciate dentro il nostro Dna.

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