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La fotografia napoletana, un giro per conoscerla in quattro tappe

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La scuola di strada che ha accompagnato in tutto il mondo i fotogiornalisti napoletani

Cominciare un lungo percorso a tappe è sempre molto difficile, si possono nascondere insidie, si può incappare in tragitti che sembravano agevoli, ma che possono rivelarsi spinosi, si può scegliere una strada, non rendendosi conto della bellezza e del valore di altre,  ma bisogna, in tutti i casi e sempre, che si parta, non solo per arrivare al traguardo, ma per cercare di arrivarci con le stesse forze e la stessa lucidità con le quali si da il primo colpo di pedale. In questo tour sulla fotografia napoletana, spero di non perdere la bussola, dalla quale mi farò indicare la strada per una analisi dello stato dell’arte in città e del suo recente passato.

Quindi, premesso che la Fotografia è una sola, ma ha al suo interno vari campi di intervento, dove i fotografi più si identificano e nei quali più operano anche per opportunità lavorative e di conoscenza, la prima tappa del nostro viaggio non poteva che partire da uno dei segmenti della fotografia più praticato in città e che vede impegnati da sempre un numero di fotografi che se si volesse stilare una classifica sarebbero  secondi, ma solo  per cifra ai colleghi del  settore cerimonialistico, principe assoluto in città e pioniere in Italia del quale parleremo nell’ultima tappa, proprio per omaggiarlo e tentare di chiudere un ipotetico cerchio su questo nostro tour.

Parleremo quindi di Foto-Giornalismo, che in una città come Napoli è l’equivalente di cronaca, cronaca nera e copertura quotidiana degli avvenimenti cittadini e dell’hinterland.

Immensa l’esperienza dei foto-giornalisti napoletani impegnati per la  copertura quotidiana dei pochi giornali che hanno animato il mercato editoriale cittadino. Il Mattino prima di tutto, ma poi il Roma, la Repubblica, il Corriere del Mezzogiorno, Cronache di Napoli, per elencare quelli ancora esistenti, ai quali si devono aggiungere Paese Sera, il Giornale di Napoli, l’Unità e le piccole parentesi, quasi inavvertite dell’Indipendente e della Voce di Montanelli. Pochi quotidiani, ma enorme bacino di fatti di cronaca, ai quali, i fotogiornalisti napoletani hanno dovuto tener fronte creando uno stile di ripresa e di relazioni inimmaginabile in altre città e realtà nazionali.

Dagli anni del pionerismo e delle guerre mondiali al terremoto del 1980

Cominciamo da un precursore del fotogiornalismo, partiamo dal fotocronista Ferdinando Lembo, che documenta la prima guerra mondiale tra le truppe e gli ufficiali del generale Diaz, ma del quale non sono stati più’ rinvenuti i negativi pare per una brutta storia di furti ed usurpazioni, come ci racconta il pronipote Gianmaria Lembo, collezionista e storico della fotografia fine ‘800 inizio ‘900. Il suo avo, Ferdinando Lembo, dopo la guerra diverrà un notissimo fotografo d’arte e dal quale partiremo nella prossima tappa per parlarvi della fotografia artistica napoletana. Vennero poi, nell’immediato prebellico della seconda guerra mondiale  Riccardo Carbone  e i fratelli Troncone, che insieme a Parisio, poi passato ad altri settori, hanno documentato la fase prebellica ed il dopoguerra,  costretti poi all’evacuazione dalla città, rimasero impossibilitati a riprendere gli orrori della guerra. In città rimasero i fotocronisti come lo era stato Ferdinando Lembo, ed  lo erano Antonio Beuf, del quale rimane un corposo archivio di proprietà sempre dello storico Gianmaria Lembo e Alfredo Foglia, capostipite che vedrà il figlio, anch’esso Alfredo e oggi Pio, fotografi del Museo Archeologico Nazionale e fotografo di moda il secondo. Foglia  seguiva il corpo dei Vigili del Fuoco al quale sono rimasti, pare ancora secretati,  tutti i negativi del fotogiornalista, anche in virtu’ di un accordo che prevedeva il silenzio piu’ propiamente detto “censura” sugli accadimenti e le sconfitte e le distruzioni che gli alleati infliggevano al regime, difficilmente ha potuto mostrare qualche stampa.  C’erano anche i  giovani fratelli Ruggieri, Antonio e Gabriele    (papà di Toty, il quale lascia il fotogiornalismo per entrare  nel settore della moda), al quale dedichiamo la controcopertina di questa prima tappa dove esprime il sorriso che ha sempre accompagnato il lavoro dei professionisti di questa città.  Gabriele Ruggieri fu attivo durante la documentazione dei bombardamenti, infatti  sono storici i suoi scatti della Basilica di  Santa Chiara distrutta dalle bombe, seguito poi nello scorrere degli anni dai fratelli Sansone, dai maestri  Caio Carruba e Luciano D’Alessandro e poi ancora da Mario Riccio e da Ciccio Iovane, che mise in piedi, la prima agenzia fotogiornalistica indipendente di Napoli, Alfa Press, rivolta al mercato nazionale e fucina di fotografi come, Antonietta de Lillo, Sergio del Vecchio, Gea Evangelista Enzo Barbieri, Massimo Iovane e Gianni Fiorito, quest’ultimo, oggi ricercato fotografo di cinema immancabile occhio fotografico di scena di Paolo Sorrentino. Ambiente cinematografico molto vivo anche in città, ambiente che ha affascinato anche altri due fotogiornalisti napoletani, Mario Spada e  Eduardo Castaldo. Ci piaceva utilizzare, per Alfa Press il termine  indipendente per distinguerla dall’ANSA che aveva e ha tutt’ora una redazione fotografica in città, che in quegli anni era gestita da Alfredo Monachella, poi dimenticata dalla Agenzia Nazionale fino agli anni ’90 quando è stata riattivata con Ciro Fusco e che si avvale della collaborazione esterna di Cesare Abbate.  Negli anni ’80 Massimo Cacciapuoti fotogiornalista di razza con tantissime pubblicazioni nazionali, con le sperimentazioni sulla fotografia di strada. Gia’ esplorava quella che sarebbe poi, in questi tempi, divenuta la tanto in voga street-photography.

Era la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, in questo contesto, caratterizzato dai fenomeni contrabbando, guerre di camorra, grandi fatti di cronaca  come la strage di via Caravaggio e ovviamente il terremoto in Irpinia, si consolidavano anche altre realtà fotogiornalistiche, come PressFoto e FotoSud, rispettivamente legate a Paese Sera e il Mattino, maggior quotidiano cittadino e allora attestato come uno dei più venduti quotidiani nazionali. PressFoto formata da Gaetano Castanò e Franco Esse, già guardava al mercato internazionale avendo stipulato un contratto di fornitura con la Associated Press, mentre invece FotoSud, formata da Guglielmo Esposito, Peppino di Laurenzio, Mario Siano e Antonio Troncone, rimaneva all’interno del mercato italiano, collaborando con Giacomino foto e poi con l’agenzia Contrasto. Queste due agenzie napoletane, oggi si puo’ dire che sono state la spina dorsale del fotogiornalismo di cronaca in città e il riferimento per tanti fotografi che hanno voluto intraprendere questa attività. Altre piccole realtà in quegli anni hanno tentato di penetrare questo settore, ma sono stati tutte sperimentazioni finite per l’egocentrismo dei protagonisti e per la presunzione di poter affrontare un strada  che presuppone sacrifici enormi sia familiari che relazionali che non tutti sono stati in grado di affrontare e portare a termine. All’ apice delle notizie in quegli anni vi è stato ovviamente il terremoto e la ricostruzione, e enorme impulso al foto-giornalismo che coniugasse cronaca e ricerca fu dato dal Mattino Illustrato, curato da Luciano D’Alessandro e dove hanno pubblicato i piu’ grandi fotografi italiani, indicando le linee ai colleghi napoletani che immediatamente recepirono e svilupparono, primo fra tutti Peppe Avallone, che divenne per vari anni il fotografo di riferimento in Italia per il prestigioso New York Times. A fine anni ‘80, inizio  anni ’90 con un naturale ricambio generazionale altre agenzie hanno intrapreso questo percorso, per lo piu’ nella provincia di Napoli e nel salernitano, come la Fornass di Salvatore Sparavigna, la Nouvelle Presse di Serena Santoro e del suo compagno Domenico Luciano Ferrara,  l’ AGN di Renato Carbone, Nino e Renato Nicois e poi di Stefano Renna e Ciro de Luca, ma la più attiva è certamente l’agenzia Controluce di Valeria Tondi e Mario Laporta anch’essa fucina di foto-giornalisti come Salvatore Laporta, Carlo Hermann, Roberta Basile, Roberto Salomone, Giulio Piscitelli, Francesco Pischetola, e tantissimi altri tra i quali  Antonio Gibotta vincitore di  un secondo posto in una sezione del World Press Photo, firmando le foto con il suffisso Controluce. La vetrina internazionale della prima metà degli anni ’90 fu certamente il G8 (che allora era ancora G7) al palazzo Reale, dove PressFoto, FotoSud, Controluce e i Free Lance napoletani, non si fecero trovare impreparati e si confrontarono sullo stesso piano delle grandi agenzie internazionali e dei fotografi accorsi in città da tutto il mondo, riuscendo ad offrire alle testate nazionali e internazionali un prodotto fotografico di altissimo livello. Gli stessi anni ’90 si chiusero, però con una tragedia immane quale l’alluvione di Sarno e dei paesi limitrofi, dove furono travolte dal fango più di 150 vittime. Anche in questa occasione i foto-giornalisti napoletani diedero prova di grande professionalità e di enorme sensibilità nel raccontare la tragedia, compiendo anche atti di soccorso e di salvataggio come quello di cui fu protagonista Ciro Fusco.

Gli anni d’oro e l’inizio della crisi dell’editoria foto-giornalistica che non significa crisi del fotogiornalismo

La cronaca è stata sempre il bacino nel quale si è sviluppato il talento dei fotogiornalisti napoletani, velocità di apprendimento, immediata reazione e analisi del momento e dell’evento, sintesi perfetta traslata nella  documentazione visiva sono le caratteristiche che hanno sempre accompagnato tutti coloro che hanno negli anni operato in questo settore in questa città,  La rete di relazioni costruita nel corso degli anni è stata alla base di un reciproco rispetto con le realtà, anche difficili, che sono state fotografate dai protagonisti del fotogiornalismo napoletano, queste le prerogative che poi si sono rivelate utilissime nei servizi realizzati all’estero in special modo  nelle zone più calde e ostili  del mondo

Tanti, imparato questo tipo di modus operandi, poi si sono incamminati sulle strade della ricerca e del servizio fotografico a lungo termine, come Francesco Cito, che partito da Napoli sul finire degli anni ’70  ha trovato la sua consacrazione a Londra per poi trasferirsi a Milano e continuare nelle sue ricerche per il mondo, come oggi ripercorre la stessa strada Pietro Masturzo,   vincitore assoluto di un World Press Photo nel 2010, che si è diviso per molto tempo tra Roma e Milano, città dove attualmente risiede.

Questo modus operandi, cosi duro, ma  cosi integrato nel tessuto sociale della città ha fatto si che in definitiva non ci fosse una scuola fotogiornalistica napoletana, come invece sono presenti a Palermo e Roma con Letizia Battaglia e Luciano Mellace, la storia napoletana è diversa, è fatta di mestiere rubato, dove i maestri c’erano, ma non insegnavano, anzi, aspettavano che l’allievo rubasse da loro, ma prima di tutto imparasse dalla strada, dagli ambienti dove si sarebbe trovato a riprendere, dalle persone che avrebbe potuto riprendere. Una caccia, dove il cacciatore è armato di macchina fotografica e la preda non deve farsi rubare l’anima.

Oggi, memori di queste durezze, i maestri, o coloro che vengono considerati tali, riescono con piacere a condividere, chi per mera economia, altri, invece solo perché credono nel passaggio dei saperi, consci che alla fine è il discente a fare la differenza e a formare, se vuole, il suo carattere.

Se il mercato cambia ci si attrezza per non cambiare e mantenere alto lo standard

Il mercato giornalistico è cambiato, gioco-forza è cambiato anche il mercato foto-giornalistico, dopo l’orgia del “siamo tutti fotografi”,  ora si registra un ritorno alla ricerca della qualità, con un mercato distributivo completamente trasformato e quindi stabilizzato su regole completamente diverse da leggere in termini globali e non più esclusivamente locali. Oggi ci si muove su piattaforme internazionali, tenendo ben presente la particolarità di una realtà territoriale molto forte e serbatoio inesauribile  di notizie a carattere nazionale e internazionale. Molte realtà si sono organizzate in co-working per ragioni di costi, ma anche di circuitazione delle notizie, ovviamente non di quelle esclusive, che continuano ad essere ancora le più appetibili e ricercate. Presso la Fondazione Foqus, si è costituito di fatto Il Distretto Foto-Giornalistico Napoletano, formato dalla Associazione fotografi professionisti KONTROLAB, dalla NewFotoSud, dal fotografo di Repubblica Riccardo Siano e dal fotografo del Cormezzo.  NewFotoSud è composta da Antonio Di Laurenzio, Renato Esposito, Alessandro Garofalo e Sergio Siano. In Kontrolab ci sono invece Roberta Basile, Alfonso di Vincenzo, Carlo Hermann, Mario e Salvatore Laporta.

Non è una storia di famiglie e il foto-giornalismo vivrà fin quando ci saranno giovani curiosi di conoscere e documentare il mondo

Avrete notato che sono ricorrenti alcuni cognomi, cognomi che di fatto sono di famiglie di fotogiornalisti e di fotografi anche di altri settori, forse anche per questo non c’è stato bisogno o esigenza di una scuola fotografica napoletana, forse, perché il mestiere si passava in famiglia, senza bisogno di inviare l’allievo in una bottega.

Carbone, Sansone, Troncone, Ruggieri, Siano, Castanò, , di Laurenzio, Jovane,  Esposito, Laporta, sono i nomi delle famiglie più attive sul mercato fotogiornalistico napoletano, ma anche internazionale, avendo alcuni di  loro lavorato per molti anni con capisaldo come  Reuters, Associated Press, Agence France Presse, GettyImages e i maggiori magazine esteri.

Un ambiente professionale che nel corso degli anni si è evoluto e ha fatto di tutto per portare l’immagine di Napoli nel mondo con la maggiore oggettività possibile, senza scadere nei facili sensazionalismi delle immagini che il mondo editoriale cercava per rinforzare una   rappresentazione della città stereotipata e la maggior parte delle volte denigratoria tout court, ma senza nemmeno le “ruffianerie” tese a nascondere la realtà per renderla più edulcorata. Pronti a denunciare, come nel caso della crisi dei rifiuti (come non si sta vedendo in questo periodo a Roma) ma anche solerti ad esaltare le eccellenze del territorio, (come per la metropolitana più bella del mondo, titolo acquisito dopo una inchiesta fotografica sulle metropolitane nel mondo) Un ambiente professionale duro, ma sempre attento ai rapporti interpersonali e attento alle esigenze di tutti, con un grande spirito di solidarietà e con grandi aperture di genere. Non poche sono state le fotogiornaliste che hanno affrontato questa attività tra le quali Emanuela Esposito (sì, della famiglia sopracitata) Paola Morandino, che non sono piu’ in attività, ma alle quali sono subentrate Sonia Mosca e la già citata Roberta Basile e prima ancora Annalisa Piromallo, Antonietta de Lillo (ora regista cinematografica) e prima ancora Marialba Russo. Il futuro prevede una maggiore presenza femminile in questa attività, oggi si registra, con l’entrata a regime da un po’ di anni del Biennio Specialistico in fotografia dell’Accademia di belle Arti di Napoli, una prevalenza di iscrizioni e tesi di laurea di allieve come Sara Petrachi, Manuela Ricci, Martina Chirico, Imma di Lillo che insieme a Carlo Belardo, Francesco Ferone,  vanno a rinforzare la pattuglia di giovani colleghi anch’essi laureati in fotogiornalismo come Piero Quaranta,  e i pluripremiati Sandro Maddalena e Alessio Paduano, ma anche Ciro Battiloro, che con i suoi reportage sui quartieri di Napoli continua la tradizione di strada partenopea.

Tutti giovani che a differenza del passato hanno di riferimento una scuola, una scuola che pero’ non dimentica la strada e l’apprendimento da dove tutti in passato hanno attinto, costruendo la più formidabile compagine foto-giornalistica di cronaca in Italia.

 

 

Fotogiornalista da 35 anni, collabora con i maggiori quotidiani e periodici italiani. Ha raccontato con le immagini la caduta del muro di Berlino, Albania, Nicaragua, Palestina, Iraq, Libano, Israele, Afghanistan e Kosovo e tutti i maggiori eventi sul suolo nazionale lavorando per agenzie prestigiose come la Reuters e l’ Agence France Presse, Fondatore nel 1991 della agenzia Controluce, oggi è socio fondatore di KONTROLAB Service, una delle piu’ accreditate associazioni fotografi professionisti del panorama editoriale nazionale e internazionale, attiva in tutto il Sud Italia e presente sulla piattaforma GETTY IMAGES. Docente a contratto presso l’Accademia delle Belle Arti di Napoli., ha corsi anche presso la Scuola di Giornalismo dell’ Università Suor Orsola Benincasa e presso l’Istituto ILAS di Napoli. Attualmente oltre alle curatele di mostre fotografiche e l’organizzazione di convegni sulla fotografia è attivo nelle riprese fotografiche inerenti i backstage di importanti mostre d’arte tra le quali gli “Ospiti illustri” di Gallerie d’Italia/Palazzo Zevallos, Leonardo, Picasso, Antonello da Messina, Robert Mapplethorpe “Coreografia per una mostra” al Museo Madre di Napoli, Diario Persiano e Evidence, documentate per l’Istituto Garuzzo per le Arti Visive, rispettivamente alla Castiglia di Saluzzo e Castel Sant’Elmo a Napoli. Cura le rubriche Galleria e Pixel del quotidiano on-line Juorno.it E’ stato tra i vincitori del Nikon Photo Contest International. Ha pubblicato su tutti i maggiori quotidiani e magazines del mondo, ha all’attivo diverse pubblicazioni editoriali collettive e due libri personali, “Chetor Asti? “, dove racconta il desiderio di normalità delle popolazioni afghane in balia delle guerre e “IMMAGINI RITUALI. Penitenza e Passioni: scorci del sud Italia” che esplora le tradizioni della settimana Santa, primo volume di una ricerca sui riti tradizionali dell’Italia meridionale e insulare.

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Cultura

Torino con la sua Art Week si conferma tra le capitali dell’arte in Europa

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Da capitale dell’auto a capitale dell’arte, Torino, una città che si è reinventata e che ora con i suoi eventi, con le sue mostre con sue le art fairs e gli innumerevoli concerti riesce ad attrarre in città  decine di migliaia di persone tra  artisti, collezionisti, galleristi, buyers, appassionati d’arte, turisti e visitatori. Non solo i centri e i musei  istituzionali, palazzo Madama, il GAM i castelli di Rivoli e Rivalta, il museo Egizio e i nuovi centri come Camera, interamente dedicato alla fotografia, ma un offerta imponente di mostre, performance e fiere d’arte che la fa competere con tutte le città che da decenni si propongono offrendo le  più grandi kermesse del settore.

Momenti dell’ìnaugurazione di ARTISSIMA ART FAIR 2019 a Torino ph. Mario Laporta/KONTROLAB

Questa che si sta concludendo, può essere considerata la settimana clou del panorama annuale che Torino offre agli amanti dell’arte, non solo Artissima, considerata una delle fiere d’arte tra le più importanti al mondo che vede gallerie espositrici che vanno dal vicino oriente come Teheran a Beirut, al lontano oriente, come Taipei e Shangai, poi Cape Town, NYC, Londra, Hong Kong Lucerna e Puebla, e ancora Jeddah, Buenos Aires e Pechino, 97espositori nella main section con 20 new entry quest’anno e iniziative in tutta la città, e in contemporanea con altre due iniziative non meno importanti e interessanti come The Others, con gallerie piu’ giovani che quest’anno ha cambiato sede e dalle vecchie carceri si propone all’ex ospedale militare Riberi in corso IV novembre , una struttura in un compound militare tra i più vasti d ‘Italia con splendide palazzine in stile liberty dove tre delle quali accolgono gli spazi espositivi associate a vari site specific in tende da campo militari. Poi c’e’ Paratissima, rivolta direttamente agli artisti che si autogestiscono, dove le gallerie sono  poche e concentrate per lo più al piano terra della grande struttura   dell’ ex Accademia Artiglieria di Torino, vicino a Piazza Castello, dove, anche qui,  nei tre piani degli allestimenti si spazia tra scultura, pittura, multimedialità, fotografia, video e espressione artistica attraverso performance e linguaggio del corpo.

Le inaugurazioni si sono susseguite a ritmo ferrato, la settimana si è aperta con la mostra fotografica 100DM   di Tommaso Bonaventura, curata da Elisa Del Prete che ha anche seguito i testi del bel catalogo e delle interviste video che accompagnano la mostra con la ricerca visiva e testimoniale. Insieme al  fotografo hanno incontrato i protagonisti,  berlinesi dell’est,  che appena furono  ad ovest, ricevettero 100 marchi di benvenuto. Gli autori hanno indagato su come fossero stati spesi o utilizzati questi marchi donati dalla amministrazione comunale di Berlino Ovest, interessante capire le destinazioni d’uso, come acquisti di walkman, alberi di Natale, cassette di attrezzi, biglietti per concerti, in tutti i casi beni, non di prima utilità, perché come

Momenti dell’ìnaugurazione della mostra T30 di Paolo Grassino curata da Alessandro Demma e realizzata con Davide Paludetto Arte Contemporanea e Istituto Garuzzo per le Arti Visive ph. Mario Laporta/KONTROLAB

spiega  la direttrice del museo del risparmio di Torino Giovanna Paladino, durante la presentazione della mostra,  i soldi donati  hanno destinazioni diverse tese spesso all’acquisto di beni non necessari rispetto a quelli guadagnati che vengono usati per gli acquisti dei beni primari. La mostra è allestita da CAMERA, oramai centro pulsante della fotografia in Italia dove si può ammirare in questo periodo anche una vastissima esposizione  su uno dei padri della fotografia mondiale, Man Ray  un viaggio nel lavoro del fotografo con WO/Man Ray le “seduzioni della fotografia”,  oltre 200 fotografie che si possono ammirare nei saloni del centro italiano per la fotografia.

E’ invece scultura con l’utilizzo di multi materiali la mostra inaugurata mercoledì 30  da Paolo Grassino, geniale e raffinato artista, presso Palazzo Saluzzo Paesana, nel centro di Torino in collaborazione con  Davide Paludetto Arte Contemporanea e con l’Istituto Garuzzo per le Arti Visive.

Eccellenze artistiche in una città sempre più votata all’arte in un mix di professionalità italiane proprio dove vennero girate indimenticabili scene di un film cult come The Italian Job che non casualmente proprio in questi giorni vede la sua celebrazione nel 50enario dalla sua uscita, nel mezzo di questa settimana d’arte 2019.

 

 

 

 

 

 

 

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Cultura

“Les Uns et Les autres, a recomposed Bolero”, la mostra curata da Antonio Maiorino Marrazzo porta a Torino

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Viviamo la nostra esistenza in confini ben delineati che cerchiamo quotidianamente di travalicare, perché la parola confine, di per sé, ci fa pensare alla chiusura: mentale, fisica, ideologica.

La storia è stata, ed è, una fedele cronista di barriere superate o in procinto di esserlo. Muri reali ed astratti vengono costruiti ed abbattuti ciclicamente, in un continuo smarrimento di persone, cambiamenti attraverso i quali non sempre si può tornare indietro.
“Les Uns et Les autres, a recorded Bolero” è una mostra – presente nella manifestazione artistica torinese “The Others”, dal 31 ottobre al 3 novembre, a cura di Antonio Maiorino Marrazzo – che ha la fortuna di avere fotografie di Mario Laporta, Pier Paolo Patti e Massimo Pastore che questi confini, nel tempo, ce li hanno raccontati, delineati, illustrati nel momento in cui venivano distrutti.
Distruggere un muro, un’ideologia sbagliata è qualcosa di liberatorio, un atto di cancellazione di quello che è stato, in attesa di quello che sarà. Il futuro, però, non sempre è quello che ci si aspetta perché bisogna fare i conti con l’egoismo dell’umanità, con la non curanza, l’ egocentrismo malato che si è sviluppato nel tempo. Crolla il muro di Berlino, la Russia decade come potenza mondiale, Lampedusa diventa frontiera di speranze, confini ancora da scavalcare, in attesa del buio. È realmente cambiato qualcosa? Probabilmente sì, forse no. I lavori dei tre fotografi ci raccontano alcuni momenti, le inquietudini, la solitudine, la rinascita, l’attesa di una parte di umanità. Ci raccontano le emozioni di un momento: terminato per alcuni, infinito per altri. Andrea Tarantino, in più, amalgama il discorso con la sua musica, che diventa colonna sonora di nostalgie, speranze,  momenti vissuti ancora vivi.
La distruzione, così come la ricostruzione, non sempre porta all’evoluzione; ma questa cosa non riusciremmo mai a capirla, fin quando non la vivremo, perché abbiamo bisogno di confini da delineare e altri da travalicare.
È la vita, è la storia, siamo noi e lo saremo per sempre.

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Oltre la soglia, Paolo Ranzani in mostra a Matera 2019 racconta il laboratorio teatrale nel carcere di Saluzzo

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Paolo Ranzani, “fotografo di persone, non di moltitudini: di individui” come lo definisce Vittorio Fallettiè tra gli autori di “Coscienza dell’Uomo”,allestimenti esposti al MAT19su progetto di Francesco Mazza e Maurizio Rebuzzini, che esulano dai parametri consueti di “opera d’autore” e provano invece con tensione e a diverse latitudini a riconnettere le opportunità dei grandi eventi culturali secondo coordinate di parametri nobili, puntando verso un corale racconto sull’interpretazioni della vita, contributi “meridiani” in forma fotografica mai astratti, asettici o sterili. Ranzani interpreta il senso globale dei due ideatori  osservare, piuttosto di giudicare, pensare, invece di credere. “Oltre la Soglia” il suo lavoro fotografico pubblicato in un libro   sarà in mostra dal 8 al 25 novembre a Matera. Il progetto di Paolo Ranzani si anima in carcere, grazie ad un Laboratorio di teatro e allo sforzo collettivo di quanti lavorano ogni giorno con professionalità all’interno della struttura, la Direttrice della casa Circondariale di Saluzzo, in provincia di Torino, Marta Costantino e Grazia Isoardi responsabile del Laboratorio Teatro in carcere, Koji Miyazaki e Fabio Ferrero, coreografi e insegnanti di danza che hanno lavorato al copione e alla regia. Poi ci sono loro, i 17 detenuti per reati cosiddetti ordinari che offrono all’obiettivo di Ranzani il senso di una sua personale liberazione, anche dagli stereotipi dell’estetica di quelli “fuori”, di lui Vittorio Falletti stigmatizza con ironia: “Ci vuole coraggio a passare dalle modelle e dai V.I.P. al carcere”. Ciò che forse ha rapito Ranzani, come accade a quasi tutti quelli che lavorano con coscienza in attività all’interno e per gli istituti di reclusione è il totale stravolgimento dellostill life, dimensione artistica che pur non amata da Ranzani, si ritrova invece a scovare nella quotidianità del carcere nel riprendere corpi e vite in movimento. Un “tumulto espressivo”, come ha scritto Luigi Lo Cascio nella prefazione al volume che nasce dal lavoro fotografico di Ranzani, “La Soglia”. Il risultato finale è un teatro della “necessità”, perché non superfluo, né superficiale. Un teatro della carne, non della chiacchiera, in grado di mettere in discussione l’attore quanto lo spettatore. Luigi Lo Cascio ha posto nel suo scritto pieno di suggestioni l’accento sul “Noi “di fuori”, sul senso delle rappresentazioni teatrali in generale mediamente “recluse” nello spazio ordinario di una cerimonia vuota, l’ossimoro a cui fa riferimento Lo Cascio è che invece nel testo nato dal lavoro fotografico partecipante di Ranzani, i detenuti, a partire dalla loro condizione di segregazione, ritrovano l’essenza dell’atto teatrale, che è la gioia del corpo che eccede le forme. Riconsegnando all’arte la sua implicita virtù rivoluzionaria. Il teatro dei detenuti ma anche delle guardie carcerarie curiose ed attente nel loro ruolo “personificato” non vuole essere un terreno di dimostrazione di abilità, ma un luogo dove le persone sono riuscite a narrare una relazione, mettendo in gioco le emozioni e il bisogno urgente in ognuno di esprimerle. La prigionia mortifica la dimensione dei corpi, anestetizza la tentazione e un laboratorio di teatro risorge come movimento a recuperare e riconoscere tutte le parti di sé, recluse ed immaginate.  “Spesso si è portati a pensare che dentro un carcere la vita somigli a quella che si svolge fuori – ci spiega Paolo Ranzani – ma la realtà è molto diversa. Non solo per l’enorme numero di regole che inevitabilmente governano l’istituto, dal mangiare al passeggiare, al fare una doccia, fino all’incontro con le persone a cui si vuol bene, tutto è scandito da orari e riti molto precisi, quanto – prosegue –  per un altro tipo di limitazione, più intensa e più pervasiva che è la costrizione dei gesti, dei movimenti, delle parole, una costrizione che permea fino all’ultimo secondo della quotidianità e che spesso finisce per trasformarsi in una forma di auto-censura. In carcere non si può gridare, non si può litigare, si discute senza alzare la voce, non ci si può lasciare andare. Indossare una maschera, recitare una parte è spesso l’unico modo di sopravvivere e di gestire i rapporti con i propri compagni e con l’istituzione nella staticità dei movimenti e nella rigidità dei corpi”. Il Laboratorio Teatrale, si coglie dalle parole e dalle immagini di Ranzani, è stato sicuramente occasione di forte rottura rispetto a questa staticità. “Per molti dei detenuti, conclude il fotografo, ha rappresentato una spinta straordinaria nello sviluppare forme autentiche di comunicazione e di espressione.” Sono tutti arrivati alla fine del loro percorso di pena, tante storie forti, tra loroBakkary Berte, presente nella foto di copertina, che sarà presente al Mat19 a Matera con l’autore, oggi è sposato e padre lavora ancora in Italia, adottato da Amnesty, si è aggrappato a quella seconda possibilità che faticosamente cerca di ri-intercettare ogni atto di riconoscimento e di vero lavoro sull’individuo. Questo libro vuole rappresentare una testimonianza di questa scommessa, insieme al tentativo di mostrare, per quanto possibile, lo sforzo collettivo di quanti, lavorano ogni giorno e in silenzio con professionalità,passione e intelligenza a questa ricerca di autenticità.

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