Esteri
Lavrov attacca Washington sull’Iran: “Gli Stati Uniti non sanno come uscirne”
Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov accusa gli Stati Uniti di essere a disagio nella crisi con l’Iran e di non sapere come uscirne. Le parole del capo della diplomazia di Mosca arrivano mentre resta alta la tensione sul dossier iraniano e sullo Stretto di Hormuz.
La Russia prova a trasformare la crisi iraniana in un atto d’accusa contro Washington. Sergey Lavrov sostiene che gli Stati Uniti siano ormai a disagio con la situazione creata attorno all’Iran e non sappiano come uscirne. È una lettura apertamente politica, coerente con la linea di Mosca, ma arriva in un momento in cui il dossier iraniano resta uno dei punti più instabili dello scenario internazionale.
In un’intervista a Izvestia, ripresa dalla Tass, il ministro degli Esteri russo ha richiamato una delle frasi più dure attribuite a Donald Trump, quella sulla possibilità di distruggere l’Iran come civiltà. “Era un’ambizione coraggiosa”, ha detto Lavrov, aggiungendo che nessuno può davvero pensare che un simile obiettivo sia raggiungibile.
L’attacco alla strategia di Trump
Secondo Lavrov, proprio l’irrealizzabilità di quell’obiettivo mostrerebbe la difficoltà americana. Gli Stati Uniti, ha sostenuto, comprendono il vicolo cieco in cui si trovano, sono a disagio e non sanno come uscirne.
Il riferimento è alla linea adottata da Washington contro Teheran: pressione militare, richieste sul nucleare, riapertura dello Stretto di Hormuz e tentativi di riportare l’Iran dentro un negoziato da una posizione di debolezza. Per Mosca, però, molte delle condizioni oggi poste a Teheran esistevano già prima dell’escalation militare: Hormuz era aperto e l’Iran continuava formalmente a richiamare la fatwa della Guida suprema contro il possesso di armi nucleari.
Una frase che resta pesante
Le parole di Trump sull’Iran avevano già provocato forti reazioni internazionali. Ad aprile il presidente americano aveva minacciato che “un’intera civiltà” sarebbe morta se Teheran non avesse raggiunto un accordo, salvo poi accettare una proposta di cessate il fuoco temporaneo mediata dal Pakistan.
È proprio questo oscillare tra minaccia estrema e ricerca di una via negoziale che Lavrov usa per colpire Washington. La Russia presenta gli Stati Uniti come una potenza che alza il livello dello scontro e poi fatica a governarne le conseguenze.
La lettura russa e il limite della propaganda
La posizione di Lavrov non è neutrale. Mosca ha tutto l’interesse a descrivere gli Stati Uniti come incoerenti, aggressivi e incapaci di stabilizzare le crisi che contribuiscono ad alimentare. È una narrativa utile alla diplomazia russa, soprattutto mentre il Cremlino cerca di rafforzare i rapporti con i Paesi contrari all’ordine occidentale.
Ma il problema indicato da Lavrov non è del tutto inventato. La crisi con l’Iran ha mostrato una difficoltà reale: gli Stati Uniti devono evitare che Teheran rafforzi ulteriormente il proprio programma nucleare, proteggere alleati regionali come Israele, tenere aperti gli snodi energetici del Golfo e allo stesso tempo impedire che la pressione militare si trasformi in un conflitto incontrollabile.
Hormuz, nucleare e via d’uscita diplomatica
Il dossier più delicato resta lo Stretto di Hormuz, passaggio cruciale per il traffico energetico mondiale. Ogni tensione su quella rotta produce effetti immediati sui mercati, sui prezzi del petrolio e sulla sicurezza globale.
A questo si aggiunge il nodo nucleare. Washington chiede garanzie stringenti, ma Teheran non appare disposta a cedere sotto minaccia. La conseguenza è un negoziato difficile, nel quale ogni parte cerca di non apparire sconfitta.
È qui che la critica di Lavrov coglie un punto: quando un obiettivo viene presentato in termini assoluti, distruggere, piegare, costringere, diventa poi molto più complicato costruire una soluzione diplomatica senza farla apparire come una ritirata.
Una crisi che resta aperta
Le dichiarazioni del ministro russo non cambiano da sole gli equilibri, ma aggiungono un altro tassello alla guerra di narrazioni attorno all’Iran. Mosca accusa Washington di avere creato un problema che ora non riesce a risolvere. Gli Stati Uniti, dal canto loro, continuano a considerare Teheran una minaccia regionale e nucleare.
In mezzo resta l’Iran, stretto tra pressione esterna, isolamento, difficoltà interne e ambizione di non apparire sconfitto. La via d’uscita, se arriverà, non passerà dalle minacce di annientamento né dalla propaganda russa. Passerà da un compromesso difficile, nel quale nessuno potrà ottenere tutto ciò che ha annunciato.
Suggerimento per immagine: foto d’agenzia di Sergey Lavrov durante un’intervista o una conferenza stampa; in alternativa, immagine simbolica dello Stretto di Hormuz o di una riunione diplomatica sul dossier Iran, senza scritte aggiunte.
Esteri
Usa-Iran, il canale segreto di Trump con i Pasdaran: Barzani mediatore con Vahidi
L’amministrazione Trump avrebbe utilizzato Nechirvan Barzani per contattare segretamente il comandante dei Pasdaran Ahmad Vahidi e verificare il sostegno dell’ala militare iraniana ai negoziati con Washington.
L’amministrazione Trump avrebbe aperto a maggio un canale riservato con il comandante dei Guardiani della rivoluzione iraniana, Ahmad Vahidi, utilizzando come intermediario Nechirvan Barzani, presidente della Regione del Kurdistan iracheno.
Il retroscena è stato pubblicato da Axios e firmato da Barak Ravid, che cita tre fonti con conoscenza diretta dei contatti. La ricostruzione non è stata confermata pubblicamente dai protagonisti.
I dubbi di Washington sui negoziatori iraniani
Dopo il cessate il fuoco dell’8 aprile e il vertice di Islamabad, Stati Uniti e Iran avevano avviato colloqui per cercare di chiudere il conflitto. All’inizio di maggio la Casa Bianca riteneva possibile un accordo, ma la risposta iraniana tardava ad arrivare.
Washington cominciò quindi a dubitare che il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi fossero realmente autorizzati a impegnare anche i vertici dei Pasdaran, diventati sempre più influenti nelle decisioni sulla sicurezza e sulla politica estera iraniana.
Intorno al 10 maggio, secondo Axios, l’allora direttrice dell’Intelligence nazionale Tulsi Gabbard contattò Barzani, con l’autorizzazione di Trump e del vicepresidente JD Vance, chiedendogli di raggiungere direttamente Vahidi.
La telefonata cifrata con Vahidi
Barzani avrebbe accettato il ruolo grazie ai suoi rapporti con entrambe le parti. Durante la guerra tra Iran e Iraq aveva vissuto in territorio iraniano, studiato all’Università di Teheran e imparato il farsi, costruendo relazioni personali con esponenti del sistema politico e militare della Repubblica islamica.
Il 14 maggio un funzionario dei Guardiani della rivoluzione sarebbe arrivato nell’ufficio di Barzani a Erbil con un telefono cifrato. Durante la conversazione, Vahidi avrebbe assicurato che i Pasdaran sostenevano la linea negoziale di Ghalibaf e Araghchi e preferivano risolvere la crisi attraverso il dialogo.
Barzani riferì subito il contenuto del colloquio a Gabbard, che informò la Casa Bianca. Gli Stati Uniti proposero successivamente di organizzare a Erbil un incontro segreto tra alti rappresentanti americani e iraniani. Teheran non avrebbe escluso l’ipotesi, manifestando però timori per la sicurezza della delegazione. L’incontro non si è mai svolto.
A giugno Stati Uniti e Iran raggiunsero un memorandum d’intesa, successivamente naufragato. I contatti indiretti sarebbero proseguiti attraverso mediatori pakistani e qatarioti, senza produrre finora progressi significativi.
Il caso mostra la difficoltà incontrata da Washington nel negoziare con un sistema iraniano nel quale il potere formale delle istituzioni civili convive con quello politico e militare dei Guardiani della rivoluzione.
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Droni sulla regione di Mosca, brucia il maxi hub Wildberries: Kyiv rivendica sette centri fuori uso
Un attacco con droni ha provocato un vasto incendio nel centro Wildberries di Koledino, vicino Mosca. L’Ucraina rivendica la messa fuori uso di sette dei dieci maggiori poli logistici dell’azienda, ma il dato non ha conferme indipendenti.
Un vasto incendio ha colpito il centro logistico di Wildberries a Koledino, nella regione di Mosca, durante il massiccio attacco con droni condotto nella notte tra il 15 e il 16 agosto. Le autorità regionali russe hanno confermato che il rogo è divampato dopo l’arrivo dei velivoli senza pilota.
La struttura, situata nel distretto di Podolsk, è uno dei principali poli distributivi di Wildberries, il più grande operatore russo del commercio elettronico, spesso definito la “Amazon russa”. Il personale sarebbe stato evacuato prima che le fiamme si propagassero e, secondo le informazioni disponibili, all’interno del complesso non si registrerebbero vittime.
La rivendicazione del Ministero ucraino
Il Ministero della Difesa ucraino sostiene che l’attacco abbia provocato la sospensione delle attività nel centro di Koledino, indicato come il più grande magazzino dell’azienda, con una superficie di circa 250mila metri quadrati.
Kyiv afferma inoltre di avere messo complessivamente fuori uso sette dei dieci maggiori centri logistici di Wildberries presenti in Russia. Il dato, inserito dalle autorità ucraine nel bilancio delle operazioni condotte nelle ultime settimane, non risulta al momento verificabile in modo indipendente.
Le immagini diffuse sui social mostrano una colonna di fumo denso sollevarsi dall’area industriale. Restano da accertare l’estensione dei danni, la quantità di merci coinvolte e i tempi necessari per un’eventuale ripresa delle attività.
Un secondo incendio a Domodedovo
Un altro incendio è scoppiato nella stessa notte all’interno di una struttura logistica nella zona di Domodedovo, vicino a uno dei principali aeroporti della capitale russa. Le prime informazioni russe parlano di un deposito utilizzato anche per medicinali, senza confermare che si tratti di un secondo centro Wildberries.
L’attacco segna una nuova estensione delle operazioni ucraine contro infrastrutture economiche e logistiche situate nelle regioni interne della Russia. Mosca ha riferito di avere intercettato numerosi droni, ma anche in questo caso i numeri forniti dalle parti non possono essere verificati indipendentemente.
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Afghanistan, 724 camion di aiuti Onu attraversano Torkham
Il Pakistan ha consentito il passaggio attraverso Torkham di 724 camion con aiuti umanitari dell’Onu diretti in Afghanistan. Le frontiere restano però chiuse al normale traffico commerciale a causa delle tensioni tra Islamabad e Kabul.
Sono 724 i camion carichi di aiuti umanitari delle Nazioni Unite entrati in Afghanistan dal Pakistan attraverso il valico di Torkham.
A comunicarlo è stato Mohamed Yahya, coordinatore residente e umanitario dell’Onu in Pakistan. In un messaggio pubblicato su X, il rappresentante delle Nazioni Unite ha ringraziato Islamabad e quanti hanno permesso di mantenere operativo il corridoio, consentendo alle forniture di raggiungere le famiglie maggiormente bisognose.
Il vicepremier e ministro degli Esteri pachistano Ishaq Dar ha espresso soddisfazione per il contributo offerto dal suo Paese all’operazione umanitaria.
Le frontiere restano chiuse al commercio
Il passaggio dei convogli non rappresenta una normalizzazione delle relazioni tra Pakistan e Afghanistan. I principali valichi sono chiusi al normale traffico commerciale dall’ottobre 2025, dopo gli scontri armati e l’aumento delle tensioni lungo il confine.
Islamabad accusa le autorità talebane di non contrastare adeguatamente i gruppi responsabili di attacchi in territorio pachistano. Kabul respinge le contestazioni e critica le restrizioni imposte dal Pakistan.
Nonostante la sospensione del commercio e del transito ordinario, Torkham è stato aperto in maniera limitata alle spedizioni umanitarie dell’Onu. La chiusura prolungata delle frontiere ha aggravato le difficoltà economiche delle comunità locali e ostacolato l’arrivo in Afghanistan di generi alimentari e medicinali.


