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Cinema

La scelta di Anne e la solitudine dell’aborto clandestino

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Che succede quando inaspettatamente ti ritrovi incinta nella provincia francese degli anni ’60? Scopri la solitudine. Le promesse sociali, così consolanti in quegli anni, sono soffocate dalle asperità di una legge che ti impone di avere il bambino, considerando l’aborto un reato, punibile col carcere. Il mondo ti scava un fossato intorno. L’amicizia si rivela per quella che è: una relazione superficiale. L’innamoramento è un pianeta remoto e la sessualità si costruisce socialmente come un problema. Dal suo canto, la sanità pubblica non appronta tanto dei luoghi di cura, ma erge presìdi al servizio delle foucaultiane ”società di disciplina”. Il pregiudizio trasforma ogni gesto, ogni sguardo, in un attentato alla normalità massificata. I tuoi genitori sono inattingibili nelle loro ingenue certezze. Fare l’amore è un gesto temerario, il cavallo di Troia con cui le istitusioni repressive della società si insinuano nella tua esistenza, nei sogni di cui la tua vita è fatta.

Ma se sei una studentessa brava della Facoltà di Lettere dell’Università di Angoulême, e non sei disposta a mettere la distrazione di una serata da niente –“Ti è piaciuto? Mah…non so…”- con uno di Bordeaux di cui ti ricordi a malapena il nome, sul piatto di una bilancia che pende verso lo studio, e poi l’insegnamento o, chissà, la letteratura –“voglio scrivere”…- la scelta è fatta. La scelta di Anne, appunto, è l’aborto clandestino: a cui inevitabimente si arriva, con tutti i pericoli che ciò comporta, la sofferenza, non di rado la morte. 

Il percorso della ragazza è accidentato, ma la sua determinazione è senza attenuanti. Le scene sono crude e, a tratti, al limite della sopportabilità: ma è un dramma di vita che si rappresenta e la sensibilità di ciascuno è messa in gioco senza compromessi né retorici né visuali. Nel suo modo spoglio di raccontare, la regista Audrey Diwan trova la maniera di inserire i riferimenti d’epoca essenziali. Si parla di L. Aragon e della sua poesia politica, in un’aula universitaria. Nelle conversazioni giovanili, si mettono in rapporto J.P. Sartre e A. Camus, con la vertigine delle loro scritture filosofiche. In un passaggio veloce e lieve, si evoca l’inizio della fine del comunismo con la crisi dei militanti a seguito dell’invasione sovietica dell’Ungheria.

Anamaria Vartolomei, la protagonista, si muove con i ritmi e le espressioni di quel tempo. Ho particolarmente apprezzato Sandrine Bonnaire, come mamma di Anne, che intuisce ma non arriva a capire. Leone d’oro a Venezia 2021, il film ci rammenta che i diritti fanno la differenza tra un periodo storico e un altro: più delle battaglie, forse, e degli imperatori che cambiano. Ci ammonisce, perciò, sulla loro natura di “conquista umana”, sulla loro caducità e ci richiama alla nostra responsabilità di custodi.   

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Luca Guadagnino scelto per girare il film su Audrey Hepburn per Apple Studios

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L’attrice Rooney Mara è stata scelta per interpretare un’ icona senza tempo dell’età d’oro di Hollywood: la  splendida Audrey Hepburn, nel film biografico prodotto da Apple.
La Hepburn, morta per un tumore nel 1993 all’età di 63 anni , è stata protagonista di film di successo come “Vacanze romane”, “Colazione da Tiffany” e “Sabrina”.

 

Audrey Hepburn non era conosciuta solo come attrice e donna di classe, ma anche come paladina dei deboli e per le sue innumerevoli iniziative di beneficenza. È stata ambasciatrice per l’UNICEF.
Rooney Mara, 36 anni, è apparsa in diversi film ed è meglio conosciuta per i suoi ruoli in “Millennium – Uomini che odiano le donne” e “Carol”, entrambi i quali le sono valsi una nomination agli Oscar.
Il suo ultimo film è “Nightmare Alley” di Guillermo del Toro.

Rooney Mara

Secondo quanto riferito, lei stessa sarà anche uno dei produttori del progetto, che sarà diretto da Luca Guadagnino, registra del film “Chiamami col tuo nome”.
Non ci resta che aspettare.

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Il Padrino di Coppola compie 50 anni e si rifà il look

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“Sono molto orgoglioso de Il Padrino, che ha certamente definito la prima parte della mia vita creativa” ha detto Francis Ford Coppola, regista del capolavoro prodotto dalla Paramount Pictures che celebra il 50/o anniversario del film-cult, amato per decenni da diverse generazioni fino ai giovani di oggi, con un restauro della pellicola. Il magistrale adattamento cinematografico di Coppola del romanzo di Mario Puzo, che racconta, come tutti sanno, l’ascesa e la caduta della famiglia Corleone, e’ una trilogia cinematografica, considerata come una delle piu’ grandi della storia del cinema. In preparazione del 50/o anniversario dell’uscita originale del primo film, il 24 marzo 1972, la Paramount e la casa di produzione di Coppola, la American Zoetrope, hanno intrapreso un restauro scrupoloso di tutti e tre i film. Un restauro durato tre anni. Ogni sforzo e’ stato fatto per creare la migliore presentazione possibile per il pubblico di oggi, che puo’ guardare i film usando una tecnologia che e’ progredita enormemente dal 2007, quando l’ultimo restauro e’ stato completato dall’eminente storico del cinema e conservatore Robert Harris. Usando quel lavoro come modello, il team ha speso migliaia di ore per assicurarsi che ogni fotogramma rimanesse fedele all’aspetto originale dei film. “Ci siamo sentiti privilegiati nel restaurare questi film e un po’ in soggezione ogni giorno che abbiamo lavorato” ha detto Andrea Kalas, vicepresidente senior della Paramount Archives. E ora alcuni dettagli del restauro. Oltre 300 cartoni di pellicola sono stati esaminati per trovare la migliore risoluzione per ogni fotogramma dei tre i film. Piu’ di 4.000 ore sono state spese per riparare macchie di pellicola, strappi e altre danni nei negativi. Oltre 1.000 ore sono state spese per una rigorosa correzione del colore per assicurare che gli strumenti ad alta gamma dinamica fossero rispettosi della visione originale di Coppola e del direttore della fotografia Gordon Willis. Oltre all’audio 5.1 approvato da Walter Murch nel 2007, le tracce mono originali de Il padrino e Il padrino: Parte II sono state restaurate. Tutto il lavoro e’ stato supervisionato da Coppola.

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Sidney Poitier, il gigante che non sapeva odiare

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C’e’ stato un tempo in cui agli uomini di colore in America era impedito di frequentare i locali dei banchi, salire sugli stessi autobus, vincere premi e perfino veder riconosciuta la stessa dignita’. Non era ancora il tempo in cui Barak Obama poteva diventare Presidente degli Stati Uniti, ma in quel tempo (solo apparentemente lontano), un altro americano di colore riusci’ a infrangere la barriera della segregazione razziale, facendosi applaudire senza condizioni e vincendo perfino l’Oscar come miglior attore. Quell’uomo, un gigante gentile che nessuno avrebbe chiamato con disprezzo “negro”, si chiamava Sidney Poitier e oggi Hollywood lo piange come ultimo esponente della “Golden Age” che trionfava nel mondo tra gli anni ’50 e ’60. Se Obama veniva dalle Hawaii, Poitier era un “americano per caso”: la sua famiglia di poveri agricoltori si era stabilita nelle Bahamas e forse discendeva dagli schiavi haitiani, come farebbe supporre l’origine francese del cognome. I suoi genitori lo fecero nascere a Miami per caso, durante una gita che costrinse la madre in ospedale per un parto prematuro. Dopo la nascita di Sidney, il 20 febbraio del 1927, la famiglia dovette rimanere in America tre mesi prima che il bambino recuperasse la salute. In cambio ebbe in dono la cittadinanza americana insieme a quella inglese, visto che allora le Bahamas erano ancora un protettorato della Corona. Rimpatriato a Nassau, il piccolo Sidney vi resto’ fino ai 15 anni quando torno’ in America insieme al fratello maggiore. Un anno dopo viveva gia’ da solo a New York, lavando piatti di giorno e sognando il teatro la notte. Conquistare un palcoscenico non fu facile, ma dopo un paio di audizioni fallite per il marcato accento delle isole e le modeste capacita’ vocali, fu finalmente accettato nell’American Negro Theater dopo una breve parentesi militare terminata con il congedo per una simulata malattia mentale che uno psichiatra compiacente approvo’: Poitier era stato assegnato a un ospedale militare ma non sopportava la brutalita’ degli psichiatri dell’esercito e per questo lascio’ l’uniforme prima della fine della guerra. Era appena maggiorenne, ma il suo talento da attore emerse in fretta, sul palcoscenico di Broadway con una applaudita “Lisistrata” in cui giganteggiava come protagonista maschile. A notarlo fu tra l’altro il tycoon di Hollwyood, Daryl Zanuck, che gli fece firmare un contratto per “Uomo bianco, tu vivrai” di Joseph Mackiewicz in cui teneva testa al fanatico razzista Richard Widmark. Nonostante l’amore per il teatro che lo avrebbe applaudito a piu’ riprese regalandogli due nominations agli Emmy e un Grammy per come voce recitante nel disco “Measure of a Man”, la vita artistica di Sidney Poitier si consuma nel cinema, spesso attore prediletto dai registi ribelli degli anni ’50 e’60: Richard Brooks in “Il seme della violenza” (il primo successo personale nel 1955), Martin Ritt (“Nel fango della periferia”, 1957), il veterano e da lui amatissimo William Wellman (“Addio, Lady”, 1956) e soprattutto Ralph Nelson (l’autore di “Soldato Blu”) che gli fece vincere l’Oscar nel 1964 con “I gigli del campo”. Era il primo “nero” a conquistare il premio come miglior attore e sarebbe rimasto l’unico fino alla generazione di Louis Gossett Jr (“Ufficiale gentiluomo”) e Denzel Washington. Ma l’America di Sidney Poitier era ancora quella delle marce di Martin Luther King, del sogno kennediano per una Nuova Frontiera, del Ku Klux Klan e dei primi scontri razziali. Alla ribellione di Malcolm X, l’attore venuto dalle Bahamas contrapponeva una rivoluzione gentile, ruoli socialmente impegnati (come “La parete di fango” di Stanley Kramer), un orgoglio di razza fondato sulla tolleranza. Con questi mezzi e con la complicita’ di due registi come lo stesso Kramer e Norman Jewison riusci’ a conquistare il grande pubblico e a imporsi come un’icona di tutta l’America. Accadde nel 1967 quando la rivolta giovanile infiammava il mondo. Poitier la tradusse in una commedia di costume e un thriller sociale che fecero epoca: “Indovina chi viene a cena?” con Spencer Tracy e Katharine Hepburn in cui conquista il cuore di una famiglia tipicamente wasp ma di convinzioni liberal, prendendo in moglie la tipica ragazza americana che ha conosciuto alle Hawaii (corsi e ricorsi della Storia). E piu’ esplicitamente “La calda notte dell’ispettore Tibbs” in cui ottiene il rispetto del brutale sceriffo Rod Steiger, con cui fa coppia nell’indagine su un omicidio a sfondo razziale nel cuore del Mississippi. Entrambe le pellicole hanno un successo planetario e Poitier si affezionera’ al personaggio dell’incorruttibile Virgil Tibbs tanto da riprenderlo in altri due film. Alla fine degli anni’60 l’attore venuto dalle Bahamas si e’ costruito un’icona che restera’ nella storia e un prestigio che consolidera’ con una vita consapevole del ruolo che il sentimento del tempo gli ha assegnato. Nonostante abbia sempre professato un sostanziale agnosticismo, spesso ha scelto ruoli in cui la fede nella giustizia va di pari passo con l’adesione ai precetti della religione; dopo un primo matrimonio e una lunga relazione, ha sposato nel 1976 l’attrice canadese Joanna Shimkus con cui ha dato origine a una autentica famiglia patriarcale con sei figlie (quattro nate nel primo matrimonio), otto nipoti e tre pronipoti. Sul piano artistico si e’ cimentato nove volte nella regia scegliendo quasi sempre la via della commedia, quasi a volersi distaccare dal proprio mito, esaltando il talento di Gene Wilder e Richard Pryor. Ma basterebbe scorrere la lista dei suoi premi per capire lo spessore del personaggio: due Oscar; 3 Golden Globes e otto candidature, 2 premi e 5 candidature ai Bafta Awards; la medaglia della Liberta’ (la massima onorificenza civile americana conferitagli da Barak Obama) e il titolo di Cavaliere dell’Impero Britannico assegnatogli dalla Regina Elisabetta; la nomina ad ambasciatore delle Bahamas che lo ha impegnato in Giappone e all’Unesco fino al 2007. Non e’ un caso che la sera dell’Oscar il suo successore Denzel Washington gli abbia dedicato la sua statuetta esclamando: “Seguiro’ sempre le tue orme, Sidney, e non c’e’ niente che vorrei di piu'”. (

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