Collegati con noi

Capire la crisi Ucraina

La guerra per procura e chi procura la guerra

Pubblicato

del

La Germania parla poco in questo periodo di guerra russo-ucraina, ma quando lo fa è per annunciare punti di svolta. Un paio di mesi fa, dichiarò il riarmo della Repubblica Federale Tedesca, affidato ad investimenti per 100 miliardi di euro in un anno. Un evento epocale largamente sottostimato dai media e dagli analisti, che segnava la ricomparsa di Berlino sul proscenio delle grandi potenze militari del pianeta, dopo la lunga parentesi seguita alla caduta del nazismo. Le sensibilità ferite dall’aggressività hitleriana non hanno dato prova di allarme né hanno mostrato preoccupazioni particolari.

Il premier giapponese. Fumio Kishido

Il Giappone, altro grande sconfitto della Seconda Guerra Mondiale, segue a ruota e predispone piani di riarmo, senza che ciò significhi alcunché per la comunità internazionale. Nei giorni scorsi, anzi, nel Paese di Hiroshima e Nagasaki, dove vennero sperimentati i devastanti effetti immediati e di lungo periodo delle prime bombe atomiche, si è cominciato a parlare dell’opportunità di dotarsi di armamenti nucleari. Rammentiamo, a chi se la prende con Putin per la mattanza ucraina, assolutamente esecrabile, che in tutta questa guerra Mosca ha fatto 1/5 dei morti che gli Stati Uniti fecero nelle due città nipponiche in un’ora, comprendendo i soldati russi. Non c’è niente da minimizzare né da relativizzare, si capisce. E tuttavia, alla ministra della difesa tedesca, Christine Lambrecht, la quale ha dichiarato che “la Russia si è congedata dalla cerchia delle nazioni civili”, vorrei chiedere: chi sono i barbari? Dove si trova l’ultimo avamposto della civiltà?

Hiroshima. Quel che resta ancora in piedi dell’orrore nucleare americano

La Germania, così, ha parlato ancora, e proprio per bocca della ministra Lambrecht, che segue allusioni e dichiarazioni già anticipate dalla ministra degli esteri Annalena Baerbock e dallo stesso cancelliere Olaf Scholz. Ha parlato, la Germania, per dire che avrebbe mandato qualcosa come 50 carri armati antiaerei Gepard all’Ucraina. Più panzer d’altro tipo a seguire: almeno altrettanti. Armi pesanti dunque. Offensive oltre che difensive. Più che le sferzate di Zelensky contro la tiepidità tedesca nell’inviare armi, servì l’efficacia persuasiva della dottrina Austin: la Russia può essere battuta e la sua macchina da guerra può essere resa inoffensiva o almeno fortemente ridimensionata. Ormai la guerra armata in Ucraina è certificata in modo inequivoco come una guerra per procura.

L’Europa. Charles Michel incontra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky

Gli Stati Uniti colgono questa occasione –francamente insperata- per chiudere una partita che da tren’anni cerca di mettere Mosca all’angolo. In questa guerra, che nella sua ibridità è assolutamente mondiale, il conflitto armato si dispiega su un terreno che si chiama Ucraina e viene combattuto dall’esercito ucraino –e dalle milizie che lo fiancheggiano, compreso il battaglione Azov- sulla pelle di una popolazione civile che può solo subire questa terribile situazione, senza potersi esprimere in alcun modo. C’è un mandante manifesto, che si trova a Washington, e c’è uno stormo di cobelligeranti che sono accampati a Bruxelles, a Berlino, a Londra. E a Roma.

Il Cancelliere tedesco. Olaf Scholz

In questi giorni il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, è andato ad Ankara, a Mosca, a Kiev. Ha provato a fare il giro delle sette chiese per dire che una soluzione per uscire dalla crisi ucraina diversa da quella militare poteva essere possibile. Al suo fianco, simbolicamente, c’era una sola persona in questo mondo perso in un’esaltazione bellicista mai vista, forse, nella storia sia precedente che successiva alla caduta del muro di Berlino.

Usa/Ucraina. Il segretario alla Difesa Austin e il ministro degli Esteri Blinken incontrano Zelensky e alcuni ministri ucraini

Questa persona era Papa Francesco. Gli altri potenti erano tutti a Ramstein, in Germania: una quarantina di ministri della difesa, convocati dal capo del Pentagono Lloyd Austin nella più grande base aerea americana d’Europa, per capire tutti insieme come battere l’Orso russo. Vincere, insomma, qualunque cosa questa parola voglia dire, qualunque prezzo questo obiettivo possa comportare. Essendo comunque chiaro che la parte pesante della fattura è e sarà il nostro Continente a pagarla. I Paesi a ridosso del teatro di guerra guerreggiata, dico, e non certo gli USA: né in termini bellici, né in termini umanitari, né in termini economici a causa delle sanzioni sparate a migliaia contro la Russia.

Antonio Guterres. Segretario generale dell’Onu

Di fronte a questa escalation, accompagnata dalle dichiarazioni singolari del Regno Unito secondo cui sarebbe “legittimo” compiere attacchi in Russia da parte dell’Ucraina anche con armi britanniche (cioè con armi NATO), si va costruendo la mitologia di una Russia “tigre di carta”. Putin ha sbagliato i suoi calcoli, non ha piani di guerra efficaci, non vince sul terreno, si dice. Privo di una strategia, segue tattiche a dir poco contraddittorie. Mette in campo i mezzi umani, materiali e tecnologici che possiede: manifestamente inadeguati. Abbaia ma non morde, si dice. Agita lo spauracchio della guerra atomica, ma non farà mai uso di armamenti nucleari, né tattici e tantomeno strategici. Armare Kiev sempre più massicciamente significa impantanare la Russia nel suo proprio Vietnam con una guerra infinita. Da una guerra per procura a una procura della guerra.

Pericolosa mitologia, che spinge ad alzare l’asticella, ad ampliare il ventaglio delle provocazioni, ad usare un linguaggio sempre più offensivo nei confronti di un avversario che non merita forse rispetto ma con il quale si deve pur sempre contrattare se non la Pace che vorremmo, perlomeno un qualche accordo. Nell’ormai completo sopore della politica, la tentazione di “farla finita” una volta per tutte con l’autocrate del Cremlino si fa ogni giorno più forte. L’Ucraina e, soprattutto, gli ucraini passano ogni giorno di più in secondo e terzo piano. 

Piegare la Russia appare come il sigillo di una velleitaria miopia politica. Eppure resta un sogno mediatico di pochi. Facciamo in modo che non si trasformi nell’incubo di tutti.     

      

Angelo Turco, africanista, è uno studioso di teoria ed epistemologia della Geografia, professore emerito all’Università IULM di Milano, dove è stato Preside di Facoltà, Prorettore vicario e Presidente della Fondazione IULM.

Advertisement

Capire la crisi Ucraina

Russia-Usa, Dmitriev a Miami per colloqui economici con l’amministrazione Trump

Kirill Dmitriev, consigliere di Vladimir Putin per gli investimenti esteri, è a Miami per incontri con rappresentanti dell’amministrazione Trump. I colloqui riguarderebbero questioni economiche.

Pubblicato

del

Kirill Dmitriev, consigliere del presidente russo Vladimir Putin per gli investimenti esteri e uno dei negoziatori di Mosca nei rapporti con Washington, si trova a Miami per una serie di incontri con rappresentanti dell’amministrazione del presidente americano Donald Trump.

La notizia è stata riportata dalle agenzie russe Tass e Interfax, che citano fonti informate sui colloqui.

Colloqui con esponenti dell’amministrazione Trump

Secondo le informazioni diffuse dalle agenzie di stampa russe, Dmitriev starebbe incontrando rappresentanti dell’amministrazione statunitense per discutere questioni legate ai rapporti economici tra i due Paesi.

Al momento non sono stati forniti dettagli ufficiali sui contenuti specifici delle riunioni.

Negoziati economici già avviati a Ginevra

Interfax sottolinea che gli incontri in corso negli Stati Uniti rientrerebbero nello stesso filone di negoziati economici già avviati il mese scorso a Ginevra.

In quell’occasione Dmitriev aveva incontrato inviati americani mentre nella città svizzera si svolgevano trattative trilaterali tra Ucraina, Russia e Stati Uniti.

Il contesto dei rapporti tra Mosca e Washington

I colloqui economici tra rappresentanti russi e statunitensi si inseriscono in un contesto diplomatico complesso, segnato dalle tensioni legate al conflitto in Ucraina ma anche da tentativi di dialogo su alcuni dossier economici e finanziari.

Gli sviluppi degli incontri a Miami potrebbero fornire indicazioni sull’evoluzione dei rapporti tra Mosca e Washingtonnei prossimi mesi.

Continua a leggere

Capire la crisi Ucraina

Papa Leone: “C’è già un piano per Kiev, ma la sicurezza resta l’ostacolo”

Papa Leone conferma l’esistenza di un piano del Vaticano per una visita a Kiev, ma sottolinea le difficoltà legate alla sicurezza. Forte l’appello alla diplomazia per una pace giusta e duratura.

Pubblicato

del

“Sarebbe bello andare a Kiev, c’è già un piano pronto ma è difficile da attuare”. A quattro giorni dall’incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Castel Gandolfo, Papa Leone torna sul tema di una possibile visita in Ucraina, rivelando che il Vaticano ha già predisposto l’organizzazione per il viaggio. L’ostacolo resta la sicurezza, in un Paese martoriato da quasi quattro anni di guerra.

Le parole del Papa in udienza privata

Il Pontefice ne ha parlato durante un’udienza privata con i rappresentanti del mondo dell’ottica e dell’optometria, in occasione di Santa Lucia, protettrice della vista. A una domanda diretta, Leone non si è sottratto, confermando una volontà già emersa chiaramente nei recenti incontri con Zelensky: quello di maggio alla messa di insediamento, il faccia a faccia del 9 luglio e l’ultimo, martedì scorso, a Castel Gandolfo.

Realismo e appello alla pace

“Spero di sì, ma non so quando, bisogna essere realisti su queste cose”, aveva detto il Papa ai cronisti, ribadendo l’auspicio di una “pace giusta e duratura”. Un messaggio rilanciato anche ai diplomatici italiani riuniti per il loro Giubileo, guidati dal ministro degli Esteri Antonio Tajani.

Il richiamo alla diplomazia e al dialogo

A loro Leone ha rivolto un invito netto: essere “uomini e donne di dialogo”, capaci di leggere i segni dei tempi alla luce dell’umanesimo cristiano che fonda la cultura italiana ed europea. Una diplomazia che non si riduca al calcolo degli interessi o all’equilibrio tra rivali, ma che sappia usare parole di verità contro menzogne, propaganda e voltafaccia.
“Chi si stanca di dialogare, si stanca di sperare la pace”, ha ammonito il Pontefice.

Il ruolo della Santa Sede nei conflitti globali

Nel contesto giubilare si è inserito anche l’intervento del segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, che ha richiamato gli scenari più drammatici, dall’Ucraina alla Terra Santa. Conflitti in cui il dolore delle popolazioni si intreccia a crisi che sembrano senza tregua e che richiedono, secondo Parolin, compassione per le vittime e lucidità nell’indicare vie di riconciliazione, anche quando appaiono lontane.

I rapporti tra Italia e Vaticano

A margine degli incontri, il ministro Antonio Tajani ha sottolineato il clima positivo del confronto con la Santa Sede, ribadendo le ottime e storiche relazioni tra Italia e Vaticano. Un dialogo che, pur nel rispetto della laicità delle istituzioni, continua a intrecciarsi su dossier cruciali come la pace, la diplomazia e la stabilità internazionale.

Continua a leggere

Capire la crisi Ucraina

Camporini boccia il piano sulla pace in Ucraina: “Testo dilettantesco, Kiev può resistere solo pochi mesi”

Il generale Vincenzo Camporini critica duramente il piano per la pace in Ucraina, definendolo dilettantesco. Kiev può resistere ancora qualche mese, ma senza aiuti occidentali diventerebbe vulnerabile.

Pubblicato

del

L’Ucraina ha ancora la capacità di resistere per diversi mesi, “superare l’autunno, l’inverno e arrivare fino alla primavera”. Lo afferma il generale Vincenzo Camporini, ex capo di Stato Maggiore della Difesa, che analizza gli scenari militari legati al piano proposto dagli Stati Uniti per chiudere la guerra con la Russia. Una resistenza possibile anche grazie alla “mediocre prestazione delle forze armate russe”, ma non sostenibile sul lungo periodo per lo squilibrio numerico tra i due eserciti.

“Il piano è scritto da dilettanti: errori logici e passaggi senza senso”

Camporini respinge senza mezzi termini la bozza in 28 punti che dovrebbe disegnare la futura pace. I contenuti sono, a suo giudizio, opera di “dilettanti allo sbaraglio che parlano di cose che non conoscono”. Nel documento rileva “evidenze linguistiche e logiche”, “frasi sconnesse” e contraddizioni evidenti.

Uno degli esempi riguarda l’ipotesi di schierare aerei da combattimento in Polonia. “Varsavia è membro della Nato. Ogni giorno ci sono velivoli dell’Alleanza sul suo territorio. Non è qualcosa che va scritto in un trattato bilaterale”.

“Gli USA non sono esterni alla Nato, errore incomprensibile”

Altro punto contestato è quello che affida agli Stati Uniti un ruolo di mediatori tra Russia e Nato, quasi fossero un attore esterno: “Gli USA sono parte integrante dell’Alleanza Atlantica”. Anche le garanzie di intervento militare in caso di nuove aggressioni russe vengono giudicate “scritte sulla sabbia”, ricordando che già nel 1994 vari Paesi garantirono l’integrità territoriale dell’Ucraina dopo la rinuncia alle armi nucleari, senza poi intervenire.

Il rischio per Kiev: meno intelligence e stop ai Patriot

Un rifiuto totale al piano proposto da Trump esporrebbe Kiev a rischi immediati. Verrebbe meno il supporto dell’intelligence americana, considerato “molto importante” nelle operazioni sul terreno. A questo si sommerebbe la possibile interruzione delle forniture di munizionamento occidentale, inclusi i sistemi Patriot, rendendo la difesa ucraina “meno efficace”.

L’Europa può aiutare, ma la scelta finale spetta a Kiev

Camporini osserva che l’Europa può garantire una capacità significativa di rifornimento di munizioni da campo di battaglia. Ma ogni prospettiva futura dipenderà da tre fattori:

  • logistici, cioè la disponibilità di rifornimenti;

  • operativi, ciò che avviene sul terreno;

  • interni, ovvero la volontà politica e militare di Kiev di continuare a combattere.

Una resistenza che può durare ancora mesi, ma che senza un accordo rischia di diventare sempre più fragile.

Continua a leggere
error: Contenuto Protetto