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Juventus, esonerato Thiago Motta: in panchina arriva Igor Tudor

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Cambio in panchina alla Juventus: Thiago Motta è stato ufficialmente esonerato dal club bianconero. La decisione, nell’aria da giorni, è stata comunicata con una nota in cui la società ha ringraziato l’allenatore italo-brasiliano e il suo staff per «la professionalità dimostrata» e per «il lavoro svolto con passione e dedizione».

Tudor nuovo allenatore bianconero

A guidare la Juventus da qui alla fine della stagione sarà Igor Tudor, ex difensore della Juve tra il 1998 e il 2005 e viceallenatore durante la gestione Pirlo nella stagione 2020/2021. Il tecnico croato, classe 1978, inizierà ufficialmente il suo lavoro domani, dirigendo il primo allenamento con la squadra.

La scelta della dirigenza

La società ha deciso di voltare pagina dopo un cammino altalenante, scegliendo Tudor per la sua conoscenza dell’ambiente e per il suo stile di gioco aggressivo, già mostrato nelle sue esperienze in Serie A e in Ligue 1. La speranza del club è quella di ottenere la qualificazione alla prossima Champions League e ricostruire un progetto tecnico solido.

 

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Cultura

Ville Vesuviane, il rilancio della Fondazione vale il Premio Dorso

La Fondazione Ente Ville Vesuviane riceverà l’8 ottobre 2026 la Targa di rappresentanza del Presidente della Repubblica nell’ambito del Premio Guido Dorso. Il riconoscimento testimonia il percorso di rilancio guidato dal presidente Gennaro Miranda e dal direttore generale Roberto Chianese: restauri, mostre, Festival, iniziative leopardiane e progetto europeo GreenCraft rafforzano il rapporto tra patrimonio, cultura e territorio.

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Restauri, mostre, spettacoli e progetti europei: il rilancio della Fondazione Ente Ville Vesuviane si misura nella capacità di restituire al territorio il suo patrimonio e di renderlo protagonista della vita culturale. La Targa di rappresentanza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che sarà consegnata domani, giovedì 8 ottobre, nell’ambito della 47ª edizione del Premio Guido Dorso, rappresenta una nuova testimonianza di questo percorso.

Nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, al Senato, il riconoscimento porterà all’attenzione nazionale il lavoro della Fondazione presieduta da Gennaro Miranda, con Roberto Chianese alla direzione generale.

Il significato del premio si comprende guardando alle attività degli ultimi tre anni: interventi conservativi, collaborazioni istituzionali, esposizioni e appuntamenti che stanno rafforzando il rapporto tra le Ville Vesuviane, le comunità e il pubblico. Una strategia nella quale il recupero degli edifici si accompagna alla costruzione di nuove occasioni per visitarli e viverli.

Un patrimonio che torna al centro della vita culturale

Le Ville Vesuviane raccontano una parte fondamentale della storia del territorio tra Napoli e il Vesuvio. La costruzione della reggia di Portici, avviata nel 1738 per volontà di Carlo di Borbone, favorì la nascita delle residenze aristocratiche che ancora oggi caratterizzano il paesaggio.

Il sistema comprende 122 immobili monumentali settecenteschi, distribuiti tra Napoli, San Giorgio a Cremano, Portici, Ercolano e Torre del Greco. All’interno di questo patrimonio, la Fondazione tutela e gestisce direttamente Villa Campolieto, Villa Ruggiero, il Parco sul mare di Villa Favorita e Villa delle Ginestre.

È da questi luoghi che prende forma il rilancio. La conservazione assicura la trasmissione del patrimonio; la programmazione culturale ne amplia la conoscenza e crea ragioni per tornare a frequentarlo.

Fondazione Ente Ville Vesuviane. Nella foto Roberto Chianese (sx) e Gennaro Miranda (dx), direttore generale e presidente

I restauri e la restituzione degli spazi

Gli interventi di restauro e conservazione costituiscono la base del lavoro della Fondazione. Negli ultimi tre anni l’attività ha interessato, tra gli altri luoghi, Villa delle Ginestre, Villa Ruggiero e il complesso della Favorita.

A Villa Campolieto, un intervento recente ha restituito visibilità all’edicola vanvitelliana, attraverso la demolizione delle superfetazioni che ne compromettevano la percezione.

Il recupero permette di leggere meglio l’architettura del monumento e il suo rapporto con lo spazio circostante. È un esempio concreto di come la tutela possa tradursi in una restituzione alla comunità.

Il percorso deve naturalmente rispettare i tempi dei cantieri e le esigenze conservative. Le aperture straordinarie e le iniziative culturali accompagnano questo lavoro, mantenendo vivo il legame con i luoghi anche durante le diverse fasi degli interventi.

Villa Campolieto, dall’archeologia all’arte contemporanea

La programmazione espositiva mostra la capacità delle dimore storiche di accogliere contenuti e linguaggi differenti.

La mostra “Dall’uovo alle mele. La civiltà del cibo e i piaceri della tavola a Ercolano”, promossa insieme al Parco Archeologico di Ercolano, ha portato a Villa Campolieto un percorso sulla cultura alimentare romana. I reperti archeologici, ospitati negli ambienti settecenteschi, hanno collegato due stagioni della storia dello stesso territorio.

Sul versante contemporaneo, “Pietra Viva. Memoria e identità del Vesuvio”, dedicata ad Antonio Carotenuto e curata da Paolo Chiariello, ha proposto un confronto tra scultura, materia vulcanica e memoria dei luoghi.

Organizzata dall’Associazione In Oltre, con la collaborazione della Fondazione, l’esposizione ha ottenuto una proroga rispetto alla chiusura inizialmente prevista per il 18 luglio. Un’esperienza che testimonia l’interesse per progetti contemporanei radicati nell’identità vesuviana e la disponibilità dell’Ente a sostenerne il rapporto con il pubblico.

Il Festival rafforza la rete del Miglio d’Oro

Anche il Festival delle Ville Vesuviane, giunto nel 2026 alla 37ª edizione, contribuisce a rendere riconoscibile questo sistema culturale.

Con la direzione artistica di Bruno Tabacchini, il programma ha intrecciato teatro, musica, danza e mostre. Tra gli appuntamenti, Avion Travel con la Nuova Orchestra Scarlatti, Serena Rossi, iniziative dedicate a Eduardo e alla tradizione degli Scarpetta, spettacoli legati a Leopardi.

La distribuzione degli eventi tra Villa Campolieto, Villa delle Ginestre e altri spazi del territorio rafforza una prospettiva di rete. Il pubblico incontra le dimore attraverso esperienze diverse, mentre la programmazione valorizza il rapporto tra architettura, paesaggio e produzione artistica.

Leopardi e il futuro di Villa delle Ginestre

A Villa delle Ginestre, il legame con Giacomo Leopardi resta al centro del percorso di valorizzazione.

L’apertura straordinaria del 29 giugno 2026, anniversario della nascita del poeta, ha consentito un’anteprima della mostra a lui dedicata, destinata ad accompagnare la riapertura completa della dimora al termine del restauro conservativo.

A questo lavoro si affianca il Premio La Ginestra, che mantiene attivo il rapporto tra il territorio vesuviano, gli studi leopardiani e la cultura letteraria.

Un ulteriore appuntamento è previsto con le Giornate FAI d’autunno del 10 e 11 ottobre, dedicate a Villa Campolieto e Villa delle Ginestre: un’occasione per ampliare la conoscenza del patrimonio e coinvolgere nuovi visitatori.

GreenCraft collega cultura, artigianato e sostenibilità

Il rilancio comprende anche la dimensione europea. GreenCraft, guidato dalla Fondazione, punta a promuovere pratiche sostenibili nella filiera dell’artigianato artistico e delle imprese culturali e creative.

Il progetto richiama tradizioni locali come la lavorazione del corallo di Torre del Greco e il mercato delle pezze di Resina, mettendole in relazione con riuso, formazione e innovazione.

L’obiettivo è collegare il patrimonio alle competenze del territorio, coinvolgendo scuole, artigiani e imprese. Le ricadute economiche richiederanno valutazioni nel tempo, ma il progetto amplia il campo d’azione della Fondazione e il suo rapporto con le attività produttive locali.

Chianese: «Dare continuità al rilancio delle Ville»

«Il riconoscimento del Premio Dorso valorizza un percorso costruito giorno dopo giorno, attraverso restauri, mostre, spettacoli e collaborazioni. Il nostro impegno è rendere le Ville sempre più accessibili e frequentate, rafforzando il rapporto con le comunità, le scuole e le realtà culturali del territorio. La sfida è dare continuità a questo lavoro: alla conservazione del patrimonio deve accompagnarsi una programmazione capace di generare conoscenza, partecipazione e nuove opportunità per il Miglio d’Oro», dichiara il direttore generale della Fondazione Ente Ville Vesuviane, Roberto Chianese.

La continuità è il punto su cui si misurerà il consolidamento di questa stagione: manutenzione, accessibilità e qualità dell’offerta culturale devono sostenersi reciprocamente, affinché ogni iniziativa contribuisca a un rapporto duraturo tra il pubblico e le Ville.

Miranda: «Il giusto riconoscimento al lavoro svolto»

È su questo insieme di attività che si innesta il Premio Guido Dorso.

«Il Premio Guido Dorso è il giusto riconoscimento per lo straordinario lavoro svolto in questi ultimi tre anni dalla Fondazione Ente Ville Vesuviane per la valorizzazione e la promozione del territorio del Miglio d’Oro e dell’intero sistema delle Ville Vesuviane», afferma il presidente Gennaro Miranda.

Promosso dall’Associazione Internazionale Guido Dorso, presieduta da Nicola Squitieri, il premio valorizza dal 1970 studiosi e personalità che contribuiscono allo sviluppo del Mezzogiorno. Tra i destinatari dell’edizione 2026 figurano Salvatore Luongo, Roberto Andò, Danilo Ercolini, Daniele Archibugi e Filippo Liverini.

La consegna della Targa di rappresentanza aggiunge visibilità istituzionale a un percorso già avviato. Il suo valore trova riscontro nei luoghi recuperati, nelle collaborazioni costruite e nelle occasioni di partecipazione: è qui che il rilancio della Fondazione Ente Ville Vesuviane assume una dimensione concreta e può rafforzare il ruolo del Miglio d’Oronell’offerta culturale del Mezzogiorno.

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Esteri

7 ottobre: il dolore e l’orrore

Una riflessione sul terzo anniversario del 7 ottobre: la memoria del massacro e degli ostaggi, la distruzione di Gaza, il ruolo di Trump nella ricostruzione e la frammentazione della Cisgiordania. Al centro, il rapporto tra territorio, sicurezza, sovranità e possibilità di pace, senza mettere in concorrenza il dolore dei due popoli.

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Il terzo anniversario di una data orribile ci riporta innanzitutto al fatto. Al fatto violento, ingiustificabile, folle. Il 7 ottobre 2023 miliziani di Hamas penetrarono in territorio israeliano, assalirono kibbutz, case, strade, un festival musicale, uccidendo circa 1.200 persone e trascinandone 251 come ostaggi dentro Gaza. Non esiste causa palestinese, occupazione, ingiustizia storica che possa retroattivamente trasformare il massacro deliberato di civili in un atto legittimo. E non dovrebbe essere necessario aggiungere altro. Il dolore delle famiglie israeliane, il terrore di quelle ore, la lunga agonia degli ostaggi appartengono ormai alla memoria tragica non soltanto di Israele, ma del nostro tempo.

E tuttavia, tre anni dopo, il 7 ottobre non è più soltanto il 7 ottobre. È diventato una data generatrice. Ha prodotto una storia successiva che non può essere cancellata in nome della sua origine, esattamente come la sua origine non può essere cancellata in nome di ciò che è avvenuto dopo.

Gaza: la distruzione del territorio

C’è, innanzitutto, Gaza. E Gaza non è soltanto il nudo bilancio dei morti, dei feriti, dei corpi smembrati, del sangue rappreso. Quel bilancio è già spaventoso: alla fine di settembre 2026 il Ministero della Sanità di Gaza indicava oltre 74.000 palestinesi uccisi e più di 175.000 feriti dall’inizio della guerra. Sono cifre provenienti dalle autorità sanitarie di Gaza e vanno dunque indicate con la loro fonte; ma la dimensione della catastrofe umana e materiale non è seriamente contestabile.

Gaza è anche la distruzione di ciò che non si muove. Case, scuole, ospedali, strade, reti idriche, attività economiche, luoghi della memoria. E, con essi, la distruzione di ciò che non si vede: universi affettivi, vicinati, abitudini, genealogie familiari, quella trama minuta attraverso la quale un luogo diventa mondo per chi lo abita. Ancora oggi, dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, oltre centomila gazawi rimangono all’estero e la Striscia resta in larghissima parte in rovina; Israele ne controlla militarmente più del 60%, mentre gli attacchi non sono completamente cessati. Il territorio non è uno scenario sul quale è passata la guerra. Il territorio è diventato uno degli oggetti della guerra.

Quando la paura diventa ideologia

Ma il dopo-7 ottobre ha prodotto qualcosa anche dentro Israele. Sarebbe profondamente ingiusto attribuirlo all’intera società israeliana, attraversata da proteste, dissensi, conflitti, testimonianze di soldati, iniziative delle famiglie degli ostaggi e opposizioni alla politica del governo. Eppure è difficile negare che una parte importante della cultura politica israeliana abbia progressivamente legittimato livelli di violenza prima difficilmente pronunciabili nello spazio pubblico. La sicurezza dello Stato, principio perfettamente legittimo, ha potuto trasformarsi in ragione assoluta; il riferimento biblico alla terra in programma territoriale; l’idea del Grande Israele in progetto politico. Persino militari israeliani hanno cominciato a raccontare pubblicamente modalità operative e regole d’ingaggio a Gaza che mostrano quanto profondamente la guerra abbia modificato le soglie del tollerabile.

È forse questa una delle eredità più inquietanti del 7 ottobre: la trasformazione della paura in ideologia. Hamas aveva portato dentro Israele l’orrore. Una parte della politica israeliana ha trasformato cinicamente quell’orrore in una risorsa di legittimazione permanente.

La riserva morale di Israele

E qualcosa, contemporaneamente, è cambiato fuori da Israele.

Lo Stato nato nel 1948 ha goduto per decenni, soprattutto in Occidente, di una riserva morale straordinaria. Essa derivava certamente dalla persistente compassione suscitata dalla Shoah, ma non soltanto da essa: dalla storia millenaria della diaspora, delle persecuzioni, dei pogrom; dalla capacità del popolo ebraico di conservare una cultura attraversando dispersioni e catastrofi; dall’avventura stessa della costruzione di uno Stato percepito da molti come rifugio finalmente sicuro dopo secoli di vulnerabilità.

Quella riserva morale non è scomparsa. Ma si è incrinata. E ciò, non perché il mondo sia improvvisamente diventato antisemita — benché l’antisemitismo esista e abbia trovato nella guerra nuove, ripugnanti occasioni per manifestarsi — ma perché sempre più opinioni pubbliche hanno cominciato a distinguere tra solidarietà verso gli ebrei e consenso alle politiche dello Stato di Israele. È una distinzione essenziale. Ed è forse una delle trasformazioni geopolitiche e mediali più profonde prodotte da questi tre anni. Persino negli Stati Uniti, dove l’alleanza con Israele resta strutturale, il consenso non presenta più la compattezza di un tempo e il dibattito sugli aiuti militari e sulla Cisgiordania è penetrato apertamente nel Congresso.

L’irruzione di Trump: Gaza espropriata

Ma nei tre anni trascorsi dal 7 ottobre è accaduto qualcosa di ancora diverso. Sulla tragedia israelo-palestinese ha fatto irruzione Donald Trump. E con lui è entrata in scena una logica che non è più soltanto quella della guerra, dell’occupazione o della sicurezza, ma quella della presa in carico politico-economica del territorio. Gaza devastata diventa Gaza da ricostruire; Gaza da ricostruire diventa un immenso investimento; e un territorio abitato da oltre due milioni di palestinesi rischia così di essere pensato anzitutto come uno spazio amministrabile, finanziabile, edificabile.

È un passaggio enorme. Perché Trump compie, in un certo senso, una doppia espropriazione di Gaza. La prima riguarda evidentemente i palestinesi, ai quali viene sottratta la piena titolarità politica della ricostruzione del proprio territorio. Ma la seconda riguarda paradossalmente Israele. Una parte della destra israeliana aveva immaginato il dopoguerra come prosecuzione della guerra con altri mezzi: controllo militare, insediamenti, presenza territoriale, eventualmente rioccupazione e colonizzazione. Il dispositivo americano tende invece a sottrarre anche a Israele la piena disponibilità politica del futuro di Gaza, trasferendone la regia verso un organismo internazionale costruito e presieduto dagli Stati Uniti.

Il suo nome possiede già qualcosa della rappresentazione mediale: Board of Peace. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ne ha riconosciuto il ruolo transitorio nella ricostruzione di Gaza; Trump ne è presidente e il suo Executive Board comprende, tra gli altri, Marco Rubio, Steve Witkoff, Jared Kushner e Tony Blair. Al Board spetta coordinare finanziamenti e ricostruzione, mentre un Comitato palestinese di tecnocrati dovrebbe amministrare quotidianamente Gaza e una forza internazionale dovrebbe contribuire alla sicurezza. La sovranità palestinese, dunque, non scompare formalmente dall’orizzonte; viene però rinviata, mediata, amministrata attraverso una complessa architettura sovranazionale nella quale il centro decisionale rimane esterno a Gaza.

L’orrore trasformato in risorsa

E qui la tragedia sfiora il grottesco. Perché il Board of Peace funziona anche secondo una logica che sembra uscita direttamente dall’universo imprenditoriale di Trump: gli Stati possono parteciparvi per tre anni, ma chi versa un miliardo di dollari può acquisire una membership permanente. Non dunque, propriamente, un miliardo per avere una sedia; un miliardo per non doverla lasciare. La distinzione giuridica è importante. Quella mediale lo è forse ancora di più. La pace, la ricostruzione, il governo di uno dei territori più martoriati del pianeta entrano così anche nel linguaggio del capitale, dell’investimento, dell’accesso differenziato secondo capacità finanziaria.

E il business non è una metafora. Il Board ha già costituito un fondo per la ricostruzione e il 23 settembre ha presentato a New York un programma iniziale da 2,45 miliardi di dollari, articolato in 66 progetti riguardanti infrastrutture, sanità, istruzione, abitazioni e sicurezza alimentare. La ricostruzione complessiva viene valutata in decine di miliardi di dollari: circa 35 miliardi nel medio periodo e fino a oltre 71 miliardi nel prossimo decennio. Sono naturalmente risorse indispensabili per restituire una vita a Gaza. Ma sono anche appalti, infrastrutture, capitali, operatori economici, catene logistiche, terreni e valorizzazioni immobiliari. La ricostruzione necessaria porta inevitabilmente con sé un gigantesco mercato della ricostruzione.

La Riviera del Medio Oriente

È qui che l’originaria fantasia trumpiana di una Gaza trasformata nella “Riviera del Medio Oriente” acquista retrospettivamente un significato che va oltre la provocazione. Gaza può essere immaginata non più innanzitutto come terra di qualcuno, ma come spazio disponibile per qualcosa: investimento, sviluppo, infrastrutture, turismo, rendita, geopolitica. Il passaggio è sottilissimo e terribile. Dalla distruzione del territorio alla sua disponibilità. Dalla disponibilità alla progettazione. Dalla progettazione alla valorizzazione.

La geopolitica mediale raggiunge qui quasi la propria caricatura. Una tragedia prodotta da corpi, case distrutte, ostaggi, profughi, fame e macerie viene ricodificata attraverso board, executive board, fondi, governance, business plan, investimenti, quote di partecipazione. Il dolore diventa dossier; la rovina, progetto; la ricostruzione, opportunità. E la pace stessa assume la forma organizzativa di un consiglio d’amministrazione.

Non significa che ricostruire Gaza sia illegittimo: è esattamente il contrario, perché ricostruirla è indispensabile. Il problema è chi ricostruisce, per chi, decidendo che cosa e secondo quale idea di territorio. Un luogo non è una superficie devastata sulla quale il vincitore, il finanziatore o il developer possano tracciare liberamente una nuova planimetria. È memoria, appartenenza, diritto, affetti, sepolture, genealogie: precisamente tutto ciò che la guerra ha cercato di distruggere.

Ed è forse questa l’ultima metamorfosi del 7 ottobre. Hamas aveva trasformato il territorio israeliano in teatro del terrore; Israele ha trasformato Gaza in teatro della guerra; ora il progetto americano rischia di trasformare Gaza in teatro della ricostruzione. Cambiano gli attori e cambiano radicalmente le intenzioni, ma permane una domanda: quando potranno finalmente essere i suoi abitanti a dire che cosa Gaza debba diventare?

Prima ancora che una questione di pace, è, ancora una volta, una questione di geografia.

Cisgiordania: l’annessione senza annessione

Un “effetto collaterale” del 7 ottobre? Certamente. Ma tra gli effetti collaterali ne dobbiamo considerare anche un altro. Perché, nel frattempo, c’è stata la Cisgiordania. Mentre gli occhi del mondo guardavano Gaza, la territorializzazione coloniale ha continuato ad avanzare, rinvigorita dalla lettura strumentale del 7 ottobre. Nuovi insediamenti, nuove abitazioni, nuove acquisizioni territoriali, violenze dei coloni, frammentazione crescente dello spazio palestinese. A settembre Israele ha aggiunto 2.167 unità abitative al progetto E1, portando a 3.401 le unità previste: un progetto particolarmente significativo perché tende a separare Gerusalemme Est dalla Cisgiordania e a spezzare ulteriormente la continuità territoriale sulla quale dovrebbe materialmente poggiare un futuro Stato palestinese. Lo stesso ministro Bezalel Smotrich ha presentato apertamente E1 come uno strumento destinato a impedire la nascita di quello Stato.

Qui la geografia diventa politica nella sua forma più elementare e brutale. Perché uno Stato non esiste soltanto quando viene riconosciuto diplomaticamente: deve avere un territorio sul quale poter esistere. Se quel territorio viene frammentato, interrotto, attraversato da insediamenti e infrastrutture che appartengono a un’altra sovranità, la formula dei “due Stati” può continuare a vivere nei comunicati diplomatici mentre muore sulla carta geografica.

La colonizzazione della Cisgiordania non costituisce dunque un episodio laterale della guerra di Gaza. È l’altra faccia della medesima questione territoriale. E la violenza dei coloni continua: pochi giorni fa più di cento coloni hanno assalito il villaggio palestinese di Jalud, incendiando abitazioni e impedendo a una famiglia palestinese di rientrare nelle proprie case, fino a scontrarsi con gli stessi soldati israeliani incaricati di proteggerne il ritorno.

Il rischio è ormai evidente: non l’annessione della Cisgiordania proclamata solennemente in un giorno preciso, davanti alle telecamere, ma una annessione di fatto, progressiva, topografica. Metro dopo metro. Strada dopo strada. Insediamento dopo insediamento. Fino al punto in cui la soluzione dei due Stati continuerà magari a essere diplomaticamente invocata quando sarà diventata geograficamente impraticabile.

Dopo Netanyahu?

E arriviamo così al terzo anniversario mentre Israele si prepara alle elezioni del 27 ottobre, le prime dopo il massacro del 2023. I sondaggi registrano un forte arretramento del Likud di Benjamin Netanyahu e lasciano aperta la possibilità di una maggioranza diversa. Tuttavia, le forze contrarie all’attuale premier potrebbero ottenere numericamente una vittoria, ma la loro eterogeneità rende tutt’altro che automatica la costruzione di un governo alternativo.

Qualunque sarà il risultato, tuttavia, sarebbe illusorio pensare che basti cambiare governo. Netanyahu e i suoi alleati fondamentalisti hanno compiuto un’operazione politicamente miope e moralmente devastante: hanno progressivamente trasformato il capitale di solidarietà internazionale prodotto dall’orrore del 7 ottobre in capitale politico interno, facendo della paura una risorsa di governo e della guerra uno strumento di ridefinizione territoriale. Hanno finito così per svuotare anche il 7 ottobre di parte del suo significato universale. Una tragedia che avrebbe dovuto ribadire il valore assoluto della vita civile è stata incorporata in una logica nella quale altre vite civili potevano essere sacrificate in quantità immensa.

Per questo il problema che resterà dopo Netanyahu, se Netanyahu sarà sconfitto, sarà immensamente più grande di Netanyahu.

Nuove tessiture

Non si tratterà di ricucire qualche strappo diplomatico né di rattoppare una mappa. Bisognerà tentare nuove tessiture tra mondi territoriali antagonisti, tra memorie che si percepiscono reciprocamente come minacce, tra culture geografiche diventate belluine: l’una convinta che soltanto il controllo dello spazio garantisca sicurezza, l’altra che soltanto la riconquista dello spazio restituisca giustizia.

Tre anni dopo, forse è questo che il 7 ottobre ci consegna. Due dolori che non devono essere messi in concorrenza. Due popoli che non possono continuare a trasformare la propria memoria di vittime nel diritto a produrre nuove vittime. E una geografia diventata così feroce che persino immaginare di dividerla sembra ormai difficilissimo.

La strada delle ricuciture e dei rattoppi è già ardua. Quella delle nuove tessiture lo sarà infinitamente di più. Sarà in salita. E sarà lunga, molto lunga.

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Esteri

Christa Pike riprende conoscenza dopo l’esecuzione fallita

Christa Pike, 50 anni, ha ripreso conoscenza e parla dopo essere sopravvissuta al tentativo di esecuzione del 30 settembre nel carcere Riverbend di Nashville. Secondo gli avvocati, ha riportato gravi lesioni alle braccia e resta ammanettata nel letto d’ospedale. La prognosi è ancora incerta e si prevede un lungo recupero.

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Christa Pike ha ripreso conoscenza e riesce a parlare dopo essere sopravvissuta alla somministrazione di due dosi di pentobarbital durante il tentativo di esecuzione in Tennessee. La donna, 50 anni, resta ricoverata in ospedale: i suoi avvocati riferiscono un miglioramento, ma precisano che la prognosi è ancora incerta e che il recupero potrebbe richiedere tempi lunghi.

L’aggiornamento arriva dopo il tentativo di esecuzione del 30 settembre, nel carcere di massima sicurezza Riverbend di Nashville. Quella sera Pike era stata trasferita in una struttura sanitaria dopo che la procedura non aveva provocato la sua morte.

Il risveglio e le condizioni in ospedale

Gli avvocati Randy Spivey e Kelly Gleason hanno comunicato che Pike è cosciente, parla e continua a ricevere cure. Hanno descritto la sua ripresa come uno sviluppo «senza precedenti», sottolineando tuttavia che non è ancora possibile stabilire quali saranno i tempi e l’esito del recupero.

«Come minimo dobbiamo aspettarci tempi lunghi per la ripresa», hanno dichiarato i legali, ringraziando il personale dell’ospedale per l’assistenza prestata.

Le lesioni alle braccia e le misure di custodia

Secondo la difesa, Christa Pike ha riportato gravi lesioni alle braccia durante la somministrazione endovenosa del farmaco impiegato per l’iniezione letale.

Gli avvocati riferiscono inoltre che la donna resta ammanettata e incatenata alle caviglie nel letto d’ospedale, nonostante le lesioni e la necessità di proseguire le cure.

Il risveglio costituisce un aggiornamento sulle sue condizioni, ma non consente ancora di considerarla fuori pericolo.

La condanna per l’omicidio commesso a 18 anni

Pike era stata condannata a morte per l’omicidio di Colleen Slemmer, commesso nel 1995, quando aveva 18 anni.

Il complice, che all’epoca aveva 17 anni, aveva ricevuto una condanna all’ergastolo con possibilità di liberazione condizionale.

La vicenda torna ora al centro dell’attenzione per l’esito del tentativo di esecuzione e per le condizioni della detenuta, il cui percorso di recupero resta da valutare.

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