Esteri
La minaccia di Teheran sullo Stretto di Hormuz: prove muscolari, mercati cauti
Il Parlamento iraniano approva la chiusura di Hormuz, ma i mercati reagiscono senza panico. Il Golfo resta un punto critico per petrolio e gas.
La minaccia di Teheran sullo Stretto di Hormuz: prove muscolari, mercati cauti
Il Parlamento iraniano approva la chiusura di Hormuz, ma i mercati reagiscono senza panico. Il Golfo resta un punto critico per petrolio e gas
Il giorno dopo il raid statunitense sui siti nucleari iraniani, Teheran risponde alzando il tiro: il Parlamento ha approvato la proposta di chiudere lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico da cui transita il 20% del greggio mondiale e oltre il 10% del gas naturale. Ma i mercati non tremano, almeno per ora.
Uno snodo decisivo per il mondo
Hormuz è lungo 161 km e largo appena 33 nel punto più stretto. Da lì passano petroliere e gasiere saudite, emiratine, irachene, iraniane e del Qatar. Bloccarlo anche solo parzialmente significherebbe far schizzare il prezzo del petrolio oltre i 100 dollari a barile, con ricadute pesanti su inflazione, costo dei carburanti e crescita economica in Europa e Italia.
Ma nonostante la minaccia, ieri i mercati mediorientali hanno reagito con freddezza. L’indice TA125 della Borsa di Tel Aviv è salito dell’1,8%, Riad è scesa solo dello 0,3%, il Cairo ha registrato un +2,7% e anche le piazze di Kuwait, Oman e Qatar sono rimaste in territorio positivo.
La retorica non convince i mercati
Le parole del propagandista Hossein Shariatmadari, vicino alla Guida suprema Khamenei, che proponeva di vietare il transito alle navi occidentali, non hanno scalfito la fiducia degli investitori. La sensazione è che il regime iraniano stia più recitando una parte che agendo concretamente.
Dietro le quinte, il vero arbitro della situazione è la Cina, principale acquirente del petrolio iraniano e interessata a mantenere lo status quo. Secondo l’analisi di Signum Global Advisors, l’Iran non vuole una via diplomatica, ma nemmeno un’escalation bellica. La strategia sarebbe dunque quella delle ritorsioni indirette, senza superare la soglia di guerra aperta.
Le armi del disturbo: sequestri e interferenze
Teheran potrebbe tornare a usare tattiche di pressione non convenzionali, già sperimentate in passato: sequestri mirati di petroliere (quattro solo dal 2022), interferenze nei segnali satellitari, manovre di piccoli battelli per disturbare le navi commerciali. In questi giorni, il gruppo francese Mica ha denunciato interferenze sui segnali di navigazione per circa 1000 vascelli al giorno, e due petroliere sono finite in collisione.
Petrolio in lieve risalita, Europa esposta sul gas
Da oggi il prezzo del petrolio potrebbe salire leggermente, alimentato più dal rischio percepito che da fatti concreti. Ma il timore è che la speculazione nei mercati italiani possa gonfiare artificialmente i prezzi alla pompa.
Più delicata la situazione del gas, soprattutto ora che l’Europa sta cercando di ricostituire le scorte estive. Un blocco di Hormuz o anche solo un aumento delle tensioni avrebbe effetti immediati sull’approvvigionamento e sui prezzi.
Gli avvisi delle marine europee
I governi iniziano a reagire con cautela. La Grecia, sede di molti armatori internazionali, invita le compagnie a riconsiderare i passaggi da Hormuz. La Gran Bretagna lancia un’allerta alla sua marina mercantile: la minaccia non riguarda solo Hormuz, ma anche il Golfo di Aden e l’ingresso nel Mar Rosso.
Il gioco del gatto col topo nello Stretto di Hormuz è appena cominciato. Ma, per ora, è una partita fatta più di gesti simbolici e propaganda che di decisioni irreversibili.
Esteri
Ucraina, raid su Pryluky: almeno 19 morti, cinque bambini
Un raid russo ha distrutto un edificio residenziale a Pryluky. Le autorità ucraine riferiscono almeno 19 morti, tra cui cinque bambini, mentre continuano le ricerche dei dispersi. Zelensky sollecita nuovi aiuti alla difesa aerea. L’Ue eroga 1,24 miliardi per la produzione militare ucraina e concorda nuove sanzioni contro la Russia.
Un palazzo residenziale distrutto, almeno 19 morti e cinque bambini tra le vittime. È il bilancio comunicato dalle autorità ucraine dopo il raid russo su Pryluky, nella regione settentrionale di Chernihiv. I soccorritori continuano a cercare tra le macerie: la presenza di dispersi rende il numero delle vittime ancora provvisorio.
L’attacco riporta al centro l’urgenza di rafforzare la difesa aerea ucraina. Il presidente Volodymyr Zelensky chiede maggiore pressione su Mosca e nuovi aiuti militari, mentre la Russia sostiene di avere colpito obiettivi legati all’industria della difesa.
Soccorritori al lavoro tra le macerie
Il missile ha colpito un edificio residenziale di cinque piani. Le squadre di emergenza hanno lavorato senza sosta per estrarre feriti e recuperare i corpi, cercando persone che potrebbero essere ancora intrappolate.
Il bilancio è cresciuto durante la giornata, fino ad almeno 19 vittime, tra cui cinque bambini, secondo gli aggiornamenti ucraini. Le operazioni di ricerca proseguono e il numero dei morti potrebbe aumentare.
Il raid si inserisce in una più ampia ondata di attacchi contro diverse regioni del Paese, con vittime e danni anche in altre città.
Zelensky chiede più pressione sulla Russia
«È importante che il mondo non rimanga in silenzio», afferma Zelensky, accusando Mosca di colpire consapevolmente la popolazione civile.
Il presidente ucraino collega polemicamente l’attacco al compleanno di Vladimir Putin, nato il 7 ottobre 1952, descrivendo la distruzione del palazzo come un “regalo” dell’esercito russo al proprio presidente.
La coincidenza della data accompagna la denuncia politica, senza dimostrare un legame tra il compleanno e la scelta degli obiettivi.
Zelensky torna quindi a sollecitare i partner: chiede ulteriori pacchetti di aiuti alla difesa e una pressione più forte sulla Russia, sostenendo che gli attacchi contro le città compromettono gli sforzi per arrivare alla pace.
Missili balistici e carenza di intercettori
Una delle principali difficoltà riguarda la disponibilità di missili intercettori, necessari per contrastare gli attacchi balistici.
La minaccia si accompagna all’evoluzione dei droni impiegati dalla Russia, comprese le versioni a reazione della famiglia Geran, derivate dagli Shahed iraniani.
Per Kiev, la capacità di contrastare i droni sta migliorando, mentre i missili balistici rimangono una sfida particolarmente difficile. Da qui la richiesta di rafforzare sistemi e munizioni per la difesa aerea, indispensabili per proteggere città e infrastrutture.
Mosca sostiene di avere colpito siti militari
Il ministero della Difesa russo descrive gli attacchi come operazioni contro imprese del settore militare-industriale.
Secondo la versione di Mosca, gli obiettivi comprendevano strutture impegnate nella produzione e nello stoccaggio di missili da crociera Flamingo e droni, collegate alla società ucraina Fire Point, in diverse regioni del Paese.
Questa ricostruzione deve essere distinta dal bilancio comunicato dalle autorità ucraine sulla distruzione dell’edificio residenziale di Pryluky. Le dichiarazioni russe sugli obiettivi non chiariscono le circostanze del colpo che ha provocato le vittime civili.
Il Comitato militare della Nato a Kiev
Il giorno precedente al raid, martedì 6 ottobre, il Comitato militare della Nato ha visitato Kiev. Alla missione hanno partecipato il presidente, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, e i rappresentanti militari dei 32 Paesi alleati.
I colloqui con il comandante delle forze armate ucraine Mykhailo Drapatyi hanno riguardato le priorità militari e gli insegnamenti del conflitto per la preparazione dell’Alleanza.
La delegazione ha inoltre esaminato le esperienze ucraine nella difesa aerea e nell’impiego di sistemi senza equipaggio, rendendo omaggio ai caduti al Muro della Memoria.
Dall’Ue 1,24 miliardi per la difesa ucraina
La Commissione europea ha erogato una nuova tranche da 1,24 miliardi di euro, nell’ambito della componente per la difesa del prestito di sostegno all’Ucraina da 90 miliardi.
Le risorse finanzieranno la produzione ucraina di droni, sistemi anti-drone, munizioni per droni e missili.
I Paesi dell’Unione hanno inoltre concordato nuove sanzioni contro quasi 1.600 persone fisiche e giuridiche, soprattutto legate alle forze armate russe e all’industria degli armamenti. L’adozione formale è prevista al Consiglio Esteri di lunedì 12 ottobre.
Mentre proseguono gli interventi europei, a Pryluky la priorità resta la ricerca dei dispersi e l’assistenza ai sopravvissuti.
Esteri
7 ottobre: il dolore e l’orrore
Una riflessione sul terzo anniversario del 7 ottobre: la memoria del massacro e degli ostaggi, la distruzione di Gaza, il ruolo di Trump nella ricostruzione e la frammentazione della Cisgiordania. Al centro, il rapporto tra territorio, sicurezza, sovranità e possibilità di pace, senza mettere in concorrenza il dolore dei due popoli.
Il terzo anniversario di una data orribile ci riporta innanzitutto al fatto. Al fatto violento, ingiustificabile, folle. Il 7 ottobre 2023 miliziani di Hamas penetrarono in territorio israeliano, assalirono kibbutz, case, strade, un festival musicale, uccidendo circa 1.200 persone e trascinandone 251 come ostaggi dentro Gaza. Non esiste causa palestinese, occupazione, ingiustizia storica che possa retroattivamente trasformare il massacro deliberato di civili in un atto legittimo. E non dovrebbe essere necessario aggiungere altro. Il dolore delle famiglie israeliane, il terrore di quelle ore, la lunga agonia degli ostaggi appartengono ormai alla memoria tragica non soltanto di Israele, ma del nostro tempo.

E tuttavia, tre anni dopo, il 7 ottobre non è più soltanto il 7 ottobre. È diventato una data generatrice. Ha prodotto una storia successiva che non può essere cancellata in nome della sua origine, esattamente come la sua origine non può essere cancellata in nome di ciò che è avvenuto dopo.
Gaza: la distruzione del territorio
C’è, innanzitutto, Gaza. E Gaza non è soltanto il nudo bilancio dei morti, dei feriti, dei corpi smembrati, del sangue rappreso. Quel bilancio è già spaventoso: alla fine di settembre 2026 il Ministero della Sanità di Gaza indicava oltre 74.000 palestinesi uccisi e più di 175.000 feriti dall’inizio della guerra. Sono cifre provenienti dalle autorità sanitarie di Gaza e vanno dunque indicate con la loro fonte; ma la dimensione della catastrofe umana e materiale non è seriamente contestabile.
Gaza è anche la distruzione di ciò che non si muove. Case, scuole, ospedali, strade, reti idriche, attività economiche, luoghi della memoria. E, con essi, la distruzione di ciò che non si vede: universi affettivi, vicinati, abitudini, genealogie familiari, quella trama minuta attraverso la quale un luogo diventa mondo per chi lo abita. Ancora oggi, dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, oltre centomila gazawi rimangono all’estero e la Striscia resta in larghissima parte in rovina; Israele ne controlla militarmente più del 60%, mentre gli attacchi non sono completamente cessati. Il territorio non è uno scenario sul quale è passata la guerra. Il territorio è diventato uno degli oggetti della guerra.
Quando la paura diventa ideologia
Ma il dopo-7 ottobre ha prodotto qualcosa anche dentro Israele. Sarebbe profondamente ingiusto attribuirlo all’intera società israeliana, attraversata da proteste, dissensi, conflitti, testimonianze di soldati, iniziative delle famiglie degli ostaggi e opposizioni alla politica del governo. Eppure è difficile negare che una parte importante della cultura politica israeliana abbia progressivamente legittimato livelli di violenza prima difficilmente pronunciabili nello spazio pubblico. La sicurezza dello Stato, principio perfettamente legittimo, ha potuto trasformarsi in ragione assoluta; il riferimento biblico alla terra in programma territoriale; l’idea del Grande Israele in progetto politico. Persino militari israeliani hanno cominciato a raccontare pubblicamente modalità operative e regole d’ingaggio a Gaza che mostrano quanto profondamente la guerra abbia modificato le soglie del tollerabile.
È forse questa una delle eredità più inquietanti del 7 ottobre: la trasformazione della paura in ideologia. Hamas aveva portato dentro Israele l’orrore. Una parte della politica israeliana ha trasformato cinicamente quell’orrore in una risorsa di legittimazione permanente.

La riserva morale di Israele
E qualcosa, contemporaneamente, è cambiato fuori da Israele.
Lo Stato nato nel 1948 ha goduto per decenni, soprattutto in Occidente, di una riserva morale straordinaria. Essa derivava certamente dalla persistente compassione suscitata dalla Shoah, ma non soltanto da essa: dalla storia millenaria della diaspora, delle persecuzioni, dei pogrom; dalla capacità del popolo ebraico di conservare una cultura attraversando dispersioni e catastrofi; dall’avventura stessa della costruzione di uno Stato percepito da molti come rifugio finalmente sicuro dopo secoli di vulnerabilità.
Quella riserva morale non è scomparsa. Ma si è incrinata. E ciò, non perché il mondo sia improvvisamente diventato antisemita — benché l’antisemitismo esista e abbia trovato nella guerra nuove, ripugnanti occasioni per manifestarsi — ma perché sempre più opinioni pubbliche hanno cominciato a distinguere tra solidarietà verso gli ebrei e consenso alle politiche dello Stato di Israele. È una distinzione essenziale. Ed è forse una delle trasformazioni geopolitiche e mediali più profonde prodotte da questi tre anni. Persino negli Stati Uniti, dove l’alleanza con Israele resta strutturale, il consenso non presenta più la compattezza di un tempo e il dibattito sugli aiuti militari e sulla Cisgiordania è penetrato apertamente nel Congresso.
L’irruzione di Trump: Gaza espropriata
Ma nei tre anni trascorsi dal 7 ottobre è accaduto qualcosa di ancora diverso. Sulla tragedia israelo-palestinese ha fatto irruzione Donald Trump. E con lui è entrata in scena una logica che non è più soltanto quella della guerra, dell’occupazione o della sicurezza, ma quella della presa in carico politico-economica del territorio. Gaza devastata diventa Gaza da ricostruire; Gaza da ricostruire diventa un immenso investimento; e un territorio abitato da oltre due milioni di palestinesi rischia così di essere pensato anzitutto come uno spazio amministrabile, finanziabile, edificabile.
È un passaggio enorme. Perché Trump compie, in un certo senso, una doppia espropriazione di Gaza. La prima riguarda evidentemente i palestinesi, ai quali viene sottratta la piena titolarità politica della ricostruzione del proprio territorio. Ma la seconda riguarda paradossalmente Israele. Una parte della destra israeliana aveva immaginato il dopoguerra come prosecuzione della guerra con altri mezzi: controllo militare, insediamenti, presenza territoriale, eventualmente rioccupazione e colonizzazione. Il dispositivo americano tende invece a sottrarre anche a Israele la piena disponibilità politica del futuro di Gaza, trasferendone la regia verso un organismo internazionale costruito e presieduto dagli Stati Uniti.
Il suo nome possiede già qualcosa della rappresentazione mediale: Board of Peace. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ne ha riconosciuto il ruolo transitorio nella ricostruzione di Gaza; Trump ne è presidente e il suo Executive Board comprende, tra gli altri, Marco Rubio, Steve Witkoff, Jared Kushner e Tony Blair. Al Board spetta coordinare finanziamenti e ricostruzione, mentre un Comitato palestinese di tecnocrati dovrebbe amministrare quotidianamente Gaza e una forza internazionale dovrebbe contribuire alla sicurezza. La sovranità palestinese, dunque, non scompare formalmente dall’orizzonte; viene però rinviata, mediata, amministrata attraverso una complessa architettura sovranazionale nella quale il centro decisionale rimane esterno a Gaza.
L’orrore trasformato in risorsa
E qui la tragedia sfiora il grottesco. Perché il Board of Peace funziona anche secondo una logica che sembra uscita direttamente dall’universo imprenditoriale di Trump: gli Stati possono parteciparvi per tre anni, ma chi versa un miliardo di dollari può acquisire una membership permanente. Non dunque, propriamente, un miliardo per avere una sedia; un miliardo per non doverla lasciare. La distinzione giuridica è importante. Quella mediale lo è forse ancora di più. La pace, la ricostruzione, il governo di uno dei territori più martoriati del pianeta entrano così anche nel linguaggio del capitale, dell’investimento, dell’accesso differenziato secondo capacità finanziaria.
E il business non è una metafora. Il Board ha già costituito un fondo per la ricostruzione e il 23 settembre ha presentato a New York un programma iniziale da 2,45 miliardi di dollari, articolato in 66 progetti riguardanti infrastrutture, sanità, istruzione, abitazioni e sicurezza alimentare. La ricostruzione complessiva viene valutata in decine di miliardi di dollari: circa 35 miliardi nel medio periodo e fino a oltre 71 miliardi nel prossimo decennio. Sono naturalmente risorse indispensabili per restituire una vita a Gaza. Ma sono anche appalti, infrastrutture, capitali, operatori economici, catene logistiche, terreni e valorizzazioni immobiliari. La ricostruzione necessaria porta inevitabilmente con sé un gigantesco mercato della ricostruzione.

La Riviera del Medio Oriente
È qui che l’originaria fantasia trumpiana di una Gaza trasformata nella “Riviera del Medio Oriente” acquista retrospettivamente un significato che va oltre la provocazione. Gaza può essere immaginata non più innanzitutto come terra di qualcuno, ma come spazio disponibile per qualcosa: investimento, sviluppo, infrastrutture, turismo, rendita, geopolitica. Il passaggio è sottilissimo e terribile. Dalla distruzione del territorio alla sua disponibilità. Dalla disponibilità alla progettazione. Dalla progettazione alla valorizzazione.
La geopolitica mediale raggiunge qui quasi la propria caricatura. Una tragedia prodotta da corpi, case distrutte, ostaggi, profughi, fame e macerie viene ricodificata attraverso board, executive board, fondi, governance, business plan, investimenti, quote di partecipazione. Il dolore diventa dossier; la rovina, progetto; la ricostruzione, opportunità. E la pace stessa assume la forma organizzativa di un consiglio d’amministrazione.
Non significa che ricostruire Gaza sia illegittimo: è esattamente il contrario, perché ricostruirla è indispensabile. Il problema è chi ricostruisce, per chi, decidendo che cosa e secondo quale idea di territorio. Un luogo non è una superficie devastata sulla quale il vincitore, il finanziatore o il developer possano tracciare liberamente una nuova planimetria. È memoria, appartenenza, diritto, affetti, sepolture, genealogie: precisamente tutto ciò che la guerra ha cercato di distruggere.
Ed è forse questa l’ultima metamorfosi del 7 ottobre. Hamas aveva trasformato il territorio israeliano in teatro del terrore; Israele ha trasformato Gaza in teatro della guerra; ora il progetto americano rischia di trasformare Gaza in teatro della ricostruzione. Cambiano gli attori e cambiano radicalmente le intenzioni, ma permane una domanda: quando potranno finalmente essere i suoi abitanti a dire che cosa Gaza debba diventare?
Prima ancora che una questione di pace, è, ancora una volta, una questione di geografia.
Cisgiordania: l’annessione senza annessione
Un “effetto collaterale” del 7 ottobre? Certamente. Ma tra gli effetti collaterali ne dobbiamo considerare anche un altro. Perché, nel frattempo, c’è stata la Cisgiordania. Mentre gli occhi del mondo guardavano Gaza, la territorializzazione coloniale ha continuato ad avanzare, rinvigorita dalla lettura strumentale del 7 ottobre. Nuovi insediamenti, nuove abitazioni, nuove acquisizioni territoriali, violenze dei coloni, frammentazione crescente dello spazio palestinese. A settembre Israele ha aggiunto 2.167 unità abitative al progetto E1, portando a 3.401 le unità previste: un progetto particolarmente significativo perché tende a separare Gerusalemme Est dalla Cisgiordania e a spezzare ulteriormente la continuità territoriale sulla quale dovrebbe materialmente poggiare un futuro Stato palestinese. Lo stesso ministro Bezalel Smotrich ha presentato apertamente E1 come uno strumento destinato a impedire la nascita di quello Stato.
Qui la geografia diventa politica nella sua forma più elementare e brutale. Perché uno Stato non esiste soltanto quando viene riconosciuto diplomaticamente: deve avere un territorio sul quale poter esistere. Se quel territorio viene frammentato, interrotto, attraversato da insediamenti e infrastrutture che appartengono a un’altra sovranità, la formula dei “due Stati” può continuare a vivere nei comunicati diplomatici mentre muore sulla carta geografica.
La colonizzazione della Cisgiordania non costituisce dunque un episodio laterale della guerra di Gaza. È l’altra faccia della medesima questione territoriale. E la violenza dei coloni continua: pochi giorni fa più di cento coloni hanno assalito il villaggio palestinese di Jalud, incendiando abitazioni e impedendo a una famiglia palestinese di rientrare nelle proprie case, fino a scontrarsi con gli stessi soldati israeliani incaricati di proteggerne il ritorno.
Il rischio è ormai evidente: non l’annessione della Cisgiordania proclamata solennemente in un giorno preciso, davanti alle telecamere, ma una annessione di fatto, progressiva, topografica. Metro dopo metro. Strada dopo strada. Insediamento dopo insediamento. Fino al punto in cui la soluzione dei due Stati continuerà magari a essere diplomaticamente invocata quando sarà diventata geograficamente impraticabile.
Dopo Netanyahu?
E arriviamo così al terzo anniversario mentre Israele si prepara alle elezioni del 27 ottobre, le prime dopo il massacro del 2023. I sondaggi registrano un forte arretramento del Likud di Benjamin Netanyahu e lasciano aperta la possibilità di una maggioranza diversa. Tuttavia, le forze contrarie all’attuale premier potrebbero ottenere numericamente una vittoria, ma la loro eterogeneità rende tutt’altro che automatica la costruzione di un governo alternativo.
Qualunque sarà il risultato, tuttavia, sarebbe illusorio pensare che basti cambiare governo. Netanyahu e i suoi alleati fondamentalisti hanno compiuto un’operazione politicamente miope e moralmente devastante: hanno progressivamente trasformato il capitale di solidarietà internazionale prodotto dall’orrore del 7 ottobre in capitale politico interno, facendo della paura una risorsa di governo e della guerra uno strumento di ridefinizione territoriale. Hanno finito così per svuotare anche il 7 ottobre di parte del suo significato universale. Una tragedia che avrebbe dovuto ribadire il valore assoluto della vita civile è stata incorporata in una logica nella quale altre vite civili potevano essere sacrificate in quantità immensa.
Per questo il problema che resterà dopo Netanyahu, se Netanyahu sarà sconfitto, sarà immensamente più grande di Netanyahu.
Nuove tessiture
Non si tratterà di ricucire qualche strappo diplomatico né di rattoppare una mappa. Bisognerà tentare nuove tessiture tra mondi territoriali antagonisti, tra memorie che si percepiscono reciprocamente come minacce, tra culture geografiche diventate belluine: l’una convinta che soltanto il controllo dello spazio garantisca sicurezza, l’altra che soltanto la riconquista dello spazio restituisca giustizia.
Tre anni dopo, forse è questo che il 7 ottobre ci consegna. Due dolori che non devono essere messi in concorrenza. Due popoli che non possono continuare a trasformare la propria memoria di vittime nel diritto a produrre nuove vittime. E una geografia diventata così feroce che persino immaginare di dividerla sembra ormai difficilissimo.
La strada delle ricuciture e dei rattoppi è già ardua. Quella delle nuove tessiture lo sarà infinitamente di più. Sarà in salita. E sarà lunga, molto lunga.
Esteri
Christa Pike riprende conoscenza dopo l’esecuzione fallita
Christa Pike, 50 anni, ha ripreso conoscenza e parla dopo essere sopravvissuta al tentativo di esecuzione del 30 settembre nel carcere Riverbend di Nashville. Secondo gli avvocati, ha riportato gravi lesioni alle braccia e resta ammanettata nel letto d’ospedale. La prognosi è ancora incerta e si prevede un lungo recupero.
Christa Pike ha ripreso conoscenza e riesce a parlare dopo essere sopravvissuta alla somministrazione di due dosi di pentobarbital durante il tentativo di esecuzione in Tennessee. La donna, 50 anni, resta ricoverata in ospedale: i suoi avvocati riferiscono un miglioramento, ma precisano che la prognosi è ancora incerta e che il recupero potrebbe richiedere tempi lunghi.
L’aggiornamento arriva dopo il tentativo di esecuzione del 30 settembre, nel carcere di massima sicurezza Riverbend di Nashville. Quella sera Pike era stata trasferita in una struttura sanitaria dopo che la procedura non aveva provocato la sua morte.
Il risveglio e le condizioni in ospedale
Gli avvocati Randy Spivey e Kelly Gleason hanno comunicato che Pike è cosciente, parla e continua a ricevere cure. Hanno descritto la sua ripresa come uno sviluppo «senza precedenti», sottolineando tuttavia che non è ancora possibile stabilire quali saranno i tempi e l’esito del recupero.
«Come minimo dobbiamo aspettarci tempi lunghi per la ripresa», hanno dichiarato i legali, ringraziando il personale dell’ospedale per l’assistenza prestata.
Le lesioni alle braccia e le misure di custodia
Secondo la difesa, Christa Pike ha riportato gravi lesioni alle braccia durante la somministrazione endovenosa del farmaco impiegato per l’iniezione letale.
Gli avvocati riferiscono inoltre che la donna resta ammanettata e incatenata alle caviglie nel letto d’ospedale, nonostante le lesioni e la necessità di proseguire le cure.
Il risveglio costituisce un aggiornamento sulle sue condizioni, ma non consente ancora di considerarla fuori pericolo.
La condanna per l’omicidio commesso a 18 anni
Pike era stata condannata a morte per l’omicidio di Colleen Slemmer, commesso nel 1995, quando aveva 18 anni.
Il complice, che all’epoca aveva 17 anni, aveva ricevuto una condanna all’ergastolo con possibilità di liberazione condizionale.
La vicenda torna ora al centro dell’attenzione per l’esito del tentativo di esecuzione e per le condizioni della detenuta, il cui percorso di recupero resta da valutare.


