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Cultura

La guerra entra nelle nostre teste prima ancora che nei nostri arsenali

Riflessione sul pamphlet La guerra in testa di Davide Borrelli, professore dell’Università Suor Orsola Benincasa. Una lettura critica sul rapporto tra linguaggio, politica, media e guerra. Un invito ai lettori a discutere, senza tifoserie, come le parole possano contribuire a normalizzare il conflitto.

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Ci sono libri che si leggono in poche ore e si dimenticano il giorno dopo. E poi ce ne sono altri che, indipendentemente dal fatto che li si condivida o meno, continuano a lavorarti dentro. Ti costringono a fermarti, a mettere in discussione alcune certezze, a guardare i fatti da una prospettiva diversa.

È quello che mi è accaduto leggendo La guerra in testa. Contro la militarizzazione del pensiero (*), il pamphlet scritto da Davide Borrelli, professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, pubblicato in open access sulla piattaforma scientifica Zenodo.

Lo dico subito, per evitare equivoci. Non condivido tutto ciò che scrive. Alcune sue analisi mi sembrano discutibili, alcune conclusioni eccessivamente nette, soprattutto quando il discorso si sposta dalla sociologia della comunicazione alla geopolitica. Ma sarebbe un errore liquidare questo lavoro come l’ennesimo manifesto pacifista. Non lo è. E sarebbe altrettanto sbagliato leggerlo come una verità rivelata. È un libro che pone domande. E oggi abbiamo un disperato bisogno di domande intelligenti.

Viviamo immersi in un flusso continuo di notizie sulla guerra. Ucraina, Gaza, Iran, Medio Oriente, riarmo europeo, Nato, deterrenza nucleare. È il nostro presente. Sarebbe irresponsabile fingere che il mondo non sia diventato più instabile e più pericoloso.

Ma Borrelli ci invita a guardare un’altra guerra. Quella che si combatte prima ancora che sparino le armi. La guerra delle parole.

Da giornalista questa è la parte del libro che mi ha colpito di più. Per mestiere maneggiamo parole ogni giorno. Titoli, sottotitoli, editoriali, breaking news, notifiche. Sappiamo bene che le parole non descrivono soltanto la realtà. In parte la costruiscono. Orientano il modo in cui il lettore percepisce un fenomeno, decide che cosa è importante, distingue il bene dal male, l’urgenza dall’ordinario.

È davvero cambiato il nostro vocabolario? Probabilmente sì. Deterrenza, resilienza, sicurezza, riarmo, preparedness, minaccia sono termini che fino a pochi anni fa appartenevano soprattutto ai documenti militari o diplomatici. Oggi fanno parte del linguaggio quotidiano della politica, dell’informazione e persino della scuola. È inevitabile? Forse sì. È neutrale? Probabilmente no.

Ed è qui che un libro interessante diventa, almeno per me, particolarmente stimolante.

Suor Orsola Benincasa. Il professore Davide Borrelli  

Borrelli sostiene che la guerra venga normalizzata prima culturalmente e poi politicamente. È una tesi forte, che personalmente non assumo come una verità dimostrata. Ma è una tesi che merita di essere discussa. Anche perché la storia insegna che ogni grande trasformazione politica è stata preceduta da una trasformazione del linguaggio.

Il Novecento lo dimostra meglio di qualsiasi manuale. Naturalmente il libro presenta anche limiti evidenti. Quando affronta la guerra in Ucraina, la Russia, la Nato o il riarmo europeo, l’autore privilegia una lettura sociologica e culturale. È una scelta legittima, ma che inevitabilmente lascia sullo sfondo altre questioni decisive: la responsabilità dell’aggressione russa, il diritto degli Stati a difendersi, la crisi degli equilibri internazionali, il progressivo disimpegno americano dall’Europa. Sono aspetti che non possono essere liquidati come semplice costruzione narrativa. Esistono. Pesano. E meritano la stessa attenzione.

Proprio per questo considero il pamphlet di Borrelli un contributo, non una conclusione. Una voce molto interessante nel dibattito. Non il dibattito. Da direttore di un giornale credo che oggi il nostro compito sia esattamente questo: sottrarci alla logica delle tifoserie.

Troppo spesso il confronto pubblico si riduce a una scelta binaria: o sei con il riarmo o sei un ingenuo pacifista; o sostieni la Nato oppure sei filorusso; o difendi Israele oppure sei contro l’Occidente. La realtà è infinitamente più complessa.

Il giornalismo dovrebbe avere il coraggio di abitare quella complessità, senza paura di porre domande che disturbano le nostre stesse convinzioni.  Per questo motivo ho deciso di condividere integralmente il lavoro di Davide Borrelli. Non perché chieda ai lettori di aderire alle sue tesi. Al contrario. Perché vorrei che ciascuno lo leggesse criticamente. Che lo contestasse, lo integrasse, lo confutasse o lo condividesse sulla base delle proprie argomentazioni. La democrazia vive di questo. Del confronto tra idee. Non dell’uniformità del pensiero.

Juorno vuole essere uno spazio nel quale anche libri come questo possano trovare cittadinanza, purché siano affrontati con rigore intellettuale e disponibilità al confronto. Per questo mi piacerebbe che studiosi, giornalisti, militari, diplomatici, filosofi, giuristi, sociologi e lettori partecipassero a questa discussione.

Perché forse la domanda più importante posta da questo libro non riguarda la guerra. Riguarda noi. Riguarda il modo in cui costruiamo il nostro immaginario collettivo. Perché ogni guerra comincia con una decisione politica. Ma, prima ancora, comincia sempre con un’idea. E le idee, nel bene e nel male, camminano sulle parole. E quando certe idee conducono a guerre, quelle parole alimentano un’altra guerra, quella sul campo, che si nutre di distruzione e morti. Centinaia di migliaia di morti.

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* La guerra in testa. Contro la militarizzazione del pensiero | Zenodo https://share.google/nsQSMCgWz2V1QTa8s

Zenodo è una piattaforma internazionale di deposito e diffusione open access della produzione scientifica. Questo significa che il pamphlet del professor Borrelli è stato reso disponibile pubblicamente, con un identificativo permanente, il DOI, e con una licenza Creative Commons che ne consente la circolazione, a condizione di citare correttamente autore e fonte. Non è dunque un libro “commerciale” nel senso classico, ma un contributo scientifico aperto, pensato per essere letto, condiviso e discusso.

Giornalista. Ho lavorato in Rai (Rai 1 e Rai 2) a "Cronache in Diretta", “Frontiere", "Uno Mattina" e "Più o Meno". Ho scritto per Panorama ed Economy, magazines del gruppo Mondadori. Sono stato caporedattore e tra i fondatori assieme al direttore Emilio Carelli e altri di Sky tg24. Sono stato direttore responsabile di Fortune Italia. Ho scritto libri: "Monnezza di Stato", "Monnezzopoli", "I sogni dei bimbi di Scampia" e "La mafia è buona". Ho vinto il premio Siani, il premio cronista dell'anno e il premio Caponnetto come giornalista scomodo alla mafia.

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Cultura

Biennale di Venezia, l’Ue raccomanda lo stop a 2 milioni di fondi per il padiglione russo: scontro nella maggioranza

La Commissione europea raccomanda all’Eacea di revocare il finanziamento da due milioni di euro alla Biennale di Venezia dopo la riapertura del padiglione russo. La Lega difende la Fondazione, mentre nel governo e tra le opposizioni emergono posizioni contrapposte.

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La riapertura del padiglione russo alla Biennale di Venezia torna ad alimentare lo scontro politico italiano e il confronto con Bruxelles. La Commissione europea ha formalmente raccomandato all’Eacea, l’Agenzia esecutiva europea per l’istruzione e la cultura, di revocare il finanziamento da due milioni di euro concesso alla Fondazione veneziana.

L’annuncio è arrivato dalla vicepresidente della Commissione Henna Virkkunen, secondo la quale la decisione è maturata dopo l’esame delle risposte inviate dalla Biennale per giustificare la partecipazione russa. Per Bruxelles, i progetti culturali sostenuti con denaro europeo devono promuovere e tutelare valori democratici che l’attuale governo russo non rispetterebbe.

La raccomandazione politica è stata trasmessa all’agenzia competente, ma la procedura tecnica non risulta ancora definitivamente conclusa. La Biennale attende quindi la comunicazione formale prima di valutare le iniziative da assumere.

La Biennale pronta a difendersi

La Fondazione presieduta da Pietrangelo Buttafuoco sostiene di aver risposto puntualmente alle richieste di chiarimento ricevute nei mesi scorsi e si dichiara pronta a far valere le proprie ragioni nelle sedi competenti.

La Commissione aveva contestato già in primavera la riapertura del padiglione russo, tornato alla Biennale per la prima volta dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Ventidue Paesi europei avevano chiesto di escludere la partecipazione ufficiale di Mosca, ritenendo che potesse essere utilizzata come strumento di legittimazione e propaganda.

La Biennale ha invece difeso la propria autonomia e il principio secondo cui l’arte dovrebbe restare uno spazio di dialogo, nonostante le guerre e le tensioni internazionali.

La Lega contro Bruxelles

La decisione europea ha aperto una nuova frattura nella maggioranza. La sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni, esponente della Lega, ha definito l’intervento di Bruxelles «inaccettabile» e una decisione politica assunta prima dell’individuazione di una concreta violazione delle regole.

Secondo Borgonzoni, la sospensione dei finanziamenti costituirebbe un danno per un’istituzione che svolge da anni un’attività culturale di rilievo internazionale e rappresenterebbe una forma di pressione economica incompatibile con la libertà artistica.

Sulla stessa linea il presidente del Consiglio regionale del Veneto Luca Zaia, che ha espresso sostegno a Buttafuoco e ha invitato il governo a difendere la Biennale, sostenendo che gli artisti non possano essere assimilati ai governi o agli eserciti.

Giuli contrario alla riapertura del padiglione

La posizione leghista si distingue da quella assunta dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, che aveva espresso contrarietà alla scelta di riaprire il padiglione russo, pur riconoscendo l’autonomia della Fondazione.

La controversia aveva già provocato forti tensioni istituzionali e proteste durante l’esposizione. Anche la giuria aveva assunto una posizione critica nei confronti dei Paesi coinvolti in contestazioni internazionali per presunte violazioni dei diritti umani, alimentando ulteriormente il dibattito sull’indipendenza dell’arte e sul rapporto tra cultura e politica.

Il M5s con la Lega, il Pd sostiene l’Ue

Sul caso si registra una convergenza tra la Lega e il Movimento 5 Stelle, già emersa in altre occasioni legate alla guerra in Ucraina.

Il capogruppo pentastellato al Senato Luca Pirondini ha parlato di un «ricatto» e di un’intimidazione politica contro l’autonomia della Biennale, chiedendo alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni di opporsi alla decisione europea.

Di segno opposto la posizione del senatore del Partito democratico Filippo Sensi, che ha difeso l’intervento dell’Unione europea e accusato i sostenitori della riapertura del padiglione di confondere la libertà artistica con la propaganda del Cremlino.

Il nodo tra libertà artistica e fondi pubblici

Il confronto ruota attorno a due principi contrapposti. Da una parte, la Biennale rivendica l’autonomia della cultura e il rifiuto della censura preventiva. Dall’altra, la Commissione sostiene che l’utilizzo di fondi pubblici europei imponga il rispetto di precise condizioni etiche e politiche.

La decisione finale dell’Eacea chiarirà se i due milioni di euro saranno effettivamente revocati. La battaglia, tuttavia, appare destinata a proseguire anche sul piano politico e, probabilmente, su quello legale.

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Cultura

Padiglione russo alla Biennale, l’Ue chiede lo stop a 2 milioni di finanziamenti

La Commissione europea ha raccomandato all’Eacea di interrompere il finanziamento da 2 milioni di euro destinato alla Biennale di Venezia dopo il caso del padiglione russo. La Lega protesta e chiede al governo di compensare le risorse.

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La Commissione europea ha raccomandato ufficialmente all’Eacea, l’Agenzia esecutiva europea per l’istruzione e la cultura, di interrompere il finanziamento da 2 milioni di euro destinato alla Fondazione Biennale di Venezia.

La decisione arriva al termine del lungo confronto sulla presenza del padiglione russo alla 61ª Esposizione internazionale d’arte, inaugurata il 9 maggio. La raccomandazione non rappresenta ancora la revoca formale del contributo, che spetta all’agenzia competente, ma appare destinata a tradursi nello stop alle risorse europee.

La decisione annunciata da Virkkunen

Ad annunciare la posizione della Commissione è stata la vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen.

«La cultura in Europa, finanziata con il denaro dei contribuenti, dovrebbe promuovere e salvaguardare i valori democratici. Tali valori non vengono rispettati nella Russia odierna», ha scritto la commissaria finlandese.

La raccomandazione è stata formulata dopo una valutazione delle risposte fornite dalla Biennale per giustificare la riapertura e la presenza del padiglione della Federazione Russa.

Il confronto tra Bruxelles e la Biennale

Il caso era esploso in primavera. Il governo italiano, attraverso il ministro della Cultura Alessandro Giuli, aveva espresso la propria contrarietà alla partecipazione ufficiale della Russia, precisando che la decisione era stata assunta in autonomia dalla Fondazione.

La Commissione europea e l’Eacea avevano quindi avviato un carteggio con la Biennale, chiedendo chiarimenti sulla compatibilità della partecipazione russa con le sanzioni europee e con le condizioni previste per l’assegnazione dei finanziamenti comunitari.

Bruxelles aveva avvertito che la prosecuzione dell’iniziativa avrebbe potuto determinare la sospensione o la cessazione del contributo. La Biennale ha tuttavia inaugurato l’esposizione il 9 maggio, mantenendo il padiglione russo nel programma, pur sostenendo di non avere violato le misure restrittive dell’Unione.

Un finanziamento previsto per tre anni

Il contributo contestato ammonta complessivamente a 2 milioni di euro ed è collegato a un programma europeo pluriennale.

La gestione operativa delle risorse spetta all’Eacea, chiamata ora a valutare e formalizzare la raccomandazione della Commissione. La Biennale potrà eventualmente attivare gli strumenti amministrativi e giudiziari previsti per contestare il provvedimento definitivo.

La Fondazione ha fatto sapere di avere appreso la notizia attraverso il messaggio pubblicato sui social e ha definito marginale l’incidenza del contributo rispetto al proprio bilancio complessivo, annunciando la volontà di tutelare le proprie ragioni.

La reazione della Lega

La decisione europea ha provocato una dura reazione della Lega, che ha difeso l’autonomia culturale della manifestazione veneziana.

«La Biennale è storia, cultura, arte, innovazione e libertà. Se qualche burocrate di Bruxelles non riesce a capirlo, ce ne faremo una ragione», ha affermato il partito di Matteo Salvini.

La Lega ha annunciato che chiederà al governo italiano di integrare le somme eventualmente revocate dall’Unione europea, sostenendo che «la cultura non si piega ai diktat di Bruxelles».

La linea europea sulla Russia

La controversia si inserisce nella più ampia politica europea di isolamento della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina.

Nelle conclusioni del Consiglio europeo di giugno è stato ribadito che, fino al raggiungimento di una pace giusta e duratura, non dovrebbe esserci una normalizzazione della partecipazione russa agli eventi culturali e sportivi internazionali.

La stessa posizione è stata richiamata nel confronto sulla possibile riammissione degli atleti russi nelle competizioni internazionali e alle Paralimpiadi di Milano-Cortina.

Il caso della Biennale apre così uno scontro che va oltre il valore economico dei fondi: da una parte Bruxelles rivendica il diritto di subordinare le proprie risorse al rispetto dei valori e delle politiche dell’Unione; dall’altra viene invocata l’autonomia delle istituzioni culturali e la libertà dell’arte rispetto alle contrapposizioni geopolitiche.

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Cultura

Premio Strega 2026, Michele Mari vince con “I convitati di pietra”

Michele Mari vince il Premio Strega 2026 con “I convitati di pietra”, edito da Einaudi, ottenendo 190 voti. Secondo Matteo Nucci con “Platone. Una storia d’amore”, terza Bianca Pitzorno con “La sonnambula”.

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Michele Mari ha vinto il Premio Strega 2026 con I convitati di pietra, pubblicato da Einaudi. Lo scrittore, indicato fin dall’inizio come favorito, ha ottenuto 190 voti, confermando il successo già ottenuto con il Premio Strega Giovani.

La vittoria è arrivata dopo settimane segnate dalle polemiche legate al cosiddetto “affaire pulmino”, che non hanno però inciso sull’esito finale della competizione.

Le parole dello scrittore

All’annuncio della vittoria, Mari ha ringraziato i lettori che lo hanno sostenuto e anche quelli che non lo hanno votato, ricordando il lungo tour verso la finale.

Lo scrittore ha poi dedicato il riconoscimento alla moglie e ai figli, invitandoli a salire sul palco. Con il suo tono asciutto e ironico, ha spiegato anche la difficoltà a sorridere in pubblico: “Da quando scrivo e pubblico libri mi dicono sorridi, ridi, non sono capace”.

Una finale nel Campidoglio restaurato

La serata finale si è svolta per la prima volta nella piazza del Campidoglio appena restaurata. Presenti il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il sindaco di Roma Roberto Gualtieri.

Gualtieri ha sottolineato il legame crescente tra Roma, la letteratura e i libri, ricordando il bisogno di cultura e spirito critico in una fase complessa.

Il romanzo vincitore

I convitati di pietra è un romanzo corale costruito attorno a un patto goliardico, di sangue e di denaro, tra ex compagni di classe del liceo Berchet di Milano, nel 1974, dopo gli esami di maturità.

Quel patto si trasforma in una competizione feroce, una lotteria destinata a legare i protagonisti per la vita e per la morte.

La classifica finale

Secondo posto per Matteo Nucci con Platone. Una storia d’amore di Feltrinelli, che ha ottenuto 152 voti. Terza Bianca Pitzorno con La sonnambula di Giunti, votata da 84 giurati.

Quarto posto per Alcide Pierantozzi con Lo sbilico di Einaudi, a 78 voti. Quinta Teresa Ciabatti con Donnaregina di Mondadori, a 75 voti. Sesta Elena Rui con Vedove di Camus, pubblicato da L’orma, con 64 voti.

Votanti e diretta Rai

Il totale dei voti espressi è stato di 643, pari all’80,4% degli aventi diritto. A presiedere il seggio è stato Andrea Bajani, vincitore della precedente edizione.

La finale è stata trasmessa su Rai3, con la conduzione di Pino Strabioli e Gloria Campaner, ed è stata diffusa anche in streaming in diverse arene culturali romane.

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