Tecnologia
La Cina lancia Tianzhou-10: nuova missione cargo verso la stazione spaziale Tiangong
La Cina ha lanciato con successo la navicella cargo Tianzhou-10 dalla base di Wenchang per rifornire la stazione spaziale Tiangong. Il razzo Long March-7 ha portato il cargo in orbita in una nuova missione strategica del programma spaziale cinese.
Tecnologia
Gli ammassi stellari più grandi nascono prima: la scoperta del telescopio James Webb
Uno studio internazionale basato sui dati dei telescopi James Webb e Hubble rivela che gli ammassi stellari più massicci disperdono più rapidamente le nubi di gas e polveri nelle quali nascono. La scoperta può aiutare a comprendere l’evoluzione delle galassie e la formazione dei pianeti.
Le culle stellari più grandi riescono a liberarsi prima dal velo di gas e polveri che le nasconde. Gli ammassi stellari più massicci emergono infatti dalle loro nubi natali più rapidamente di quelli di massa inferiore, secondo una ricerca internazionale pubblicata sulla rivista scientifica Nature Astronomy.
Lo studio è stato guidato da Alex Pedrini e Angela Adamo dell’Università di Stoccolma e si basa sui dati raccolti dal programma FEAST, dedicato all’osservazione delle prime fasi di vita degli ammassi stellari nelle galassie vicine.
Alla ricerca ha partecipato per l’Italia Michele Cignoni, docente e ricercatore del Dipartimento di Fisica dell’Università di Pisa e associato alla sezione pisana dell’Istituto nazionale di fisica nucleare.
Analizzati quasi 8.900 ammassi stellari
Gli studiosi hanno combinato le osservazioni nell’infrarosso del telescopio spaziale James Webb con le immagini ottiche raccolte dal telescopio Hubble.
Sono stati analizzati circa 8.900 giovani ammassi stellari presenti nelle galassie M51, M83, NGC 628 e NGC 4449.
La capacità del James Webb di osservare attraverso le polveri cosmiche ha permesso di individuare anche gli ammassi più giovani, ancora avvolti dal gas ionizzato e dal materiale nel quale si sono formati.
Le immagini di Hubble hanno invece consentito di confrontarli con ammassi già visibili alle lunghezze d’onda ottiche, ricostruendo una vera e propria sequenza evolutiva.
La massa regola i tempi di nascita
Secondo i risultati, gli ammassi stellari più massicci disperdono il materiale circostante in circa cinque milioni di anni.
Gli ammassi meno massicci possono invece impiegare tra sette e otto milioni di anni prima di emergere completamente dalla nube natale.
La massa dell’ammasso avrebbe dunque un ruolo decisivo nel determinare la durata della fase iniziale della sua evoluzione.
«Questo lavoro rappresenta uno dei censimenti più ampi delle prime fasi di vita degli ammassi stellari», ha spiegato Michele Cignoni, sottolineando come i risultati dimostrino su base statistica che la massa regola il tempo necessario per liberarsi dalla nube originaria.
Il ruolo della radiazione delle stelle
Gli ammassi più massicci contengono un numero maggiore di stelle grandi, giovani e luminose, capaci di produrre un’intensa radiazione.
Questa energia riscalda, ionizza e spinge verso l’esterno il gas circostante, favorendo la progressiva dissoluzione della nube molecolare.
Più grande è l’ammasso, più rapidamente la sua radiazione riesce a ripulire l’ambiente nel quale le stelle sono nate.
La scoperta permette quindi di comprendere meglio anche il cosiddetto feedback stellare, cioè l’insieme dei processi attraverso i quali le stelle modificano il gas, le polveri e le future attività di formazione stellare nelle galassie.
Nuove informazioni sull’evoluzione delle galassie
Gli ammassi stellari giovani hanno un ruolo fondamentale nell’evoluzione delle galassie. La loro radiazione può trasformare il materiale interstellare, disperdere le nubi molecolari e influenzare la nascita di nuove generazioni di stelle.
Comprendere quanto tempo occorra a un ammasso per emergere consente agli astronomi di valutare meglio la quantità di radiazione capace di propagarsi all’interno di una galassia.
I risultati potranno contribuire anche a migliorare i modelli utilizzati per ricostruire la storia della formazione stellare nell’universo.
Le conseguenze sulla nascita dei pianeti
La ricerca apre nuove prospettive anche per lo studio della formazione dei sistemi planetari.
I pianeti nascono all’interno dei dischi di gas e polveri che circondano le giovani stelle. Negli ammassi più massicci, però, questi dischi vengono esposti prima alla forte radiazione ultravioletta prodotta dalle stelle vicine.
La radiazione può disperdere più rapidamente il materiale disponibile, riducendo il tempo durante il quale polveri e gas possono aggregarsi e dare origine ai pianeti.
Negli ambienti stellari più grandi e densi, la finestra temporale per la formazione planetaria potrebbe quindi essere più breve.
Il James Webb osserva le stelle nascoste
Il risultato conferma il ruolo decisivo del telescopio James Webb nello studio delle regioni cosmiche oscurate dalla polvere.
La sua sensibilità nell’infrarosso consente di vedere ciò che per i telescopi ottici resta nascosto, osservando gli ammassi nelle fasi immediatamente successive alla loro formazione.
L’integrazione con i dati di Hubble offre così agli astronomi una visione più completa: dalle stelle ancora immerse nelle loro nubi fino agli ammassi ormai emersi e visibili.
Una sequenza che aiuta a ricostruire non soltanto come nascono le stelle, ma anche come la loro energia trasforma le galassie e condiziona la possibile nascita dei pianeti.
Tecnologia
Tencent prepara l’agente AI dentro WeChat, il titolo vola a Hong Kong
Tencent si avvicina al lancio di un agente di intelligenza artificiale integrato in WeChat. Il progetto, ancora in fase di test e soggetto alle procedure di conformità in Cina, ha spinto il titolo a Hong Kong fino a un rialzo del 10,5%.
Tencent si avvicina al lancio di un nuovo strumento di intelligenza artificiale integrato in WeChat, l’app centrale della vita digitale cinese, usata per messaggi, social media, pagamenti, servizi pubblici, acquisti e mini-programmi. La notizia, riportata dal Financial Times, ha acceso l’interesse degli investitori e contribuito al forte rialzo del titolo a Hong Kong.
Le azioni di Tencent sono arrivate a guadagnare il 10,5%, spinte dalle aspettative sul possibile ingresso dell’intelligenza artificiale generativa nel cuore dell’ecosistema WeChat. Per il gruppo cinese, si tratterebbe di un passaggio strategico: non solo un nuovo servizio, ma un modo per trasformare l’app in una piattaforma ancora più automatizzata e personalizzata.
Un agente AI per muoversi dentro WeChat
Secondo le ricostruzioni, Tencent sta testando un prototipo di agente AI capace di interagire con i mini-programmi di WeChat e svolgere compiti per conto dell’utente. L’obiettivo sarebbe permettere alle persone di impartire istruzioni in linguaggio naturale e ottenere azioni concrete dentro l’app.
In prospettiva, lo strumento potrebbe aiutare a cercare prodotti, ordinare servizi, completare operazioni e muoversi tra le diverse funzioni di WeChat senza dover passare manualmente da un mini-programma all’altro. È proprio questa integrazione profonda a rendere il progetto potenzialmente molto rilevante.
Il nodo della conformità in Cina
Il lancio pubblico, però, non è immediato. Tencent starebbe preparando l’avvio del processo di conformità regolatorianecessario in Cina prima della diffusione del servizio. Solo dopo questa fase l’azienda intende testare lo strumento con un gruppo ristretto di utenti esterni, per poi procedere eventualmente con un rilascio graduale.
Non è stata fissata una data precisa per il lancio pubblico. I tempi dipenderanno anche dalle valutazioni delle autorità cinesi, particolarmente attente ai sistemi di intelligenza artificiale generativa, alla gestione dei dati, alla sicurezza e al controllo dei contenuti.
La partita con Alibaba e ByteDance
La mossa di Tencent si inserisce nella competizione sempre più intensa tra i grandi gruppi tecnologici cinesi. Alibaba, ByteDance, Baidu e Tencent stanno accelerando sugli agenti AI, strumenti capaci non solo di rispondere a domande, ma di compiere azioni e coordinare attività digitali complesse.
Per Tencent, il vantaggio principale è WeChat. Nessun altro concorrente dispone in Cina di una piattaforma così radicata nella vita quotidiana degli utenti. Integrare un agente AI in un’app già usata per comunicare, pagare, prenotare, acquistare e accedere ai servizi pubblici potrebbe cambiare il modo in cui milioni di persone interagiscono con il digitale.
Opportunità e costi
L’operazione presenta però anche sfide importanti. Lo sviluppo di agenti AI richiede grande capacità di calcolo, investimenti elevati e sistemi affidabili di controllo. Le restrizioni statunitensi sull’esportazione di chip avanzati verso la Cina restano un ostacolo per molti gruppi tecnologici cinesi, soprattutto nella corsa ai modelli di intelligenza artificiale più potenti.
Per gli investitori, tuttavia, la notizia segnala che Tencent vuole giocare un ruolo di primo piano nella nuova fase dell’AI cinese. La reazione della Borsa di Hong Kong mostra quanto il mercato consideri WeChat un asset decisivo: se l’agente AI funzionerà davvero dentro quell’ecosistema, Tencent potrebbe trasformare la propria app più importante in una delle piattaforme AI più influenti al mondo.
Economia
Google cerca 80 miliardi per l’intelligenza artificiale, Berkshire entra nella sfida dei data center
Alphabet, la holding di Google, punta a raccogliere fino a 80 miliardi di dollari per finanziare la corsa all’intelligenza artificiale. Berkshire Hathaway investirà 10 miliardi. I fondi serviranno a potenziare data center, capacità di calcolo e infrastrutture energetiche, mentre Trump firma un ordine esecutivo sull’IA e sulla sicurezza informatica.
Google alza la posta nella corsa globale all’intelligenza artificiale. Alphabet, la holding a cui fa capo il colosso di Mountain View, ha annunciato un piano per raccogliere fino a 80 miliardi di dollari destinati a finanziare l’espansione delle infrastrutture necessarie allo sviluppo dell’IA.
La partita è ormai diventata industriale prima ancora che tecnologica. Non basta più avere algoritmi, talento e prodotti digitali. Servono data center, energia, chip, capacità di calcolo e capitali enormi per addestrare e far funzionare modelli sempre più potenti.
Berkshire Hathaway investe 10 miliardi
Il passaggio più significativo riguarda l’accordo con Berkshire Hathaway, che investirà 10 miliardi di dollari in Alphabet attraverso una collocazione privata di azioni. Si tratta di un segnale forte del mercato: anche uno dei più grandi investitori americani entra direttamente nella fase più costosa della corsa all’IA.
Gli altri 70 miliardi saranno raccolti attraverso diversi strumenti finanziari, tra offerte pubbliche e collocazioni sul mercato. Alphabet intende così dotarsi di nuove risorse per sostenere una domanda di servizi di intelligenza artificiale che, secondo la società, sta crescendo oltre la capacità disponibile.
La fame di calcolo dei nuovi modelli
I fondi saranno usati soprattutto per finanziare l’espansione dei data center e per assicurare la capacità di calcolo necessaria all’addestramento e all’esecuzione dei modelli di intelligenza artificiale.
È il nuovo volto della competizione tra i giganti tecnologici. Google, Microsoft, Amazon, Meta e gli altri grandi hyperscaler non combattono più soltanto sul software, ma sulla capacità fisica di costruire infrastrutture abbastanza grandi da sostenere l’IA generativa, i sistemi cloud e i servizi per imprese e consumatori.
Il nodo dell’energia
La corsa all’intelligenza artificiale ha però un limite concreto: l’energia. I data center consumano quantità crescenti di elettricità e la disponibilità energetica sta diventando uno dei fattori decisivi per lo sviluppo del settore.
Per questo Google si sta muovendo anche sul fronte delle fonti rinnovabili e della produzione elettrica. L’obiettivo è garantirsi l’energia necessaria senza rallentare l’espansione delle infrastrutture e senza esporsi troppo alle critiche ambientali.
La sfida è delicata: l’IA promette efficienza e innovazione, ma richiede investimenti giganteschi e una pressione crescente sulle reti elettriche.
Gli hyperscaler cercano capitali esterni
Il piano di Alphabet segnala anche un cambiamento più ampio. Le grandi aziende tecnologiche, pur avendo bilanci enormi, guardano sempre più al capitale esterno per finanziare l’espansione dell’IA.
La ragione è semplice: la nuova generazione di infrastrutture digitali costa molto più della precedente. L’intelligenza artificiale non è più un settore leggero, fatto soltanto di piattaforme e pubblicità online. È una filiera pesante, fatta di cemento, cavi, server, chip, energia e debito.
Trump firma l’ordine esecutivo sull’IA
La mossa di Google arriva mentre Donald Trump firma l’atteso ordine esecutivo sull’intelligenza artificiale. Il provvedimento introduce un meccanismo volontario di revisione dei modelli avanzati prima del loro rilascio pubblico, soprattutto quando possono avere capacità rilevanti sul piano della sicurezza informatica.
Rispetto alle bozze circolate nelle settimane precedenti, l’ordine risulta più leggero. Le aziende potranno sottoporre i modelli al governo fino a 30 giorni prima del lancio, non più 90, e la partecipazione resta volontaria.
Sicurezza nazionale e competizione con la Cina
Alla Casa Bianca il confronto è stato acceso. Da una parte c’è chi, come lo zar dell’IA David Sacks, spinge per poche regole, così da non rallentare l’industria americana nella competizione con la Cina. Dall’altra c’è chi teme che modelli sempre più potenti possano essere usati per attacchi informatici, sabotaggi o applicazioni militari ostili.
Il caso dei modelli avanzati tipo Mythos, citati nel dibattito americano per le loro potenziali capacità cyber, ha rafforzato le preoccupazioni del Pentagono e degli apparati di sicurezza.
Trump ha scelto una linea intermedia: non imporre una regolazione pesante, ma aprire un canale di valutazione volontaria tra aziende e governo.
L’IA tra mercato, sicurezza e potere
La vicenda mostra il vero nodo politico dell’intelligenza artificiale. Da una parte c’è il mercato, con investimenti miliardari e aziende che devono correre per non restare indietro. Dall’altra c’è la sicurezza nazionale, con governi preoccupati che la stessa tecnologia possa diventare un’arma nelle mani di potenze rivali o attori ostili.
Google, con il piano da 80 miliardi, dimostra che la corsa non rallenta. Washington, con l’ordine esecutivo, prova a non perdere il controllo di una tecnologia che cresce più rapidamente delle regole.
La nuova frontiera industriale americana
L’intelligenza artificiale è ormai la nuova frontiera industriale americana. Non è solo una tecnologia del futuro: è già oggi una competizione per capitali, energia, chip, infrastrutture, sicurezza e leadership geopolitica.
Alphabet cerca 80 miliardi per restare al centro della partita. Berkshire Hathaway entra con 10 miliardi e certifica che l’IA è diventata anche una grande scommessa finanziaria. Trump prova a tenere insieme innovazione e sicurezza senza frenare la Silicon Valley.
Il risultato è una corsa sempre più costosa e sempre più politica. Chi controllerà la capacità di calcolo controllerà una parte decisiva dell’economia digitale dei prossimi anni.


