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L’analisi di Omcom e Fondazione Caponnetto sul ruolo dell’Italia nella Task force Takuba per la lotta a strutture criminali e jihadiste nel Sahel

L’esperienza italiana anti-crimine è invidiata all’estero, un dato di fatto e un punto di partenza. Oltre ad un addestramento militare sul campo, previsto dalla missione, potrebbe coesisterne uno parallelo da proporre per permettere di far raggiungere competenze sempre più elevate alle forze investigative dei paesi coinvolti, costretti a convivere quotidianamente la sinergia tra criminalità e jihadismo.

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L’Italia è stata invitata a unirsi alla Task Force Takuba. Obiettivo primario offrire addestramento sul campo (quindi in prima linea se occorre) alle varie forze governative del Sahel contro le fazioni jihadiste. Settore chiave non potrà che risultare il Mali, dove, per operare con efficacia si necessita di un autentico scambio informativo e di un approccio d’Intelligence basato sulla anti-interconnessione che vede spesso come attori alcune realtà autoctone tribali, organizzazioni jihadiste e strutture criminali di vario livello e settore geografico-globale. Oltretutto il Mali ha messo in luce un ulteriore delicato passaggio: l’abilità jihadista di muoversi in un conflitto sovrapposto.

Calleri Salvatore. Presidente della Fondazione Caponnetto

Se l’Italia parteciperà attivamente alla missione Takuba (ripetiamo rivolta al Sahel) con i suoi operativi (compreso le Forze Speciali) potremmo ottenere dei vantaggi che un domani diventerebbero strategici a condizione di non essere semplicemente una presenza passiva e transitoria atta a dare un ulteriore tonalità di internazionalità alla presenza sul campo di un alleato storicamente coinvolto.
Ora più che mai dovrà essere una guerra con forti basi d’Intelligence delle anti-interconnessione perché, come evidenziato nell’ultimo Rapporto OMCOM, nel Sahel e sopratutto in Mali dovrebbe trasferirsi e operare attivamente quella che abbiamo definito l’Intelligence jihadista nordafricana ovvero la grande nemica dell’Europa.

Come OMCOM e Fondazione Antonino Caponnetto che da anni dedicano i propri sforzi alla Ricerca e Analisi sui fattori criminali nazionali-internazionali e pionieristicamente da tempo anche alle Interconnessioni con altre realtà di varia matrice (compreso quella jihadista), poniamo un quesito: non risulterebbe vantaggioso, sempre se non sia in corso una applicazione simile, ampliare il ventaglio d’azione e aggiungere operativi del settore antimafia (Ros, Dia e altre strutture delle Forze investigative abilitate) al personale italiano in Sahel?
Oltre che un valore aggiunto ideale per il contesto, si tramuterebbe in un vantaggio derivato dalla possibilità di allargare i nostri parametri investigativi e HUMINT in una collaborazione potenzialmente permanente sul campo con i paesi interessati?
L’esperienza italiana anti-crimine è invidiata all’estero, un dato di fatto e un punto di partenza. Oltre ad un addestramento militare sul campo, previsto dalla missione, potrebbe coesisterne uno parallelo da proporre per permettere di far raggiungere competenze sempre più elevate alle forze investigative dei paesi coinvolti, costretti a convivere quotidianamente la sinergia tra criminalità e jihadismo. Questo permetterebbe non solo una presenza su settori chiave per traffici e minacce rivolte verso il Mediterraneo e l’Europa ma anche supportare, in futuro, le analisi su “raccolta informazioni” ed elaborazioni sempre più efficienti e in linea con i più elevati parametri qualitativi.


Si necessita di una precauzione: alcune strutture locali dei settori interessati possono essere di facile infiltrazione da parte della criminalità e di gruppi jihadisti e quindi occorre una precisa scelta di personale prima di dare avvio a scambi operativo-investigativi di alto profilo. Non dobbiamo permettere che personale da noi addestrato sia un domani una preziosa risorsa della parte rivale.

Questa analisi è frutto della collaborazione tra Calleri e Pier Paolo Santi, Fondazione Antonino Caponnetto

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Calcio, De Laurentiis: non vendo né Osimhen né gli altri

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“Lo scudetto sarebbe il culmine di un decennio straordinario. Per la città significherebbe prestigio, buoni affari e prosperità. In estate abbiamo avuto il coraggio di ringiovanire la rosa e Spalletti ha saputo far giocare la squadra in modo spettacolare e vincente”. In vista della doppia sfida degli ottavi di finale di Champions League con l’Eintracht Francoforte, Aurelio De Laurentiis, intervistato dal quotidiano tedesco Bild, mette da parte la prudenza e mostra la sicurezza di chi sa che la stagione può veramente finire con il titolo.

Parlando della partita del 21 febbraio a Francoforte (il ritorno è in programma il 15 marzo), il presidente del Napoli dice che “non dobbiamo pensare di essere migliori dell’Eintracht. Il duello contro il Barcellona dello scorso anno la dice lunga, e in pochi avrebbero scommesso su di loro. Non commettiamo lo stesso errore del Barcellona”. L’Eintracht, infatti, lo scorso anno ha vinto l’Europa League, eliminando nei quarti i catalani che però erano in una stagione molto difficile. Il Napoli si prepara con prudenza al match di andata e il settore ospiti è già esaurito a Francoforte.

Gli obiettivi restano altissimi, per un Napoli che ora si prepara alle prossime sfide a partire da domenica sera contro la Cremonese, che vedrà di nuovo il Maradona pieno con 50.000 tifosi e la voglia di rimanere in fuga. Spalletti comincia a pensare anche al turn over dall’inizio in alcune sfide per sfruttare al meglio una rosa completa che oggi ha ritrovato in allenamento anche Ostigaard, dopo l’influenza. Le stelle però ci saranno tutte domenica a cominciare da Osimhen, capocannoniere con 16 gol e su cui sempre più squadre puntano l’obiettivo mercato, dal Manchester United al Bayern Monaco: “Osimhen – ha detto però De Laurentiis alla Bild – non è in vendita. So bene che i nostri giocatori sono richiesti, ma io non devo vendere nessuno. Non abbiamo debiti”.

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Esteri

Bakhmut assediata, Kiev ora valuta il ritiro

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Bakhmut è assediata: diverse strade sono occupate, le unità del gruppo Wagner e militari dell’esercito russo hanno circondato la città dal lato destro e ci sono progressi anche in direzione dell’autostrada per Konstantinovka, che è “l’unica via di comunicazione tra le forze ucraine a Bakhmut e le loro retrovie”. Questa è la versione delle forze Akhmat dell’autoproclamata repubblica di Lugansk. E le immagini che arrivano anche a Kiev, i racconti, le ricostruzioni, rilanciati dai media locali, non si discostano troppo da quello scenario. E allora si fa strada anche la consapevolezza che a questo punto il valore di Bakhmut è divento più simbolico che strategico, emblema del duro braccio di ferro in corso fra Kiev e Mosca. Per questo c’è chi comincia adesso a ipotizzare che sul piano strettamente militare e strategico non sarebbe da escludere un ritiro delle forze ucraine dalla città nell’est.

Ne è convinto l’analista militare ucraino Oleksiy Hetman, che in questi termini si è espresso all’emittente radiofonica Radio NV. “Ci sarà una ritirata da Bakhmut se il rischio è di accerchiamento”, ha detto Hetman. “Non avrebbe senso perdere altri uomini. Bakhmut non ha un grande valore strategico”, ha spiegato. Però non subito, ha tenuto a precisare: “Per il momento possiamo mantenere le nostre posizioni”, ha detto. Ma per quanto ancora? Le sirene di allarme oggi hanno nuovamente risuonato a Kiev proprio mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky concludeva il suo discorso a Westminster. L’allerta è rientrata poco dopo, però è stato come un richiamo a ricordare che il tour europeo del presidente ha lo scopo preciso di “ottenere risultati”, come mette in evidenza una fonte vicina al leader, ovvero ottenere altre armi, di cui l’Ucraina “ha un gran bisogno”, anche “in vista dell’offensiva che la Russia sta pianificando.

Se le avessimo, adesso potremmo già lanciare una controffensiva”. Oleksiy Danilov, il capo del consiglio ucraino per la sicurezza nazionale, è tornato a ricordare nelle scorse ore che entro il 24 febbraio, anniversario dell’aggressione, Putin vuole qualcosa di “clamoroso” da mostrare al suo Paese, e nelle sue previsioni i russi, che di recente si sono concentrati sul Donetsk nell’est, tenteranno anche nuovi attacchi su Kharkiv verso nord o Zaporizhzhia verso sud. “Se avranno successo poi – ha aggiunto – questo dipenderà da noi”. Le ultime indicazioni intanto della Difesa britannica, sulla base di più recenti rapporti di inteligence, sembrano per il momento escludere la possibilità che le forze russe possano attraversare con un assalto il fiume Dnipro verso ovest. Sarebbe un’operazione militare estremamente complessa e rischiosa, con un’altissima probabilità di perdite. Nel rapporto si ricorda che da quando la Russia ha ritirato le sue forze dalla riva occidentale a novembre “le schermaglie e le ricognizioni” sono continuate nel delta del fiume, ma nonostante questo un attraversamento d’assalto sarebbe “estremamente complesso”.

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Capire la crisi Ucraina

Zelensky in Europa: il male perderà, dateci i caccia

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“Date ali alla libertà”. L’immagine è poetica, ma le parole del primo tour europeo di Volodymyr Zelensky dall’inizio della sanguinosa invasione russa dell’Ucraina di quasi un anno fa segnano una richiesta forte e chiara di accelerazione dell’escalation di forniture belliche a Kiev, sotto forma di “aerei da combattimento” invocati a mo’ di arma cruciale per cercare di raggiungere l’obiettivo più arduo, eppure indicato quasi come destino inevitabile: “Sconfiggere la Russia”. Il presidente ucraino ha scelto Londra – prima di proseguire in serata per Parigi per un trilaterale con i leader di Francia e Germania e domani per Bruxelles in veste di ospite d’onore di un Consiglio Europeo straordinario – come prima meta di questo viaggio, il secondo in assoluto dallo scoppio dello ostilità, dopo la visita lampo del 21 dicembre alla superpotenza Usa. E non è stato un caso. Piuttosto un riconoscimento del ruolo svolto dal governo di Rishi Sunak, ma soprattutto dall’ex premier Boris Johnson, per tenere unito il fronte degli alleati occidentali di Kiev “quando questo sembrava impossibile”. “Sono qui per dirvi grazie a nome dei coraggiosi, degli eroi che combattono in trincea per ripristinare la sovranità dell’Ucraina sui suoi territori”, ha esordito a voce piena Zelensky intervenendo dinanzi al Parlamento del Regno al gran completo – dopo essere stato accolto da Sunak al numero 10 di Downing Street e prima di una calorosa udienza a Buckingham Palace – sotto le volte solenni di Westminster Hall, come concesso in passato a Charles De Gaulle.

Una premessa accompagnata dal tripudio di ovazioni tributategli da deputati e lord di tutti i partiti schierati e suggellata dall’esaltazione dell’eredità storica della democrazia britannica, del “coraggio” della sua gente. Ma seguita anche da un sollecitazione accorata, se non ultimativa – indirizzata all’Occidente nel suo insieme – a fare un passo ulteriore per affrettare il cammino verso un traguardo evocato come certo: “la vittoria” sul campo “quest’anno”. “Io vi domando, e domando al mondo, aerei da combattimento per l’Ucraina, ali per la libertà”, ha intonato con passione Zelensky, barba incolta e maglione militare kaki indosso, prima di presentarsi in questa tenuta che è diventata la sua uniforme d’ordinanza d’ogni occasione pubblica dal 24 febbraio scorso in avanti pure di fronte a re Carlo III. In cambio la promessa è quella di “ripagare” gli alleati “con la vittoria” su Vladimir Putin, additato come “il male”, come futuro imputato “con i propri sodali” di una corte di giustizia internazionale ad hoc e come leader di un Paese condannato nei suoi auspici a pagare in avvenire i costi “dell’occupazione atroce” e del “terrorismo missilistico” inflitti all’Ucraina.

Nel nome di una convinzione animata da ambizioni quasi profetiche: “Sappiamo che la libertà vincerà, sappiamo che la Russia perderà e sappiamo che la nostra vittoria cambierà il mondo”. Di qui l’invito a Sunak – apripista di recente sul via libera ai carri armati pesanti europei a Kiev – a seguire fino in fondo l’esempio di Johnson, l’amico “Boris”, esaltato personalmente per aver schierato il Regno “al fianco dell’Ucraina dal giorno uno”, prima e più risolutamente di altri leader occidentali. Invito ribadito poi nella conferenza stampa congiunta con il primo ministro in carica tenuta di fronte a uno dei moderni tank Challager-2 (che Londra conta di consegnare a Kiev per fine marzo) in una base del Dorset dove i britannici già addestrano da tempo militari ucraini. Al di là della dichiarazione unitaria firmata da due leader a suggello “dell’amicizia infrangibile” proclamata tra le rispettive nazioni, l’appello è esplicito: non servono più soltanto armi difensive, ma strumenti – “missili a lungo raggio” compresi – in grado di avvicinare quella “vittoria militare decisiva” che anche Sunak richiama; di contrastare “i droni iraniani”; di “distruggere” le forze russe; di costringerle a “preoccuparsi di una nostra controffensiva”. Richieste che Zelensky ha esteso in serata a Emmanuel Macron e Olaf Scholz, preparandosi a fare lo stesso domani a Bruxelles con l’intera platea dei leader Ue, Giorgia Meloni inclusa, con la quale avrà un faccia a faccia; in aggiunta alle pressioni per un cammino facilitato verso la promessa adesione di Kiev al club dei 27.

Anche se per ora gli spiragli – almeno sulla questione esplosiva della fornitura dei cacciabombardieri, che significherebbe sfiorare l’orizzonte di uno scontro diretto fra Nato e Russia, come lasciato immediatamente balenare nero su bianco dall’ambasciata del Cremlino a Londra – sono al massimo parziali. Con la Germania che si limita a glissare, affrettando le scadenze sulla “speranza” di trasferimento in Ucraina di “un primo battaglione” di suoi panzer Leopard-2 per marzo-aprile. O lo stesso Regno Unito che, per bocca di Sunak, si spinge ad oggi ad assicurare solo genericamente di non “escludere nulla dal tavolo”, ma senza andare oltre l’impegno immediato d’allargare i programmi di addestramento britannici a “piloti e marines ucraini” o di fornire di armi “a più lungo raggio”. E confinando ogni concreta ipotesi sui jet nel novero delle “soluzioni da tempi lunghi”.

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