Esteri
Kiev sotto le bombe russe: sale a 21 il bilancio delle vittime dopo i raid nella notte
Sale a 21 morti il bilancio dei bombardamenti russi che nella notte hanno colpito Kiev. I soccorritori stanno continuando le ricerche tra le macerie di un edificio crollato nel quartiere di Darnytskyi, mentre prosegue la guerra tra Russia e Ucraina.
Si aggrava il bilancio dei massicci bombardamenti russi che nella notte hanno colpito Kiev. Secondo quanto riferito dai servizi di soccorso ucraini, le vittime accertate sono salite ad almeno 21, mentre proseguono le ricerche tra le macerie degli edifici distrutti.
L’attacco ha colpito in particolare il quartiere di Darnytskyi, dove un palazzo è parzialmente crollato dopo le esplosioni.
Soccorritori al lavoro tra le macerie
I vigili del fuoco e le squadre di emergenza stanno continuando senza sosta le operazioni di ricerca per individuare eventuali superstiti rimasti intrappolati sotto i detriti.
Il bilancio precedente parlava di 16 morti, ma con il passare delle ore il numero delle vittime è aumentato, confermando la violenza dell’attacco contro la capitale ucraina.
Le autorità locali temono che il numero dei morti possa crescere ulteriormente.
Nuova escalation sulla capitale ucraina
L’attacco rappresenta uno dei più pesicanti raid russi contro Kiev degli ultimi mesi. La capitale ucraina continua a essere bersaglio di missili e droni in un conflitto che prosegue senza segnali concreti di tregua.
La guerra tra Russia e Ucraina continua così a colpire duramente anche le aree civili, mentre sul piano diplomatico restano lontane ipotesi di soluzione negoziale.
Mosca non ha al momento diffuso commenti ufficiali dettagliati sull’operazione militare della notte.
Kiev sotto pressione tra guerra e emergenza civile
Nelle immagini diffuse dai media ucraini si vedono edifici devastati, auto distrutte e squadre di soccorso impegnate a scavare tra cemento e lamiere.
La popolazione della capitale vive ormai da mesi in uno stato di allerta quasi permanente, con sirene antiaeree e rifugi utilizzati frequentemente durante gli attacchi russi.
Esteri
Bill Gates in Congresso sul caso Epstein: “Non avrei mai dovuto incontrarlo”
Bill Gates è stato ascoltato a porte chiuse dalla commissione di sorveglianza della Camera americana sui suoi rapporti con Jeffrey Epstein. Il cofondatore di Microsoft ha ammesso l’errore di averlo incontrato, ma ha negato ogni coinvolgimento in attività illecite.
Davanti ai deputati americani, Bill Gates ha dovuto affrontare una delle pagine più controverse della sua storia personale e pubblica: i rapporti avuti con Jeffrey Epstein, finanziere condannato per reati sessuali e morto suicida in carcere nel 2019. Il cofondatore di Microsoft, ascoltato a porte chiuse dalla commissione di sorveglianza della Camera, ha ammesso l’errore di averlo frequentato, definendo quegli incontri una grave mancanza di giudizio.
L’ammissione davanti alla commissione
Nella dichiarazione iniziale, Gates ha riconosciuto che non avrebbe mai dovuto incontrare Epstein. Ha spiegato di averlo conosciuto nel 2011, dopo la condanna del finanziere, nell’ambito di contatti legati alla filantropia e alla possibilità di ottenere donazioni per iniziative globali nel campo della salute.
Secondo la versione resa dal miliardario, i rapporti con Epstein sarebbero proseguiti fino al 2014 e avrebbero avuto come unico obiettivo la ricerca di finanziatori per le attività della Gates Foundation. Gates ha però ammesso che, alla luce di quanto emerso successivamente, nessuna promessa di donazione avrebbe potuto giustificare l’associazione con Epstein.
La difesa di Gates: nessuna accusa formale
Il cofondatore di Microsoft ha negato di aver mai assistito a comportamenti criminali di Epstein o di aver avuto elementi per ritenere che fosse coinvolto in attività illecite durante i loro incontri. Ha inoltre dichiarato di non aver mai molestato nessuno e di non essere mai stato sull’isola, nel ranch o nella residenza in Florida del finanziere.
Gates non risulta accusato di alcun reato in relazione al caso Epstein. La sua audizione rientra nell’indagine parlamentare americana sui rapporti tra il finanziere e personalità politiche, economiche e istituzionali di primo piano.
I rapporti con Epstein e il nodo della filantropia
Gates ha spiegato di essere stato introdotto a Epstein attraverso ambienti professionali e filantropici. L’obiettivo, secondo la sua ricostruzione, era verificare se il finanziere potesse davvero facilitare l’accesso a grandi donatori internazionali per progetti sanitari e umanitari.
La Gates Foundation ha confermato che non si concretizzò alcuna collaborazione finanziaria con Epstein. Proprio il mancato arrivo dei fondi promessi avrebbe spinto Gates a interrompere i rapporti nel 2014.
Le pressioni legate alla vita privata
Nel corso dell’audizione, Gates ha anche riferito che Epstein avrebbe tentato di usare informazioni sulla sua vita privata, comprese relazioni extraconiugali, per fare pressione su di lui e indurlo a riprendere i contatti.
Secondo il racconto del miliardario, quel tentativo non ebbe successo, ma dimostrerebbe il modo in cui Epstein cercava di sfruttare relazioni e informazioni personali per rafforzare la propria rete di influenza.
Il ruolo di Melanie Walker
Nel quadro dei rapporti tra Gates ed Epstein compare anche il nome di Melanie Walker, medico originaria di Seattle, legata al finanziere e per anni attiva nell’orbita della Gates Foundation e dell’ufficio privato del miliardario.
Walker è indicata come una delle figure che contribuirono a inserire Epstein nella cerchia di Gates. La sua storia personale e professionale si intreccia con diversi ambienti frequentati dal finanziere, confermando quanto fosse ampia e ramificata la rete di relazioni costruita da Epstein negli anni.
Una reputazione globale sotto esame
La testimonianza di Gates non cambia il dato giudiziario: il miliardario non è imputato né accusato formalmente di illeciti nel caso Epstein. Ma la sua presenza davanti alla commissione americana riapre il tema della responsabilità pubblica di chi, pur senza essere coinvolto in reati, ha accettato di frequentare un uomo già condannato per reati sessuali.
Per Gates, simbolo mondiale della tecnologia e della filantropia, l’audizione rappresenta un passaggio difficile. La sua linea difensiva è netta: fu un errore di giudizio, non una complicità. Resta però il peso politico e morale di una relazione che oggi il fondatore di Microsoft riconosce come ingiustificabile.
Esteri
Ucraina, missili Flamingo contro la Russia: colpito un impianto militare a mille chilometri dal fronte
L’Ucraina rivendica nuovi attacchi in profondità contro obiettivi militari ed energetici russi. Zelensky conferma l’uso dei missili Flamingo su un impianto a Cheboksary, mentre Mosca minaccia risposte alle nuove sanzioni Ue.
La guerra entra sempre più in profondità nel territorio russo. L’Ucraina non colpisce più soltanto con i droni, ma rivendica l’uso dei missili Flamingo di fabbricazione nazionale contro un impianto militare a Cheboksary, nella regione russa della Ciuvascia, circa mille chilometri dal confine ucraino. È un salto di qualità operativo che conferma la strategia di Kiev: portare pressione sulla macchina militare ed energetica di Mosca lontano dalla linea del fronte.
Zelensky rivendica l’attacco a Cheboksary
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha confermato che i missili FP-5 Flamingo hanno colpito un impianto militare a Cheboksary, ritenuto coinvolto nella fornitura di componenti per droni e missili destinati all’esercito russo.
Le autorità russe hanno ammesso che la città è stata presa di mira da un attacco missilistico, senza però indicare con precisione l’obiettivo colpito. Secondo fonti ucraine, l’operazione si inserisce in una serie più ampia di attacchi contro infrastrutture militari ed energetiche russe, comprese una raffineria nella regione di Samara e una petroliera russa nel Mar Nero.
La strategia ucraina degli attacchi in profondità
Gli attacchi contro Cheboksary e Samara confermano la volontà di Kiev di indebolire la capacità produttiva e logistica della Russia. Non si tratta più solo di azioni simboliche, ma di operazioni mirate contro siti considerati funzionali allo sforzo bellico russo.
La raffineria colpita nella regione di Samara è indicata da fonti ucraine come un’infrastruttura rilevante per il settore energetico russo. Anche il riferimento alla petroliera nel Mar Nero si inserisce nella pressione esercitata da Kiev contro le reti logistiche e commerciali con cui Mosca cerca di sostenere la propria economia di guerra.
Mosca reagisce alle nuove sanzioni Ue
Mentre sul terreno aumentano gli attacchi a lunga distanza, si apre un nuovo fronte diplomatico ed economico. La Russia ha reagito duramente all’annuncio del ventunesimo pacchetto di sanzioni Ue, presentato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.
La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha promesso “misure efficaci e decise” in risposta alle nuove restrizioni, definendo illegittime le misure coercitive unilaterali. Il pacchetto europeo, che dovrà ottenere il via libera unanime dei 27 Stati membri, punta tra l’altro a rafforzare le restrizioni sul settore energetico, sulle banche, sulle piattaforme finanziarie e sulle modalità con cui Mosca aggira i divieti occidentali.
Putin contro l’Europa: sanzioni assurde
Anche Vladimir Putin ha attaccato le decisioni europee, soffermandosi in particolare sulle sanzioni contro alcuni campi estivi accusati dall’Ue di partecipare a programmi di indottrinamento filo-russo rivolti a minori ucraini.
Il presidente russo ha definito quelle misure “assurde” e ha accusato le élite europee di essersi spinte fino a colpire organizzazioni frequentate da bambini. È una linea comunicativa già nota: Mosca presenta le sanzioni occidentali come un atto ostile e irrazionale, mentre l’Unione europea le considera uno strumento di pressione contro la guerra e contro l’economia militare russa.
Timidi segnali diplomatici tra Mosca e le capitali europee
Nel clima di scontro resta aperto un piccolo spiraglio diplomatico. Gli ambasciatori di Francia, Germania e Gran Bretagna saranno ricevuti al ministero degli Esteri russo su loro richiesta.
Il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov ha detto che Mosca li ascolterà, pur mantenendo un tono prudente e scettico sulla possibilità che arrivino proposte davvero costruttive. L’iniziativa segue il tentativo delle principali capitali europee di sostenere una prospettiva di dialogo diretto tra Russia e Ucraina, con partecipazione attiva di Stati Uniti ed Europa.
Auto esplose e informazioni ancora da verificare
Nel frattempo, in Russia resta da chiarire l’identità della persona uccisa nell’esplosione di un’auto a Balashikha, nella regione di Mosca. Alcuni canali Telegram hanno diffuso ipotesi non confermate sul possibile coinvolgimento di alti ufficiali russi, ma al momento non vi sono elementi ufficiali sufficienti per considerarle accertate.
Gli investigatori russi hanno inoltre fermato due minorenni, un ragazzo e una ragazza, accusati di aver tentato di far esplodere un’altra auto in un parcheggio nel sud-ovest di Mosca. Anche in questo caso le informazioni disponibili restano parziali e provengono dalle autorità investigative russe.
Una guerra sempre più lunga e tecnologica
La nuova fase del conflitto mostra una guerra sempre più tecnologica, fatta di missili a lunga gittata, droni, sabotaggi, attacchi contro infrastrutture e sanzioni economiche. Kiev cerca di dimostrare di poter colpire la Russia in profondità. Mosca risponde con minacce, accuse all’Occidente e nuove pressioni militari.
Sul piano diplomatico, i segnali restano deboli. Sul piano militare, invece, la guerra continua ad allargare il proprio raggio d’azione, trasformando il territorio russo lontano dal fronte in uno spazio sempre più vulnerabile.
Esteri
Raid pakistani in Afghanistan, Kabul denuncia 13 morti vicino al confine
Le autorità talebane denunciano raid aerei pakistani nelle province afghane di Kunar, Khost e Paktika. Secondo Kabul, sono morte almeno 13 persone, tra cui 11 bambini.
La tensione tra Afghanistan e Pakistan torna a salire lungo una delle frontiere più instabili dell’Asia centrale. Almeno 13 persone sarebbero rimaste uccise in attacchi aerei attribuiti all’esercito pakistano contro aree civili nelle province afghane di Kunar, Khost e Paktika, vicino al confine tra i due Paesi.
A denunciare l’accaduto è stato il portavoce del governo talebano, Zabihullah Mujahid, secondo cui nella notte l’esercito pakistano avrebbe violato lo spazio aereo afghano e bombardato abitazioni civili.
La denuncia dei talebani
Secondo la ricostruzione fornita da Kabul, le vittime sarebbero 11 bambini, una donna e un anziano. Il governo talebano parla apertamente di attacco contro civili e accusa Islamabad di aver colpito case nelle zone di confine.
L’esercito pakistano, al momento, non ha commentato ufficialmente le accuse. L’assenza di una versione da parte di Islamabad rende ancora più necessario trattare con prudenza il bilancio e la dinamica degli attacchi, che arrivano però in un contesto di tensione crescente tra i due Paesi.
La frontiera contesa e gli scontri degli ultimi mesi
Il confine tra Afghanistan e Pakistan è da tempo teatro di scontri, accuse reciproche e operazioni militari. Islamabad accusa spesso gruppi armati attivi in Afghanistan di usare il territorio afghano come retrovia per colpire il Pakistan. Kabul respinge queste accuse e denuncia a sua volta violazioni della propria sovranità.
Dopo settimane di scontri sporadici e una fase di guerra aperta esplosa alla fine di febbraio, nelle ultime settimane era tornata una relativa calma. I raid denunciati ora dal governo talebano rischiano di riaprire una fase di confronto diretto.
Il bilancio delle vittime civili
La popolazione civile continua a pagare il prezzo più alto dell’instabilità nella regione di confine. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato a metà maggio, almeno 372 civili afghani sono stati uccisi nelle violenze tra il primo gennaio e il 31 marzo.
Il nuovo attacco, se confermato nelle dimensioni denunciate da Kabul, sarebbe uno degli episodi più gravi delle ultime settimane e potrebbe alimentare nuove rappresaglie.
Il rischio di una nuova escalation
La crisi tra Afghanistan e Pakistan resta difficile da contenere perché si intreccia con sicurezza, terrorismo, controllo delle frontiere e rapporti diplomatici già fragili. Ogni attacco oltreconfine rischia di trasformarsi in una nuova spirale di accuse e ritorsioni.
Per ora resta la denuncia del governo talebano, il silenzio dell’esercito pakistano e un bilancio pesantissimo di vittime civili. La comunità internazionale osserva con preoccupazione una frontiera dove la tregua resta sempre precaria.


