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Cultura

Jovanotti alla Nuvola di Roma: “La musica mi ha salvato, il corpo è il mio strumento”

Jovanotti si racconta alla Nuvola di Roma: musica, movimento, inquietudine, libri e quell’energia che lo accompagna da sempre. Un dialogo libero, ironico e profondo con Chiara Valerio.

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“Mi ha salvato”. Jovanotti (foto Imagoeconomica) lo dice senza enfasi, come una verità semplice: la musica gli ha dato un ritmo, un ordine, una direzione in un’esistenza che, da ragazzo, sembrava procedere senza struttura. Per lui il palco è un luogo naturale, “di grande animalità”, anche quando non canta. Alla Nuvola di Roma, nell’ultima giornata di Più Libri Più Liberi, Lorenzo Cherubini incanta il pubblico solo parlando, muovendosi, raccontandosi.

Il corpo come strumento e la libertà di essere fuori tema

“Il mio strumento è il mio corpo”, dice. La voce è arrivata per necessità, non per scelta. Racconta di essere diventato musicista quasi per caso, contro ogni pronostico. “Questo i miei detrattori lo sanno bene”, sorride. La sua vitalità tracima, lo porta fuori tema, lo conduce in percorsi mentali imprevedibili. Chiara Valerio, che lo intervista, lo segue divertita. “Siamo due agitati”, dice lui. “Io pure ansiosa”, replica lei.

L’energia da domare: dall’infanzia alla bicicletta

Jovanotti riflette sul corpo frenetico che lo accompagnava da bambino: “Oggi si medicalizza tutto, sarei il tipico Adhd”. Sempre in movimento, sempre sudato, sempre sul punto di esplodere. L’equilibrio lo ha trovato anche grazie alla bicicletta, scoperta in età adulta. È il suo modo di faticare, di incanalare l’energia. Racconta di quando, pedalando in un bosco, ha incrociato un lupo. “Gli avrei chiesto un autografo”, scherza, “era come incontrare una star”.

La giovinezza e la ricerca continua degli inizi

Cos’è la giovinezza? “Iniziare”, risponde. Avere sempre qualcosa di nuovo davanti, anche a 59 anni. Jovanotti confessa di perdere spesso il conto della sua età anagrafica perché vive in una dimensione di continua ripartenza. “La giovinezza è sopravvalutata: quando si è giovani si è stupidi. Le persone, invecchiando, ringiovaniscono”.

Da lettore tardivo a esploratore di storie

Jovanotti racconta del suo rapporto con i libri: fumetti da ragazzo, poi i consigli ricevuti con la fama. Garcia Marquez, Calvino, Siddharta. Oggi scopre i Promessi Sposi, con una lettura sorprendentemente ironica: Manzoni amava Lucia, mentre Renzo lo trattava “da povero pirla”. Divora Dumas, che paragona a una serie Netflix ante litteram. E confessa la sua ammirazione per chi padroneggia la tecnica narrativa.

I presocratici e il senso del movimento

Le sue canzoni, dice, sono frammenti. La sua vita è fatta di frammenti. Ecco perché gli stanno a cuore i presocratici: ponevano domande fondamentali e tentavano risposte poetiche, con il fuoco, il movimento. “Volevo solo dire la parola presocratici”, ammette ridendo. Ma in fondo il movimento è davvero il filo che lo attraversa.

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Cultura

Homo sapiens, incisioni geometriche di 60 mila anni fa su gusci di uova di struzzo

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Le più antiche forme geometriche attribuite all’Homo sapiens sono incise su centinaia di frammenti di guscio di uova di struzzo rinvenuti tra Sudafrica e Namibia e risalenti a oltre 60 mila anni fa.

È quanto emerge da uno studio dell’Università di Bologna pubblicato sulla rivista PLOS One.

Analisi geometrica e statistica su 112 frammenti

I ricercatori hanno analizzato 112 frammenti provenienti da due siti archeologici del Sudafrica e da uno in Namibia. L’indagine è stata condotta con un approccio quantitativo e sistematico, applicando metodi di analisi geometrica e statistica finora mai utilizzati su questi reperti.

La ricostruzione dettagliata di linee, angoli e traiettorie ha mostrato che i segni incisi non sono casuali. Oltre l’80% delle configurazioni presenta regolarità spaziali coerenti, con un uso ricorrente di angoli prossimi ai 90 gradi e di gruppi di linee parallele.

Pianificazione visuo-spaziale e operazioni cognitive complesse

Le composizioni più elaborate – bande tratteggiate, reticoli e motivi a rombo – rivelano operazioni cognitive come rotazione, traslazione, ripetizione e “embedding”, cioè la costruzione di livelli gerarchici di segni sulla stessa superficie.

Secondo Silvia Ferrara, coordinatrice dello studio e docente al Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica dell’ateneo bolognese, le incisioni mostrano una vera pianificazione visuo-spaziale, come se l’autore avesse già concepito l’immagine complessiva prima di inciderla.

Valentina Decembrini, prima autrice della ricerca, sottolinea che la capacità di trasformare forme semplici in sistemi complessi seguendo regole definite rappresenta un tratto profondamente umano, che attraversa i millenni dalla decorazione ai sistemi simbolici fino alla scrittura.

Lo studio contribuisce così a ridefinire le origini del pensiero astratto, collocandole molto più indietro nel tempo di quanto finora documentato.

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Cultura

Jack Vettriano a Roma: da The Singing Butler alle donne sospese, la mostra a Palazzo Velli

Dal 12 febbraio al 5 luglio Palazzo Velli a Roma ospita la mostra dedicata a Jack Vettriano: circa 80 opere tra marine, danza e femminilità sospese nel non detto.

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Poco apprezzato dalla critica, ma universalmente conosciuto dal grande pubblico, Jack Vettriano – all’anagrafe Jack Hoggan – è uno di quegli artisti capaci di entrare nell’immaginario collettivo. Il suo dipinto più celebre, The Singing Butler, è stato riprodotto in milioni di copie ed è diventato un’icona popolare, simbolo di un realismo narrativo sospeso tra eleganza e malinconia.

La mostra a Palazzo Velli

Dal 12 febbraio al 5 luglio, Palazzo Velli ospita la mostra Jack Vettriano, che porta a Roma circa 80 opere dell’artista. Tra queste figura la celebre scena della coppia che danza in riva al mare, lei in abito rosso, lui in smoking, mentre una cameriera e un maggiordomo li proteggono con gli ombrelli sotto un cielo uggioso, accompagnati idealmente dalle note di Fly Me to the Moon di Frank Sinatra.

Jack Vettriano

L’opera è presentata in una riproduzione su carta museale a tiratura unica, firmata dall’artista, realizzata per una personale fortemente voluta da Vettriano per farsi conoscere meglio in Italia. L’originale del dipinto è stato battuto nel 2004 da Sotheby’s per quasi 750.000 sterline.

Realismo, immaginazione e “non detto”

La mostra, curata da Francesca Bogliolo, ruota attorno alla cifra più riconoscibile di Vettriano: il lavoro sul non detto. Donne sospese nell’attesa, figure osservate dall’esterno con uno sguardo misurato e rispettoso, anche quando la scena allude alla seduzione. Un immaginario che racconta, come spiega la curatrice, «la storia di un uomo fatto di luce e di ombra, che inevitabilmente risuona nelle sue opere».

Le sezioni della mostra

Il percorso espositivo è articolato in diverse sezioni. Una è dedicata alle marine, con figure danzanti o immobili sulla spiaggia, spesso di spalle, in modo da permettere allo spettatore di entrare simbolicamente nel quadro. Un’altra è incentrata sulle donne, grande passione dell’artista: femminilità eleganti, mai volgari, che ricordano dive del cinema colte nella loro intimità. Seguono le opere sulla danza, intesa come metafora della vita e del tempo che scorre, e infine una sezione più legata alla seduzione, con una tensione erotica sempre suggerita, mai esplicita.

Fotografie e materiali inediti

Accanto ai dipinti – tra cui dieci oli su tela e numerosi lavori su carta museale – la mostra propone anche un ciclo di fotografie scattate nello studio dell’artista da Francesco Guidicini, ritrattista ufficiale del Sunday Times. L’organizzazione è a cura di Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci di Pallavicini srl, in collaborazione con Jack Vettriano Publishing.

Dalla Scozia al successo internazionale

Nato nel 1951 e cresciuto in Scozia, nella contea di Fife, Vettriano lascia la scuola a 16 anni per lavorare come apprendista tecnico minerario. Autodidatta, riesce nel 1988 a esporre alla Royal Scottish Academy di Edimburgo, vendendo entrambe le opere il giorno dell’inaugurazione. Trasferitosi in città, adotta il cognome d’arte Vettriano, quello della madre, figlia di un emigrante italiano della provincia di Frosinone.

Nel 2004 riceve dalla Regina Elisabetta II l’onorificenza OBE per i servizi alle arti visive. La mostra romana restituisce oggi il ritratto completo di un artista capace di parlare direttamente al pubblico, trasformando scene quotidiane in immagini senza tempo.

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Cultura

Il Tudor Heart resta pubblico: il British Museum acquisisce il gioiello di Enrico VIII

Il British Museum completa l’acquisto del Tudor Heart, pendente simbolo del matrimonio tra Enrico VIII e Caterina d’Aragona, salvandolo dal rischio di finire in mani private.

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Un emblema di “amore autentico”, ma anche di discordie storiche destinate a segnare il corso dell’Inghilterra. Il Tudor Heart, gioiello simbolo dell’età dei Tudor, è stato definitivamente acquisito dal British Museum, garantendone la fruizione pubblica nel tempo. L’istituzione londinese ha annunciato di aver raccolto i 3,5 milioni di sterline necessari all’acquisto, evitando così l’incognita di una vendita all’asta.

Il pendente di Enrico VIII e Caterina d’Aragona

Il gioiello è legato al matrimonio tra Enrico VIII e la sua prima consorte Caterina d’Aragona, la più lunga delle sei unioni del sovrano. Un matrimonio durato 24 anni e concluso nel 1533 con l’annullamento imposto dal re, deciso a sposare Anna Bolena in contrasto con la volontà del Papa: un atto che innescò lo scisma anglicano dalla Chiesa cattolica.

La raccolta fondi e il ruolo di Damien Lewis

Per completare l’operazione, il museo ha promosso una raccolta fondi pubblica che ha coperto oltre il 10% della cifra complessiva. A sostenerla come testimonial è stato Damien Lewis, volto noto anche per aver interpretato Enrico VIII in una serie tv della BBC. La scadenza simbolica scelta per la campagna è stata quella di San Valentino, in un evidente richiamo al valore sentimentale del reperto.

Un ritrovamento rocambolesco

Il Tudor Heart era riemerso dal nulla nel 2019, individuato sul greto di uno stagno prosciugato nella campagna del Warwickshire da Charlie Clarke, proprietario di un pub di Birmingham. Analisi e ricerche successive ne hanno confermato l’autenticità “al di là di ogni ragionevole dubbio”.

Un pezzo unico della storia inglese

Realizzato in oro purissimo a 24 carati, il pendente è considerato un pezzo unico: l’unico lascito noto del tesoro coniugale di Enrico e Caterina. È un ciondolo a forma di cuore, fissato a una catena di 75 anelli tramite una chiusura a pugno. La decorazione smaltata raffigura un melograno — simbolo del casato di Caterina e presagio di fertilità — sormontato dalla rosa rossa e bianca dei Tudor. Sul retro compaiono le iniziali “H” e “K”, mentre sul fronte è incisa la parola “tousiors”, “per sempre” in antico francese, un motto dal sapore ironico alla luce dell’epilogo di quel matrimonio.

Memoria, affetto e potere

«È un meraviglioso pezzo superstite della storia inglese che ora potremo condividere tutti», ha dichiarato il direttore del British Museum Nicholas Cullinan, annunciando l’ingresso del gioiello nella collezione permanente. La storica Rachel King sottolinea come il pendente suggelli un rapporto segnato da affetto reale: Caterina d’Aragona, spesso ricordata solo per l’annullamento, regnò autorevolmente in assenza del marito e ne fu a lungo confidente. Un “power couple” ante litteram, il più duraturo nella vita di Enrico VIII, oggi restituito alla memoria collettiva attraverso un oggetto che racconta insieme amore, potere e fratture epocali.

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