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Israele, Netanyahu rinuncia a formare il governo. Ora ci prova Gantz

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Benjamin Netanyahu passa la mano, e adesso tocca a Benny Gatz tentare di dare un governo a Israele. Il premier uscente del Likud ha gettato la spugna, restituendo al capo dello Stato, Reuven Rivlin, il mandato che quest’ultimo gli aveva affidato. In una dichiarazione video, Netanyahu ha sostenuto di aver lavorato “incessantemente” per formare un “ampio governo di unita’ nazionale” che includesse i partiti religiosi, alleati del Likud, e il rivale Blu e Bianco guidato dall’ex capo di stato maggiore delle forze di difesa, Benny Gantz. Ma, ha denunciato, e’ stato proprio quest’ultimo a impedirglielo: “Nelle ultime settimane ho tentato di tutto per portare Gantz al tavolo del negoziato ma sfortunatamente, lui si e’ sempre rifiutato, ogni volta”. “Bibi ha fallito di nuovo”, e’ il commento lapidario di Yair Lapid, numero due di Blu e Bianco, al quale, ha annunciato l’ufficio di Rivlin, sara’ affidato l’incarico. Il 60enne Gantz, che ha 28 giorni di tempo per dar vita a un esecutivo, ha annunciato che questo dovra’ essere “liberale”, nel senso che limitera’ l’influenza dei partiti di impronta religiosa. “E’ il momento – ha affermato una nota del partito – di agire”. A Netanyahu, invece, tocca attendere, sperando in un ritorno alle urne, l’esito di una vicenda giudiziaria che potrebbe vedere la sua incriminazione. E’ l’intenzione manifestata di recente dal procuratore generale Avichai Mandelblit, decisione che dovrebbe arrivare entro dicembre. Netanyahu e’ coinvolto, tra gli altri scandali, nel Caso 4000, ovvero quello di presunti favori a una societa’ di telecomunicazioni in cambio di una copertura mediatica favorevole al premier. Di recente Netanyahu e’ stato impegnato in una serie di udienze preliminari in cui ha cercato da un lato di far cambiare idea al procuratore generale e dall’altro, di salvare la propria carriera politica.

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Non solo Silvia Romano, ci sono 9 europei rapiti in Africa: tra loro altri due italiani

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Oltre a Silvia Romano sono altre sette le persone ancora nelle mani di sequestratori in Africa, tutte rapite tra il Niger, il Mali e il Burkina Faso, per mano di gruppi jihadisti legati ad Al Quaida. Tra questi anche un missionario italiano, padre Pier Luigi Maccalli (Nella foto in evidenza), rapito in Niger il 17 settembre scorso. Di lui si sa che e’ vivo e sta bene e a sostenerlo e’ il vescovo della diocesi di Niamey, monsignor Djalwana Laurent Lompo. Il prelato non ha dato dettagli piu’ particolareggiati per “motivi di sicurezza” e non ha potuto spiegare “su quali elementi fonda questa affermazione”. Su questa vicenda e’ calato il silenzio. Oltre alla nostra rappresentanza diplomatica, in Niger ci sono i nostri militari, operano sul terreno, e sono stati sottoscritti accordi con quel paese.

Silvia Romano

Eppure tutto tace. Non c’e’ nessuna notizia certa di dove si trovi padre Maccalli e su quali passi si stanno compiendo per la sua liberazione.  E poi c’e’ il giovane italiano scomparso nel nulla in Burkina Faso. Di Luca Tacchetto ed Edith Blais non si hanno piu’ notizie dal 16 dicembre 2018. L’italiano e la sua amica canadese hanno raggiunto il Burkina Faso in macchina – sono partiti dall’Italia – dopo aver attraversato la Mauritania e il Mali, per poi raggiungere il Togo. Luca e Edith erano diretti a Kpalime’, una cittadina del Togo, dove avrebbero dovuto unirsi a un’Organizzazione non governativa legata all’ambiente. Di loro non si sa nulla, cinque mesi senza notizie. L’ultima volta sono stati visti nella citta’ del sud-ovest del paese, Bobo Dioulassou. La vicenda e’ avvolta dal mistero. Il 4 aprile 2015 e’ stato sequestrato il rumeno Iulian Ghergut, in Burkina Faso per mano di islamisti legati ad Al Quaida. L’uomo e’ un funzionario alla sicurezza in una miniera di magnesio del nord del Burkina Faso.

Luca Tacchetto ed Edith Blais

Il 7 gennaio 2016 e’ stata rapita, nel nord-ovest del Mali, Beatrice Stockly, missionaria della Chiesa Metodista Svizzera. La donna viveva da anni in quest’area. Si sa che e’ viva, ma null’altro. Il 15 gennaio 2016 e’ stato sequestrato nel Burkina Faso nella zona di Djibo, citta’ al confine con il Mali e il Niger, il chirurgo australiano Arthur Kenneth Elliott, pensionato e impegnato in attivita’ umanitarie in una clinica della zona del rapimento. Con lui e’ stata rapita anche la moglie rilasciata, pero’, poche settimane dopo. Il 24 dicembre 2016 e’ stata rapita a Gao, nel nord del Mali, la 73enne francese Sophie Petronin, fondatrice della “Aid Association in Gao” che opera nel campo del benessere infantile. L’8 febbraio 2017 e’ stata sequestrata la religiosa colombiana, francescana, Gloria Cecilia Narvaez Argoti. Il rapimento e’ avvenuto in una chiesa nella zona rurale nel nord del Mali, nella localita’ di Karangasso, per mano di jihadisti legati al Gruppo per il sostegno dell’islam e dei musulmani (Gsim), vicini ad Al Quaida.

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Silvia Romano è viva ma è in mano ad un gruppo islamista legato ad Al-Shabab in Somalia

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Sarebbe tenuta sotto sequestro in Somalia da un gruppo islamista legato ai jihadisti di Al-Shabaab. Potrebbe essere questa la situazione in cui si trova Silvia Romano, la cooperante milanese rapita in Kenya il 20 novembre dello scorso anno e poi trasferita in territorio somalo. Questo è quanto emerge dagli sviluppi dell’indagine della Procura di Roma e dei carabinieri del Ros che da tempo sono sul territorio keniota e cooperano con le autorità di Nairobi. Gli inquirenti stanno valutando l’ipotesi di inviare una rogatoria internazionale alle autorità somale per avviare forme di collaborazione e cooperazione anche in quel territorio. Gli elementi più significativi raccolti dai carabinieri del Raggruppamento operativo speciale, coordinati dal sostituto procuratore Sergio Colaiocco, dopo le trasferte in Kenya, hanno rafforzato la convinzione che la Romano si trovi in Somalia e dall’analisi dei documenti messi a disposizione dalle autorità kenyote la ragazza si troverebbe in una area del Paese dove gravitano milizie locali legate al gruppo terroristico di matrice islamica. La buona notizia che emerge da queste ultimissime novità è che Silvia Romano è viva e potrebbe essere merce di scambio.

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Rivolta contro il caro petrolio in Iran, Khamenei: ci sono teppisti dietro le proteste, web oscurato

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L’aumento del prezzo della benzina riempie le piazze della protesta in Iran dove le autorita’, nel tentativo di soffocare la voce dei manifestanti, hanno bloccato Internet. Trapela poco dall’Iran sulle proteste in corso contro l’aumento del prezzo della benzina e il razionamento del carburante, ma e’ ormai un dato certo che le violenze in cui quelle sono sfociate hanno fatto “diversi morti”, e tra loro un poliziotto. Sono almeno un migliaio le persone arrestate in due giorni di rivolte. I maggiori danni alla proprieta’ pubblica e privata si sono verificati nelle province di Khuzestan, Teheran, Fars e Kerman. In tutto il Paese sono state incendiati o saccheggiati cento agenzie bancarie e 57 negozi; una succursale della Maskan Bank e’ stata data alle fiamme in piazza Sadegian, nella parte occidentale di Teheran, isolata da un ampio dispiegamento di mezzi antisommossa, presenti anche in altre zone della citta’. I disordini hanno anche causato la parziale chiusura del Gran Bazaar nella capitale, ha confermato l’Associazione islamica delle corporazioni e dei mercati.

Secondo l’agenzia iraniana Mehr, alle proteste hanno partecipato circa 87 mila le persone, principalmente uomini, in un centinaio di diverse localita’; un bilancio esatto delle vittime non e’ ancora chiaro ma la maggior parte e’ stata registrata durante attacchi ai distributori di benzina e al quartier generale delle forze di sicurezza. Finora, le autorita’ hanno confermato la morte di un poliziotto nella citta’ di Kermanshah e di un manifestante a Sirjan. Tuttavia, la stessa televisione di Stato ha riferito di “diversi” morti e la Guida Suprema, Ali Khamenei, ha confermato che “alcune persone hanno perso la vita”. Khamenei si e’ schierato con il governo iraniano. “Non sono un esperto – ha detto – ma se queste decisioni vengono prese dai vertici delle istituzioni, io le sostengo”. Poco dopo ha parlato al Paese il presidente, Hassan Rohani: “Le manifestazioni sono un diritto del popolo, ma i disordini devono cessare. Non permetteremo di mettere a rischio la stabilita’ dello Stato”.

La rabbia della popolazione e’ esplosa dopo che le autorita’ hanno annunciato provvedimenti da cui si attendono governo proventi – stimati tra i 300 e i 310 mila miliardi di rial (2,55 miliardi di dollari l’anno) – che saranno o ridistribuiti alle famiglie in difficolta’. La misura appare volta a contrastare i contraccolpi delle sanzioni reintrodotte dagli Usa, dopo il ritiro dall’accordo sul nucleare iraniano, del 2015. “Danneggiare e bruciare (i beni pubblici, ndr) non e’ qualcosa che la gente dovrebbe fare, e’ teppismo”, ha aggiunto Khamenei. Dagli Stati Uniti e’ anche intervenuto il segretario di Stato, Mike Pompeo: “Gli Usa vi ascoltano, vi sostengono, sono con voi”. Ma il ministro dell’Interno, Abdolreza Rahmani Fazli, ha gia’ minacciato il possibile intervento delle forze di sicurezza per ristabilire l’ordine: “Finora le forze di sicurezza hanno mostrato moderazione e tollerato le proteste. Ma poiche’ la sicurezza delle persone e’ la nostra priorita’, adempiranno al loro dovere di ristabilire la calma” se le proteste continueranno.

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