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Cultura

“La Diffamazione” di Enzo Pezzella: intelligenza artificiale e diritto penale alla prova degli algoritmi

Nel volume di Enzo Pezzella, la diffamazione nell’era dell’intelligenza artificiale viene analizzata con rigore giuridico e attenzione ai primi casi concreti. Un capitolo chiave per giuristi e giornalisti.

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Il volume di Enzo Pezzella*, Diffamazione, edito da Utet Giuridica e giunto alla terza edizione (2026), si conferma come uno dei testi di riferimento più autorevoli in materia di reati contro l’onore. Ma è soprattutto il Capitolo XVI – “Diffamazione e intelligenza artificiale” a rappresentare uno dei contributi più attuali, problematici e culturalmente rilevanti dell’intera opera.

Pezzella affronta il tema senza suggestioni tecnologiche né facili entusiasmi, adottando una prospettiva rigorosamente giuridica, antropocentrica e penalmente orientata. L’intelligenza artificiale non viene mai mitizzata: non pensa, non decide, non è soggetto di diritto. Elabora. E proprio per questo, dietro ogni output resta sempre rintracciabile una responsabilità umana.

Il capitolo si muove con ordine, partendo dall’AI generativa e dai chatbot come potenziali strumenti di diffusione di contenuti diffamatori, per arrivare ai casi concreti che hanno già messo in crisi studi legali, tribunali e sistemi informativi. Emblematico il passaggio sulle “allucinazioni giurisprudenziali”, con avvocati che hanno citato sentenze inesistenti generate da chatbot: non un’anomalia folkloristica, ma un segnale strutturale di rischio sistemico per il diritto.

Particolarmente efficace è l’analisi dei primi casi giudiziari internazionali, dal contenzioso New York Times contro Microsoft e OpenAI fino al caso di Mark Walters, accusato falsamente da un sistema di AI di appropriazione indebita. Pezzella mostra come il danno reputazionale prodotto dall’AI non sia un’ipotesi teorica, ma un fatto già accaduto, con conseguenze reali e misurabili.

Sul piano normativo, il capitolo offre una ricostruzione chiara e aggiornata delle fonti sovranazionali e nazionali, dall’AI Act europeo alla legge italiana n. 132 del 23 settembre 2025, evidenziandone limiti e lacune. Centrale l’osservazione sull’assenza della diffamazione tra i reati specificamente tipizzati in relazione all’AI, nonostante l’introduzione del nuovo reato di deepfake (art. 612-quater c.p.) e di nuove aggravanti.

Di grande interesse, soprattutto per il mondo dell’informazione, è il passaggio dedicato ai giornalisti e agli utilizzatori professionali, con il richiamo all’art. 19 del nuovo codice deontologico 2025: l’uso dell’AI non attenua, ma rafforza l’obbligo di verifica delle fonti. Ancora più netta è la posizione sugli utenti non professionali, chiamati comunque a rispondere degli effetti lesivi derivanti dalla diffusione inconsapevole di contenuti falsi.

Il capitolo si chiude con una riflessione tutt’altro che terminologica: forse dovremmo smettere di chiamarla “intelligenza artificiale”. Una macchina che elabora non può diventare il comodo parafulmine di irresponsabilità diffuse. Il diritto penale, ricorda Pezzella, non può rinunciare alla centralità dell’uomo, nemmeno nell’era degli algoritmi.

In conclusione, il lavoro di Enzo Pezzella non è solo un aggiornamento dottrinale, ma un presidio di razionalità giuridica in un campo dominato da narrazioni semplificate e da un uso spesso ingenuo – quando non colpevole – della tecnologia. Un capitolo imprescindibile per giuristi, magistrati, avvocati, giornalisti e per chiunque voglia comprendere davvero il rapporto tra AI, reputazione e responsabilità.

  • Vincenzo Pezzella, napoletano e tifoso ‘sfegatato’ del Napoli, è magistrato ordinario e consigliere della Corte Suprema di Cassazione, dove svolge funzioni nella Sezione penale, con incarichi anche presso le Sezioni Unite, chiamate a dirimere i principali contrasti interpretativi della giurisprudenza. Con una carriera maturata attraverso tutti i livelli della magistratura e il conseguimento di valutazioni di professionalità di massimo livello, Pezzella è riconosciuto per il rigore metodologico, la precisione argomentativa e l’attenzione ai profili sistematici del diritto penale e processuale. Accanto all’attività giurisdizionale, ha sviluppato un significativo contributo scientifico, partecipando al dibattito dottrinale su temi di frontiera, tra cui il rapporto tra diritto penale, nuovi media e tecnologie emergenti. Il suo lavoro si colloca nel solco di una magistratura tecnica e consapevole, orientata alla tutela dei diritti fondamentali e alla coerenza dell’ordinamento.  

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Cultura

È morto Frederick Wiseman, maestro del documentario americano aveva 96 anni

È morto a 96 anni Frederick Wiseman, maestro del documentario e autore di 45 film. Leone d’oro alla carriera nel 2014 e Oscar onorario nel 2017.

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È morto a 96 anni Frederick Wiseman, tra i più influenti documentaristi contemporanei, regista per il cinema e il palcoscenico, produttore e fondatore della Zipporah Films.

Ad annunciarlo sono stati la sua società di produzione e la famiglia. Per quasi sessant’anni Wiseman ha costruito un corpus cinematografico unico, dedicato all’analisi delle istituzioni sociali e dell’esperienza quotidiana, soprattutto negli Stati Uniti e in Francia.

I premi e il riconoscimento internazionale

Nel corso della carriera ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Leone d’oro alla carriera alla Mostra del cinema di Venezia nel 2014 e l’Oscar onorario nel 2017.

I suoi film, da Titicut Follies fino al più recente Menus-Plaisirs – Les Troisgros, sono stati celebrati per la complessità narrativa, la forza drammatica e lo sguardo umanista.

Tra le opere più note figurano High School, Law and Order, Hospital, Public Housing, Near Death, Domestic Violence, At Berkeley e National Gallery. In totale ha prodotto e diretto 45 film.

Il suo cinema tra documentario e finzione

In occasione del Leone d’oro alla carriera, Wiseman aveva spiegato di non vedere una distinzione sostanziale tra documentario e fiction.

Realizzava film con una struttura drammatica, concentrandosi sugli aspetti complessi e sottili del comportamento umano. La tecnica poteva cambiare, ma l’obiettivo restava lo stesso: mettere lo spettatore nella condizione di osservare e giudicare autonomamente.

Rivendicava la scelta di non utilizzare interviste o voci narranti, preferendo che il pubblico avesse la sensazione di essere presente nei luoghi filmati. Non indicava mai esplicitamente cosa pensare, ma costruiva un contesto in cui ciascuno potesse formarsi un’opinione.

Una vita tra cinema e riservatezza

Wiseman si definiva “un po’ solitario” rispetto all’ambiente cinematografico. Non amava le dinamiche competitive del settore e ha mantenuto per tutta la carriera una posizione indipendente.

Era rimasto sposato per 65 anni con Zipporah Batshaw Wiseman, scomparsa nel 2021. Lascia i figli David ed Eric e tre nipoti. Con lui ha lavorato per decenni anche la collaboratrice Karen Konicek.

Con la sua scomparsa si chiude un capitolo fondamentale del cinema documentario mondiale, segnato da uno sguardo rigoroso, libero e profondamente umano.

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Cultura

Allemandi rilancia: nasce il Tg dell’Arte e torna Vernissage nel 2026

La Società Editrice Allemandi chiude il primo anno con ricavi in crescita dell’80% e annuncia per il 2026 il Tg dell’Arte, il ritorno di Vernissage e nuovi progetti editoriali e librari.

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La Società Editrice Allemandi, editore de Il Giornale dell’Arte, chiude il primo anno della nuova gestione con un aumento dei ricavi dell’80% e annuncia un piano di sviluppo che punta a trasformare l’azienda in una media company a 360 gradi.

La società è oggi guidata da Intesa Sanpaolo, Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura della Compagnia di San Paolo e Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo.

Il Tg dell’Arte e il ritorno di Vernissage

Tra le novità per il 2026 spicca la creazione del Telegiornale dell’Arte, format settimanale dedicato al mondo artistico, co-ideato e condotto da Nicolas Ballario, che sarà distribuito sulle piattaforme digitali.

Torna inoltre Vernissage, storico inserto che rinasce come magazine semestrale di approfondimento e dibattito culturale. Il progetto editoriale è firmato dal direttore Luca Zuccalà insieme ad Alessio Vannetti e Jacopo Bedussi.

È previsto anche il rilancio del Giornale delle Fondazioni, lo sviluppo dei servizi museali e il potenziamento dell’attività libraria.

Un ecosistema editoriale

Il Giornale dell’Arte ha raggiunto le 200 pagine mensili nell’edizione cartacea, con una tiratura media di 20mila copie e picchi di 30mila, oltre 1,5 milioni di visualizzazioni online e un archivio digitale di 55mila pagine.

Dal 2025 sono attive un’area premium e un nuovo e-commerce. Dopo l’apertura della sede di Milano, sono previsti presìdi a Venezia e Roma.

I libri evento del 2026

Nel catalogo 2026 figurano volumi come “Bernini e Barberini”, “Giovanni Gastel. Rewind”, collegato alla mostra a Palazzo Citterio, e “Giorgio Armani. Milano per amore”, legato all’esposizione alla Pinacoteca di Brera. Torna inoltre “Le fabbriche del design”, in collaborazione con Intesa Sanpaolo e Salone del Mobile di Milano.

Secondo il presidente Michele Coppola, i risultati raggiunti rappresentano lo stimolo per proseguire nel percorso di innovazione e consolidamento del progetto editoriale.

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Cultura

Homo sapiens, incisioni geometriche di 60 mila anni fa su gusci di uova di struzzo

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Le più antiche forme geometriche attribuite all’Homo sapiens sono incise su centinaia di frammenti di guscio di uova di struzzo rinvenuti tra Sudafrica e Namibia e risalenti a oltre 60 mila anni fa.

È quanto emerge da uno studio dell’Università di Bologna pubblicato sulla rivista PLOS One.

Analisi geometrica e statistica su 112 frammenti

I ricercatori hanno analizzato 112 frammenti provenienti da due siti archeologici del Sudafrica e da uno in Namibia. L’indagine è stata condotta con un approccio quantitativo e sistematico, applicando metodi di analisi geometrica e statistica finora mai utilizzati su questi reperti.

La ricostruzione dettagliata di linee, angoli e traiettorie ha mostrato che i segni incisi non sono casuali. Oltre l’80% delle configurazioni presenta regolarità spaziali coerenti, con un uso ricorrente di angoli prossimi ai 90 gradi e di gruppi di linee parallele.

Pianificazione visuo-spaziale e operazioni cognitive complesse

Le composizioni più elaborate – bande tratteggiate, reticoli e motivi a rombo – rivelano operazioni cognitive come rotazione, traslazione, ripetizione e “embedding”, cioè la costruzione di livelli gerarchici di segni sulla stessa superficie.

Secondo Silvia Ferrara, coordinatrice dello studio e docente al Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica dell’ateneo bolognese, le incisioni mostrano una vera pianificazione visuo-spaziale, come se l’autore avesse già concepito l’immagine complessiva prima di inciderla.

Valentina Decembrini, prima autrice della ricerca, sottolinea che la capacità di trasformare forme semplici in sistemi complessi seguendo regole definite rappresenta un tratto profondamente umano, che attraversa i millenni dalla decorazione ai sistemi simbolici fino alla scrittura.

Lo studio contribuisce così a ridefinire le origini del pensiero astratto, collocandole molto più indietro nel tempo di quanto finora documentato.

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