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 La Grande Muraglia Verde in Africa per fermare il deserto

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 La Grande Muraglia Verde in Africa potrebbe diventare una realta’. Nel corso del Summit ambientale, organizzato da Francia, Nazioni Unite e Banca Mondiale, e’ stato annunciato un finanziamento di 14,2 miliardi di dollari per la Great Green Wall Initiative per il Sahel e il Sahara. Dall’idea utopica di costruire un muro di alberi lungo 8 mila chilometri attraverso 11 Paesi, che doveva correre da est a ovest dal Senegal al Gibuti, dall’Atlantico al Mar Rosso, per contrastare l’avanzata del deserto, il progetto della Grande Muraglia Verde si e’ evoluto in un mosaico di interventi indirizzati verso le sfide che si trovano ad affrontare le persone e le comunita’ nel Sahel e nel Sahara, come degrado del suolo, desertificazione, siccita’, cambiamenti climatici, perdita di biodiversita’, poverta’ e insicurezza alimentare. E’ diventata uno strumento programmatico per lo sviluppo delle zone rurali, per rafforzare gli ecosistemi della regione, proteggere il patrimonio rurale e migliorare le condizioni di vita della popolazione. I nuovi finanziamenti dunque forniranno l’impulso necessario per ripristinare i terreni degradati, salvaguardare la biodiversita’, creare posti di lavoro verdi e costruire la resilienza delle comunita’ saheliane. Il progetto, che mira a ripristinare 100 milioni di ettari di terreno degradato e creare 10 milioni di posti di lavoro verdi entro il 2030, ha bisogno di 33 miliardi di dollari per essere realizzato. Il presidente della Conferenza degli Stati e dei governi dell’Agenzia panafricana della Grande Muraglia Verde, Mohamed Ould Cheikh El-Ghazouani, ha salutato positivamente l’accelerazione ai lavori data dai nuovi finanziamenti. “Accogliamo con favore l’annuncio della Great Green Wall Accelerator Initiative, che mira a sbloccare un primo contributo nel periodo 2021-2025, per dare attuazione agli impegni dei partner finanziari all’interno di un quadro coordinato”, ha affermato. In questo contesto, Mohamed Ould Cheikh El-Ghazouani, che e’ presidente della Mauritania, ha anche proposto la creazione in ogni Paese della regione di un fondo per la biodiversita’ in cui “confluiscano una parte delle risorse derivanti dalla cancellazione dei nostri debiti”.

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Claudio Pelizzeni, da bancario a travel blogger: vi racconto il giro del mondo che mi ha cambiato la vita

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Claudio Pelizzeni aveva trentadue anni e una carriera avviata in banca come vicedirettore di filiale, un buon posto fisso che lo rendeva però insoddisfatto, inquieto. Ad un certo punto comprende che quella vita non gli appartiene e che è arrivato il momento di imprimere una svolta. Una sterzata netta. Rassegna le dimissioni per inseguire il suo sogno più grande: fare il giro del mondo senza aerei. Il suo è un viaggio lento, per riappropriarsi delle distanze ed entrare in contatto con i popoli del mondo. Dura mille giorni, fra il 2014 e il 2017, snodandosi attraverso quarantaquattro Paesi e cinque continenti. Le storie, gli incontri e le emozioni di quell’avventura sono confluiti nel romanzo autoprodotto “L’orizzonte ogni giorno un po’ più in là”. Oggi Pelizzeni è travel blogger e tour operator. E nonostante la pandemia, non perde l’ottimismo: “appena sarà possibile torneremo a viaggiare per il mondo”. 

Pelizzeni, partiamo dal momento in cui ha deciso di stravolgere la sua vita.

Lavoravo ancora in banca, a Milano. Un giorno, dal treno che mi avrebbe riportato a casa a Piacenza vidi un tramonto e fu come un’epifania: mi chiesi se fossi felice e la risposta fu negativa. Osservata dall’esterno, quella vita poteva sembrare soddisfacente ma per me era vuota, non mi apparteneva. Pensai allora che avrei dovuto provare ad essere veramente felice almeno una volta nella vita. Viaggiare era la mia passione più grande e decisi così di provare a fare del viaggio la mia vita. Allora mi licenziai e dopo alcuni mesi di preparazione partii per il mio giro del mondo senza aerei; da lì è cominciato tutto. 

Quanto è durato il suo viaggio? Quale itinerario ha seguito?

Ci ho messo mille giorni, quasi tre anni. Ho visitato quarantaquattro Paesi e cinque continenti. Sono partito da Piacenza e mi sono diretto verso est, verso il sorgere del sole. Ho fatto la Transiberiana e poi giù in Cina. Mi sono fermato per alcuni mesi nel subcontinente indiano fra Nepal – dove ho fatto volontariato in un orfanotrofio – e India. Poi verso il sud-est asiatico; da qui mi sono imbarcato su un cargo mercantile diretto in Australia, il primo grande obiettivo del mio viaggio. Sempre a bordo di un cargo sono arrivato in Nord America; sono sceso in America Latina e poi ancora un cargo fino all’Africa occidentale. Da lì infine, il mio ritorno in Europa. 

Come impiegava il tempo durante i lunghi spostamenti a bordo dei cargo mercantili?

Quella del cargo è un’esperienza noiosa e lunghissima. Per attraversare il Pacifico ho impiegato ventisei giorni, è stata dura. Dopo aver visto tutte le serie tv e i film che avevo sull’hard disk ho iniziato ad annoiarmi terribilmente. Durante quei giorni tutti uguali ho trovato però la concentrazione per iniziare a scrivere il libro del mio viaggio, “L’orizzonte ogni giorno un po’ più in là”. Sono tornato in Italia che non avevo più un euro, quel libro autoprodotto mi ha dato lo slancio per ripartire. 

Durante la sua avventura, incominciava però già a raccontare il viaggio attraverso un blog, Trip Therapy. 

Nel blog ci ho investito tanto, concependolo come un lavoro sin dal principio, quando non ci guadagnavo niente. Su Trip Therapy raccontavo il viaggio mentre lo vivevo. Avevo anche una pagina dedicata al budget quotidiano. Ho finanziato il mio viaggio con la liquidazione, poco meno di quindicimila euro, una media di quindici euro al giorno per mille giorni. Poi ho incominciato a collaborare con il programma di Licia Colò, “Il mondo insieme”, inviando i miei video dal mondo. Così ho iniziato ad avere maggiori disponibilità economiche. In Sud America ho anche lavorato tanto negli ostelli in cambio di ospitalità. C’è anche un altro motivo per cui decisi di raccontare il mio viaggio. Io soffro di diabete e ho scoperto che tante persone con questa patologia si precludono moltissime esperienze. Con la mia avventura spero di aver dimostrato che con le giuste accortezze chi soffre di diabete può fare qualsiasi cosa.

Quali sono stati i momenti più significativi del suo giro del mondo?

Il primo fu la complessa frontiera fra India e Birmania. La passai alla fine del 2014, il 28 dicembre e la mia era la firma n.12 su quel registro: non l’aveva attraversata nessuno. Fui fortunato: in quel periodo la regione indiana del Manipur si stava aprendo al turismo e realizzando un video per la camera del turismo della regione riuscii ad ottenere il permesso. Dopo poco però, dovetti interrompere il viaggio. Mio padre stette male e rientrai in Italia giusto in tempo per salutarlo. Dopo il funerale, ripartii esattamente da dove mi ero fermato, a Bangkok. Raggiungere l’Australia rappresentò un altro snodo fondamentale, era quello in origine il primo grande obiettivo che mi ero prefissato. Arrivarci significava già tanto, ma decisi di continuare e di completare il giro del mondo. Anche l’India e la Patagonia sono stati dei periodi formativi. Ma ogni Paese è unico e proprio non riesco a fare classifiche.

Qual è l’insegnamento più importante che ha tratto dal viaggio?

L’insegnamento più grande è l’importanza di avere consapevolezza di sé e di riuscire a dialogare con se stessi, che non è sempre facile. Spesso viviamo secondo i condizionamenti sociali, andiamo avanti col pilota automatico e a volte non ci accorgiamo che stiamo vivendo una vita che non ci appartiene. Io credo che se hai coscienza di chi sei e di ciò che vuoi fare della tua vita, puoi vivere felice mentre provi a realizzare il tuo sogno.

Come ha trasformato la sua passione in un lavoro, una volta rientrato in Italia?

Il libro andò molto bene e fu un trampolino di lancio. Il blog continuò ad essere seguito e iniziarono ad invitarmi in radio e in televisione per raccontare la mia storia. Dopo due apparizioni sul palco di TED iniziai anche a fare speech motivazionali per le aziende. Al primo libro sono seguite altre due pubblicazioni, ora sto scrivendo il quarto. E poi, dopo tanti viaggi in solitaria, ho sentito l’esigenza di condividere questa passione con altre persone, così ho iniziato ad organizzare dei viaggi di gruppo. E quello alla fine è diventato il mio lavoro: insieme ad altri cinque travel blogger abbiamo messo in piedi un tour operator. Il nostro progetto però è partito in salita: abbiamo lanciato online “Si Vola” ad ottobre del 2019, poco prima del Covid-19.

Che momento è per il settore viaggi?

Il momento è difficilissimo e i ristori non sono arrivati. Noi siamo stati anche sfortunati; ci sono aiuti per le partite Iva ma devono essere aperte almeno da quattro anni. Per gli aiuti al settore turistico invece fanno fede i bilanci del 2019, ma noi abbiamo aperto proprio in quell’anno. Il quadro è drammatico, continuiamo a programmare viaggi che poi siamo costretti ad annullare. Nonostante tutto guardiamo al futuro con positività. C’è tanta gente che vorrebbe partire con noi. Siamo convinti che, appena sarà possibile, la gente ricomincerà a viaggiare per il mondo. 

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Auto: ecobonus al via, prenotati incentivi per 20 milioni

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 Sono partite oggi le prenotazioni da parte dei concessionari degli ecobonus per le auto a basse emissioni. Dalle 10 di questa mattina, sono stati richiesti circa 20 milioni delle nuove risorse messe a disposizione della legge di bilancio 2021. Secondo i dati del ministero dello Sviluppo economico, la quasi totalita’ – circa 18 milioni – e’ stata prenotata per le auto con emissioni tra 61 e 135 grammi di CO2 al km (comprensive quindi di alimentazione a benzina o diesel di ultima generazione), mentre per le auto elettriche o ibride, tra 0 e 60 g/km, sono stati prenotati poco piu’ di 2 milioni di euro.

I contributi concessi per le fasce di emissioni 0-20 g/km e 21-60 g/km sono stati rifinanziati nella legge di bilancio con 120 milioni di euro per tutto il 2021, portando l’ammontare complessivo per questa categoria a 390 milioni di euro, grazie a 270 milioni gia’ stanziati (a queste risorse potranno peraltro aggiungersi anche i residui degli anni precedenti). Questa la suddivisione degli incentivi: 0-20 g/km: 6.000 euro con rottamazione e 4.000 senza rottamazione; 21-60 g/km: 2.500 euro con rottamazione e 1.500 senza rottamazione. Alle stesse due fasce potranno aggiungersi 2.000 euro con rottamazione e 1.000 senza rottamazione fino al 31 dicembre 2021, ed in tal caso e’ anche previsto uno sconto praticato dal venditore pari ad almeno 2.000 euro o 1.000 euro a seconda che sia presente o meno la rottamazione. Le due fasce di emissioni 61-90 g/km e 91-110 g/km sono state rimodulate in un’unica fascia 61-135 g/km, finanziata con 250 milioni di euro che sono andati a rimpinguare il precedente fondo andato esaurito. La durata dell’incentivo pari a 1.500 euro e’ di sei mesi e sara’ possibile usufruirne solo con rottamazione. Anche in questo caso all’incentivo si aggiunge uno sconto praticato dal venditore pari ad almeno 2.000 euro.

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L’Artico invaso dalle fibre sintetiche, colpa del bucato

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L’Artico e’ invaso dalle fibre sintetiche ed e’ ‘colpa’ del bucato: costituiscono il 92% delle microplastiche trovate nelle acque di superficie e, di queste, il 73% sono fatte di poliestere, materiale usato nei tessuti sintetici, che lo liberano quando vengono lavati. La scoperta, pubblicata sulla rivista Nature Communications, si deve ai ricercatori coordinati da Peter Ross, della canadese Ocean Wise Conservation Association, a Vancouver. Il dato, osservano gli autori della ricerca, indica che i tessuti sintetici, attraverso il bucato e lo scarico delle acque reflue, possono avere un ruolo importante nella contaminazione degli oceani. “Il bucato – scrivono nello studio – si sta rivelando un canale potenzialmente importante per il rilascio di microfibre nelle acque. Noi recentemente abbiamo stimato che un singolo capo di abbigliamento puo’ rilasciare milioni di fibre durante un tipico lavaggio domestico”. In generale tutte le microplastiche sono fonte di preoccupazione, avendo raggiunto i confini piu’ remoti del mondo, dall’Himalaya alle profondita’ oceaniche. Microplastiche erano gia’ state individuate nell’Artico, sulla banchisa, nell’acqua di mare e nei sedimenti del fondo marino. Tuttavia, restavano dubbi sulla loro distribuzione, sulle fonti e sull’entita’ della contaminazione. Per avere una stima delle dimensioni dell’inquinamento da microplastica nell’Artico, i ricercatori hanno analizzato campioni d’acqua raccolti fino a 8 metri sotto la superficie in 71 stazioni nell’Artico europeo e nordamericano durante una campagna oceanografica condotta nel 2016. Inoltre, sono stati analizzati campioni raccolti fino a una profondita’ di 1.015 metri in 6 siti nel Mare di Beaufort, a nord delle coste dell’Alaska. Dall’analisi e’ emersa la presenza, in media, di circa 40 particelle di microplastiche per metro cubo d’acqua. Le fibre sintetiche, e in particolare il poliestere, costituiscono la maggior parte (il 92%) delle microplastiche trovate nei campioni. Inoltre, sono state osservate quasi tre volte piu’ particelle di microplastica nell’Artico orientale rispetto a quello occidentale, e cio’ suggerisce che nuove fibre di poliestere vengano trasportate nell’Oceano Artico orientale dalle correnti dell’Atlantico.

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