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La Brexit è fatta, ma la sfida con l’Unione europea inizia ora e sarà dura

amministratore

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Il primo giorno del Regno Unito fuori dall’Ue è un sabato come tanti, battuto dal vento e con squarci di sole nel cielo di Londra. Chi voleva celebrare ha celebrato, chi voleva versare lacrime lo ha fatto, le piazze si sono svuotate e i palazzi della politica sono deserti come fosse un weekend qualunque. Ma oltre il capitolo di storia che nella notte si e’ chiuso – e ben difficilmente potra’ essere riaperto, certo non da questa generazione – la nuova partita inizia ora: col negoziato cruciale sulle relazioni future e i commerci gia’ segnato da un clima in cui i messaggi pubblici concilianti s’incrociano col gioco tattico delle indiscrezioni su ipotetiche minacce di scontro. Da una parte e dall’altra. Archiviata senza eccessi di trionfalismo la soddisfazione del traguardo raggiunto, Boris Johnson si prende una pausa. Gli basta l’appello all’ottimismo lanciato ieri alla nazione e il richiamo “all’alba d’un nuovo inizio”, ma anche quello all’unita’ e al superamento delle divisioni che attraversano il Regno non senza reazioni di risentimento in grado d’alimentare potenzialmente le pulsioni centrifughe dell’Irlanda del Nord e soprattutto della Scozia. Dietro i discorsi ecumenici il Daily Telegraph, giornale amico, svela pero’ la presunta intenzione del premier conservatore di giocare duro, adesso, al tavolo con Bruxelles. O di andare al bluff. L’idea sarebbe quella di ventilare – in caso di ‘no deal’ a scoppio ritardato, al termine dei negoziati commerciali e della scadenza della transizione nello status quo fissata al 31 dicembre 2020 – una reazione con controlli di dogana rigidi su tutte le merci europee. Quasi un ricatto, un’arma di pressione per provare a forzare la mano al team negoziale guidato dal finora imperturbabile Michel Barnier. Minaccia che potrebbe rivelarsi peraltro spuntata, dati i rapporti di forza e gli interessi reciproci in ballo. E a cui del resto l’Ue e’ gia’ pronta a rispondere – stando al Guardian – prendendo di mira Gibilterra (dossier delicato per la sovranità che il Regno si vanta di aver riconquistato), che verrebbe esclusa da qualunque intesa economica a meno di un qualche compromesso di Londra con Madrid sulle rivendicazioni spagnole. Le intenzioni reali si chiariranno a partire dalle prossime settimane. Per ora, scattata la fase transitoria, non cambia quasi nulla, tranne la fine della presenza istituzionale britannica a Bruxelles e la fuga in avanti dell’isola di Guernsey, territorio della Corona nel canale della Manica che fin da subito ha deciso di negare l’accesso delle sue acque ai pescatori francesi.

Ma il tempo della transizione, 11 mesi appena in mancanza di proroghe che al momento il governo Johnson rifiuta, appare breve per questioni complesse e intricate. Tanto che Barnier ha annuncia gia’ da lunedi’ una bozza per il suo mandato, avvertendo che “gli interessi dell’Unione, di ogni Stato membro e dei cittadini verranno prima” di tutto. Intanto la stampa del Regno si esercita nelle previsioni. Con i tabloid destrorsi, tradizionalmente vicini agli umori popolari isolani piu’ euroscettici, ben disposti a inneggiare al sol dell’avvenire del divorzio a colpi di titoli uguali e contrari a quelli sfoggiati nel 1973 per esaltare l’ingresso nell’allora Comunita’ economica europea: quando il progetto comunitario era quasi solo mercato, a sostenerne le ragioni era l’establishment Tory e a contrastarlo la sinistra laburista. E con testate progressiste come il Guardian a paventare invece “le incertezze del futuro” e ad affidare alla penna dello scrittore Ian McEwan, militante pro Remain, un commento desolato contro “l’insensata e masochista ambizione” che avrebbe ispirato la Brexit. Sul Times, a rivolgersi ai britannici, si fa vivo nel frattempo con una lettera aperta il presidente francese Emmanuel Macron: “profondamente triste”, scrive, per una separazione che continua a deplorare; ma che comunque si rifiuta di considerare alla stregua di un muro, ne’ gli impedisce di ammettere la necessita’ di riforme e “nuovo slancio” pure per l’Ue. Un’Unione che d’altro canto secondo Romano Prodi, ex presidente della Commissione, s’e’ comportata finora “splendidamente” di fronte alla Brexit e, chissa’, e’ l’auspicio, potra’ persino riaccogliere il Regno. Se mai volesse rientrare “fra 15 o 20 anni”.

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Johnson in ospedale perchè il coronavirus l’ha debilitato, il suo staff: ha solo fatto dei test

Sal Sparace

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Il premier britannico Boris Johnson, risultato positivo al coronavirus una decina di giorni fa, avrebbe lasciato la sua residenza al numero 10 di Downing Street per andare in ospedale causa problemi respiratori. La notizia non è ufficiale, anzi viene smentita. Dicono che sia sì entrato in ospedale ma solo per fare dei test. E questo dopo che nel corso della  giornata, prima del discorso della Regina ai Sudditi, è trapelato che  “Johnson ha ancora la febbre” ma “è in buono spirito” e ha “saldamente nelle mani il timone” del governo Tory dall’alloggio di Downing Street in cui resta auto-isolato. Era questa la notizia che ufficialmente forniva ai media il ministro della Sanità, Matt Hancock, a sua volta infettato nei giorni scorsi, ma uscito dall’isolamento dopo una settimana, in un’intervista al talk-show politico domenicale di Sky News. Le rassicurazioni di Hancock sono arrivate dopo gli allarmi apparsi su giornali come ‘I’ sull’ipotesi – avanzata da alcuni medici sulla base delle immagini degli ultimi video dello stesso premier – che Johnson possa dover rinunciare temporaneamente anche al lavoro a distanza e alla guida del governo visto che i sintomi, tosse e “febbre alta” secondo alcuni media, non calano. Nella tarda serata, però, arrivano le prime ammissioni ufficiali sullo stato di salute del premier.  “Su consiglio del suo medico, il primo ministro è entrato stasera in ospedale per sottoporsi a esami”, ha annunciato una portavoce di Downing Street. “Questa – ha assicurato – è una misura precauzionale poichè il primo ministro continua ad avere sintomi persistenti da coronavirus 10 giorni dopo essere stato testato positivo”. Boris Johnson, ha aggiunto la portavoce, “ringrazia il personale dell’Nhs (il servizio sanitario nazionale britannico) per l’incredibile duro lavoro che sta svolgendo e sollecita la popolazione a continuare a seguire la raccomandazione del governo di stare in casa, proteggere l’Nhs e salvare vite” umane.

 

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Esteri

“Sarà una Pearl Harbor”, Trump schiera l’esercito a New York

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“Sara’ una nuova Pearl Harbor, un nuovo 11 settembre”. Non usa giri di parole il capo della sanita’ pubblica americana Jerome Adams che, nel weekend piu’ nero da quando in America e’ esplosa la pandemia, conferma che la settimana in arrivo sara’ la piu’ dura, la piu’ triste. Sette giorni, forse piu’, in cui gli americani assisteranno ad una drammatica escalation dei contagi e delle vittime da coronavirus. Un’accelerazione che di fatto e’ gia’ cominciata, con oltre 3.000 morti tra venerdi’ e domenica (che portano il bilancio complessivo a oltre 9.000) e almeno 322.000 casi accertati di pazienti positivi: piu’ del doppio di Spagna e Italia, quattro volte la Cina. Che la situazione sia tutt’altro che sotto controllo ormai non lo nega nemmeno Donald Trump che, alla vigilia della domenica delle Palme, ha detto alla nazione di aspettarsi “molte vittime” nelle prossime settimane e di preparasi a una Pasqua in casa: “Io vedro’ la messa dal mio laptop”, ha detto. “Stiamo lottando per tenere a freno i contagi, ma dire che la situazione e’ sotto controllo sarebbe dire il falso”, ha ammesso Anthony Fauci, il superesperto della task force anticoronavirus della Casa Bianca troppe volte rimasto inascoltato da parte del tycoon. Solo dopo la prossima settimana o forse un po’ di piu’, ha spiegato il virologo, la curva dei contagi potrebbe “appiattirsi”, raggiungere il picco, ma non ancora piegarsi. A preoccupare c’e’ sempre New York, che registra circa la meta’ dei casi e dei morti dell’intero Paese e dove Trump, raccogliendo in parte l’appello del sindaco Bill de Blasio, ha deciso di schierare l’esercito. Son oltre mille i soldati inviati dal Pentagono, personale militare anche specializzato che verra’ impiegato li’ dove nella Grande Mela c’e’ piu’ bisogno, dagli ospedali ai servizi sociali per aiutare la popolazione piu’ debole e in difficolta’.

Ma nelle ultime ore sale il timore per quello che sta accadendo in molte aree del Paese, con lo svilupparsi di nuovi violenti focolai, anche nel District of Columbia dove si trova la capitale federale Washington. E poi la Pennsylvania il Colorado, tutte situazioni esplosive che vanno ad aggiungersi agli ‘hot spot’ gia’ consolidati di New Orleans, di Chicago, di Detroit e di tutta la California, da Los Angeles a San Francisco. Nonostante cio’, in America non esiste un vero e proprio lockdown, con il modello Italia e Spagna finora mai preso in considerazione. E con l’ordine di stare a casa limitato a una parte del Paese e che varia da Stato a Stato, con una risposta a macchia di leopardo criticata da medici e scienziati. Sulle origini della pandemia in Usa, poi, si addensano le ombre di una situazione mal gestita fin dall’inizio, nonostante l’immediato blocco dei voli dalla Cina piu’ volte evocato dal presidente americano. Da quando l’emergenza coronavirus e’ esplosa almeno 430.000 persone sarebbero giunte negli Usa su voli diretti dalla Cina, 40.000 negli ultimi 2 mesi, dopo che Washington ha varato la stretta sui viaggi. Lo riporta il New York Times, secondo cui i passeggeri sono di nazionalita’ diverse e sbarcati a Los Angeles, San Francisco, New York, Newark Chicago, Seattle e Detroit. In migliaia sono arrivati da Wuhan e molti voli sono continuati fino alla scorsa settimana da Pechino a Los Angeles, San Francisco e New York, con passeggeri esenti dal divieto di ingresso negli Usa.

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Il nuovo leader laburista Sir Keir Starmer è subito partito all’attacco di Boris Johnson

Sal Sparace

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Approfittando della debolezza politica ed anche fisica del primo ministro Boris Johnson che continua ad essere in auto-isolamento a Downing Street per il Covid19, Sir Keir Starmer ha dichiarato al consueto programma domenicale della BBC di Andrew Marr. ”I lavoratori chiave (infermieri e dottori principalmenete) sono stati “trascurati e sottopagati” e ci sarà una “resa dei conti” dopo la crisi del coronavirus.”Erano gli ultimi e ora devranno essere i primi”. Ha inoltre affermato che un altro decennio di austerità sarebbe un errore, dicendo che era “inevitabile” che i ricchi avrebbero dovuto pagare di più. Il 57enne successore di Jeremy Corbyn ha poi aggiunto: “Quello che non possiamo fare è tornare ai nostri affari come al solito, ora sappiamo chi sono i lavoratori chiave, sono stati spesso trascurati, sottopagati e deve esserci un cambiamento”.

Ha detto che il finanziamento del sistema sanitario britannico doveva gia’ essere stato valutato in passato e “dobbiamo pensare a come reimmaginiamo l’economia”. “Penso che sia inevitabile che dobbiamo chiedere a coloro che hanno di più di pagare di più”. “Quando supereremo la crisi del coronavirus ci sarà una resa dei conti, dovremo fare le cose diversamente”. In un articolo del Sunday Times, Sir Keir ha affermato che la mancata fornitura di dispositivi di protezione per i lavoratori in prima linea ed i ritardi nei test sono stati “gravi errori” del governo.

“Il Partito Laburista da me guidato farà la sua parte per offrire soluzioni”.

“Parleremo anche per coloro che sono stati ignorati; e dove vediamo errori abbiamo il dovere di esporli per garantire che vengano corretti il più presto possibile”.

Ha anche affermato che il Regno Unito ora deve essere pronto a “proteggere l’intera popolazione” dal coronavirus non appena sarà disponibile un vaccino. “Ciò significa costruire centri di vaccinazione nelle città di tutto il paese, collaborare con i leader mondiali per garantire l’approvvigionamento globale e garantire che i lavoratori chiave e i più vulnerabili siano questa volta in prima fila”. Si ha l’impressione, quindi, che sotto la sua guida, i laburisti forniranno un’opposizione forte da far sperare di nuovo al popolo laburista di diventare il futuro partito che guiderà il governo..

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