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Politica

L’ambasciatore russo attacca l’Italia: accuse false da alti colli romani

L’ambasciatore russo in Italia Alexey Paramonov, durante il ricevimento per la Giornata della Russia, ha attaccato le autorità italiane e difeso la linea di Mosca sulla guerra in Ucraina.

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Un attacco duro, formulato nel linguaggio della diplomazia ma con un bersaglio politico evidente. Nel discorso pronunciato a Roma per la Giornata della Russia, l’ambasciatore russo in Italia Alexey Paramonov (foto Imagoeconomica) ha contestato le accuse rivolte a Mosca da quelle che ha definito “alcuni degli alti colli romani”, un riferimento interpretato come diretto al Quirinale, pur senza una citazione esplicita.

Davanti agli invitati riuniti a Villa Abamelek, sede dell’ambasciata russa, Paramonov ha respinto la lettura secondo cui la Russia sarebbe responsabile delle principali crisi dell’ordine internazionale, dall’Europa orientale al Medio Oriente fino all’Africa. Per il diplomatico russo, quelle accuse sarebbero “una palese falsità”.

La Nato nel mirino del discorso russo

Il cuore dell’intervento è stato il rapporto tra Russia, Occidente e Nato. Paramonov ha sostenuto che, dalla metà degli anni Novanta, l’Alleanza Atlantica avrebbe spinto i propri confini verso Est, integrando Paesi dell’Europa orientale e Stati un tempo parte dell’Urss.

È la tesi con cui Mosca giustifica da anni la propria postura verso l’Occidente e che viene utilizzata anche per spiegare l’invasione dell’Ucraina, definita dal Cremlino “operazione militare speciale”. Si tratta della posizione ufficiale russa, contestata da Kiev, dall’Unione europea, dalla Nato e da larga parte della comunità internazionale, che considera l’aggressione all’Ucraina una violazione della sovranità di uno Stato indipendente.

Il riferimento alla guerra in Ucraina

Nel discorso, Paramonov ha presentato l’intervento militare russo in Ucraina come una risposta alla “guerra ibrida dell’Occidente” contro Mosca. Secondo l’ambasciatore, l’obiettivo dei Paesi occidentali sarebbe limitare lo sviluppo sovrano della Russia, minarne gli interessi politici ed economici e destabilizzarne l’assetto interno.

La formula ricalca la narrazione del Cremlino sul conflitto, che resta però radicalmente opposta alla ricostruzione di Kiev e dei suoi alleati. Per l’Ucraina e per i Paesi occidentali, la guerra è iniziata con l’invasione russa su larga scala del 24 febbraio 2022, dopo l’annessione della Crimea nel 2014 e anni di conflitto nel Donbass.

L’avvertimento contro una nuova marcia verso Est

Paramonov ha anche evocato il “Drang nach Osten”, l’espressione storica legata alla spinta verso Est, richiamando le aggressioni subite dalla Russia nel corso dei secoli, compresa quella nazista. Il messaggio è stato rivolto a chi, secondo Mosca, starebbe immaginando una nuova campagna contro la Russia.

Il passaggio conferma l’uso, da parte della diplomazia russa, di una cornice storica fortemente identitaria, nella quale il conflitto attuale viene presentato come parte di una lunga continuità difensiva contro minacce esterne.

Mosca rivendica di non essere isolata

L’ambasciatore ha poi respinto l’idea di una Russia isolata sul piano internazionale. Ha citato la partecipazione di Mosca ai lavori dell’Onu, il dialogo con G20, Brics, Asean e altre piattaforme multilaterali, oltre ai rapporti nello spazio eurasiatico con Bielorussia, Unione Economica Eurasiatica, Comunità degli Stati Indipendenti e Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai.

Secondo Paramonov, proprio in questi consessi starebbe emergendo un nuovo ordine mondiale fondato su equilibrio degli interessi, uguaglianza sovrana degli Stati, rifiuto dell’unipolarismo e superamento della logica dei blocchi.

Apertura al dialogo, ma solo a condizioni russe

Nella parte finale del discorso, l’ambasciatore ha affermato che alla Russia sarebbe estranea la logica della “fortezza assediata” e che Mosca resterebbe aperta al dialogo e alla cooperazione anche con i Paesi occidentali, Italia compresa.

L’apertura, però, è stata accompagnata da una condizione precisa: la rinuncia, da parte dei governi occidentali, a quello che Paramonov ha definito atteggiamento ostile verso la Russia e a ogni tentativo di calpestare i suoi interessi.

Una platea senza politici italiani di primo piano

Alla cerimonia, disertata da politici italiani di primo piano, erano presenti tra gli altri Francesco Toscano, presidente di Democrazia Sovrana e Popolare, l’editore Sandro Teti, Moni Ovadia e Gianluca Savoini, noto per la vicenda dell’Hotel Metropol relativa ai presunti finanziamenti russi alla Lega, poi archiviata.

Il discorso di Paramonov conferma il livello di tensione nei rapporti tra Roma e Mosca. La Russia continua a rivendicare la propria versione del conflitto e accusa l’Occidente di ostilità sistematica. L’Italia, dentro il quadro europeo e atlantico, resta invece allineata al sostegno politico, economico e militare all’Ucraina.

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Castellammare di Stabia, il Consiglio dei ministri scioglie il Comune per infiltrazioni camorristiche

Il Consiglio dei ministri ha deliberato lo scioglimento del Consiglio comunale di Castellammare di Stabia per infiltrazioni della criminalità organizzata. Si interrompe l’amministrazione guidata dal sindaco Luigi Vicinanza. Il Comune sarà affidato a una commissione straordinaria.

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Il Consiglio dei ministri ha deliberato lo scioglimento del Consiglio comunale di Castellammare di Stabia per infiltrazioni della criminalità organizzata. Il provvedimento, adottato su proposta del Ministero dell’Interno, pone fine all’amministrazione guidata dal sindaco Luigi Vicinanza e apre una nuova fase di gestione commissariale dell’ente.

Il provvedimento del Governo

La decisione arriva al termine dell’iter avviato dopo il lavoro della commissione d’accesso nominata dalla Prefettura di Napoli, incaricata di verificare l’eventuale presenza di condizionamenti della criminalità organizzata sull’attività amministrativa del Comune. Il Consiglio dei ministri ha accolto la proposta di scioglimento prevista dall’articolo 143 del Testo unico degli enti locali.

Con lo scioglimento decadono sindaco, giunta e Consiglio comunale. La gestione dell’ente sarà affidata a una commissione straordinaria, che amministrerà il Comune per un periodo di 18 mesi, salvo eventuali proroghe previste dalla normativa.

È il secondo scioglimento consecutivo

Per Castellammare di Stabia si tratta del secondo scioglimento consecutivo per infiltrazioni mafiose. Il precedente risale al 2022 e riguardò l’amministrazione comunale allora in carica.

Il nuovo provvedimento rappresenta un duro colpo per la città e interrompe anticipatamente il mandato dell’amministrazione eletta nel 2024.

Attese le motivazioni del decreto

Al momento il Governo ha deliberato lo scioglimento, mentre le motivazioni dettagliate saranno contenute nel decreto del Presidente della Repubblica e nella relativa relazione ministeriale che accompagnerà il provvedimento.

Lo scioglimento per infiltrazioni mafiose non costituisce un giudizio penale nei confronti dei singoli amministratori, ma è una misura di carattere amministrativo prevista dall’ordinamento per tutelare il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione quando emergano elementi di condizionamento da parte della criminalità organizzata.

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Corte dei conti, il governo chiede nuovi chiarimenti sulla promozione di dieci magistrati

Il Consiglio dei ministri non conclude l’esame delle promozioni di dieci magistrati della Corte dei conti alla qualifica di presidente di sezione. Dopo la riunione del 4 giugno e una nota del Consiglio di presidenza della magistratura contabile, il governo ha deciso di chiedere ulteriori chiarimenti.

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Il governo chiede ulteriori chiarimenti sulla promozione di dieci magistrati della Corte dei conti alla qualifica di presidente di sezione.

La decisione è stata assunta dal Consiglio dei ministri dopo avere esaminato la nota informativa trasmessa dal Consiglio di presidenza della magistratura contabile, l’organo di autogoverno della Corte.

L’esame iniziato il 4 giugno

La questione era stata affrontata per la prima volta nella riunione del Consiglio dei ministri del 4 giugno 2026. In quella sede il governo aveva esaminato dieci provvedimenti riguardanti la promozione di consiglieri della Corte dei conti alla qualifica superiore di presidente di sezione.

Dopo avere acquisito la successiva nota informativa del Consiglio di presidenza, Palazzo Chigi ha ritenuto necessario approfondire alcuni aspetti prima di assumere una decisione definitiva.

Nessuna bocciatura delle promozioni

Il comunicato del governo non parla di rigetto o annullamento delle proposte. La deliberazione riguarda esclusivamente la richiesta di nuovi elementi informativi.

L’iter delle promozioni resta quindi aperto e potrà proseguire dopo la trasmissione dei chiarimenti richiesti dal Consiglio dei ministri.

Il confronto istituzionale sulle nomine

La scelta segnala la volontà dell’esecutivo di svolgere ulteriori verifiche sui provvedimenti adottati dall’organo di autogoverno della Corte dei conti.

Non sono stati resi pubblici, nel comunicato, i nomi dei magistrati interessati né la natura specifica delle questioni sulle quali Palazzo Chigi ha chiesto approfondimenti. La valutazione definitiva viene dunque rinviata a una successiva riunione del governo.

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Politica

Preferenze bocciate alla Camera, telefoni accesi e caccia ai franchi tiratori: a Montecitorio torna il clima da Prima Repubblica

La bocciatura per un solo voto dell’emendamento sulle preferenze trasforma Montecitorio in un teatro di tensioni, accuse e sospetti. Deputati fotografano il proprio voto, le opposizioni chiedono dimissioni ed elezioni, mentre nella maggioranza parte la caccia ai franchi tiratori.

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Telefoni accesi per certificare il voto, riunioni improvvisate nei corridoi, accuse sussurrate, urla in Aula e lunghe passeggiate sconsolate nel cortile di Montecitorio. Per un giorno alla Camera è sembrato di tornare ai riti e ai sospetti della Prima Repubblica.

La bocciatura dell’emendamento sulle preferenze, respinto per un solo voto, ha trasformato una seduta parlamentare in una resa dei conti politica. Da una parte i volti soddisfatti delle opposizioni, dall’altra le facce scure della maggioranza e la ricerca affannosa dei franchi tiratori.

Aula al completo per il voto decisivo

Fin dalla mattina a Montecitorio si respirava un clima di forte tensione. Dopo le ultime riunioni dei gruppi parlamentari, i partiti si sono presentati quasi al completo per l’avvio, alle 14, dell’esame degli emendamenti alla legge elettorale.

I lavori sono proceduti rapidamente fino alla discussione dei subemendamenti alla proposta di Fratelli d’Italia sulle preferenze, considerata il cuore della riforma sostenuta da Giorgia Meloni.

A scaldare gli animi è stato soprattutto l’intervento della deputata leghista Laura Ravetto, che ha chiesto di eliminare il principio dell’alternanza di genere, rivolgendosi direttamente alle colleghe.

La replica della capogruppo del Partito democratico Chiara Braga è stata immediata: «Non tutte abbiamo cambiato partito per un seggio assicurato». Una frase accolta dagli applausi delle opposizioni, con Elly Schlein tra le prime ad alzarsi, e da segnali di approvazione arrivati anche da alcuni banchi della Lega.

I telefoni per dimostrare la fedeltà

Intorno alle 18.30 si è arrivati alla votazione dell’emendamento firmato dal capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami.

Durante le operazioni di voto, dai banchi di FdI e delle altre forze della maggioranza sono comparsi alcuni telefoni cellulari. Deputati avrebbero fotografato o registrato il proprio voto, probabilmente per dimostrare di avere rispettato l’indicazione del partito.

Un comportamento che racconta il clima di sospetto già presente prima dell’esito e il timore che lo scrutinio segreto potesse favorire defezioni interne.

Il silenzio e poi l’esplosione dell’Aula

Alla chiusura della votazione, nell’Aula è calato il silenzio. Il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, che aveva chiesto che ogni passaggio fosse formalmente ineccepibile, ha letto il risultato: 187 favorevoli e 188 contrari.

La frase «la Camera respinge» è stata immediatamente coperta dagli applausi e dalle grida delle opposizioni. Dai banchi sono partiti i cori «dimissioni» ed «elezioni», mentre i leader e i deputati del centrosinistra si abbracciavano.

Nella maggioranza, invece, i capigruppo hanno richiamato i parlamentari all’ordine, nel tentativo di capire dove si fossero nascosti i voti contrari.

Tabulati e capannelli per scoprire i tradimenti

Il voto segreto rende impossibile identificare con certezza i franchi tiratori. Per cercare indizi, il capogruppo leghista Riccardo Molinari avrebbe consultato i tabulati di precedenti votazioni, confrontando presenze e comportamenti parlamentari.

In Forza Italia, il vicepremier Antonio Tajani, rimasto seduto ai banchi del governo, ha riunito alcuni dei suoi collaboratori più fidati per un capannello d’emergenza.

Tra i deputati di Fratelli d’Italia sono cominciate a circolare accuse sottovoce. «Sono stati Lega e Forza Italia», sosteneva un parlamentare meloniano dirigendosi verso la buvette. Si tratta, però, di sospetti impossibili da verificare proprio per la segretezza del voto.

La sorpresa delle opposizioni

Fuori dall’Aula, le opposizioni non hanno nascosto la soddisfazione, ma anche lo stupore per un risultato che in pochi avevano previsto.

«Erano entrati tutti tronfi in Aula, con il parere favorevole dalla loro», ha commentato sorridendo il deputato del Pd Lorenzo Guerini. «Non ce lo aspettavamo» è stata la frase più ripetuta dai parlamentari dell’opposizione davanti ai giornalisti in Transatlantico.

Ben diverso il clima tra i deputati del centrodestra, molti dei quali hanno lasciato l’Aula in silenzio, con il volto teso e lo sguardo basso.

Lupi: tensioni e alternanza di genere decisive

Tra le analisi più nette c’è stata quella di Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati e tra i firmatari dell’emendamento.

«Se porti in Aula le preferenze, perdi. Era già successo a Renzi», ha osservato Lupi, indicando due possibili cause della sconfitta: le tensioni interne alla maggioranza e il contrasto nato sulla questione dell’alternanza di genere.

La votazione ha così restituito l’immagine di una coalizione formalmente unita ma attraversata da dissensi e diffidenze. La riforma potrà proseguire il proprio percorso parlamentare, ma la giornata di Montecitorio lascia dietro di sé una frattura politica che difficilmente potrà essere archiviata come un semplice incidente.

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