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La crisi ucraina e la malaria nel mondo

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Sì, ma che c’entra, direte voi. C’entra, c’entra. Stanno affluendo armi a cataste in Ucraina. Anzi, come dicono quelli che se ne intendono, “sistemi d’arma” d’ogni sorta. 600 milioni di $ i soli USA, a quanto si stima. Con la Gran Bretagna che, grazie a Brexit, “finalmente” può seguire come un cagnolino, coltivando chissà quali grandezze vittoriane. Con la NATO che manda navi, aerei e truppe, e minaccia invii ulteriori, dal Baltico al Mar Nero. Migliaia di uomini coinvolti: 8.500 in allerta per gli USA, altri 5.000 mobilitabili in un batter d’occhio.

Ebbene, dico: avete un’idea di quanti soldi (soldi/soldati) ci vogliano AL GIORNO per mantenere 13.500 soldati pronti a combattere? Quante bottiglie d’acqua minerale, quante bistecche, quanto pesce surgelato, quanti piselli in scatola, quante paghe? Quando si trattò di riprendere possesso delle briciole territoriali rimaste in Africa dopo le catastrofi napoleoniche, la Francia si spaventò di fronte a piccole spedizioni di poche centinaia di uomini: colonie sì, disse, ma senza oneri per il bilancio dello Stato.

Qual è il punto, dite ora voi. Ebbene il punto è che secondo l’ultimo Rapporto dell’OMS sulla malaria nel mondo, mancano per il programma 3,5 miliardi di dollari. Sono mancati nel 2020 questi soldi. 

Assemblea Oms

La malaria è stata eradicata in Europa. Non c’è più in Sardegna. Non c’è più in Italia, grazie alle bonifiche e (ahimé) al DDT. Già io, che sono vecchio, non ne ho memoria diretta. Ai ragazzi bisogna fare una lunga spiega, soffermandosi su termini esotici come “chinino”, Paludi Pontine, “flit”. Eppure la malaria è una delle più micidiali malattie che flagellano questo nostro Pianeta. In crescita e l’epidemia di COVID ha ulteriormente aggravato le cose. 241 milioni di persone sono state colpite da paludismo in 85 Paesi del mondo, nel 2020. L’Africa rappresenta da sola il 95% delle infezioni. 6 Paesi registrano il 55% dei casi: Nigeria in testa (27%), seguita da Repubblica Democratica del Congo (12%), Uganda, Mozambico, Angola, Burkina Faso. Le persone uccise dalla malaria sono state, sempre nel 2020, 627.000: anch’esse in crescita. Oltre 600.000 di queste morti si sono registrate in Africa. I bambini (BAMBINI) con meno di 5 anni rappresentano oltre i 3/4 di queste morti.

C’è di che dolersi. Ma c’è anche di che riflettere. 

Alla fine, abbiamo capito tutti: ciò che si trova facile per uccidere, i soldi, è sempre più difficile trovare per salvare vite umane. E vorrei dirlo nel modo più chiaro: la guerra è inscritta come potente residuo istintuale  nelle profondità del nostro patrimonio ereditario; la cura per la vita, invece, è una conquista dell’uomo che si autocostruisce. E’ il vero avanzamento culturale. E dunque costa, la cultura, costa assai al nostro arcaico “cervello di rettile”, come ebbe a chiamarlo Henri Laborit…. 

Angelo Turco, africanista, è uno studioso di teoria ed epistemologia della Geografia, professore emerito all’Università IULM di Milano, dove è stato Preside di Facoltà, Prorettore vicario e Presidente della Fondazione IULM.

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Veto di Orban, embargo a petrolio fuori da summit Ue

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La marcia dell’Europa sulla via delle sanzioni anti-russe rischia di fermarsi a un passo dall’embargo al petrolio. Il sesto pacchetto di sanzioni elaborato dalla Commissione, a meno di colpi di scena, non sara’ sul tavolo del vertice europeo straordinario del 30 e 31 maggio. Viktor Orban ha puntato i piedi e non e’ solo perche’ anche Paesi come la Slovacchia o la Repubblica Ceca, senza sbocco sul mare, hanno mosso piu’ di una perplessita’ di fronte al rapido embargo al petrolio. Il nodo e’ politico ma e’ anche, e forse soprattutto, tecnico. “Non mi aspetto un’intesa al summit europeo, e’ inutile dare false aspettative”, e’ stata la resa della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. Poco prima, in una lettera inviata al presidente del Consiglio Ue Charles Michel, il premier ungherese aveva escluso dal tavolo del summit il tema dell’embargo senza che prima non venga chiarito quanti investimenti Bruxelles proporra’ a Budapest per fare a meno del petrolio russo. A caldo, il vice presidente della Commissione Valdis Dombrovskis aveva replicato che “non si puo’ indugiare” sulle sanzioni. Ma, nelle bozze delle conclusioni del vertice il punto non viene neanche citato. Certo, e’ difficile che i 27 leader europei non ne parlino: il dossier energetico, legato inesorabilmente a quello ucraino, potrebbe essere affrontato lunedi’ sera e piu’ di una fonte diplomatica europea gia’ prevede una lunga notte di discussione. Al di la’ del braccio di ferro politico tra Orban e Bruxelles ci sono due ordini di problemi tecnici per l’Ungheria: l’aggiornamento delle raffinerie ad un greggio che non sia quello russo e ingenti investimenti sui gasdotti, oggi tutti direzionati verso Est. Il pacchetto da quasi trecento miliardi del RePowerEu potrebbe essere d’aiuto ma la ripartizione dei fondi e’ ancora tutta da decifrare. Il tackle di Orban potrebbe scatenare la reazioni di chi, come la Polonia, fino a qualche settimana fa puntava all’embargo ‘hic et nunc’ del petrolio. Il rischio scontro, al summit della prossima settimana, e’ dietro l’angolo. E anche per questo von der Leyen, parlando dal forum di Davos, ha voluto escludere il dossier dal tavolo: per preservare quell’unita’ europea sbandierata dal primo giorno di guerra. Un’unita’ che, forse, potrebbe piu’ agevolmente trovare nel complesso schema di aiuti all’Ucraina. La proposta di un pacchetto di aiuti macrofinanziari da 9 miliardi annunciato dalla Commissione potrebbe essere formalizzata a inizio di giugno. Almeno per i primi esborsi si trattera’ di prestiti a lungo termine ma ci sara’ anche una componente di sovvenzioni. Ci vorra’ invece piu’ tempo per pianificare i finanziamenti per la ricostruzione dell’Ucraina. L’ipotesi della confisca dei beni russi si sta facendo largo ed e’ probabile che finisca al tavolo dei 27. “Non dobbiamo lasciare nulla di intentato e ricostruire l’Ucraina anche con asset russi”, ha sottolineato von der Leyen. Il problema, tecnico ma soprattutto giuridico, e’ quali beni confiscare e come giustificare la confisca. Serve “essere molto precisi nel distinguere tra i beni sovrani, come quelli appartenenti alla banca centrale russa, e quelli privati”, per i quali la Germania ha “delle garanzie”, ha osservato il ministro delle Finanze tedesco Christian Lindner. E poi c’e’ il tema delle legislazione nazionali: non tutte – a differenza dell’Italia – hanno una base giuridica per la confisca dei beni.

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Orrori russi da Mariupol a Kiev, 200 corpi in un rifugio

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Una distesa di orrori che non smette di spuntare dai cumuli di macerie dei bombardamenti e dalle fosse comuni scavate in tutta fretta. Al novantesimo giorno di guerra, mentre la nuova offensiva russa si scatena sul Donbass, dove secondo il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba e’ in atto “la battaglia piu’ grande sul suolo europeo dalla Seconda guerra mondiale”, Kiev torna a fare la conta dei morti con le pile di cadaveri scoperte da Bucha a Mariupol. Nella citta’ martire passata interamente in mani russe dopo la caduta dell’acciaieria Azovstal, circa 200 cadaveri sono stati trovati tra le macerie di un rifugio durante lo smantellamento dei blocchi di un grattacielo, secondo quanto riferito da Petro Andryushchenko, consigliere del sindaco legittimo. “Mariupol. Cimitero”, ha scritto lapidario su Telegram, raccontando che i corpi rinvenuti si trovavano da diverso tempo sommersi dai detriti, visto lo stato di decomposizione, mentre un gran numero di morti e’ stato stipato dai russi in un obitorio improvvisato vicino alla metropolitana. L’elenco dei massacri si allunga anche nella regione di Kiev, dove secondo il capo del dipartimento della polizia regionale Andriy Nebytov sono piu’ di 10 le fosse comuni scoperte finora, ben 8 delle quali a Bucha, dove c’erano anche le piu’ grandi, con 40 e 57 corpi.

In tutto, sono 418 i cadaveri rinvenuti nel sobborgo della capitale ucraina, piu’ della meta’ di persone uccise da colpi d’arma da fuoco. “E purtroppo – ha chiosato – non si tratta di una cifra definitiva”. Sul terreno la battaglia continua a infuriare nel Donbass, dove le forze russe si stanno concentrando sulla conquista dell’intera regione di Lugansk. Al centrodell’offensiva resta il centro strategico di Severodonetsk, assediato da tre direzioni. Per il governatore Serhiy Gaidai, e’ ormai troppo tardi per la fuga dei circa 15 mila civili bloccati. “A questo punto – ha detto – non diro’ piu’: uscite, evacuate. Ora diro’: rimanete in un rifugio. Perche’ una tale densita’ di bombardamenti non ci permettera’ di andare a prendere le persone”. Le forze nemiche, ha spiegato, hanno concentrato gli sforzi sull’operazione per accerchiare le citta’ gemelle di Lysychansk e Severodonetsk, separate dal fiume Seversky Donets. Una manovra a tenaglia per cercare di tagliare le linee di rifornimento ucraine, controllando le strade chiave per i collegamenti a ovest, mentre continuano i bombardamenti a tappetto, con almeno 7 civili uccisi e 10 feriti in 24 ore nell’area. “Ora – ha detto il portavoce del ministero della Difesa ucraino, Oleksandr Motuzyanyk – stiamo osservando la fase piu’ attiva dell’aggressione su larga scala”.

La campagna russa prosegue anche nel resto del Paese, con nuovi raid sulle regioni di Mykolaiv e Dnipro. E una nuova offensiva, ha avvertito lo Stato maggiore di Kiev, e’ in preparazione su Vasylivka, nell’oblast di Zaporizhzhia, in direzione di Bakhmut, nel Donetsk, con l’obiettivo di estendere lo spessore della cintura meridionale nelle mani di Mosca. Nelle zone gia’ conquistate, la Russia cerca intanto di stringere la presa. A Mariupol, i genieri dell’esercito e gli specialisti della flotta del mar Nero hanno completato le operazioni di sminamento della fascia costiera e del porto, dove secondo la Difesa di Mosca sono stati trovati 12 mila esplosivi e armi. Una bonifica che riguarda anche l’Azovstal, mentre il leader dei separatisti filorussi di Donetsk, Denis Pushilin, ha fatto sapere che le corti marziali per i combattenti ucraini fatti prigionieri dopo l’uscita dalla fabbrica-bunker sono in preparazione e che rappresentanti di diversi Paesi, compresi occidentali, saranno invitati ad assistere alle udienze. Una presenza destinata a consolidarsi ulteriormente anche a Kherson, dove il vicecapo della nuova amministrazione fedele al Cremlino, Kirill Stremousov, ha annunciato che chiedera’ a Mosca l’installazione di una base militare.

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Medvedev boccia il piano italiano, il Cremlino prudente

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 Un piano messo insieme “leggendo i giornali provinciali e sulla base delle fake news ucraine”. Un prodotto di “grafomani europei” che non tengono conto della realta’. Insomma, un insieme di proposte che “non vale la pena di analizzare ulteriormente”. Non ha usato certo giri di parole l’ex presidente russo   per liquidare il piano di pace italiano per l’Ucraina. Frasi che vanno anche oltre i consueti toni sferzanti di colui che nella leadership moscovita ha assunto da tempo il ruolo del piu’ duro censore dell’Occidente. A stretto giro e’ arrivata la risposta del ministro degli Esteri Luigi Di Maio: Medvedev, ha affermato, “non dimostra di volere la pace”. Il Cremlino si e’ mostrato piu’ prudente. “Aspettiamo di ricevere le proposte italiane per via diplomatica”, ha puntualizzato il portavoce Dmitry Peskov, ammettendo in sostanza che finora a Mosca sono arrivate solo le indiscrezioni pubblicate da Repubblica. A spiegare la natura dell’iniziativa e’ stato ancora Di Maio, che ha parlato di un lavoro ancora allo stato “embrionale”.

“Oggi non ci sono le condizioni per la pace, abbiamo di fronte una guerra lunga e logorante”, ha riconosciuto il titolare della Farnesina. Ma il percorso delineato dall’Italia “parte da un gruppo di facilitazione internazionale e ha l’ambizione di arrivare ad una nuova Helsinki”. La Conferenza del 1975 che segno’ la strada per la distensione tra i blocchi. Nel frattempo pero’ il ministro degli Esteri Serghei Lavrov ha lanciato strali contro un Occidente che accusa di avere assunto l’atteggiamento di un “dittatore”, avvertendo che cio’ non avra’ altro risultato che rendere “piu’ strette” le relazioni tra la Russia e la Cina. Relazioni economiche, ha sottolineato Lavrov. Ma evidentemente anche di altro tipo, come testimonia il sorvolo congiunto di jet militari cinesi e russi sul Mar del Giappone e sul Mar Cinese orientale mentre i leader del blocco dei Quad – Giappone, Usa, India e Australia – si incontravano a Tokyo.

Quanto al piano di pace italiano, l’ira di Medvedev – attualmente vice capo del Consiglio di sicurezza nazionale – si e’ concentrata in particolare sulle ipotesi di riportare sotto la sovranita’ di Kiev, con uno status autonomo, le province secessioniste del Donbass e la Crimea. Le Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk non torneranno mai all’Ucraina, ha tuonato l’ex presidente. Ma e’ sulla Crimea che ha lanciato l’avvertimento piu’ duro: cercare di riportarla sotto il controllo ucraino, ha affermato, scatenerebbe una “guerra totale”. Nessuna forza politica a Mosca lo accetterebbe, perche’ “equivarrebbe ad un tradimento”. Anche l’Ucraina mostra di comprendere la portata della reazione militare che Mosca metterebbe in campo per difendere la strategica penisola dove ha sede la sua flotta del Mar Nero e che ha riannesso dopo 60 anni al suo territorio, nel 2014. Il presidente Volodymyr Zelensky ha escluso il ricorso ad un’azione militare, prevedendo che essa porterebbe a “centinaia di migliaia” di morti. Mentre il ministro degli Esteri Dmytro Kuleba, in un tweet, ha elencato quattro obiettivi per l’Ucraina: “Respingere l’offensiva nel Donbass, far fallire i piani russi per annettersi Kherson, mettere fine alle torture, agli stupri e alle altre orribili violazioni dei diritti umani nei territori occupati, e sbloccare le esportazioni evitando una crisi alimentare globale”. Nessun riferimento, appunto, al destino della Crimea. Oltre alle Repubbliche di Donetsk e Lugansk, Mosca pensa anche agli altri suoi alleati sparsi per i vasti territori dell’ex Unione Sovietica. Per esempio all’ex presidente moldavo Igor Dodon, capo dell’opposizione filo-russa, fermato per 72 ore nell’ambito di un’inchiesta di corruzione. Un affare interno moldavo, ha riconosciuto Peskov, chiedendo pero’ che “tutti i diritti legali di Dodon vengano rispettati”. E poi c’e’ l’Ossezia del Sud, repubblica separatista della Georgia. Mosca continua a garantirle piena assistenza. Ma, prudentemente, rifiuta di appoggiare un referendum per l’annessione alla Russia che l’ex presidente Anatoly Babilov aveva programmato per il 17 luglio e dal quale il suo successore Alan Gagloyev, insediatosi oggi, si e’ dissociato.

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