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Politica

La spina degli ortodossi sulla linea di Conte

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Da un lato la permanenza “da protagonisti” nell’esecutivo, dall’altro i valori fondanti del M5s. E’ una strettoia tra incudine e martello quella che sta percorrendo in queste ore Giuseppe Conte, leader in pectore di un Movimento ancora disorientato dopo le guerre intestine, ma soprattutto scisso tra governisti e ortodossi. Questi ultimi, in forze sia alla Camera che al Senato, hanno mal digerito alcuni passaggi del discorso fatto dall’ex premier ai gruppi parlamentari, interpretati come una promessa di lealta’ a Mario Draghi senza, in fondo, troppe condizioni: “Sappiamo che sta mediando sulla giustizia, ma ci aspettavamo di piu’, un segnale piu’ robusto”, si sfoga un senatore. Tutti sanno che il negoziato e’ complicatissimo, ma c’e’ anche chi scommette che alla fine Conte portera’ a casa il risultato: non solo “il no ad ogni impunita’”, ma anche garanzie precise per il reddito di cittadinanza. Ogni mediazione dovra’ viaggiare necessariamente sui contenuti, e’ il refrain dei pentastellati nei corridoi di Montecitorio. In primis sulla spina dell’improcedibilita’, per cui il punto di caduta – si spiega – deve essere “sostanziale” e non di facciata. “Noi manterremo lo spirito costruttivo sugli emendamenti, ma se si andra’ avanti con l’impunita’ non potremo che dare battaglia” ed “io non mi sentirei di dare un voto favorevole”, dice senza giri di parole l’ex sottosegretario Vittorio Ferraresi. Proprio per questo, l’ipotesi della fiducia fa paura ai piu’: aprirebbe un bivio cieco, in particolare prima dell’inizio del semestre bianco. In mattinata un gruppo di attivisti della prima ora, con alla guida la consigliera regionale Francesca De Vito e supportati dagli ex dell’Alternativa c’e’, si sono fatti sentire davanti alla Camera richiamando gli eletti alla tutela dei principi fondativi del Movimento: “Il governo dei migliori si inventa l’improcedibilita’ come soluzione alle lungaggini processuali”, lo slogan. La strategia dei parlamentari per arrivare a dama potrebbe essere proprio quella di guadagnare tempo, obtorto collo, in commissione Giustizia prima dell’approdo in Aula. Ma, di contro, ogni forzatura potrebbe essere controproducente. Altra nota dolente sono i malumori di chi continua a pensare che il nuovo statuto sia troppo “verticistico” e apra la strada, nei fatti, ad un partito tradizionale. Alcuni militanti romani sono arrivati a mettere a punto un documento in cui si invita non votare lo statuto di Conte perche’ ritenuto “illegittimo” e “antidemocratico” per 18 diverse ragioni. Su questo fronte, pero’, non ci sono negoziati possibili e il testo – frutto della ricomposizione dei ‘sette saggi’ – andra’ ai voti il 2 e il 3 agosto. Intanto, l’antipasto della consultazione degli iscritti sulla nuova piattaforma SkyVote e’ la scelta del candidato sindaco di Torino del Movimento 5 Stelle. La terza grana e’ il nervosismo crescente sul titolare del Mite,Roberto Cingolani, che ha raggiunto un livello d’allerta. Le perplessita’ sul suo operato sono state esplicitate anche nella riunione dei parlamentari con Conte. Gli eletti hanno chiesto all’ex premier di guidare il Movimento nella difesa delle riforme simbolo messe in campo in questi anni, dalla giustizia all’ambiente. Nessun intervento da parte dei big, ma Roberto Fico in giornata si e’ mostrato fiducioso: “I detrattori dicono che il Movimento e’ finito ma siamo ancora qui e adesso partiremo piu’ forti di prima”.

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Politica

Meloni: basta bugie su giornali, centrodestra unito pronto a governare

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 “Trovo abbastanza surreale che certa stampa inventi di sana pianta miei virgolettati, pubblicando ricostruzioni del tutto arbitrarie. Si mettano l’anima in pace: il centrodestra unito ha vinto le elezioni ed è pronto a governare. Basta mistificazioni”. Lo scrive la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni su Twitter, allegando un fotomontaggio con due titoli di giornali: “Meloni non cede su Salvini. ‘Non lo voglio è filo-russo'” e “Il veto di Meloni su Salvini: ‘Matteo non avrà ministeri chiave’”.

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Palazzo Chigi, Draghi, nessun patto con la Meloni ma solo al lavoro per una ordinata transizione

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Palazzo Chigi smentisce la tesi e il contenuto dell’articolo ‘Kiev e conti pubblici, contatti di Draghi con l’Ue – ‘Meloni starà ai patti’’ pubblicato su Repubblica. “Il Presidente del Consiglio – assicurano le stesse fonti – non ha stretto alcun patto” con Giorgia Meloni “né ha preso alcun impegno a garantire alcunché”.  Il Presidente del Consiglio Mario Draghi “mantiene regolari contatti con gli interlocutori internazionali per discutere dei principali dossier in agenda e resta impegnato a permettere una transizione ordinata, nell’ambito dei corretti rapporti istituzionali”. Lo comunica palazzo Chigi smentendo le ricostruzioni stampa circa un ‘patto Draghi-Meloni’.

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“The Telegraph”: assurdo definire Giorgia Meloni di “estrema destra”

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I media di tutto il mondo, di destra o di sinistra, definiscono Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia e potenziale nuova presidente del Consiglio italiano, come esponente di “estrema destra”: e’ un modo moderno di dire “fascista”. E’ quanto si legge sul quotidiano britannico “The Telegraph”, secondo cui i critici di Meloni stanno, tuttavia, riscontrando non poche difficolta’ a trovare delle prove a sostegno delle loro affermazioni. Se e’ pur vero che a nei primi anni Novanta Meloni era una sostenitrice del Movimento sociale italiano, partito neofascista da tempo scomparso, dal 2011 – quando ha fondato Fratelli d’Italia – ha puntato chiaramente su ideali conservatori, prendendo come esempio soprattutto il modello britannico. “Se fossi inglese sarei un Tory”, aveva affermato Meloni proprio in un’intervista rilasciata il mese scorso al quotidiano britannico. Sebbene non manchino le critiche relative alle sue posizioni sull’immigrazione, l’aborto o il rischio di una deriva autoritaria, tutte queste accuse sono confutabili, secondo il “Telegraph”. Per il quotidiano britannico, quindi, la vittoria di Meloni “e’ un trionfo della democrazia” in quanto sara’ la prima presidente del Consiglio italiana eletta dai tempi di Silvio Berlusconi nel 2008. Nessuno dei sei primi ministri dal 2011, quando Berlusconi e’ stato costretto a dimettersi durante la crisi dell’euro, era il leader di un partito o di una coalizione che aveva ottenuto il massimo dei voti alle elezioni generali, mentre quattro di essi non erano nemmeno parlamentari eletti.

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