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L’Anm gira pagina, arriva il “rivoluzionario” Poniz: “c’è una enorme questione morale”

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Con una manciata di riunioni durate poche ore, l’Anm volta pagina e si affida alla guida del pm milanese Luca Poniz. Il nuovo presidente sarà il leader del ‘sindacato’ delle toghe nel difficile cammino per sgomberare il campo dall’ombra lunga dell’inchiesta di Perugia che lo stesso Poniz, della corrente progressista Area, ha definito “la notte della magistratura” e tra i primi punti della sua agenda c’e’ proprio lo stop alle “porte girevoli” tra politica e magistratura. Continua l’effetto domino dello scandalo che ha sconvolto il Csm, e questa volta a dare le dimissioni e’ stato il potente segretario di Magistratura Indipendente, Antonello Racanelli, anche lui ‘vittima’ del trojan inoculato nel cellulare di Luca Palamara. In poche ore la rappresentanza dei magistrati italiani, alla quale fanno riferimento quasi il cento per cento delle toghe, ha spinto sull’acceleratore del nuovo corso. Andandosene, avendo constatato che non c’era consenso alla sua permanenza a capo dell’Anm nonostante si fosse dimesso da Mi, l’ex presidente Pasquale Grasso, dopo un accorato intervento e annunciando le dimissioni, ha parlato del manuale Cencelli riferendosi ai nuovi assetti di vertice. Via infatti dalla giunta Magistratura Indipendente, che paga la sua linea ‘morbida’ con i consiglieri del Csm rimasti invischiati nella ‘bufera delle procure’ ai quali ha dato l’ordine di scuderia di rimanere al loro posto anziche’ chiederne le dimissioni. Porte aperte all’ingresso di Autonomia e Indipendenza, la corrente dell’intransigente Piercamillo Davigo, con Cesare Bonamartina, giudice a Brescia, nuovo vicepresidente. Resta dove era, come segretario, Giuliano Caputo di Unicost, pubblico ministero a Napoli. La sua corrente pur avendo tra gli iscritti Luca Palamara, indagato per corruzione e tessitore delle trame per la procura di Roma, e’ ‘premiata’ per averlo subito isolato e aver spinto per le dimissioni dei suoi consiglieri al Csm, Luigi Spina – anche lui indagato a Perugia per favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio – e Gianluigi Morlini. Unica donna nel ‘gotha’ delle toghe, e’ Alessandra Salvadori di Unicost, presidente di sezione al Tribunale di Torino, a lei la vicepresidenza dell’Anm. Nell’ora in cui la questione morale ha proporzioni “gigantesche” – ha detto Poniz – sara’ un caso, ma le redini del ‘sindacato’ sono state messe in mano a magistrati che lavorano lontano da Roma. E dalle sue ‘notti carbonare’, nelle quali Luca Lotti a processo per Consip, Cosimo Ferri, Palamara e cinque toghe del Csm – tra loro quelle di Mi Corrado Cartoni, Luigi Lepre, e Pasquale Criscuoli, l’unico non dimessosi – cercavano di pilotare le nomine per la successione del Procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. Ma brigavano anche per le poltrone di Perugia, Brescia e Torino. Un ‘vizio’ contro il quale si e’ subito scagliato Poniz. “C’e’ una gigantesca questione morale che investe la magistratura – ha detto il neopresidente dell’Anm – e non per quel fango che e’ emerso dalle intercettazioni. Dobbiamo ripensare alla degenerazione del correntismo e del carrierismo, alle progressioni di carriere, si e’ creata una brama di carriera con magistrati che si sono costruiti appositi percorsi”. Rivolto all’esclusa Mi, Poniz ha teso la mano per il futuro: “Quello che emerge da questa vicenda e’ un percorso lungo e doloroso. Non e’ un regolamento di conti ma una riflessione politica e credo ci vogliano i tempi perche’ questa maturi, se e quando maturera’ tutta la giunta sara’ felice di ridisegnarsi”. Dalle ultime intercettazioni rese note e’ emerso che Racanelli, procuratore aggiunto a Roma e artefice dei cinque posti guadagnati da Mi al Csm, sapeva dell’esposto presentato dal pm di Roma Stefano Fava contro Paolo Ielo, braccio destro di Pignatone e titolare del processo Consip. Avrebbe dato il suo benestare al piano di Palamara e soci per screditare Ielo e portare a capo della Procura capitolina Marcello Viola, attuale procuratore a Firenze, mettendo all’angolo le candidature di Giuseppe Creazzo e Francesco Lo Voi. “Posso affermare con certezza che non ho mai parlato con Fava dell’esposto e che ne ho parlato con Palamara come con altri colleghi dell’ufficio, tra cui lo stesso procuratore Pignatone. Mi auguro che sia fatta piena luce sulle numerose vicende che sembrano emergere dalle intercettazioni e che riguardano altri colleghi”, ha detto Racanelli.

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Webuild, l’addio a Simonpietro Salini

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“Simonpietro Salini, imprenditore che ha guidato dagli anni Sessanta l’azienda di costruzioni fondata dal padre Pietro nel 1936, è deceduto oggi a Roma all’età di 92 anni. Tutti gli uomini e le donne del gruppo Webuild gli rivolgono un unanime e sentito ringraziamento, ricordandone la lungimiranza imprenditoriale e il profondo senso di responsabilità sociale sempre dimostrato nei confronti di dipendenti e comunità”. Si legge in una nota di Webuild. “Architetto e costruttore di grande umanità e visione strategica, è stato uno degli interpreti della rinascita italiana che ha segnato il boom economico degli anni Sessanta del Paese, contribuendo alla realizzazione di grandi infrastrutture ed edifici. Nel 1956 è entrato nell’azienda di famiglia assumendone la direzione.

Nel 1962 ha avviato l’espansione delle attività all’estero, e due anni dopo, alla morte del padre, ha preso in mano le redini dell’impresa e le ha impresso una nuova direzione: il mondo, cominciando dall’Africa, il continente che in quell’epoca offriva le maggiori chance per imprese specializzate in grandi lavori infrastrutturali. Ha contribuito a realizzare grandi opere infrastrutturali che nel corso degli anni hanno contribuito a cambiare il volto di alcuni Paesi africani, dall’Etiopia alla Sierra Leone, dal Ghana alla Nigeria, dall’Algeria alla Libia. Il suo impegno e la sua dedizione all’azienda, uniti alla lungimiranza dell’imprenditore, hanno avviato la trasformazione di un’azienda di famiglia in un grande gruppo industriale. Negli ultimi anni ha ridotto l’attività operativa, restando presidente onorario della Salini Costruttori e di altre società del gruppo, e trasferendosi nella campagna di Siena dove ha raccolto con passione opere d’arte medioevali senesi”.

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Storia di Giacomo, bimbo di due anni detenuto assieme alla mamma che deve scontare una pena

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La storia di Giacomo è toccante e mette in luce una situazione complessa e delicata, in cui un bambino di appena due anni e mezzo si trova recluso in carcere insieme alla madre. Questo accade nonostante esistano alternative che potrebbero offrire un ambiente più adatto e stimolante per il suo sviluppo.

La sezione nido di Rebibbia, dove Giacomo vive da dieci mesi, non è un luogo adeguato per un bambino. La mancanza di compagnia di altri bambini, di attività stimolanti e di un ambiente sereno ha già avuto effetti negativi sul suo sviluppo psico-motorio. Il bambino non parla, non corre, è sovrappeso e porta ancora il pannolino, sintomi di un ritardo nello sviluppo dovuto alle condizioni in cui è costretto a vivere.

Le volontarie dell’associazione “A Roma insieme-Leda Colombini” cercano di offrire un po’ di normalità portando Giacomo in un nido esterno la mattina e riportandolo in carcere il pomeriggio. Tuttavia, queste poche ore di libertà non sono sufficienti a compensare il tempo trascorso dietro le sbarre.

Questa situazione è aggravata dalla burocrazia e dalla lentezza delle valutazioni necessarie per trasferire la madre di Giacomo in una casa famiglia, un ambiente che sarebbe decisamente più adeguato per un bambino piccolo. La legge sicurezza, in discussione, potrebbe ulteriormente complicare le cose, eliminando l’obbligo delle misure alternative per donne con figli minori di un anno.

La storia di Giacomo non è solo un caso isolato, ma un esempio delle difficoltà e delle ingiustizie che possono colpire i bambini coinvolti, indirettamente, nei problemi legali dei genitori. Riflette la necessità di riforme che tengano conto del benessere dei minori, offrendo soluzioni che permettano loro di crescere in ambienti sani e stimolanti, anche quando i genitori devono scontare una pena.

Questo racconto invita a riflettere sull’importanza di bilanciare la giustizia con l’umanità, assicurando che anche nei casi di detenzione dei genitori, i diritti e il benessere dei bambini siano sempre al primo posto.

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Senza biglietto, scavalca i tornelli e picchia personale Anm

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Due dipendenti ANM ed una guardia giurata della Security Service presi a calci e pugni dal branco. È il bilancio di un’aggressione avvenuta nella serata di ieri a Napoli nella stazione metropolitana di Chiaiano, sulla linea 1. Tutto è accaduto intorno alle 21 e 30 quando un ragazzo di circa 20 anni ha oltrepassato i tornelli della metropolitana senza il biglietto. A lui si sono aggiunti un’altra quindicina di ragazzi che a loro volta sono entrati in stazione senza obliterare il titolo di viaggio. Un agente di stazione accortosi dello scavalco ha tentato di fermarli, ma è nata una discussione subito degenerata. Il 20enne aiutato da una decina di suoi coetanei— secondo la ricostruzione del personale ANM in servizio – avrebbe aggredito il dipendente ANM con calci e pugni.

In sua difesa sono intervenuti il secondo agente di stazione e la guardia giurata che nel tentativo di sottrarlo alla furia del branco sono stati colpiti anche loro. A quel punto i tre si sono barricati all’interno del banco agenti in attesa che arrivassero le forze dell’ordine in loro aiuto che erano state allertate telefonicamente. Gli aggressori approfittando del momento e, soprattutto, che il treno fosse arrivato in banchina hanno preferito prenderlo e andare via facendo perdere le loro tracce. Questa ennesima aggressione ai danni del personale ANM riaccende nuovamente i riflettori sul tema della sicurezza nelle stazioni e sulla carenza di adeguate misure di prevenzione tese ad arginare il fenomeno. Non è la prima volta che la stazione di Chiaiano diventa teatro di episodi simili e aggressioni a personale di ANM.

In circa due mesi abbiamo registrato quattro aggressioni, fortunatamente avvenute senza conseguenze gravi. Ma non è detto che vada sempre bene. Sono tanti i ragazzi che girano armati di coltelli o altri oggetti contendenti. Gli operatori del trasporto pubblico, soprattutto nel week end, vengono attaccati, picchiati ed insultati da gruppi di delinquenti di 15 anni o poco più che vanno in giro sentendosi i padroni della città, della metropolitana e di tutti i mezzi pubblici. L’Unione Sindacale di Base esprime, innanzitutto, la propria solidarietà nei confronti dei lavoratori aggrediti e, allo stesso tempo, condanna l’amministrazione comunale e l’ANM per non aver investito le risorse necessarie a tutelare l’integrità psicofisica e morale dei propri dipendenti.

“Sono mesi che chiediamo invano al Direttore Generale di Anm, Francesco Favo, in qualità di datore di lavoro, al dirigente responsabile del settore e al responsabile del servizio di prevenzione e protezione di convocare una riunione per definire gli interventi prioritari e le risorse necessarie a tale scopo. L’assenza di risposte da parte dell’alto management aziendale restano a loro volta risposte eloquenti che dimostrano, innanzitutto, aldilà degli annunci, la scarsa attenzione su questo grave fenomeno che riguarda tutti i lavoratori in prima linea. Per noi di USB la gestione della sicurezza, il benessere dei lavoratori, unitamente ad una trasparente ed imparziale gestione del personale rimangono una priorità su cui lottare e combattere tutti assieme. I lavoratori sono stanchi di subire, pretendiamo più sicurezza sicurezza, salari adeguati al reale costo della vita e meno brogli nella gestione del personale”. Così in una nota Vallini Adolfo e Marco Sansone del coordinamento USB Lavoro Privato.

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