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L’Anac dà il via libera a Savona per la Consob

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Raffaele Cantone ha dato il via libera a Paolo Savona. L’Autorita’ nazionale anticorruzione ha infatti espresso parere favorevole alla scelta dell’ex ministro agli Affari europei per la guida della Consob. Il nodo della questione stava nel rischio di ‘conflitto di interessi’ legato al ruolo di amministratore ricoperto in passato da Savona nel fondo di investimenti Euklid. Secondo l’Anac, pero’, non esiste incompatibilita’: non avendo mai svolto attivita’ in Italia, il fondo non e’ soggetto alla vigilanza della Consob. Qualche accortezza servira’, comunque. Il giudizio dell’Anac era stato sollecitato dall’esposto di un finanziere, Giuseppe Bivona. Anche in caso di ‘bocciatura’, comunque, l’indicazione dell’Autorita’ anticorruzione non avrebbe avuto carattere vincolante, in quanto non e’ prevista nell’iter di scelta del presidente della Consob, che viene nominato con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del consiglio dei ministri. Nel promuovere Savona, l’Anac ha chiesto attenzione nel caso in cui si presentino situazioni particolari. Per esempio, se il fondo decide di investire in Italia, nell’evenienza che l’Autorita’ di vigilanza dei mercati debba occuparsene, Savona dovra’ astenersi. Questo non solo perche’ fino al 13 ottobre e’ stato amministratore della ‘sponda’ britannica del fondo e fino al 14 marzo di quelle lussemburghesi Euklid Master ed Euklid Feeder.

Ma anche perche’ ne detiene ancora delle quote e il Brand director di Euklid e’ suo figlio, Pierfrancesco Savona. L’Anac ha lanciato poi un warning quando ha spiegato che un ”secondo rischio di conflitto di interesse” potrebbe derivare dal fatto che, come presidente di Consob, Savona ”potrebbe avere accesso ad informazioni riservate utili per la gestione del fondo”. In questo caso, pero’, l’autorita’ guidata da Cantone ha lasciato alla stessa Consob il compito di valutare la situazione. Infine, riguardo l’attivita’ di governo svolta da Savona nell’esecutivo Conte, l’Anac ricorda di non avere competenze e passa la palla nel campo della Consob e dell’Antitrust. “La tentazione e’ forte alla mia eta’ di tornare a prendere il sole in Sardegna – fu il commento di Savona in audizione alla commissione Finanze della Camera – Il mio curriculum vitae dovrebbe dare una risposta sulla mia indipendenza”.

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David Sassoli conquista il Meeting di Rimini, simboli della fede non solo amuleti da esibire in politica

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Alla fine e’ il presidente del Parlamento europeo il politico ampiamente piu’ applaudito al Meeting di Rimini. David Sassoli ha conquistato l’appuntamento di Comunione e liberazione con un discorso molto legato ai temi del cattolicesimo in politica e alla storia del cristianesimo al centro di quella dell’Europa. Anche con riferimenti precisi, come quando dice che “i cattolici hanno il dovere di opporre una passione di verita’ cristiana a chi ancora oggi, in Polonia, in Ungheria, in Italia, osa agitare i simboli della nostra fede come amuleti, con una spudoratezza blasfema”. Un riferimento chiaro alle recenti polemiche sul vicepremier italiano, Matteo Salvini che e’ apparso chiaro a tutti. Il presidente del Parlamento europeo, esponente sorridente del Pd, aggiunge che “oggi i cattolici giocano un ruolo decisivo, perche’ e’ sulla loro divisione che contano le destre neo-nazionaliste. Se guardate a come si e’ estesa l’onda nera del sovranismo, con i suoi rigurgiti antisemiti e il suo razzismo piu’ o meno travestito, vedete che ha puntato ai Paesi di piu’ forte tradizione cattolica.

Agitando fantasmi e paure non si e’ andati alla ricerca del voto cattolico, che e’ normale e ovvio, o del voto conservatore: si e’ andati alla ricerca di frange e sette che rivendicano di essere la vera Chiesa e che vengono chiamate a fischiare il Papa in una piazza italiana”, dice Sassoli, che riceve quasi un’ovazione, comunque l’applauso ampiamente piu’ lungo alla 40esima edizione del Meeting. Il presidente del Parlamento europeo risponde anche ai giornalisti sulle ipotesi di governo ‘giallorosso’. “Non bisogna mai avere paura del confronto: i parlamenti servono a questo, a sviluppare confronto, dialogo, compromesso. Noi siamo molto contenti che la scelta e il consenso della presidente von der Leyen sia stato cosi’ ampio – afferma Sassoli – e abbia trovato anche delle solidarieta’ ad esempio dal M5s. E’ stato fatto tutto con grande trasparenza: il dialogo e’ necessario perche’ nessuno e’ autosufficiente, chi pensa di essere autosufficiente credo che non sia utile in questo momento ne’ all’Europa ne’ all’Italia”. E i riferimenti spesso sono chiari. “Chi pensava di dividere l’Europa in realta’ si e’ accorto che gli europeisti hanno in alcuni casi diviso i loro fronti” mentre sul fronte commissario europeo lascia tempo. “Non ci sono pressioni da Bruxelles: il percorso dovra’ avviarsi nel mese di settembre e speriamo che il governo italiano sia pronto a indicare un proprio rappresentante”, conclude il presidente del Parlamento europeo.

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Salvini contestato e Di Maio corteggiato, la Lega isolata presenta il conto al leader

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Allora, Matteo Salvini ha smesso di andare a carrarmato contro il M5S con bugie (“ci hanno insultati per un mese prima delle europee”), schizzi di fango (“i 5S avevano già un accordo con il Pd”) e mezze verità (“non si poteva andare avanti con i NO del M5S”) e ora vorrebbe rifare un governo sempre con i pentastellati. Per capirci: ha affossato il Governo Conte nei modi e nei tempi che conosciamo per poi pregare Luigi Di Maio di rifare un governo con maggioranza M5S-Lega, offrendogli addirittura la poltrona di Palazzo Chigi. Davanti ad un offerta del genere qualcuno di voi penserà che Salvini è un folle. E invece no. O meglio chi si occupa di politica e analizza i comportamenti dei leader è portato a pensare che quella di Salvini è l’ennesima mossa propagandistica che punta a spaccare il M5S. Qual è stata la risposta di Di Maio alla proposta di Matteo Salvini? Nulla.

Matteo Salvini. Ha fatto male i calcoli nell’aprire la crisi e ora rischia di emarginare la Lega per anni

Di Maio non parla più con Salvini dal giorno in cui “a tradimento” (sono parole di Di Maio) la Lega ha presentato la mozione di sfiducia al premier Conte. Le ultime parole rivolte da Di Maio a Salvini sono: “Non siamo amici, perchè gli amici sono leali”. Quando i componenti della delegazione del M5S sono saliti al Colle (Di Maio era accompagnato dai capigruppo di Camera e Senato D’Uva e Patuanelli), al capo dello Stato Sergio Mattarella, oggi arbitro della crisi, non han parlato di poltrone, non han parlato di formule politiche o alchimie di schieramenti. No, Luigi Di Maio ha esordito con la formula della piena ed incondizionata fiducia nel lavoro del Presidente Mattarella, ha spiegato i motivi della crisi innescata dalla Lega ed ha ribadito che qualunque sia il lavoro che farà il Capo dello Stato per verificare l’esistenza di una maggioranza nelle due Camere, il M5S ha alcuni punti programmatici (i famosi dieci punti, le dieci priorità) che ritiene essere i problemi più stringenti del Paese. Ebbene, il numero due della Lega, Giancarlo Giorgetti, politico esperto, navigato e serio, assai capace anche in campo economico, che ha avuto tanto da ridire sulle modalità di apertura della crisi da parte di Salvini, ha detto di aver sentito con attenzione Luigi Di Maio e che “molto onestamente  i 10 punti di Di Maio sono quasi tutti o tutti parte integrante del contratto con la Lega: cosa voglia dire questo non lo so, però è un dato di fatto”. Questo significa che se nella Lega Salvini ancora strumentalmente dice di essere alla ricerca di un modo per riallacciare col MoVimento, ci sono altri che ci provano a fare la stessa cosa con maggiore serietà. E uno di questi è  Giorgetti  che rispondendo alla domanda di un giornalista sull’ipotesi che sia ancora possibile un’intesa di governo con il M5S ha detto che “su contatti in corso non lo so: io sono qui io e non ce li ho. A Roma comunque ne succedono di tutti i colori”, aggiunge Giorgetti al Meeting di Cl di Rimini. Come a dire “non si esclude nulla”.

Giancarlo Giorgetti. Sta provando a riannodare i fili di un discorso interrotto con la Lega

Un altro big della Lega che in caso di accordo M5S/Pd dovrà mollare una poltrona ministeriale è Gian Marco Centinaio, oggi a capo del ricchissimo dicastero dell’agricoltura e del turismo. Anche lui è molto critico con Salvini sulla crisi. “Ha fatto una cazzata” è quel che pensa Centinaio della crisi. E allora prova a ricucire, a spargere camomilla per calmare gli animi del M5s.   “Secondo me c’è ancora possibilità di recuperare il rapporto coi 5 Stelle perchè, oltre a Di Maio, ci sono una serie di esponenti del Movimento che si ricordano bene del lavoro positivo che è stato fatto. È difficile perchè la via è molto stretta, però se ci sono i tempi e c’è la volontà di sedersi attorno a un tavolo non ci sono problemi” si fa coraggio il quasi ex ministro Centinaio.

Gianmarco Centinaio. Il ministro dell’agricoltura e del turismo

Ma Di Maio che cosa dice di tutto questo can can della Lega? E che cosa dice soprattutto dei colloqui avviati con i vertici del Pd per capire se è possibile fare un tratto di strada assieme per il bene del Paese? Di Maio è sereno o comunque si dimostra sereno e ribadisce che “al Quirinale  ho detto chiaramente che il nostro obiettivo sono i 10 punti e li ho elencati. Il primo è il taglio dei parlamentari”. Le aperture della Lega? “Ora c’è un tavolo di confronto con il Pd. Mi auguro che a questo tavolo si chiariscano le idee sul taglio. Qui si parla di poltrone, di passi indietro… ma gli unici che devono fare un passo indietro sono 345 politici che nella prossima legislatura non vogliamo più. Per quanto mi riguarda – spiega Di Maio – sul taglio dei parlamentari si deve fare subito. È l’inizio di un qualsiasi discorso, si deve fare subito. Se non c’è il primo punto non c’è nient’altro”. Ma nel Pd non c’è accordo su questa riforma. E Di Maio lo sa bene.  “Questi già litigano, li conoscevamo abbastanza, purtroppo.. si chiarissero un po’ le idee”.

Che cosa farà allora Di Maio? Dal suo entourage fanno sapere che Di Maio farà in questi giorni quello che ha fatto e fa dal 5 marzo del 2018 quando il M5S sfondò elettoralmente, diventò forza di maggioranza relativa nel Paese ma per una leggere elettorale balorda non ebbe la possibilità di fare un Governo del M5S. Di Maio proverà a dare un Governo al Paese. Nel marzo del 2018 avrebbe potuto dire agli italiani “torniamo al voto” per sbarazzarci della partitocrazia, ma non lo fece perchè il Paese non era in grado di affrontare altre elezioni date le condizioni dell’economia e della società. Di Maio farà un governo con il Pd? Sempre dal suo entourage dicono che “farà un governo anche col diavolo pur di vedere risolte le dieci priorità individuate dal M5S come freno allo sviluppo del Paese”. Dunque Di Maio potrà guardare ai due forni? Quello leghista e quello del Pd? “D’estate i forni si chiudono” risponde così, con una battuta  Di Maio a chi gli fa questa domanda. Per lui sono frasi in politichese.

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Di Maio vuole Conte Premier, Zingaretti risponde “ni” ma…

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Il nodo  da sciogliere per salire al Quirinale suggellare un’alleanza  Pd-M5S è quello del premier Palazzo Chigi. Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti si sono incontrati per cominciare mettere sul tavolo la questione. Il capo politico del M5S  avrebbe indicato come premier Giuseppe Conte. Più o meno un “prendere o lasciare”. Il segretario dem ha detto no e ha ribadito – come si legge in una nota del Pd – “la necessità di un governo di svolta, non per una questione personale, ma per rimarcare una necessaria discontinuità”. Di Maio ha fatto notare al suo interlocutore, verso il quale c’è assoluto rispetto, come preteso anche dall’Elevato Beppe Grillo (“Si tratta con Zingaretti, è lui il segretario”), che il nome di Conte non di dispiace a Matteo Renzi che l’avrebbe anzi approvato. E Renzi controlla buona parte delle truppe dem in Parlamento. Il confronto continuerà nelle prossime ore.

Le notizia sono tre: che Di Maio e Zingaretti si sono visti; che hanno registrato questo nodo; che hanno stabilito di rivedersi a stretto giro per parlare anche di temi (non solo un nome) per creare la maggioranza giallorossa.

Alla Camera si erano infatti incontrate le due delegazioni dem e Cinque Stelle incaricate di verificare le condizioni minime per far proseguire il negoziato. “Dal tavolo non sono sorti ostacoli insormontabili” hanno detto Andrea Orlando, Graziano Delrio e Andrea Marcucci per i dem e i capigruppo di Camera e Senato pentastellati Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli al termine del confronto a Montecitorio. Concluso con l’ impegno a tenere altri bilaterali dedicati ai singoli dossier, che però non sono stati ancora calendarizzati. Anche se fin d’ ora entrambe le parti hanno constatato “un’ ampia convergenza” sull’ agenda sociale e sui temi ambientali. Una convergenza indispensabile in vista innanzitutto della prossima manovra di bilancio che attende al varco il futuro esecutivo.
Questioni che rimangono ancora sullo sfondo perchè l’ incontro di ieri a Montecitorio è servito prima che a trattare di questioni di merito, a risolverne alcune preliminari: i Cinque Stelle, per testare la volontà del Pd di dare corpo a un’alleanza di legislatura, hanno chiesto garanzie su una battaglia simbolo, quella del taglio dei parlamentari che per diventare legge ha bisogno di un ultimo voto decisivo.

Mentre i dem hanno insistito con i Cinque Stelle perchè da parte del Movimento venisse spazzata via ogni ambiguità rispetto alla Lega di Matteo Salvini, che dopo aver innescato la crisi ora chiede a Luigi Di Maio di tornare a fare squadra.

Il sospetto che ancora aleggia in casa Pd è che i 5 Stelle vogliano tenere aperto il forno con il Carroccio forse per alzare la posta o forse perchè nel Movimento c’ è qualcuno a cui in fondo non dispiacerebbe riallacciare i rapporti con il Carroccio. E non è bastato che ieri il capogruppo dei Cinque Stelle Patuanelli minimizzasse le parole di chi nel Movimento non esclude o forse auspica possibili ritorni di fiamma in salsa salviniana. Né che l’ altro capogruppo D’ Uva sottolineasse che il Movimento “non ha ulteriori tavoli in calendario con altre forze politiche”.

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