Esteri
Kiev tra scandali e guerra: Budanov compare nelle carte, Mosca prepara nuovi attacchi
Il nome di Kyrylo Budanov compare negli atti dell’indagine sulla cauzione dell’ex ministro Halushchenko, ma non risulta indagato. Intanto Fedorov critica Zelensky e Mosca starebbe valutando nuovi attacchi balistici contro l’Ucraina.
Mentre la Russia prepara una possibile intensificazione degli attacchi, Volodymyr Zelensky deve affrontare una nuova crisi politica e giudiziaria dentro il sistema di potere ucraino.
Il nome di Kyrylo Budanov, ex capo dell’intelligence militare e attuale responsabile dell’Ufficio presidenziale, compare negli atti dell’operazione anticorruzione “Forrest Gump”. Budanov non risulta indagato né accusato di alcun reato, ma viene citato nelle conversazioni attribuite a Iryna Mudra, sua ex vice recentemente rimossa da Zelensky.
I soldi per la cauzione dell’ex ministro
L’indagine del Nabu e della Procura specializzata anticorruzione riguarda il presunto riciclaggio di 150 milioni di grivne, circa 3,4 milioni di dollari, utilizzati per pagare la cauzione dell’ex ministro dell’Energia e della Giustizia Herman Halushchenko.
Secondo gli investigatori, il denaro di possibile provenienza illecita sarebbe transitato attraverso società di comodo e conti aperti presso Sense Bank, istituto controllato dallo Stato. Mudra, l’ex parlamentare e imprenditore Maksym Mykytas e alcuni dirigenti della banca sono sospettati di aver partecipato all’operazione.
Durante l’udienza sono state presentate conversazioni nelle quali Mudra fa riferimento a contatti con Budanov sulla gestione di Sense Bank. La sola menzione non dimostra un suo coinvolgimento nello schema. Il capo dell’Ufficio presidenziale ha invitato ad attendere le decisioni dell’Alta Corte anticorruzione.
Fedorov: «Stiamo lentamente perdendo la guerra»
Alla pressione giudiziaria si aggiunge lo scontro politico aperto dall’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, rimosso dopo sei mesi di mandato e diventato uno dei principali critici di Zelensky.
Fedorov sostiene che l’Ucraina stia “lentamente perdendo” la guerra per mancanza di una strategia complessiva, inefficienze amministrative e resistenze alle riforme. Ha chiesto un maggiore impiego di tecnologie militari avanzate e persino elezioni durante il conflitto, ipotesi respinta da Zelensky perché vietata dalla legge marziale e considerata pericolosa per la stabilità del Paese.
Sul fronte diplomatico circola il nome dell’ex ministro degli Esteri Dmytro Kuleba per l’ambasciata ucraina a Washington. La nomina non è stata confermata. Il posto è vacante dopo la rimozione di Olha Stefanishyna, accusata di arricchimento illecito e false dichiarazioni patrimoniali. L’ex ambasciatrice respinge le contestazioni.
Mosca valuta nuovi attacchi balistici
Secondo indiscrezioni raccolte da Bloomberg negli ambienti vicini al Cremlino, Vladimir Putin avrebbe concluso che i negoziati di pace sono arrivati a un punto morto.
Mosca starebbe quindi valutando un’intensificazione degli attacchi con missili balistici convenzionali contro il centro di Kiev e le infrastrutture di altre città ucraine. Si tratta di informazioni attribuite a fonti anonime e non di un piano annunciato ufficialmente dal Cremlino.
Ancora più delicata è l’ipotesi nucleare. Alcuni funzionari russi temerebbero che Putin possa arrivare, come ultima risorsa, all’impiego di un’arma tattica. Non esistono però segnali concreti di preparativi in questa direzione e la possibilità resta una valutazione altamente speculativa. Un simile passaggio incontrerebbe inoltre la netta opposizione di partner strategici della Russia, a cominciare dalla Cina.
Donald Trump continua invece a lasciare aperto uno spiraglio diplomatico. Commentando la visita del direttore della Cia John Ratcliffe a Mosca, il presidente americano ha affermato che dai colloqui “potrebbe venire fuori qualcosa”, senza fornire elementi concreti su una possibile svolta.
Zelensky visita il fronte
Zelensky e il nuovo comandante in capo Mykhailo Drapatyi hanno visitato le unità schierate nel settore di Oleksandrivka. Il presidente ha incontrato i militari dell’80ª Brigata d’assalto aereo per discutere rinforzi, droni, artiglieria e finanziamenti diretti alle unità.
Il leader ucraino ha inoltre ringraziato Sergio Mattarella per gli auguri ricevuti in occasione della festa dell’Indipendenza e per la solidarietà dell’Italia, sottolineando il sostegno del presidente della Repubblica al percorso europeo di Kiev.
Droni contro magazzini e raffinerie russe
Sul terreno proseguono gli attacchi ucraini in profondità. Un’incursione con droni ha provocato un incendio che ha distrutto circa 100 mila metri quadrati del centro logistico Wildberries di Kotovsk, nella regione russa di Tambov. Due persone sono rimaste ferite.
Lo Stato maggiore ucraino ha inoltre rivendicato l’attacco contro la raffineria Norsi della Lukoil a Kstovo, nella regione di Nizhny Novgorod. L’impianto, uno dei principali poli russi per la lavorazione del petrolio, avrebbe sospeso parte delle attività dopo l’incendio.
Nel territorio occupato della regione di Lugansk, le autorità insediate da Mosca sostengono infine che un attacco ucraino abbia colpito un autobus, uccidendo nove persone. La ricostruzione non è stata verificata in modo indipendente e Kiev non ha commentato l’accusa.
Esteri
Merz sfida AfD e Trump: «La remigrazione è pulizia etnica»
Dopo la vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt, scontro durissimo tra Friedrich Merz e Alice Weidel. Il cancelliere rinvia anche una telefonata con Trump, che aveva festeggiato il risultato dell’ultradestra.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, già sotto pressione dopo la pesante sconfitta in Sassonia-Anhalt, apre lo scontro con l’AfD e manda un segnale anche a Donald Trump. Il governo tedesco ha infatti rinviato una telefonata con la Casa Bianca prevista per l’11 settembre, dopo che il presidente americano aveva salutato con entusiasmo il successo dell’ultradestra tedesca.
La tensione è esplosa anche nel Bundestag, dove la co-leader dell’AfD Alice Weidel ha attaccato frontalmente il cancelliere: «Il suo tempo è scaduto. Gli elettori hanno chiarito che il governo nero-rosso è finito».
Merz: «AfD forza distruttiva»
Durissima la replica del cancelliere: «Lei è e resta una forza distruttiva». Merz ha accusato l’AfD di disprezzare le istituzioni democratiche e ha definito la politica della “remigrazione” sostenuta dall’ultradestra «nient’altro che pulizia etnica».
Il cancelliere è apparso però sulla difensiva ed è stato criticato da diversi media tedeschi per un intervento giudicato poco convincente. La debacle elettorale ha infatti riaperto il confronto sulla tenuta della coalizione tra conservatori e socialdemocratici.
La telefonata con Trump rinviata
Il portavoce del governo, Stefan Kornelius, ha annunciato il rinvio della telefonata tra Merz e Trump, inizialmente programmata nell’anniversario degli attentati alle Torri Gemelle. Ha precisato che la decisione non è stata determinata da problemi di agenda, senza confermare esplicitamente un collegamento con le dichiarazioni del presidente americano.
Trump aveva commentato su Truth Social il risultato elettorale scrivendo: «Wow, i populisti tedeschi hanno avuto una grande serata». Aveva poi attribuito il successo dell’AfD al malcontento per le politiche migratorie, sostenendo che i tedeschi «ne hanno finalmente abbastanza».
I sospetti sulle pressioni americane
Le parole del presidente americano hanno alimentato in Germania il dibattito sulle interferenze della destra statunitense nella politica europea. Nel passato recente erano intervenuti a sostegno dell’AfD anche Elon Musk e il vicepresidente JD Vance, che aveva incontrato Weidel a Monaco durante la Conferenza sulla sicurezza.
Non ci sono tuttavia elementi pubblici che dimostrino un sostegno diretto dell’amministrazione americana alla campagna elettorale del partito tedesco. Da tempo Berlino denuncia invece tentativi di influenza e destabilizzazione attribuiti alla Russia.
AfD cerca una maggioranza regionale
In Sassonia-Anhalt il vincitore Ulrich Siegmund sta sondando la disponibilità degli altri partiti per formare il primo governo regionale guidato dall’AfD. Finora sono arrivati quattro rifiuti, mentre il Bsw di Sahra Wagenknecht ha manifestato un’apertura al confronto.
Weidel ha intanto accusato il governo di condurre la Germania verso il fallimento, denunciando la deindustrializzazione, la crisi del settore automobilistico e gli effetti della transizione energetica. Rivolgendosi all’Unione europea, ha rivendicato: «Rivogliamo indietro i nostri soldi», richiamando una celebre formula di Margaret Thatcher.
Merz contrario alla messa al bando
Il programma radicale dell’AfD continua ad alimentare il confronto sull’eventuale ricorso agli strumenti costituzionali per mettere al bando le formazioni considerate antidemocratiche.
Merz resta però scettico: il problema, secondo il cancelliere, non si risolve vietando il partito, ma riconquistando politicamente i suoi elettori.
Esteri
Lo Yemen diventa l’ultima carta dell’Iran: raid sauditi e nuove minacce su Bab el-Mandeb
L’Arabia Saudita risponde agli attacchi degli Houthi con oltre trenta raid nello Yemen. Secondo gli analisti, con Hezbollah indebolito e il corridoio siriano interrotto, il fronte yemenita è ormai la principale leva indiretta dell’Iran contro Riad e Washington. Prime navi deviate da Bab el-Mandeb.
Con Hezbollah indebolito in Libano e il corridoio siriano delle armi ormai interrotto, lo Yemen diventa il principale fronte dal quale l’Iran può ancora esercitare pressione indiretta su Arabia Saudita e Stati Uniti.
È in questa cornice che gli analisti regionali collocano l’escalation militare nel sud della Penisola arabica e lungo le coste del Mar Rosso, a ridosso dello Stretto di Bab el-Mandeb. Dopo Hormuz, è la seconda strozzatura marittima strategica dell’area e rappresenta un passaggio fondamentale per le rotte commerciali dirette verso il Canale di Suez.
La tregua yemenita appare ormai compromessa. Dopo gli attacchi degli Houthi contro installazioni petrolifere saudite, Riad ha risposto con oltre trenta raid in una sola notte.
La rappresaglia saudita su quattro province
I bombardamenti hanno interessato obiettivi nelle province di Taiz, Hodeida, al-Jawf e Marib, dove gli Houthi controllano importanti porzioni di territorio e mantengono strutture militari.
Per la prima volta dopo anni, l’Arabia Saudita ha colpito contemporaneamente i diversi fronti dai quali i ribelli stanno avanzando verso Bab el-Mandeb.
L’offensiva rappresenta una risposta agli attacchi contro le infrastrutture petrolifere saudite, ma si inserisce anche nel più ampio confronto tra Washington e Teheran.
L’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Hans Grundberg, ha avvertito che il nuovo ciclo di azioni e rappresaglie rischia di allargare ulteriormente il conflitto.
Trump: «Ogni attacco Houthi sarà considerato iraniano»
Da settimane il presidente americano Donald Trump alterna pressione economica e minacce militari nei confronti dell’Iran.
Pur sostenendo di voler mantenere un «basso profilo» nei negoziati con Teheran, Trump ha avvertito che ogni attacco compiuto dagli Houthi sarà considerato come se fosse stato «sparato dall’Iran».
La dichiarazione riduce lo spazio di separazione tra le azioni autonome rivendicate dal gruppo yemenita e la responsabilità attribuita dagli Stati Uniti alla Repubblica islamica.
Gli Emirati Arabi Uniti, alleati regionali di Washington e legati a Israele dagli Accordi di Abramo, hanno intanto sospeso gli scambi commerciali con Teheran. Le Guardie rivoluzionarie iraniane minacciano invece l’impiego di armi «ancora più distruttive» in caso di una nuova offensiva americano-israeliana.
Hezbollah indebolito, chiuso il corridoio siriano
Gli altri alleati regionali dell’Iran attraversano una fase di difficoltà. In Libano, Hezbollah non dispone più della capacità di deterrenza esercitata per decenni.
Le operazioni israeliane attorno alle alture di Ali Taher, nel distretto di Nabatiye, e il rinvio dei colloqui attesi a Roma confermano che il movimento sciita rimane sulla difensiva e sottoposto a una crescente pressione per il disarmo.
Ancora più rilevante è la perdita della rotta siriana. Dopo la caduta di Bashar al-Assad, il nuovo potere di Damasco si è avvicinato agli Stati Uniti e ostacola il trasferimento via terra di armi e risorse dall’Iran verso il Libano.
Teheran non può quindi utilizzare con la stessa efficacia la rete che per anni ha collegato Iran, Siria e Hezbollah.
Gli Houthi come leva indiretta di Teheran
In questo scenario, secondo la lettura prevalente tra gli analisti regionali, gli Houthi rappresentano la leva più efficace ancora a disposizione dell’Iran senza un suo coinvolgimento militare diretto e dichiarato.
Il gruppo è in grado di colpire petroliere e impianti sauditi, minacciare il traffico commerciale nel Mar Rosso e rivendicare autonomamente le operazioni. Questa autonomia formale consente a Teheran di mantenere un margine di ambiguità sulla propria responsabilità.
Il legame politico e militare tra l’Iran e gli Houthi è consolidato, ma il grado di controllo esercitato da Teheran sulle singole operazioni rimane oggetto di valutazioni differenti.
Le navi cominciano a evitare lo Stretto
La minaccia alla navigazione produce già i primi effetti. Secondo l’Institute for the Study of War, almeno sette navi avrebbero modificato la propria rotta per evitare Bab el-Mandeb.
Un’interruzione più ampia del traffico costringerebbe le compagnie a circumnavigare l’Africa passando per il Capo di Buona Speranza, con tempi di percorrenza, costi assicurativi e prezzi di trasporto molto più elevati.
La battaglia per lo Yemen assume così una dimensione che supera i confini del Paese. In gioco non ci sono soltanto gli equilibri tra Iran e Arabia Saudita, ma la sicurezza di una delle rotte commerciali più importanti del mondo.
Esteri
Germania al voto, testa a testa a Berlino e AfD prima in Meclemburgo: nuova prova per Merz
Il 20 settembre Berlino e Meclemburgo-Pomerania Anteriore tornano alle urne. Nella capitale Cdu, Linke e AfD sono separate da due punti, mentre nel Meclemburgo l’AfD è al 35% e la Spd di Manuela Schwesig tenta la rimonta. Nuovo test per il cancelliere Friedrich Merz.
La sconfitta in Sassonia-Anhalt brucia ancora, ma per la Cdu e il cancelliere Friedrich Merz è già tempo di affrontare due nuove prove elettorali. Il 20 settembre si voterà a Berlino e in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, due consultazioni destinate a ridisegnare gli equilibri regionali e ad avere conseguenze anche sul quadro politico nazionale.
Nella capitale non emerge un favorito: Cdu, Linke e AfD sono racchiuse in appena due punti percentuali. Nel Meclemburgo, invece, l’AfD conserva il primo posto, ma la Spd della ministra-presidente Manuela Schwesig tenta la rimonta.
Berlino, tre partiti in due punti
Secondo il sondaggio dell’Istituto Insa del 4 settembre, a Berlino la Cdu è prima con il 20%, seguita dalla Linke al 19% e dall’AfD al 18%. Verdi e Spd sono appaiati al 15%.
La competizione appare quindi completamente aperta. Più che sulle personalità dei candidati, la campagna elettorale si concentra sulle questioni che incidono direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini: costo degli affitti, sicurezza, mobilità e immigrazione.
Il clima nella città è appesantito anche dalle conseguenze dell’attentato di fine luglio e dall’attacco informatico che ha provocato la pubblicazione nel darknet di dati sensibili sottratti all’amministrazione comunale.
La Linke conquista i giovani
Tra gli elettori più giovani cresce soprattutto la Linke, guidata dall’italo-tedesco Luigi Pantisano. Una parte rilevante delle nuove generazioni ritiene che la politica tradizionale non rappresenti adeguatamente i propri problemi.
Il tema principale è quello della casa. Gli affitti sempre più elevati costituiscono una delle emergenze più avvertite nella capitale tedesca e sono da tempo al centro della proposta politica della Sinistra.
A pesare sulle scelte dei giovani sono anche la sicurezza interna, il funzionamento dei trasporti pubblici e le politiche migratorie.
La rinuncia del sindaco Wegner
La Cdu deve fare i conti con le difficoltà del sindaco uscente Kai Wegner, che a luglio ha rinunciato alla candidatura. Il primo cittadino era stato accusato di errori nella gestione della comunicazione dopo il blackout che aveva colpito Berlino all’inizio dell’anno.
La scelta ha privato i cristiano-democratici del loro candidato naturale e ha reso più complicata una campagna già condizionata dalle difficoltà nazionali del partito e dalla recente debacle in Sassonia-Anhalt.
Inchiesta sul candidato della Spd
Problemi anche per la Spd, storicamente molto forte a Berlino. La procura di Hannover sta indagando sul candidato di punta socialdemocratico Steffen Krach per una presunta vicenda di corruzione nel settore sanitario.
L’esistenza dell’indagine rischia di frenare il recupero del partito guidato a livello nazionale da Lars Klingbeil e Bärbel Bas, già costretto a difendere un consenso ridotto nella sua tradizionale roccaforte.
Le eventuali responsabilità di Krach dovranno naturalmente essere accertate e nei suoi confronti vale la presunzione di innocenza.
AfD avanti nel Meclemburgo, Schwesig tenta la rimonta
Il quadro è diverso nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Qui l’AfD resta in testa nei sondaggi con il 35%, ma la Spd è risalita al 32% e punta al sorpasso.
A guidare i socialdemocratici è l’attuale ministra-presidente Manuela Schwesig, che ha scelto come parole d’ordine «Rilancio, collaborazione e rispetto».
Il programma della Spd punta sul rafforzamento dell’economia regionale, sulla creazione e stabilizzazione dei posti di lavoro, sugli investimenti nell’istruzione, sulla tutela dell’infanzia e sulla coesione sociale.
Il voto del 20 settembre rappresenterà dunque un passaggio delicato per tutti. La Cdu dovrà dimostrare di poter reagire alla sconfitta in Sassonia-Anhalt, la Spd proverà a difendere uno dei suoi governi regionali più importanti, mentre l’AfD cercherà una nuova affermazione. Per Friedrich Merz sarà soprattutto un test sulla capacità di ritrovare una rotta dopo una delle fasi più difficili della sua leadership.


