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L’America ricorda l’11 settembre, il primo senza guerra

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L’America inizia il conto alla rovescia per commemorare il ventesimo anniversario dell’11 settembre, il primo senza la guerra in Afghanistan lanciata poche settimane dopo contro Al-Qaida (e i talebani che l’avevano ospitata), la piu’ lunga della storia americana. Joe Biden puo’ celebrarlo come il commander in chief che ha chiuso un’era, ma resta la polvere delle polemiche per un ritiro caotico e umiliante, insieme all’allerta (rafforzata) per la minaccia di attentati terroristici. Il presidente visitera’ con la first lady Jill tutti e tre i siti degli attacchi dei dirottatori, come fece Barack Obama nel 2011 per il decimo anniversario dell’11/9: il memoriale di Ground Zero, dove crollarono le Torri gemelle sventrate da due aerei, quello di Shanksville in Pennsylvania, dove precipito’ il volo diretto contro Capitol Hill grazie alla rivolta dei passeggeri, e il Pentagono, bersaglio di un quarto velivolo. La vicepresidente Kamala Harris e il marito parteciperanno invece ad un evento separato a Shanksville, prima di raggiungere la first couple al memoriale della Difesa. Il dettaglio delle visite non e’ ancora stato diffuso ma ci saranno sicuramente imponenti misure di sicurezza. Sulla ricorrenza, la piu’ dolorosa della storia contemporanea degli Stati Uniti, restera’ l’ombra lunga della crisi afghana innescata dal frettoloso ritiro americano deciso da Biden. Proprio oggi il capo di stato maggiore dell’Esercito Usa, generale Mark Milley, ha lanciato su Fox News un monito allarmante: “Non so dire se i talebani riusciranno a governare, a consolidare il loro potere, ma vedo buone probabilita’ di una guerra civile estesa che potrebbe portare a una ricostituzione di Al-Qaida o a una crescita dell’Isis o di altri gruppi terroristici”, ha detto, avvisando che il terrorismo potrebbe “risorgere” nella regione “entro 12, 24 o 36 mesi”. Il presidente ha intanto ordinato di declassificare i documenti dell’Fbi sugli attacchi dell’11 settembre, disinnescando la rabbia degli oltre 2.000 familiari delle vittime che lo avevano ammonito a non presentarsi a nessuna cerimonia commemorativa se non avesse rimosso il segreto dal materiale sulla possibile complicita’ dell’Arabia Saudita con i 19 dirottatori aerei, 15 dei quali erano sauditi. Una promessa di trasparenza che aveva fatto in campagna elettorale per fare luce definitivamente sui sospetti che si sono accumulati negli anni. “Non dobbiamo mai dimenticare il duraturo dolore delle famiglie e delle persone care dei 2.977 innocenti che furono uccisi nel peggior attacco terroristico all’America nella sua storia. Per loro non e’ solo una tragedia nazionale ed internazionale, ma una devastazione personale”, ha sottolineato, ricordando “la sedia vuota a casa” e “il buco nei loro cuori” in questi 20 anni di vita famigliare senza un marito, una moglie, un figlio o un amico. In questi giorni le tv americane sono gia’ inondate di speciali, documentari, interviste con soccorritori e sopravvissuti. Tra loro anche gli orfani dell’11/9 perche’ 20 anni sono ormai un’intera generazione. Quasi tutti pero’ sembrano concentrati su quel giorno, sulle immagini di distruzione, caos e shock, sul refrain ‘remember’, ‘never forget’, e le storie sono sempre le stesse. Non manca tuttavia chi, come Spike Lee nel suo ‘Nyc Epicenters: 9/11-2021 “, si chiede se in realta’ non si chiuda un’epoca e si interroga su com’e’ cambiata l’America da allora, su cosa e’ successo dopo: il pantano militare dall’Afghanistan alla guerra in Iraq con le torture del carcere di Abu Ghraib, la crescita del razzismo e dell’islamofobia di cui fece le spese anche Obama (accostato a Osama bin Laden), la diffusione di teorie cospirative (a partire dal crollo delle Torri Gemelle), la perdita di fiducia nelle istituzioni che demagoghi come Donald Trump hanno usato per minare la democrazia, realizzando paradossalmente l’obiettivo di bin Laden di dividere e indebolire l’America. Con l’assalto al Congresso come simbolo di un Paese insanabilmente polarizzato, lontano da quello dell’11/9 in cui dopo l’attacco un coro di parlamentari repubblicani e democratici cantarono insieme sulla scalinata di Capitol Hill ‘God Bless America’.

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Amazon custodirà in cloud i dati dell’intelligence di Sua Maestà Gchq, MI5 e MI6

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I dati classificati dell’intelligence, quindi alcuni fra i segreti piu’ importanti per la sicurezza nazionale del Regno Unito, sono destinati a essere ospitati dai sistemi di Amazon, tramite la sua controllata Amazon Web Services (Aws). Il quotidiano Financial Times ha infatti rivelato un accordo per l’utilizzo di un ‘cloud’, quindi di uno spazio virtuale di archiviazione, da parte delle tre agenzie di spionaggio britanniche, Gchq, MI5 e MI6. Si prevede che venga realizzata una piattaforma digitale dal colosso americano per sfruttare tecnologie all’avanguardia nello spionaggio, come analisi di ‘big data’ e intelligenza artificiale, ma che il tutto sia gestito dai funzionari di sua maesta’. Resta comunque una decisione destinata a sollevare dubbi e critiche da diversi punti di vista, a partire dai timori che venga messa a rischio la sovranita’ britannica rispetto a dati tanto cruciali di fatto custoditi da un soggetto privato. In merito e’ stato interpellato il portavoce del primo ministro Boris Johnson che non ha commentato direttamente la rivelazione del giornale ma ha fatto alcune precisazioni. “Abbiamo utilizzato la tecnologia del settore privato nelle applicazioni di sicurezza nazionale per decenni al fine di mantenere il Paese al sicuro – ha sottolineato – ovviamente garantire la sicurezza di questa tecnologia e’ una priorita’ assoluta e tutte le protezioni sono gia’ adottate per le informazioni classificate indipendentemente dal fornitore della tecnologia”. In base ai dettagli pubblicati dal Ft, l’accordo e’ stato promosso dalla Gchq, l’agenzia di intelligence per le comunicazioni, e ha un valore stimato dagli esperti del settore tra i “500 milioni e il miliardo di sterline nei prossimi dieci anni”. La collaborazione dovrebbe consentire, fra l’altro, ad agenti e funzionari di condividere i dati piu’ facilmente e consentire l’uso di applicazioni speciali come il riconoscimento vocale per individuare e tradurre voci da ore di comunicazioni intercettate. Il sistema di cloud ad alta sicurezza verra’ utilizzato, oltre che dalle tre agenzie, “anche da altri dipartimenti governativi come il ministero della Difesa durante le operazioni congiunte”. Secondo le fonti citate dal quotidiano della City, “tutti i dati delle agenzie saranno tenuti in Gran Bretagna e Amazon non avra’ alcun accesso alle informazioni presenti nella piattaforma”. Restano molti interrogativi pero’, nonostante Londra e Washington siano alleati di vecchia data. “Si tratta dell’ennesima preoccupante partnership tra pubblico e privato, concordata in segreto”, ha affermato Gus Hosein, responsabile dell’associazione Privacy International, sottolineando che ci sono molte cose che il Parlamento britannico, gli organismi di vigilanza e i cittadini devono sapere su questo accordo. Da tempo e’ aperta nel Regno la questione dei rischi rappresentati dalle collaborazioni economiche con societa’ straniere in settori chiave ed e’ stato adottato nei confronti della Cina un atteggiamento molto diverso. Uno dei capitoli piu’ importanti e’ stata la giravolta britannica col colosso della telefonia Huawei, esclusa nel luglio 2020 dalle forniture per la futura rete 5G nel Paese, per ragioni ufficiali di sicurezza nazionale ma nel nome d’una mossa vista come una concessione al volere degli Stati Uniti.

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Addio a Corte, la principessa Mako sposa compagno di college e rinuncia a tutto

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Dopo un’attesa durata quattro anni – tre dei quali senza mai incontrarsi – la Principessa giapponese Mako, sposa il ‘cittadino borghese’, ed ex compagno di universita’, Kei Komuro, e dice addio al titolo regale. La nipote primogenita dell’Imperatore Naruhito – che appena lo scorso sabato ha compiuto 30 anni – ha deciso di registrare le nozze al comune di Tokyo con il fidanzato coetaneo, e non in pompa magna come si addice a una autorita’ del suo rango. Una decisione legata ad una vicenda che ha toccato l’opinione pubblica aprendo una serie di questioni ancora irrisolte. Dall’annuncio del progetto di matrimonio, nel novembre 2017, i media nipponici non hanno risparmiato critiche puntando il dito sulla famiglia dello sposo e la gestione delle finanze della madre di Komuro, accusata di aver preso a prestito soldi dall’ex partner per l’istruzione del figlio (30 mila euro) senza mai restituirli. Da allora illazioni e giustificazioni si sono susseguite senza soluzione di continuita’, portando la principessa a soffrire di stress post-traumatico, bersaglio di commenti giudicati offensivi sui social. Ma alla fine ha prevalso la voglia della coppia di convolare a nozze, con una cerimonia semplice, in municipio. Niente rischio di domande scomode: dopo il fatidico ‘si” i neo-sposi hanno letto un comunicato per evitare che il pressing dei giornalisti potesse ferire la principessa, procurandole un ‘forte senso di ansia’, riferisce l’Agenzia imperiale che ha tenuto conto del parere del dottore personale della principessa. Risposte scritte gia’ compilate sono state invece distribuite ai media presenti. Nel suo discorso Mako ha affermato che Komuro e’ una persona ‘insostituibile’, e che il loro matrimonio e’ stata ‘una scelta necessaria’. Rispondendo a una domanda sul suo futuro ha precisato che la sua maggiore preoccupazione e’ il continuo processo di diffamazione perpetuato nei loro confronti e delle rispettive famiglie. Komuro – in procinto di ottenere una specializzazione in legge negli Stati Uniti – ha ribadito la volonta’ di risolvere personalmente il contenzioso della madre. L’accanimento dei media sull’opportunita’ delle nozze ha portato la principessa Mako a decidere di non accettare l’indennizzo governativo che le spettava di diritto dopo il matrimonio, valutato intorno ai 152 milioni di yen (oltre 1,1 milioni di euro), pensato per garantire ‘il mantenimento di una vita dignitosa’ dopo l’allontanamento dalla famiglia. Si tratta della prima volta dal termine della Seconda guerra mondiale che il compenso non viene corrisposto. Dopo aver reciso ogni legame di appartenenza con la casa imperiale, come impongono le regole del Trono del Crisantemo per le donne che sposano un cittadino borghese, Mako seguira’ il marito a New York gia’ dal mese prossimo. Una dinamica che inevitabilmente solleva affinita’ con il principe inglese Harry e la consorte Meghan Markle, bersagli degli organi di stampa piu’ tradizionalisti. “Tutto quello che desidero e’ condurre una vita tranquilla in un ambiente completamente nuovo”, ha detto Mako durante la conferenza, leggendo il comunicato con tono smarrito.

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Golpe in Sudan: autofagia della Transizione e sindrome maliana

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Dopo un mese di scuotimenti, l’albero della Transizione ha lasciato cadere il suo frutto, ancora acerbo. Il sommovimento è cominciato il primo giorno d’autunno, con un tentativo di colpo di Stato messo in atto dai seguaci da Omar al-Bachir, il dittatore deposto dai militari sotto la spinta della folla in strada nel 2019, tuttora detenuto. Manifestazioni a raffica si sono quindi susseguite per le vie di Khartum, di Omdurman, di Bahri, le tre unità urbane di cui si compone l’area metropolitana. Si distingue così, nel seno dell’unione civile denominata “Forze per la libertà e il cambiamento”, una corrente popolare, piuttosto esigua, in apoggio ai militari e un’altra, largamente maggioritaria, in appoggio agli esponenti civili della Transizione. 

Già, la Transizione: una nuova categoria politica per capire quel che succede in Africa. Di che si tratta? E’ il processo con cui viene indicato il passaggio dal vecchio regime –quale che sia- spazzato via da un golpe militare a un nuovo regime, a guida civile e basato su istituzioni democratiche: libere elezioni del Presidente e del Parlamento, Corte Costituzionale, indipendenza dell’ordine giudiziario dal Governo. Nel solco di questo processo a guida partenariale civile-militare, che avrebbe dovuto concludersi appunto con libere elezioni alla fine dell’anno prossimo, si svolge il golpe del generale Abdel Fattah al Burhan in corso attualmente a Khartum. Ora, chi è il generale Burhan? E’ la massima autorità del Paese, il Consiglio sovrano della Transizione: quella che ha liquidato manu militari il Governo, mettendo in prigione il premier Abdallah Hamdok, con una buona parte dei suoi ministri nonché i componenti civili del Consiglio sovrano.

Un paradosso: la Transizione che divora se stessa. Si è osservata questa dinamica qualche mese fa in Mali, dove il colonnello Assimi Goïta, già autore del Colpo di Stato contro il presidente eletto Ibrahim Boubacar Keïta nell’agosto del 2020, è stato protagonista di un secondo colpo di Stato che ha destituito il primo presidente della Transizione Bah N’Daw.

 

 

Che piega stanno dunque che prendendo i colpi di Stato in Africa? La sindrome maliana ci dice esattamente questo: faccio un golpe non “contro” la Transizione, ma “per” la Transizione. Per aiutarla visto che la compagine governativa è inefficiente e non avanza velocemente nella realizzazione degli obiettivi della “rivoluzione”. Nel rivendicare all’esercito, e quindi a sé, un maggior peso nelle responsabilità operative, la componente militare della Transizione si pone come custode dei valori democratici e come garante del loro decorso istituzionale.

Dopo Bachir, i padrini internazionali del Sudan sono stati essenzialmente tre. Da una parte, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi, con interessi legati intanto alla questione yemenita. Ricordiamo la coalizione guidata dall’Arabia che opera sul terreno dal 2015. Ebbene si parla di un corpo di spedizione di 10.000 combattenti sudanesi. Ma occorre mettere nel paniere anche gli emigrati: se ne contano, nella penisola arabica, più di mezzo milione, che rappresentano con le loro rimesse uno dei pilastri più importanti dell’economia sudanese. Un’economia asfittica, con un debito estero spropositato (60 miliardi di $ con un PIL che forse non arriva a 100), un’inflazione galoppante, un impoverimento complessivo con la perdita delle risorse petrolifere in favore del Sud Sudan. Un’economia sulla quale grava la mannaia del FMI che è sì disposto ad aiutare il Sudan in termini di diminuzione e riassetto del debito, ma al prezzo di un rigore contabile che, come da sempre nella cultura di questa istituzione, viene scaricato addosso agli strati più poveri della popolazione: con tasse sulla farina, sul carburante, sui medicinali…..

Quanto agli aiuti diretti, le perfusioni dal Golfo Persico sono continue. E’ di settembre l’annuncio di altri 400 milioni di dollari per sostenere progetti agricoli. Mentre la Francia, ricordando che il “club di Parigi” è il più forte creditore estero del Sudan, sta giocando la carta di un padrinato politico-finanziario, con l’annullamento di 5 miliardi di debito da trasformare presto o tardi in un credito strategico. Dal loro canto, gli Stati Uniti hanno già lo scorso anno tolto l’embargo su un Paese già iscritto sulla lista nera dei complici del terrorismo, ed hanno sviluppato linee di aiuto finanziario cospicue (oltre 1 miliardo di dollari) in cambio del riconoscimento di Israele.

L’altro riferimento internazionale del Sudan è l’Egitto. I legami storici tra i due Paesi si innestano oggi su un fondamentale interesse comune: l’asta fluviale del Nilo. Senza dimenticare il vitale rapporto strategico che lega Il Cairo a Khartum, concernente i due immensi scacchieri dell’Africa subsahariana e dell’Oceano Indiano.

 

Le Nazioni Unite, Bruxelles e Washington, così come l’Unione Africana, hanno levato le loro voci ritualistiche, come di consueto in questi casi: liberare i prigionieri e rimettere sui binari della “legalità” il processo di Transizione. Ma è chiaro che senza una decisa e concordata presa di posizione di Egitto e Arabia Saudita, ben difficilmente sapremo quel che veramente succederà a Khartum nelle prossime settimane. Nel frattempo, i fumi dei pneumatici che bruciano si levano sopra l’immensa città. I venti del deserto faticano a dissolverli. La gente sostenuta dalle associazioni sindacali, è in strada, con la stessa tenacia che aveva mostrato al tempo della defenestrazione di Bachir. L’esercito comincia a sparare, con proiettili veri: 2 i morti, e si va verso il centinaio di feriti. E però la sindrome maliana può forse essere una scorciatoia politica, ma non può in alcun modo risolversi in un bagno di sangue…..

 

 

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