Collegati con noi

Cultura

La fotografia incontra i territori campani nella rassegna Paesaggi in movimento

Pubblicato

del

Il paesaggio è qualcosa che ci appartiene: da piccoli lo scarabocchiamo tra le minuscole strisce di cielo azzurro, il sole pallido appeso alle montagne abbozzate, gli alberi con le radici mozzate; da grande accompagna la nostra vita, le nostre scelte, le nostre incertezze e le sicurezze.

Non voglio cadere nella retorica ma raccontare uno stato d’animo collettivo.

Ripartire dopo questi mesi confusi e altalenanti dal paesaggio, da qualcosa che ci appartiene, significa ripartire da noi stessi. “Paesaggi in movimento” è un’iniziativa culturale, sociale ed artistica che mette insieme la riscoperta di certe origini e lo scambio vitale che esiste tra l’arte e l’ambiente circostante.

A ricordarcelo saranno i tanti artisti coinvolti, invitati a risiedere sul campo, a fondersi e mescolarsi con le vite degli altri e gli sfondi, le abitudini degli altri, e i quattro luoghi adibiti a questa riscoperta: Rotondi, Buonalbergo, Sarno e Massa Lubrense. Realtà campane che raccontano con vigore radici che non si sono mai spezzate, che hanno resistito, in parte, al tempo moderno, frenetico e sfuggente; che non hanno mai perso il contatto con le proprie tradizioni agricole, sociali, collettive. Esistono realtà, non molto lontane da noi, che vivono di silenzi e di rumori in lontananza, di storia arroccata sulle colline, di macchine che tritano l’erba, di tenerezza e frutti appena raccolti.

Se penso ad un paesaggio in movimento penso al ricordo delle mani immerse nel terreno, con le dita che incontrano un humus fresco, familiare e sconosciuto; penso alle molteplici sfumature e chiavi di lettura raccontate nei “Paesaggi” di John Berger.

Il concetto di paesaggio in movimento è un delicato ossimoro che apre la mente ad orizzonti vicini e vita quotidiana: abbiamo bisogno di semplicità e di chi può riuscire a raccontarcela, di riscoperta dei luoghi che ci attraversano. L’intuizione di Mario Laporta e Maria Savarese, curatori del progetto insieme alla direzione di Ciro Delfino, il lavoro svolto dagli artisti e dai fotografi, ci ricordano, ancora una volta, di quanto l’arte possa diventare il mezzo di comunicazione più efficace per raccontare in maniera universale il particolare; di quanto un artificio possa immortalare la realtà verace e primitiva senza filtri o intralci, se vi è la giusta apertura di menti e di sguardi.

Si inizia il 27 Giugno, a Rotondi, con la prima iniziativa “La fotografia incontra i territori”, un titolo semplice, che vuole arrivare diretto a coloro che vi parteciperanno: non ci saranno fuochi d’artificio e frasi ad effetto ad attenderci, ci sarà in mostra l’obiettivo fotografico e la comunità. Ci sarà il racconto di un incontro naturale, spontaneo, generato dalla curiosità e dalla meraviglia, dalla tradizione e dall’innovazione; ci sarà il lavoro di chi crede che per conoscere se stessi bisogna abitare, per un attimo, nelle vite degli altri.

A Rotondi vedremo i lavori di Cristina Cusani, Valentina De Rosa e Manuela Ricci, realizzati durante le residenze poi il 18 Luglio a Buonalbergo, sarà la volta di Serena Petricelli, Calire Power e Ilaria Sagaria, tutte le fotografe in residenza sono state seguite da tutor d’eccezione, Lucia Patalano, Shobha Battaglia, Francesco Cito, Gianni Fiorito, Angelo Turetta e Pietro Masturzo. In tutte e due le date, verranno proiettate oltre 200 foto di numerosi autori/fotografi nazionali e internazionali: Ilaria Abbiento, Roberta Basile, Ciro Battiloro, Antonio Biasiucci, Alessio Buccafusca, Cinzia Camela, Anna Caruso, Antonietta De Lillo, Yvonne De Rosa, Gianni Fiorito, Stefano Fittipaldi, Giovanni Gaggia, Antonio Gibotta, Carlo Hermann, Oreste Lanzetta, Salvatore Laporta, Barbara Jodice, Giovanni Izzo, Pietro Masturzo, Luisa Menazzi Moretti, Jean Merhi, Alessio Paduano, Massimo Pastore, Luciano Romano, Ugo Pons Salabelle, Mario Spada, Fabrizio Villa, Archivio Riccardo Carbone, Archivio Controluce, Archivio Sergio Castellano, Archivio Luciano D’Alessandro, Archivio Parisio, Archivio PhotoSud, Archivio PressPhoto, gli allievi del Biennio Specialistico di Fotografia dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, gli allievi del Centro Fotografia Indipendente, l’Istituto ILAS di Napoli, Magazzini Fotografici, Anna Santonicola per Galleria PrimoPiano, gli autori di Kromia.net (S. Lovejoy, A. Mileti, M. Modir, N. Pascarel, R. Simoni) e ancora, mostre come “La fotografia ripercorre i temi di Fergola” (Pietro Masturzo, Stefano Cerio, Pep Bonet, Marco Zanta, Kadir Van Louhizen, Yuri Kozyrev e Mario Laporta).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Advertisement

Cultura

Premio Dorso 2026, riconoscimento alla Fondazione Ente Ville Vesuviane

Alla Fondazione Ente Ville Vesuviane è stata assegnata la Targa di rappresentanza del Presidente della Repubblica nell’ambito del Premio Guido Dorso 2026. Il presidente Gennaro Miranda e il direttore generale Roberto Chianese sottolineano il lavoro per la valorizzazione del Miglio d’Oro e il rapporto con le comunità. La cerimonia dell’8 ottobre al Senato ha riunito i premiati delle diverse sezioni.

Pubblicato

del

La Fondazione Ente Ville Vesuviane è tra le istituzioni protagoniste della 47ª edizione del Premio Guido Dorso. Alla Fondazione, presieduta da Gennaro Miranda e diretta da Roberto Chianese, è stata assegnata la Targa di rappresentanza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, destinata a un’istituzione che opera per il Mezzogiorno.

La cerimonia dell’8 ottobre, nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, al Senato, ha riunito personalità delle istituzioni, della cultura, della ricerca e dell’impegno sociale. Per le Ville Vesuviane, il riconoscimento porta all’attenzione nazionale il percorso di tutela e valorizzazione del patrimonio del Miglio d’Oro.

Miranda: il premio riconosce il lavoro degli ultimi tre anni

Il presidente Gennaro Miranda, commentando l’assegnazione, ha sottolineato il legame tra il riconoscimento e le attività della Fondazione.

«Il Premio Guido Dorso è il giusto riconoscimento per lo straordinario lavoro svolto in questi ultimi tre anni», ha dichiarato Miranda, richiamando l’impegno per la valorizzazione e la promozione del territorio del Miglio d’Oro e dell’intero sistema delle Ville Vesuviane.

Restauri, mostre, spettacoli e collaborazioni istituzionali costituiscono i diversi ambiti di questo percorso. Alla conservazione delle dimore storiche si affianca una programmazione che punta ad ampliare la conoscenza dei luoghi e le occasioni per frequentarli.

Chianese: Ville più accessibili e vicine alle comunità

Il direttore generale Roberto Chianese ha posto l’accento sulla partecipazione e sulla continuità del lavoro.

«Il nostro impegno è rendere le Ville sempre più accessibili e frequentate», ha dichiarato Chianese, indicando nel rapporto con le comunità, le scuole e le realtà culturali del territorio una componente centrale della strategia della Fondazione.

Nelle dichiarazioni diffuse in occasione dell’annuncio del premio, il direttore generale ha inoltre sottolineato la necessità di accompagnare la conservazione del patrimonio con una programmazione capace di favorire conoscenza, partecipazione e opportunità per il Miglio d’Oro.

Fondazione Ente Ville Vesuviane. Gennaro Miranda (sx) e Roberto Chianese, rispettivamente presidente e direttore generale

Il patrimonio vesuviano tra tutela e produzione culturale

Il comunicato della Fondazione richiama gli interventi di restauro e conservazione che negli ultimi tre anni hanno interessato Villa delle Ginestre, Villa Favorita e Villa Ruggiero.

Accanto ai cantieri, il programma culturale comprende la mostra “Dall’uovo alle mele”, realizzata in collaborazione con il Parco Archeologico di Ercolano, e il Festival delle Ville Vesuviane, che ha ospitato anche la musica del Teatro di San Carlo.

A Villa delle Ginestre, il rapporto con Giacomo Leopardi continua a orientare le iniziative di valorizzazione, attraverso le Celebrazioni Leopardiane e il Premio La Ginestra. Sul versante europeo, il progetto Green Craft collega l’attività della Fondazione alla promozione di pratiche sostenibili nell’artigianato artistico e nelle imprese culturali e creative.

Sono attività che affiancano alla tutela degli edifici la costruzione di un’offerta culturale rivolta al pubblico e al territorio.

Premio Dorso. Tutti i premiati

Tutti i riconoscimenti del Premio Dorso 2026

La 47ª edizione ha premiato, per la sezione istituzioni, Salvatore Luongo, comandante generale dell’Arma dei Carabinieri; per la cultura, il regista e scrittore Roberto Andò; per l’università, Danilo Ercolini, direttore del Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II; per la ricerca, l’economista Daniele Archibugi.

Il premio per l’imprenditoria privata è stato assegnato a Filippo Liverini, presidente di Mangimi Liverini, mentre per il terzo settore è stato riconosciuto l’impegno di padre Eraldo Cacchione, della realtà di Santa Maria della Speranza a Scampia.

Per la sezione ordinaria è stata premiata Chiara Mulè, autrice di una tesi di dottorato all’Università del Sannio sulle piattaforme teranostiche basate sulla fotonica per approcci locoregionali nel cancro.

Il riconoscimento della sezione internazionale è andato a Claudio Tesauro, presidente di Save the Children Italia. Per la sezione Mediterraneo, premiati l’Istituto per gli studi di politica internazionale, presieduto da Mariangela Zappia, e la Fondazione Cotec, presieduta da Fabiola Gianotti.

Il Mezzogiorno al centro della cerimonia al Senato

Promosso dall’Associazione Internazionale Guido Dorso, presieduta da Nicola Squitieri, il premio segnala dal 1970 giovani studiosi e personalità che contribuiscono allo sviluppo e al progresso del Mezzogiorno. L’iniziativa è patrocinata dal Senato della Repubblica, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e dall’Università Federico II.

La Targa alla Fondazione Ente Ville Vesuviane inserisce in questo quadro il lavoro sul patrimonio storico e paesaggistico vesuviano, riconoscendo il ruolo di un’istituzione impegnata a conservarlo e a promuoverne la conoscenza.

Continua a leggere

Cultura

Nobel 2026, Carson e Pillay: due donne e una lezione di geopolitica

Nel suo commento, Angelo Turco interpreta i Nobel 2026 ad Anne Carson e Navi Pillay attraverso la geopolitica mediale. Le biografie delle premiate e le loro appartenenze geografiche diventano il punto di partenza per una riflessione sulla libertà intellettuale, sulla dignità delle donne e sul valore del diritto internazionale rispetto alla politica di potenza.

Pubblicato

del

Due donne. Una canadese che vive in Islanda, una sudafricana che ha combattuto l’apartheid ed è diventata una delle figure più autorevoli della giustizia internazionale. Due premi Nobel, quello per la Letteratura e quello per la Pace, assegnati a ventiquattr’ore di distanza, l’8 e il 9 ottobre 2026. Due storie diversissime, che sembrano tuttavia convergere in una medesima direzione: la riaffermazione della libertà intellettuale, della dignità umana e della forza del diritto contro la prepotenza del potere.

Naturalmente, i Nobel non vengono assegnati per dare lezioni a Donald Trump. Sarebbe ingenuo ridurre a una polemica contingente decisioni maturate attraverso procedure complesse, autonome e riservate. Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare che, una volta annunciate, queste decisioni entrano nella scena pubblica mondiale, acquistano significati che eccedono le motivazioni ufficiali e diventano atti di comunicazione politica.

È precisamente qui che interviene la “geopolitica mediale”: non per attribuire ai giurati intenzioni politiche indimostrate, ma per comprendere come un riconoscimento culturale o morale diventi un evento capace di riorganizzare simbolicamente le gerarchie del mondo. E quest’anno, bisogna riconoscerlo, la doppietta è formidabile.

Anne Carson: il Canada, l’Islanda e la libertà della letteratura

La prima protagonista è Anne Carson, nata a Toronto nel 1950, poetessa, saggista, traduttrice, studiosa del mondo classico. L’Accademia svedese le attribuisce il Nobel per un’opera audace e inventiva, capace di costruire nuove forme letterarie attraverso un dialogo giocoso con la tradizione classica. Un riconoscimento che premia non soltanto una grande scrittrice, ma una particolare idea di letteratura: quella che attraversa i generi, infrange le convenzioni, mescola poesia e prosa, antico e contemporaneo, riflessione intellettuale e sperimentazione estetica. La geografia di Carson è già, in sé, un piccolo manifesto culturale. Canadese di nascita, islandese anche per cittadinanza dal 2022, vive tra appartenenze che non si escludono. Quando le è stata comunicata la vittoria, si trovava in Islanda, dove, secondo il racconto dell’Accademia, stava “ascoltando il vento”. Una scena quasi letteraria, tanto più suggestiva perché autentica. A una giornalista che le chiede qualcosa sul ruolo della poesia nel mondo contemporaneo risponde, ironica e tagliente: funziona più della prosa, perché è breve.

Ma perché questa geografia dovrebbe interessarci politicamente?

Anzitutto per il Canada. Un Paese che Trump ha ripetutamente trattato come una sorta di appendice degli Stati Uniti, arrivando a evocarne l’assorbimento come cinquantunesimo Stato americano. Una retorica imperiale che svaluta la sovranità del vicino e pretende di trasformare la prossimità geografica in subordinazione politica. Ebbene, ecco che proprio dal Canada arriva una delle voci più originali della letteratura contemporanea, premiata non per la sua potenza economica o militare, ma per la capacità di reinventare il linguaggio. Il primo ministro Mark Carney ha salutato il riconoscimento come motivo di orgoglio nazionale. Non è difficile cogliere il contrasto tra due modi di intendere la grandezza di un Paese: quello fondato sulla dominazione e quello fondato sulla produzione culturale.

Poi c’è l’Islanda, anch’essa offesa dalla protervia di Trump che ne reclama l’annessione. Piccolo Stato insulare dell’Atlantico settentrionale, geograficamente periferico rispetto ai grandi centri del potere mondiale, e tuttavia capace di esercitare una presenza culturale e diplomatica che supera enormemente il suo peso demografico. L’Islanda di Carson non è un rifugio fuori dal mondo: è un altro modo di abitare il mondo.

Qui affiora una questione propriamente geografica. L’identità non coincide necessariamente con un territorio esclusivo, né la cultura deve organizzarsi secondo la gerarchia centro-periferia. La scrittrice canadese che ascolta il vento islandese mentre Stoccolma le assegna il Nobel incarna una territorialità plurale, una circolazione transcalare di esperienze, lingue, memorie.

E infine, naturalmente, il fatto che Carson sia una donna. Non perché una donna debba essere premiata in quanto tale, ma perché il riconoscimento assume una particolare risonanza in un’epoca segnata dalla riabilitazione pubblica di atteggiamenti misogini, dalla delegittimazione delle competenze femminili e dalla spettacolarizzazione trumpiana della virilità come attributo del comando.

La letteratura di Carson non oppone a questa cultura una contropropaganda. Fa qualcosa di più radicale: mostra quanto siano anguste le categorie attraverso cui il potere pretende di ordinare il mondo.

Navi Pillay: dall’apartheid alla giustizia universale

Se il Nobel per la Letteratura produce un messaggio politico soprattutto attraverso le sue risonanze simboliche, quello per la Pace possiede una forza assai più diretta.

La premiata è Navanethem Pillay, universalmente conosciuta come Navi Pillay. Nata a Durban nel 1941, in una famiglia sudafricana di origine tamil, ha attraversato personalmente l’esperienza dell’apartheid. Non da osservatrice, ma da appartenente a una popolazione discriminata dal sistema di segregazione razziale. Avvocata dei perseguitati politici, impegnata nella difesa di Nelson Mandela e di altri oppositori del regime, Pillay è diventata nel 1995 la prima donna non bianca nominata giudice dell’Alta Corte sudafricana. Successivamente ha operato nel Tribunale penale internazionale per il Ruanda, nella Corte penale internazionale e, dal 2008 al 2014, come Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Ha inoltre presieduto, fino al 2025, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’ONU sui Territori palestinesi occupati.

È difficile immaginare una biografia più eloquente per il nostro tempo.

La prima lezione riguarda proprio il Sudafrica. Nell’universo narrativo trumpiano, alimentato anche da Elon Musk, il Paese è stato frequentemente rappresentato attraverso il tema della presunta persecuzione dei bianchi, con particolare attenzione agli afrikaner. Una narrazione che seleziona episodi, conflitti e paure contemporanee per costruire un’immagine rovesciata della vicenda sudafricana. Il Nobel a Pillay riporta al centro la profondità storica che questa rappresentazione tende a cancellare. Ricorda chi abbia istituzionalizzato la discriminazione razziale, chi ne abbia subito la violenza, chi abbia combattuto per superarla. Non significa negare i problemi del Sudafrica contemporaneo, le sue disuguaglianze, le violenze o le tensioni intercomunitarie. Significa rifiutare che tali problemi siano utilizzati per riscrivere retroattivamente la storia dell’apartheid, confondendo oppressori e oppressi.

C’è poi una seconda dimensione, ancora più esplosiva: la Palestina.

Il Sudafrica è il Paese che ha promosso davanti alla Corte internazionale di giustizia il procedimento contro Israele, accusandolo di violazione della Convenzione sul genocidio nella Striscia di Gaza. È una vicenda distinta dal lavoro svolto da Pillay, che ha presieduto una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite. Quest’ultima ha concluso nel 2025 che Israele aveva commesso genocidio a Gaza: una conclusione contestata dal governo israeliano, che non equivale a una sentenza definitiva della Corte internazionale di giustizia.

Questa distinzione istituzionale è fondamentale. Ma non diminuisce affatto il significato politico della scelta norvegese. Anzi, lo rende più preciso. Il Comitato Nobel ha premiato una giurista che ha contribuito a consolidare gli strumenti internazionali di accertamento e perseguimento dei crimini di guerra, dei crimini contro l’umanità e del genocidio. Una donna che ha difeso l’idea secondo cui nessuno Stato, nessun governo, nessun esercito dovrebbe collocarsi al di sopra del diritto.

Il messaggio acquista un’evidenza straordinaria nell’attuale contesto mediorientale. La coppia Trump-Netanyahu ha fatto della contestazione, della delegittimazione o dell’aggiramento delle istituzioni internazionali un tratto ricorrente della propria azione politica. Le sanzioni statunitensi contro esponenti della giustizia penale internazionale rappresentano un’espressione particolarmente grave di questa dinamica. Ecco dunque la forza del Nobel: mentre la politica di potenza tenta di stabilire chi possa essere giudicato e chi debba rimanere immune, Oslo riconosce una donna che ha dedicato la propria vita all’universalità della giurisdizione e dei diritti.

Non è poco. È una dichiarazione di principio sul significato stesso della civiltà giuridica.

La doppietta Nobel: quando la geografia diventa geopolitica mediale

Arriviamo così al significato complessivo di questi due riconoscimenti. Che non risiede semplicemente nell’identità delle premiate, ma nella geografia che esse disegnano e nel sistema di opposizioni che questa geografia rende visibile.

Canada, Islanda, Sudafrica. Tre Paesi diversissimi, collocati su tre continenti, che assumono un’improvvisa centralità nella scena pubblica mondiale. Nessuno di essi appartiene al nucleo delle grandi potenze che pretendono di governare il pianeta attraverso la forza. E tuttavia, per qualche giorno, sono proprio questi territori a produrre un’immagine alternativa dell’ordine mondiale.

La transcalarità dell’evento è evidente. Due biografie individuali vengono riconosciute da istituzioni europee, rilanciate dai media internazionali, reinterpretate nelle controversie geopolitiche globali. La vicenda personale diventa rappresentazione collettiva; la rappresentazione collettiva diventa presa di posizione nel conflitto sui valori.

La prima operazione mediale riguarda il genere. Due donne conquistano due riconoscimenti di enorme prestigio in un mondo politico nel quale la mascolinità aggressiva è tornata a essere esibita come garanzia di comando. Non è una semplice contrapposizione tra uomini e donne. È il confronto tra due grammatiche del potere: quella che si impone attraverso la prepotenza e quella che costruisce autorevolezza attraverso il sapere, la creazione e la giustizia.

La seconda operazione riguarda la geografia delle appartenenze. Carson è canadese e islandese; Pillay è sudafricana di origine indiana, formatasi nella lotta contro l’apartheid e approdata alle maggiori istituzioni giuridiche internazionali. Entrambe rendono problematica l’idea di un’identità nazionale chiusa, omogenea, autosufficiente.

La terza operazione è la più importante: la difesa della verità storica e del diritto contro la manipolazione politica della realtà. Qui la figura di Pillay assume una forza particolare. Il suo Nobel interviene mentre la narrazione trumpiana del Sudafrica continua a rappresentare gli afrikaner come vittime di una persecuzione sistematica, nonostante l’assenza di prove di un genocidio dei bianchi. La stessa amministrazione americana ha costruito su questa rappresentazione una politica selettiva di accoglienza dei rifugiati sudafricani, mentre restringeva drasticamente l’accesso ad altre popolazioni in fuga. Il riconoscimento a Pillay produce allora un effetto di contro-narrazione. Non attraverso uno slogan, ma attraverso una biografia che testimonia la realtà storica dell’apartheid e l’emancipazione politica di coloro che lo hanno combattuto.

Analogamente, sul versante palestinese, il Nobel afferma che la giustizia internazionale non può essere subordinata alle convenienze strategiche delle grandi potenze. Non stabilisce una sentenza sulla guerra di Gaza, ma riconosce il valore di chi ha contribuito a documentarne le violazioni e a sottoporle agli strumenti del diritto.

Ed è significativo che Pillay abbia appreso del premio proprio a Norimberga, luogo simbolico della nascita della giustizia penale internazionale contemporanea. Una coincidenza geografica di eccezionale potenza evocativa: Norimberga, l’apartheid, il Ruanda, Gaza. Luoghi e vicende differenti, collegati dal tentativo di affermare che i crimini più gravi non possono essere sottratti al giudizio soltanto perché commessi da chi detiene il potere.

La stessa Pillay, con una battuta folgorante, ha evocato Trump: se il pubblico avesse applaudito ancora più forte, avrebbe forse condiviso con lui il premio. Un’ironia che acquista particolare sapore alla luce delle note aspirazioni del presidente americano al Nobel per la Pace.

Ma la geopolitica mediale ci invita a guardare ancora più in profondità. Il Nobel è un dispositivo di consacrazione simbolica. Non dispone di eserciti, non impone sanzioni, non modifica direttamente i rapporti di forza. Possiede tuttavia una risorsa che nessuna potenza militare può produrre automaticamente: la legittimazione pubblica. È questa risorsa che oggi viene mobilitata. Da Stoccolma e da Oslo, due istituzioni autonome hanno proiettato sulla scena mondiale figure che incarnano valori difficilmente conciliabili con l’unilateralismo, il suprematismo e la subordinazione del diritto alla forza.

Non sappiamo quanto questi messaggi riusciranno a modificare i comportamenti politici. Sarebbe eccessivo attribuire loro una capacità immediata di trasformazione. Ma la loro efficacia mediale è già inscritta nella circolazione planetaria dell’evento, nelle controversie che suscita, nei significati che rende disponibili alla discussione pubblica.

In un’epoca di iperdiscorsivizzazione, nella quale la propaganda tenta continuamente di sostituire la verità con la ripetizione, la consacrazione internazionale di una scrittrice libera e di una giurista indipendente costituisce un gesto di notevole rilevanza. Ecco perché questa doppietta Nobel merita di essere letta non come una curiosità del calendario culturale, ma come un episodio di geopolitica mediale. Il mondo non coincide con la Casa Bianca. La storia non comincia con Trump. La giustizia non termina dove cominciano gli interessi di Netanyahu. E la dignità delle donne non dipende dal riconoscimento di uomini che confondono la forza con l’autorità.

Chapeau a Stoccolma e a Oslo. Perché, senza bisogno di proclami, hanno offerto al mondo una grande lezione di fermezza nella difesa della libertà intellettuale, della verità storica e del diritto. E hanno ricordato che, anche nei tempi più oscuri della politica di potenza, esiste una geografia della dignità umana che nessun confine, nessun esercito e nessun presidente può cancellare.

 

Continua a leggere

Cultura

Ville Vesuviane, il rilancio della Fondazione vale il Premio Dorso

La Fondazione Ente Ville Vesuviane riceverà l’8 ottobre 2026 la Targa di rappresentanza del Presidente della Repubblica nell’ambito del Premio Guido Dorso. Il riconoscimento testimonia il percorso di rilancio guidato dal presidente Gennaro Miranda e dal direttore generale Roberto Chianese: restauri, mostre, Festival, iniziative leopardiane e progetto europeo GreenCraft rafforzano il rapporto tra patrimonio, cultura e territorio.

Pubblicato

del

Restauri, mostre, spettacoli e progetti europei: il rilancio della Fondazione Ente Ville Vesuviane si misura nella capacità di restituire al territorio il suo patrimonio e di renderlo protagonista della vita culturale. La Targa di rappresentanza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che sarà consegnata domani, giovedì 8 ottobre, nell’ambito della 47ª edizione del Premio Guido Dorso, rappresenta una nuova testimonianza di questo percorso.

Nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, al Senato, il riconoscimento porterà all’attenzione nazionale il lavoro della Fondazione presieduta da Gennaro Miranda, con Roberto Chianese alla direzione generale.

Il significato del premio si comprende guardando alle attività degli ultimi tre anni: interventi conservativi, collaborazioni istituzionali, esposizioni e appuntamenti che stanno rafforzando il rapporto tra le Ville Vesuviane, le comunità e il pubblico. Una strategia nella quale il recupero degli edifici si accompagna alla costruzione di nuove occasioni per visitarli e viverli.

Un patrimonio che torna al centro della vita culturale

Le Ville Vesuviane raccontano una parte fondamentale della storia del territorio tra Napoli e il Vesuvio. La costruzione della reggia di Portici, avviata nel 1738 per volontà di Carlo di Borbone, favorì la nascita delle residenze aristocratiche che ancora oggi caratterizzano il paesaggio.

Il sistema comprende 122 immobili monumentali settecenteschi, distribuiti tra Napoli, San Giorgio a Cremano, Portici, Ercolano e Torre del Greco. All’interno di questo patrimonio, la Fondazione tutela e gestisce direttamente Villa Campolieto, Villa Ruggiero, il Parco sul mare di Villa Favorita e Villa delle Ginestre.

È da questi luoghi che prende forma il rilancio. La conservazione assicura la trasmissione del patrimonio; la programmazione culturale ne amplia la conoscenza e crea ragioni per tornare a frequentarlo.

Fondazione Ente Ville Vesuviane. Nella foto Roberto Chianese (sx) e Gennaro Miranda (dx), direttore generale e presidente

I restauri e la restituzione degli spazi

Gli interventi di restauro e conservazione costituiscono la base del lavoro della Fondazione. Negli ultimi tre anni l’attività ha interessato, tra gli altri luoghi, Villa delle Ginestre, Villa Ruggiero e il complesso della Favorita.

A Villa Campolieto, un intervento recente ha restituito visibilità all’edicola vanvitelliana, attraverso la demolizione delle superfetazioni che ne compromettevano la percezione.

Il recupero permette di leggere meglio l’architettura del monumento e il suo rapporto con lo spazio circostante. È un esempio concreto di come la tutela possa tradursi in una restituzione alla comunità.

Il percorso deve naturalmente rispettare i tempi dei cantieri e le esigenze conservative. Le aperture straordinarie e le iniziative culturali accompagnano questo lavoro, mantenendo vivo il legame con i luoghi anche durante le diverse fasi degli interventi.

Villa Campolieto, dall’archeologia all’arte contemporanea

La programmazione espositiva mostra la capacità delle dimore storiche di accogliere contenuti e linguaggi differenti.

La mostra “Dall’uovo alle mele. La civiltà del cibo e i piaceri della tavola a Ercolano”, promossa insieme al Parco Archeologico di Ercolano, ha portato a Villa Campolieto un percorso sulla cultura alimentare romana. I reperti archeologici, ospitati negli ambienti settecenteschi, hanno collegato due stagioni della storia dello stesso territorio.

Sul versante contemporaneo, “Pietra Viva. Memoria e identità del Vesuvio”, dedicata ad Antonio Carotenuto e curata da Paolo Chiariello, ha proposto un confronto tra scultura, materia vulcanica e memoria dei luoghi.

Organizzata dall’Associazione In Oltre, con la collaborazione della Fondazione, l’esposizione ha ottenuto una proroga rispetto alla chiusura inizialmente prevista per il 18 luglio. Un’esperienza che testimonia l’interesse per progetti contemporanei radicati nell’identità vesuviana e la disponibilità dell’Ente a sostenerne il rapporto con il pubblico.

Il Festival rafforza la rete del Miglio d’Oro

Anche il Festival delle Ville Vesuviane, giunto nel 2026 alla 37ª edizione, contribuisce a rendere riconoscibile questo sistema culturale.

Con la direzione artistica di Bruno Tabacchini, il programma ha intrecciato teatro, musica, danza e mostre. Tra gli appuntamenti, Avion Travel con la Nuova Orchestra Scarlatti, Serena Rossi, iniziative dedicate a Eduardo e alla tradizione degli Scarpetta, spettacoli legati a Leopardi.

La distribuzione degli eventi tra Villa Campolieto, Villa delle Ginestre e altri spazi del territorio rafforza una prospettiva di rete. Il pubblico incontra le dimore attraverso esperienze diverse, mentre la programmazione valorizza il rapporto tra architettura, paesaggio e produzione artistica.

Leopardi e il futuro di Villa delle Ginestre

A Villa delle Ginestre, il legame con Giacomo Leopardi resta al centro del percorso di valorizzazione.

L’apertura straordinaria del 29 giugno 2026, anniversario della nascita del poeta, ha consentito un’anteprima della mostra a lui dedicata, destinata ad accompagnare la riapertura completa della dimora al termine del restauro conservativo.

A questo lavoro si affianca il Premio La Ginestra, che mantiene attivo il rapporto tra il territorio vesuviano, gli studi leopardiani e la cultura letteraria.

Un ulteriore appuntamento è previsto con le Giornate FAI d’autunno del 10 e 11 ottobre, dedicate a Villa Campolieto e Villa delle Ginestre: un’occasione per ampliare la conoscenza del patrimonio e coinvolgere nuovi visitatori.

GreenCraft collega cultura, artigianato e sostenibilità

Il rilancio comprende anche la dimensione europea. GreenCraft, guidato dalla Fondazione, punta a promuovere pratiche sostenibili nella filiera dell’artigianato artistico e delle imprese culturali e creative.

Il progetto richiama tradizioni locali come la lavorazione del corallo di Torre del Greco e il mercato delle pezze di Resina, mettendole in relazione con riuso, formazione e innovazione.

L’obiettivo è collegare il patrimonio alle competenze del territorio, coinvolgendo scuole, artigiani e imprese. Le ricadute economiche richiederanno valutazioni nel tempo, ma il progetto amplia il campo d’azione della Fondazione e il suo rapporto con le attività produttive locali.

Chianese: «Dare continuità al rilancio delle Ville»

«Il riconoscimento del Premio Dorso valorizza un percorso costruito giorno dopo giorno, attraverso restauri, mostre, spettacoli e collaborazioni. Il nostro impegno è rendere le Ville sempre più accessibili e frequentate, rafforzando il rapporto con le comunità, le scuole e le realtà culturali del territorio. La sfida è dare continuità a questo lavoro: alla conservazione del patrimonio deve accompagnarsi una programmazione capace di generare conoscenza, partecipazione e nuove opportunità per il Miglio d’Oro», dichiara il direttore generale della Fondazione Ente Ville Vesuviane, Roberto Chianese.

La continuità è il punto su cui si misurerà il consolidamento di questa stagione: manutenzione, accessibilità e qualità dell’offerta culturale devono sostenersi reciprocamente, affinché ogni iniziativa contribuisca a un rapporto duraturo tra il pubblico e le Ville.

Miranda: «Il giusto riconoscimento al lavoro svolto»

È su questo insieme di attività che si innesta il Premio Guido Dorso.

«Il Premio Guido Dorso è il giusto riconoscimento per lo straordinario lavoro svolto in questi ultimi tre anni dalla Fondazione Ente Ville Vesuviane per la valorizzazione e la promozione del territorio del Miglio d’Oro e dell’intero sistema delle Ville Vesuviane», afferma il presidente Gennaro Miranda.

Promosso dall’Associazione Internazionale Guido Dorso, presieduta da Nicola Squitieri, il premio valorizza dal 1970 studiosi e personalità che contribuiscono allo sviluppo del Mezzogiorno. Tra i destinatari dell’edizione 2026 figurano Salvatore Luongo, Roberto Andò, Danilo Ercolini, Daniele Archibugi e Filippo Liverini.

La consegna della Targa di rappresentanza aggiunge visibilità istituzionale a un percorso già avviato. Il suo valore trova riscontro nei luoghi recuperati, nelle collaborazioni costruite e nelle occasioni di partecipazione: è qui che il rilancio della Fondazione Ente Ville Vesuviane assume una dimensione concreta e può rafforzare il ruolo del Miglio d’Oronell’offerta culturale del Mezzogiorno.

Continua a leggere
errore: Contenuto Protetto