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Israele, monte Meron: il bilancio sale a 44 morti e 65 feriti

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E’ di almeno 44 morti e oltre 60 feriti – di cui una ventina in gravi condizioni – il bilancio dell’incidente avvenuto dopo mezzanotte nella calca di una celebrazione religiosa sul monte Meron, in Galilea. Lo riportano i media israeliani, citando fonti di soccorso e di sicurezza. Secondo le ultime informazioni, tutto sarebbe avvenuto quando alcune persone sono scivolate dai gradini delle scalinate trascinando con se’ altri partecipanti e innescando una fuga di massa in cui decine di persone sono rimaste schiacciate.

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La pace che attendiamo tra Palestinesi e Israeliani

I venti di guerra che soffiano nel vicino Oriente ci riportano alla guerra israelo-palestinese che cova sempre sotto le ceneri.

Angelo Turco

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I cannoni tuonano ancora nel Vicino Oriente: straziano le carni, straziano i cuori. Ma straziano soprattutto le mente, se posso dire, annunciando ogni volta con funesta arroganza l’inanità della ragione.

Il fallimento della politica.

Ero un bambino, e già sentivo gli echi di questa storia di troppi diritti non riconosciuti e di violenza. Poi da ragazzo ho sentito levarsi terribili venti di guerra, che portavano nomi presto divenuti sinistri: “Sei Giorni”, “Kippur”, “Sinai”. Ho visto sulle mappe costruirsi le geografie della segregazione: Cisgiordania, Striscia di Gaza. E quindi morti, bombardamenti, occupazioni, effimere sospensioni delle ostilità, ma anche faccende da imparare rapidamente se davvero volevamo capire quella realtà: intifada”, terrorismi, rappresaglie, stragi, arsenali, persino bombe atomiche. E sigle, si capisce: Hamas, Fatah….

E, sopra ogni cosa, “colonizzazioni” e “territori”: credo che qui stia, nel piccolo della mia vicenda umana, una delle radici per cui mi sono interessato di Geografia ed ho potuto apprezzare il senso sconcertante di un libro come quello di Y. Lacoste, “La géographie ça sert, d’abord, a faire la guerre(1976) e le serrate argomentazioni che andavano svolgendo in Italia Massimo Quaini e Pasquale Coppola, sull’agire politico come agire territoriale, anche in rapporto a quel che era accaduto e accadeva, in quegli anni, in Vietnam. Studiosi che ci hanno lasciato troppo presto, ai quali bisognerebbe urgentemente ritornare.

Abbiamo imparato a capire le differenze tra sionismo e giudaismo, che non tutti gli “ebrei” sono uguali. E che non tutti gli “arabi” sono uguali e che non tutti i musulmani sono uguali. E che ogni generalizzazione, proveniente dall’una o dall’altra parte, equivale a una semplificazione, a un arretramento della volontà di fare chiarezza tanto sui presupposti ideologici quanto sulle responsabilità, e quindi di contribuire al processo di pace.

Abbiamo imparato a capire che se volevi intendere quel che accadeva a Gerusalemme dovevi guardare, il più delle volte, a Washington. Abbiamo appreso la necessità di decodificare dietro ogni esplosione il segno, antecedente o successivo, di una strumentalizzazione da parte di qualche potenza straniera: dall’Iran alla Russia, dalla Cina alla Turchia, dagli USA all’Egitto, dal Qatar alla Francia.

E abbiamo dovuto amaramente constatare che ogni volta che sorgeva una speranza di pace -Ytzhak Rabin, Anwar al-Sadat- c’era una mano assassina, negli avversi campi, pronta a spegnerla.

Sono diventato vecchio ormai. E siamo ancora lì. Ancora. E forse peggio di allora, perché nel frattempo le cose si sono incancrenite e nuove generazioni sono nate e cresciute nelle circostanze malate che hanno creato reciproci avversari: “figure del nemico”, prim’ancora che persone in carne e ossa. Irriducibili antagonisti. Irreversibili portatori di sospetto e, talvolta, di odio.

La pace che aspettiamo da tanti e tanti anni, passa attraverso un ripensamento urgente delle culture politiche che hanno preteso di gestire la territorialità mediorientale come conflitto arcaico di “sangue e suolo”. E quindi, da entrambe le parti principali in causa, la scelta della democrazia come metodo di governo e il ripudio della teocrazia come fonte di ispirazione di alcunché, né vicina né lontana. L’arresto immediato e incondizionato delle colonizzazioni, sotto controllo internazionale.. Lo smantellamento dell’assurda geografia che Israele ha creato nell’antica Palestina, rendendo la vita impossibile alle popolazioni insediate. Il ripudio della violenza come metodo per la risoluzione dei conflitti interni tra le organizzazioni palestinesi per il controllo dei territori. Con il conseguente abbandono del terrorismo come minaccia (nei confronti di Israele e dei Paesi anche solo sospettati di appoggiarlo) e insieme come arma di ricatto nei confronti di tutto il popolo palestinese, praticamente tenuto in ostaggio dalle minoranze armate.


E che la comunità internazionale, infine, sia anche per il Vicino Oriente, una vera “Comunità” che lavora concordemente per la pace. Creando le condizioni per la ricomposizione del conflitto, e smettendola di comportarsi come in uno stadio, facendo il tifo per gli uni o per gli altri e rendendo così largamente inoperose le risoluzioni di buona volontà
delle Nazioni Unite.

 

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Microsoft volle dimissioni Gates per rapporto con dipendente

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Il board di Microsoft decise nel 2020 che Bill Gates doveva dimettersi. La decisione fu presa in seguito a un’indagine sui rapporti sentimentali che Gates avrebbe avuto per anni con una dipendente dell’azienda, rapporti ritenuti inappropriati . Lo riporta il Wall Street Journal. Il Cda di Microsoft, racconta il Wsj, arruolo’ alla fine del 2019 uno studio legale per indagare su Gates dopo che una dipendente sostenne in una lettera di aver avuto per anni una relazione sessuale col fondatore della societa’. Durante l’inchiesta alcuni membri del board ritennero che non era piu’ appropriato per Gates farne parte. Gates, stando al Wsj, diede le dimissioni prima del completamento dell’inchiesta. Il portavoce di Gates ammette parlando col Wsj che “c’e’ stata una relazione sentimentale quasi 20 anni fa che e’ finita amichevolmente”, ma sottolinea come la decisione di lasciare il Cda “non fu affatto legata a tale questione”. L’addio a Microsoft di Gates, aggiunge il portavoce, fu legato alla volonta’ di avere piu’ tempo per le attivita’ filantropiche”.

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Gaza, il bilancio della guerra di Hamas: 174 morti, 1200 feriti, morti decine di bambini e donne

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In una settimana di continui attacchi dell’aviazione israeliana a Gaza sono rimasti uccisi complessivamente 174 palestinesi, ed altri 1200 sono stati feriti. Lo ha aggiornato il ministero della sanita’ di Hamas citato dai media. Fra i morti, ha precisato, figurano 47 bambini e 29 donne. La fonte non è indipendente ma di Hamas che ha innescato la guerra con il lancio di razzi sulle città palestinesi. La reazione israeliana è stata, come sempre, durissima. Forse anche fuori misura per il volume di fuoco dell’aviazione. In una guerra, a prescindere dalle dichiarazioni della propaganda delle parti, non esistono purtroppo bombardamenti chirurgici. Così come non esistono lanci di razzi che non colpiscono civili. E dunque questi bilancio, quand’anche di parte, è drammatico.

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