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Esteri

Khodorkovsky: «In Russia non è soltanto una crisi del carburante, ma del sistema di potere di Putin»

Khodorkovsky analizza la crisi dei carburanti in Russia: il problema, sostiene, non è solo energetico, ma riguarda l’intero sistema di governo di Putin.

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Prima di diventare uno dei più noti oppositori di Vladimir Putin, trascorrere oltre dieci anni nelle carceri russe e scegliere l’esilio, Mikhail Khodorkovsky è stato il principale azionista e amministratore delegato di Yukos, uno dei maggiori gruppi petroliferi della Russia. Una conoscenza diretta dell’industria energetica che oggi gli consente di leggere la crisi dei carburanti anche come manifestazione delle debolezze del sistema politico russo.

Gli attacchi ucraini contro raffinerie, depositi e infrastrutture logistiche hanno ridotto sensibilmente la capacità russa di trasformare il greggio in benzina e diesel. Le stime disponibili oscillano in base agli impianti realmente fermi e alla durata delle riparazioni, ma indicano una contrazione compresa tra il 20 e il 40% in alcune fasi della campagna. Secondo fonti industriali citate da Reuters, la produzione di benzina sarebbe arrivata a coprire soltanto il 65% della domanda stagionale.

Una crisi che il mercato potrebbe risolvere

Secondo Khodorkovsky, le autorità potrebbero affidarsi a normali meccanismi di mercato. Il prezzo di diesel e benzina aumenterebbe nelle regioni più esposte alla carenza, attirando nuove forniture e riequilibrando progressivamente la distribuzione.

Il Cremlino, però, sarebbe riluttante a percorrere questa strada perché un rincaro generalizzato dei carburanti avrebbe effetti immediati sull’inflazione, sui bilanci familiari e sul consenso nei confronti di Putin.

Mosca ha quindi preferito bloccare temporaneamente le esportazioni di diesel e limitare quelle di altri prodotti raffinati, aumentando contemporaneamente le importazioni dalla Bielorussia e da altri Paesi. Sono misure in grado di attenuare l’emergenza, ma non di risolvere i problemi strutturali provocati dagli attacchi e dalla messa fuori servizio di alcuni grandi impianti.

L’alternativa richiede uno Stato efficiente

Esisterebbe anche una seconda soluzione. Il governo potrebbe coordinare direttamente produttori petroliferi, gestori degli oleodotti, ferrovie e aziende logistiche, modificando i flussi destinati all’esportazione e privilegiando le forniture interne.

Potrebbe inoltre utilizzare le riserve strategiche e, in caso di necessità, consentire temporaneamente la vendita di carburanti con standard qualitativi meno rigidi.

«È fattibile, ma richiede molta competenza amministrativa e capacità manageriale», osserva Khodorkovsky. Ed è proprio qui, secondo l’ex proprietario della Yukos, che emerge il vero problema.

«Il governo non ha né la volontà politica di seguire l’approccio di mercato né la capacità amministrativa di attuare l’alternativa. In definitiva, è più una crisi del sistema di governo che della benzina».

Il rischio per agricoltura e trasporti

La domanda è se l’Ucraina possa arrivare a provocare un collasso sistemico del settore, colpendo non soltanto le raffinerie, ma anche l’agricoltura, la logistica civile e i collegamenti tra le diverse regioni russe.

Khodorkovsky ritiene che il rischio aumenterebbe qualora Kiev ottenesse missili a lunga gittata come i Tomahawk o riuscisse ad ampliare la campagna contro le raffinerie siberiane e i principali nodi logistici.

L’attacco alla raffineria di Omsk, la più grande della Russia, ha già dimostrato che gli impianti situati molto lontano dal confine ucraino non possono più essere considerati completamente al sicuro. La temporanea sospensione delle lavorazioni ha provocato code ai distributori e restrizioni nelle vendite, anche se le autorità hanno avviato rapidamente le riparazioni.

Khodorkovsky ritiene tuttavia probabile che, in assenza di un ulteriore salto di qualità negli attacchi, il sistema russo riesca ad adattarsi all’attuale pressione nei prossimi mesi.

Carburante e Internet portano la guerra nelle case

La carenza di benzina e diesel e i frequenti blocchi di Internet rappresentano, secondo l’oppositore russo, i due principali modi attraverso i quali la popolazione avverte concretamente le conseguenze della guerra.

Per molti cittadini il conflitto non si manifesta attraverso le immagini del fronte, ma attraverso le code ai distributori, i limiti agli acquisti, i rincari e le difficoltà nei collegamenti digitali.

In alcune località le autorità hanno dovuto schierare volontari e cosacchi per mantenere l’ordine davanti alle stazioni di servizio, mentre il malcontento ha iniziato a emergere anche sui social network controllati dal governo.

Qualora le carenze continuassero, Putin potrebbe essere costretto ad adottare iniziative politiche prima delle consultazioni previste in autunno. Non perché si tratti, sottolinea Khodorkovsky, di elezioni realmente competitive, ma perché restano comunque un passaggio simbolico importante per il regime.

Dall’operazione speciale alla “guerra di popolo”

Secondo Khodorkovsky, l’apparato della propaganda starebbe già preparando un possibile cambiamento nel modo di presentare il conflitto.

Per oltre quattro anni il Cremlino ha vietato di definire l’invasione dell’Ucraina una guerra, imponendo la formula ufficiale di “operazione militare speciale”. Le recenti dichiarazioni del portavoce presidenziale Dmitry Peskov, che ha attribuito all’intervento europeo la trasformazione dello scontro in una vera guerra, potrebbero rappresentare il primo passo verso una nuova narrazione.

L’obiettivo sarebbe quello di trasformare il conflitto in una “guerra di popolo”, presentando la Russia come una nazione costretta a difendersi non più soltanto dall’Ucraina, ma dall’intero Occidente.

Khodorkovsky dubita però che la società russa accetterebbe facilmente questa impostazione. Una ridefinizione della guerra potrebbe rafforzare il nazionalismo, ma anche conferire maggiore peso politico ai militari, ai reduci e alle organizzazioni che rappresentano i combattenti.

L’espansione del potere dell’Fsb

Nel ragionamento dell’ex oligarca, la guerra ha modificato anche gli equilibri interni al sistema putiniano.

L’Fsb, il principale servizio di sicurezza russo ed erede del Kgb sovietico, è sempre stato uno degli strumenti centrali del potere di Putin. Prima dell’invasione, però, la sua influenza era almeno parzialmente bilanciata dall’amministrazione presidenziale, dal governo e dalla Banca centrale.

Secondo Khodorkovsky, dall’inizio della guerra i poteri del servizio segreto si sono progressivamente estesi alla politica interna, alla gestione di Internet e a settori rilevanti dell’economia.

Repressione, censura e controllo di polizia sarebbero diventati gli strumenti prevalenti di governo. Anche la tradizionale competizione tra gruppi rivali del Cremlino avverrebbe ormai sempre più spesso tra differenti strutture dell’Fsb.

Putin ostaggio del suo apparato

Khodorkovsky descrive questo sistema come intrinsecamente instabile. Putin, a suo giudizio, rischierebbe di diventare dipendente dallo stesso apparato di sicurezza sul quale ha fondato il proprio potere.

L’ex dirigente della Yukos richiama il precedente di Iosif Stalin, che cercò di evitare una simile dipendenza attraverso periodiche purghe ai vertici degli organismi repressivi.

Il paragone appartiene all’analisi politica di Khodorkovsky e non implica che una simile evoluzione sia inevitabile. Serve però a rappresentare il rischio di un sistema nel quale gli apparati di sicurezza acquistano progressivamente autonomia e competenze, riducendo lo spazio delle istituzioni civili.

La scommessa sulle destre europee

Putin, secondo l’oppositore in esilio, continuerebbe a ritenere possibile il raggiungimento dei propri obiettivi militari entro la fine dell’anno. Il Cremlino confidrebbe inoltre in uno spostamento degli elettorati europei verso formazioni di destra contrarie alla prosecuzione degli aiuti militari a Kiev.

Khodorkovsky sostiene che Mosca sia pronta a utilizzare propaganda, finanziamenti occulti, corruzione e strumenti coercitivi nell’ambito della propria strategia di guerra ibrida.

Le sue sono valutazioni politiche che non possono essere applicate indistintamente a tutti i partiti europei critici verso il sostegno all’Ucraina. Le attività russe di interferenza, disinformazione e influenza politica sono però da tempo oggetto di indagini e di attenzione da parte dei governi occidentali.

Il carburante come misura della fragilità russa

La crisi energetica non sembra destinata, da sola, a provocare il collasso della Russia. Il Paese dispone ancora di una vasta produzione petrolifera, di riserve e di una significativa capacità di adattamento.

Gli attacchi ucraini hanno tuttavia mostrato la vulnerabilità di un sistema industriale esteso su undici fusi orari e dipendente da pochi grandi impianti, oleodotti e snodi ferroviari.

Per Khodorkovsky, proprio questa crisi rende evidente il limite più profondo della Russia di Putin: un potere molto efficace nella repressione e nel controllo della società, ma assai meno capace di amministrare problemi complessi senza ricorrere a divieti, propaganda e misure d’emergenza.

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Crollo nei sondaggi per Trump: gradimento al minimo storico del 33% per l’effetto Iran

Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos, il gradimento di Donald Trump è sceso al 33%, eguagliando il minimo storico del 2017. La flessione è legata alle tensioni con l’Iran, con l’80% degli americani convinto che il conflitto durerà a lungo.

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Il sostegno popolare per Donald Trump tocca il punto più basso del suo mandato. Secondo l’ultimo sondaggio condotto da Reuters/Ipsos, il tasso di approvazione per l’operato del Presidente degli Stati Uniti è crollato al 33%, mentre una netta maggioranza del 64% esprime un parere contrario. Si tratta di un valore che eguaglia il record negativo registrato nel dicembre del 2017.

A pesare in modo decisivo sull’immagine del tycoon è la gestione delle tensioni internazionali, in particolare l’escalation del conflitto con l’Iran. Dopo essere tornato alla Casa Bianca forte del consenso di circa metà del Paese, l’impatto delle recenti mosse di politica estera in Medio Oriente ha provocato una marcata flessione nei consensi.

Dalla rilevazione emerge una diffusa preoccupazione tra l’opinione pubblica americana circa la durata dell’impegno militare: ben l’80% degli intervistati ritiene infatti che il coinvolgimento degli Stati Uniti nell’area sia destinato a protrarsi a lungo. Un timore trasversale che unisce l’elettorato, condiviso dall’87% dei simpatizzanti democratici e da un consistente 71% degli stessi elettori repubblicani.

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Nuova sede FBI, schiaffo giudiziario a Trump: il giudice sblocca il trasferimento in Maryland

Un giudice federale del Maryland ha accolto il ricorso della Contea di Prince George contro l’amministrazione Trump: il quartier generale dell’FBI potrà trasferirsi in Maryland e vengono sbloccati i 500 milioni di dollari precedentemente congelati dal governo.

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Un’importante vittoria legale per le autorità dello Stato del Maryland e un duro arresto per i piani dell’amministrazione guidata da Donald Trump. Un giudice federale del Maryland ha stabilito che la Casa Bianca non può bloccare il trasferimento programmato del quartier generale dell’FBI nel Maryland, respingendo le ultime disposizioni del governo federale.

La sentenza dà ragione alla Contea di Prince George e ai rappresentanti statali, fermando il tentativo dell’esecutivo di spostare provvisoriamente gli uffici del bureau presso il Ronald Reagan Building di Washington, situato a poca distanza dallo storico ma ormai obsoleto J. Edgar Hoover Building.

Accogliendo il ricorso delle autorità locali, il togato ha inoltre annullato il controverso provvedimento con cui l’amministrazione Trump aveva congelato e dirottato i 500 milioni di dollari già stanziati dal Congresso per la costruzione del nuovo plesso in territorio moscovita-marylandese. Questa decisione riapre la strada al megaprogetto infrastrutturale, destinato a garantire alle forze dell’ordine federali una sede moderna e fuori dal congestionato centro della capitale.

Meta descrizione SEO Un giudice federale sblocca il trasferimento dell’FBI in Maryland e restituisce i 500 milioni di dollari bloccati dall’amministrazione Trump.

Riassunto Un giudice federale del Maryland ha accolto il ricorso della Contea di Prince George contro l’amministrazione Trump: il quartier generale dell’FBI potrà trasferirsi in Maryland e vengono sbloccati i 500 milioni di dollari precedentemente congelati dal governo.

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Medio Oriente, colloquio Erdoğan-Trump: «Diplomazia fondamentale, no all’escalation con l’Iran»

Nel corso di un colloquio telefonico con Donald Trump, il presidente turco Erdoğan ha chiesto di insistete sui canali diplomatici, in particolare tra USA e Iran. Ha inoltre difeso il recente patto di difesa della Mecca con Arabia Saudita e Pakistan e criticato le azioni israeliane a Gaza.

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Faccia a faccia telefonico tra Ankara e Washington per fare il punto sulla delicatissima crisi in Medio Oriente. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha avuto un colloquio con il presidente statunitense Donald Trump, sottolineando l’assoluta necessità di sfruttare ogni canale diplomatico per evitare un’ulteriore escalation delle tensioni regionali.

Secondo quanto riferito dall’agenzia Anadolu, che cita una nota ufficiale della direzione per le comunicazioni della presidenza turca, Erdoğan ha caldeggiato in modo particolare il proseguimento del dialogo diretto e dei negoziati tra Stati Uniti e Iran.

Nel corso della telefonata, il leader di Ankara ha rispolverato il valore strategico dell’Accordo congiunto di difesa della Mecca — il patto trilaterale siglato questo mese tra Turchia, Pakistan e Arabia Saudita. Secondo Erdoğan, l’intesa «dimostra una posizione forte nel garantire la stabilità e la sicurezza regionali», ponendosi come un perno di deterrenza e coordinamento in un quadrante geopolitico incandescente.

Spazio centrale è stato riservato anche al dossier relativo alla Striscia di Gaza. Il capo di Stato turco ha espresso forte preoccupazione per la situazione sul campo: «In un momento in cui l’obiettivo prioritario dovrebbe essere il passaggio alla seconda fase del processo di pace, si registra un preoccupante aumento delle azioni del governo israeliano contro la popolazione palestinese». Erdoğan ha comunque ribadito che la Turchia non intende fare passi indietro e «continuerà a sostenere sforzi per una pace duratura nella regione, promuovendo iniziative concrete per la ricostruzione» del territorio palestinese.

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