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Economia

Italia-Mercosur, oltre 2.600 incontri d’affari: imprese in missione tra Argentina e Brasile

Un centinaio di imprese italiane partecipa alla missione di Confindustria e ICE in Argentina e Brasile. In programma 2.631 incontri d’affari, con particolare attenzione a energia, tecnologie, formazione e integrazione nelle filiere del Mercosur.

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Sono 2.631 gli incontri d’affari programmati tra un centinaio di imprese italiane e potenziali partner dell’area Mercosur. Prima Buenos Aires, poi San Paolo e infine Brasilia: entra nel vivo la missione organizzata da Confindustria e ICE Agenzia per rafforzare la presenza produttiva e commerciale italiana in Argentina e Brasile.

Al Palacio Libertad di Buenos Aires sono previsti 1.371 incontri per 59 aziende italiane. A San Paolo il programma proseguirà con altri 1.260 appuntamenti destinati a 65 imprese.

La missione, in programma dal 7 all’11 settembre, è una delle più ampie organizzate negli ultimi anni dal sistema industriale italiano in America Latina. Coinvolge aziende attive nell’agroalimentare, nel farmaceutico e medicale, nell’energia, nelle infrastrutture sostenibili, nei macchinari industriali e nelle tecnologie digitali.

Orsini: «Oggi seminiamo per raccogliere in futuro»

Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini sottolinea il valore strategico dell’iniziativa: «Da subito abbiamo creduto in questa missione. Si semina per poi raccogliere i risultati in futuro».

Il recente accordo tra Unione europea e Mercosur apre nuove prospettive per le imprese, dalla riduzione dei dazi all’accesso agli appalti pubblici e alle filiere produttive locali.

A rafforzare le opportunità economiche contribuiscono i legami storici e culturali tra l’Italia e i Paesi sudamericani, in particolare con l’Argentina e il Brasile.

Non soltanto export, ma società con partner locali

La vicepresidente di Confindustria per l’Export e l’attrazione degli investimenti, Barbara Cimmino, definisce l’intesa Ue-Mercosur «un vantaggio gigantesco», reso ancora più rilevante dai rapporti «valoriali, identitari e culturali» costruiti nel tempo.

L’obiettivo non è soltanto vendere più prodotti italiani. Le imprese di Confindustria puntano a stabilire collaborazioni durature, partecipare alle filiere produttive del Mercosur e costituire società con aziende locali.

«Le nostre imprese si candidano a essere partner efficaci, dinamici e veloci», afferma Cimmino.

Energia e materie prime: la scommessa Vaca Muerta

Uno dei capitoli centrali riguarda l’energia. L’Argentina possiede importanti risorse minerarie e grandi riserve di gas e petrolio, a partire dal giacimento non convenzionale di Vaca Muerta.

Il vicepresidente di Confindustria per l’Energia, Aurelio Regina, considera il settore una delle principali aree di sviluppo nei rapporti tra i due Paesi.

«Il governo Milei punta nel lungo periodo sulle grandi potenzialità minerarie e del gas. Possiamo aspettarci benefici anche in termini di approvvigionamento di gas naturale liquefatto».

Gli investimenti previsti a Vaca Muerta valgono miliardi di euro e potrebbero creare nuove opportunità industriali, oltre a contribuire alla diversificazione e alla sicurezza delle forniture energetiche italiane.

Techint coinvolge 1.400 piccole imprese argentine

Tra i protagonisti della missione c’è anche il gruppo Techint, interessato alle risorse minerarie, al litio, alla transizione energetica e alle agevolazioni previste dal Rigi, il regime introdotto dal governo di Javier Milei per incentivare i grandi investimenti.

Attraverso Tecpetrol, il gruppo è impegnato nello sviluppo di Vaca Muerta. Circa 1.400 piccole e medie imprese argentine partecipano ai programmi della società, in una strategia che punta all’integrazione delle filiere locali.

Le opportunità riguardano non soltanto l’estrazione di petrolio e gas, ma anche impianti, tecnologie, servizi industriali e infrastrutture necessarie per aumentare la capacità di esportazione.

Il Forum delle piccole e medie imprese

Buenos Aires ospita anche il Forum Pmi dell’Organizzazione internazionale italo-latino americana, che riunisce 200 piccole e medie imprese, trenta delle quali italiane.

L’Iila raccoglie l’eredità dell’istituto fondato nel 1966 su iniziativa dell’allora ministro degli Esteri Amintore Fanfani per sviluppare le relazioni tra l’Italia e l’America Latina.

«Quando una Pmi conquista un nuovo mercato non cresce soltanto quell’impresa: crescono la sua filiera, il territorio e tutto il Paese», sottolinea Fausto Bianchi, presidente della Piccola Industria di Confindustria.

ICE Agenzia ha inoltre siglato un’intesa con PromArgentina per rafforzare le relazioni economiche e commerciali tra i due Paesi.

Formare all’estero le competenze richieste dalle imprese

La missione dedica ampio spazio anche alla formazione professionale. Con la presenza del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, si lavora alla creazione di percorsi tecnici modellati sulle competenze richieste dalle aziende italiane.

Il riferimento è l’esperienza degli Its Academy avviata in Egitto nell’ambito del Piano Mattei. All’Istituto Don Bosco del Cairo, secondo i dati presentati durante la missione, circa 120 dei 150 giovani diplomati in un anno sono stati successivamente assunti da imprese italiane.

«Formazione e capitale umano sono oggi una priorità della politica industriale», afferma Riccardo Di Stefano, vicepresidente di Confindustria per l’Education.

Sicindustria ha già formato e accompagnato in Italia 25 giovani argentini. L’obiettivo è trasformare questa esperienza in un modello più ampio e replicabile.

San Carlo e Teatro Colón, alleanza nel nome di Napoli

La missione economica apre infine uno spazio alla diplomazia culturale. Il Teatro di San Carlo di Napoli e il Teatro Colón di Buenos Aires firmano un accordo di collaborazione internazionale promosso dal Comitato nazionale Neapolis 2500.

L’intesa prevede iniziative comuni, tournée e produzioni condivise. Un ponte tra due istituzioni liriche prestigiose e tra due città legate da una lunga storia di relazioni culturali e umane.

Imprese, formazione, energia e cultura diventano così le diverse facce di una stessa strategia: trasformare l’accordo Ue-Mercosur in collaborazioni industriali concrete e in una presenza italiana più forte nel continente sudamericano.

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Economia

Mps, cda straordinario dopo il rilancio di Intesa Sanpaolo

Monte dei Paschi convoca un consiglio straordinario dopo l’aumento di 25 centesimi per azione della componente cash dell’Opas di Intesa Sanpaolo. Il fronte contrario al piano Lovaglio supera il 33% del capitale. Restano da definire le prossime mosse di Siena, in attesa dell’assemblea del 29 ottobre e delle raccomandazioni dei proxy advisor.

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Il risiko bancario entra in una settimana decisiva per Monte dei Paschi di Siena. Dopo il rilancio di Intesa Sanpaolo, che ha annunciato un aumento di 25 centesimi per azione della componente in contanti della propria offerta, Mps ha convocato per lunedì 12 ottobre un consiglio d’amministrazione straordinario. Sul tavolo, la situazione determinata dalle posizioni dei principali azionisti, contrari al piano difensivo dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio.

Il passaggio centrale resta l’assemblea del 29 ottobre. Il gruppo guidato da Carlo Messina ha legato la prosecuzione dell’offerta alla mancata approvazione delle operazioni individuate come ostative: le iniziative su Banco Bpm e Banca Generali e la distribuzione straordinaria prevista dal piano senese.

Il rilancio di Intesa e le condizioni dell’offerta

L’aumento annunciato da Intesa Sanpaolo riguarda la parte in denaro dell’offerta pubblica di acquisto e scambio, la cosiddetta Opas, sulle azioni Mps.

Il miglioramento del corrispettivo si accompagna a una condizione precisa: se l’assemblea del Monte approverà le delibere indicate da Intesa come incompatibili con l’operazione, l’offerta diventerà inefficace.

Il voto di fine ottobre assume quindi un peso che va oltre il piano di Lovaglio, perché inciderà anche sulla possibilità di proseguire con la proposta di Ca’ de Sass.

Oltre il 33% del capitale contrario al piano Lovaglio

Nel corso della settimana si è consolidato il fronte degli azionisti intenzionati a votare contro le proposte del vertice senese. Ne fanno parte Delfin, con il 17,5%, il gruppo Caltagirone, con il 13,5%, la famiglia Benetton, con l’1,45%, e Praude Asset Management, con lo 0,72%.

Complessivamente, queste partecipazioni superano il 33% del capitale. Una posizione che rende particolarmente difficile l’approvazione delle operazioni difensive, per le quali è richiesta una maggioranza qualificata.

Le contestazioni riguardano le offerte su Banco Bpm e Banca Generali, oltre alla distribuzione straordinaria da circa 4 miliardi di euro, prevista tra contanti e azioni Generali.

Banco Bpm, pesa il no di Crédit Agricole

Un ulteriore ostacolo all’offerta del Monte su Banco Bpm arriva da Crédit Agricole, azionista dell’istituto di Piazza Meda con una partecipazione vicina al 30%.

Il gruppo francese ha annunciato che non conferirà le proprie azioni nell’offerta di Mps. Una scelta rilevante per le prospettive dell’operazione.

La banca guidata da Giuseppe Castagna ha già in calendario un consiglio d’amministrazione per martedì 13 ottobre. Non è esclusa un’informativa sugli sviluppi del risiko, ma al momento non risultano decisioni annunciate in questo senso.

Le possibili mosse di Siena restano da definire

Il consiglio straordinario di Mps sarà chiamato a valutare il quadro emerso dopo il rilancio di Intesa e le prese di posizione degli azionisti.

Tra gli scenari possibili figurano il ritiro delle proposte assembleari o un rinvio dell’appuntamento del 29 ottobre. Si tratta, tuttavia, di ipotesi, non di decisioni già assunte: un eventuale cambiamento di calendario o di strategia dovrà essere motivato e comunicato al mercato.

Circolano inoltre indiscrezioni sull’intervento di un cavaliere bianco, cioè un soggetto alternativo in grado di sostenere una soluzione diversa, e su una possibile nuova distribuzione straordinaria. Anche queste eventualità restano prive di conferme.

Attese le indicazioni di Iss e Glass Lewis

Prima dell’assemblea sono attese anche le raccomandazioni di Iss e Glass Lewis, i consulenti che forniscono agli investitori istituzionali indicazioni sulle proposte sottoposte al voto.

I loro orientamenti possono influenzare le scelte dei fondi, pur senza vincolarle. Saranno quindi un altro elemento importante per valutare gli equilibri assembleari.

La prima verifica arriverà dal consiglio di lunedì: da Siena si attendono indicazioni sulla tenuta del piano Lovaglio e sulle eventuali alternative, mentre il futuro dell’offerta di Intesa resta legato alle decisioni dei soci.

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Economia

Equo compenso agli editori, il Tar respinge il ricorso di Meta

Il Tar del Lazio ha confermato la legittimità del regolamento Agcom sull’equo compenso per le pubblicazioni giornalistiche online, respingendo il ricorso di Meta. La decisione segue la pronuncia della Corte di giustizia Ue del 12 maggio 2026. Soddisfatta la Fieg, mentre la Fnsi richiama il diritto degli autori a una quota tra il 2% e il 5% del compenso. Meta valuta i prossimi passi.

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Il Tar del Lazio respinge il ricorso di Meta e conferma la legittimità del regolamento Agcom sull’equo compenso per l’utilizzo online delle pubblicazioni giornalistiche. Una decisione che rafforza il diritto degli editori a essere remunerati quando autorizzano le piattaforme a utilizzare i propri contenuti e riapre la questione della quota da riconoscere ai giornalisti che li producono.

La pronuncia riguarda la delibera Agcom del 19 gennaio 2023, con cui l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha stabilito i criteri per determinare il compenso. Il tribunale amministrativo ha ritenuto le misure italiane funzionali a garantire l’efficacia dei diritti riconosciuti agli editori dalla normativa europea.

Il Tar conferma il regolamento Agcom

A contestare il provvedimento era stata Meta Platforms Ireland, la società che gestisce servizi destinati agli utenti europei, tra cui Facebook.

Secondo l’azienda, il recepimento italiano dell’articolo 15 della direttiva europea sul diritto d’autore avrebbe introdotto obblighi eccessivi rispetto al quadro comunitario, attribuendo all’Agcom poteri troppo ampi. Meta aveva inoltre sollevato dubbi sulla compatibilità di queste disposizioni con la libertà d’impresa garantita dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Alla fine del 2023, il Tar aveva sospeso il giudizio e sottoposto alla Corte di giustizia dell’Unione europea una serie di questioni interpretative. Dopo la risposta dei giudici europei, il tribunale ha respinto il ricorso, riconoscendo la legittimità dell’impianto italiano.

Quando è dovuto l’equo compenso

La Corte di giustizia Ue, nella sentenza del 12 maggio 2026, ha chiarito che gli Stati membri possono prevedere una remunerazione per gli editori come corrispettivo dell’autorizzazione all’utilizzo online delle loro pubblicazioni.

Il principio è accompagnato da condizioni precise: gli editori devono poter rifiutare l’autorizzazione oppure concederla gratuitamente; non può essere imposto un pagamento alle piattaforme che non utilizzano le pubblicazioni; gli obblighi e le eventuali sanzioni devono rispettare il principio di proporzionalità.

Il Tar ha ritenuto che la disciplina italiana soddisfi queste condizioni. La decisione conferma dunque il quadro normativo e i criteri di determinazione del compenso: non stabilisce una somma unica da versare indistintamente a tutti gli editori.

La soddisfazione della Fieg e la posizione di Meta

Il presidente della Fieg, Andrea Riffeser Monti, ha accolto favorevolmente la sentenza, sottolineando che rafforza il diritto degli editori a una giusta remunerazione e contribuisce a rendere più equo il mercato digitale.

La Federazione degli editori auspica ora una piena applicazione del regolamento, a tutela del valore dell’informazione e del pluralismo.

Anche il commissario Agcom Massimiliano Capitanio ha evidenziato la solidità dell’impianto italiano, richiamando il principio secondo cui il lavoro giornalistico ha un valore economico da riconoscere nel rispetto della libertà negoziale delle parti.

Meta, attraverso un portavoce, ha comunicato di valutare i prossimi passi. L’azienda ha inoltre richiamato il procedimento europeo relativo all’attuazione dell’articolo 15 in Belgio, dal quale attende chiarimenti su aspetti che considera centrali.

La Fnsi: una quota deve arrivare ai giornalisti

Per la segretaria generale della Fnsi, Alessandra Costante, la decisione rappresenta un passaggio rilevante per il settore dell’informazione. Il riconoscimento del diritto degli editori, ha osservato, deve però accompagnarsi alla remunerazione degli autori dei contenuti.

La legge italiana prevede infatti che agli autori degli articoli giornalistici sia riconosciuta una quota compresa tra il 2% e il 5% dell’equo compenso. Per i lavoratori autonomi, la quota viene determinata su base convenzionale; per i dipendenti può essere definita mediante accordi collettivi.

La questione riguarda quindi due rapporti distinti: quello tra piattaforme ed editori per l’utilizzo delle pubblicazioni e quello tra editori e giornalisti per la ripartizione del compenso.

Dalla sentenza all’applicazione concreta

Il regolamento Agcom mette al centro la negoziazione tra editori e piattaforme. Se non viene raggiunto un accordo sull’importo entro 30 giorni dalla richiesta di avvio del negoziato, ciascuna parte può rivolgersi all’Autorità, fermo restando il diritto di ricorrere al giudice ordinario.

La pronuncia del Tar consolida questo meccanismo. Il passaggio successivo sarà la sua applicazione nei singoli rapporti, attraverso accordi o procedure di determinazione del compenso, insieme al riconoscimento della quota spettante agli autori.

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Economia

Eni taglia il gasolio a 2,19 euro: il tetto resta a 2,25

Nuovo ribasso del gasolio Eni: il prezzo consigliato passa da 2,21 a 2,19 euro al litro, tornando al livello del primo price cap annunciato il 25 settembre. Il limite ufficiale rimane però a 2,25 euro. Il taglio equivale a un euro su 50 litri, se applicato integralmente alla pompa.

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Eni riduce di altri due centesimi il prezzo del gasolio consigliato ai distributori, portandolo da 2,21 a 2,19 euro al litro. Il tetto ufficiale resta invece fissato a 2,25 euro. Il nuovo ribasso riporta il listino allo stesso livello del primo price cap, annunciato il 25 settembre.

Il prezzo consigliato torna a 2,19 euro

La riduzione riguarda il prezzo consigliato alla rete del marchio, che scende sotto il limite massimo attualmente previsto dalla compagnia.

Il taglio di due centesimi corrisponde a un euro in meno su un rifornimento di 50 litri, qualora il ribasso venga interamente applicato dal distributore.

Prezzo consigliato e tetto sono distinti

Il ritorno a 2,19 euro al litro non modifica il tetto ufficiale di 2,25 euro: il primo è il livello del listino consigliato, il secondo il limite previsto per contenere eventuali picchi.

La distinzione è importante per evitare di interpretare il ribasso come l’annuncio di un nuovo massimale.

Il precedente aumento dopo lo stop allo sconto fiscale

Il tetto iniziale di 2,19 euro era collegato all’agevolazione sulle accise allora in vigore. Dopo la fine dello sconto fiscale, era stato portato a 2,25 euro.

Eni aveva successivamente abbassato il prezzo consigliato a 2,21 euro. Con l’ulteriore riduzione, il listino torna ora al livello precedente, pur mantenendo invariato il tetto.

Per conoscere il costo effettivo del rifornimento resta necessario verificare il prezzo esposto alla pompa, distinguendo tra modalità self service e servito.

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