Politica
Iran, nessuna “kill list” ufficiale contro Meloni: il caso Hamshahri e gli interessi economici dell’Italia
Secondo il giornalista Davood Abbasi, le autorità iraniane avrebbero escluso l’esistenza di una lista governativa di leader da colpire e preso le distanze dall’immagine pubblicata dal quotidiano Hamshahri con il volto di Giorgia Meloni. Il caso riapre il tema dei rapporti politici ed economici tra Roma e Teheran.
Non esisterebbe una lista ufficiale del governo iraniano, né tantomeno della nuova Guida suprema, con i nomi dei leader stranieri da uccidere. L’immagine con il volto della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, pubblicata dal quotidiano iraniano Hamshahri, sarebbe invece un’iniziativa riconducibile alla linea ultraconservatrice del giornale e dell’amministrazione comunale di Teheran.
A sostenerlo è il giornalista Davood Abbasi, che afferma di avere interpellato il ministero degli Esteri iraniano e l’ufficio della Guida suprema. Secondo la risposta ricevuta, l’autore del contenuto sarebbe stato licenziato e le autorità di Teheran starebbero preparando un comunicato ufficiale.
Questa ricostruzione non risulta ancora confermata pubblicamente da un documento delle istituzioni iraniane e deve quindi essere attribuita alla fonte che l’ha riferita.
L’immagine pubblicata da Hamshahri
Il caso è nato dopo la pubblicazione da parte di Hamshahri, quotidiano di proprietà del Comune di Teheran, di un’immagine raffigurante una serie di leader internazionali indicati come destinatari della “vendetta” iraniana per l’uccisione di Ali Khamenei.
Accanto a Donald Trump e Benjamin Netanyahu comparivano, tra gli altri, Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz e Giorgia Meloni. L’immagine era accompagnata da frasi attribuite alla nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei, che aveva promesso una risposta contro i responsabili della morte del padre.
La pubblicazione di un giornale vicino agli ambienti ultraconservatori non equivale tuttavia automaticamente a una decisione operativa del governo o degli apparati di sicurezza iraniani.
La presa di distanza riferita da Abbasi
Abbasi sostiene che la risposta ricevuta dagli uffici iraniani sia stata netta: «Per l’Italia c’è stima, non vogliamo uccidere nessuno».
Secondo il giornalista, la scelta editoriale di Hamshahri sarebbe espressione delle posizioni del sindaco di Teheran Alireza Zakani, esponente dell’ala più radicale del sistema iraniano, e avrebbe creato un problema diplomatico non utile agli interessi nazionali.
La distinzione è importante. L’Iran è attraversato da una competizione interna tra governo, Pasdaran, istituzioni religiose, amministrazioni locali e mezzi di informazione legati alle diverse componenti del potere. Non tutte le dichiarazioni pubblicate da organi vicini al regime possono essere considerate automaticamente espressione di una linea unitaria dello Stato.
L’Italia esclusa dai funerali di Khamenei
La tensione politica tra Roma e Teheran resta comunque reale.
Il ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato di non avere invitato alle esequie di Ali Khamenei i Paesi che avevano assunto una posizione ritenuta «inappropriata» sull’attacco condotto da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
L’Italia non ha partecipato alle cerimonie con una delegazione politica di primo livello. L’esclusione è stata interpretata come un segnale del deterioramento dei rapporti, dopo il sostegno politico espresso dal governo Meloni agli alleati occidentali.
Non è possibile stabilire ora se questa frattura avrà conseguenze durature né quale spazio sarà riservato alle imprese italiane nell’eventuale ricostruzione del Paese.
Una relazione economica costruita nel tempo
Italia e Iran hanno mantenuto per decenni rapporti economici significativi, anche durante le fasi di maggiore isolamento internazionale di Teheran.
Dopo l’accordo nucleare del 2015 e la sua entrata in vigore nel gennaio 2016, gli scambi commerciali aumentarono rapidamente. Nel 2017 l’Italia risultava il principale partner commerciale europeo dell’Iran, con un interscambio complessivo superiore ai cinque miliardi di euro.
Il ritorno delle sanzioni statunitensi nel 2018 ridusse drasticamente il volume degli affari. Il valore delle esportazioni italiane, che nel 2017 aveva superato 1,3 miliardi di euro, è poi sceso a poche centinaia di milioni.
Nel testo di partenza compare la cifra di 663 miliardi di euro per il 2024, ma si tratta evidentemente di un errore: il dato corretto è nell’ordine di 663 milioni, non miliardi. Per il 2025, i dati basati sul commercio internazionale indicano esportazioni italiane verso l’Iran per circa 505 milioni di dollari.
Macchinari, farmaceutica e tecnologie
L’interesse delle imprese italiane è legato soprattutto alla struttura dell’economia iraniana.
Il Paese dispone di grandi riserve di petrolio e gas, di una popolazione giovane e istruita e di una posizione geografica strategica tra Medio Oriente, Asia centrale e subcontinente indiano. Allo stesso tempo necessita di macchinari industriali, componenti, prodotti semilavorati, tecnologie e competenze per aggiornare le proprie infrastrutture.
La meccanica strumentale ha storicamente rappresentato una delle principali voci dell’export italiano, seguita da farmaceutica, apparecchiature mediche e prodotti chimici.
L’Iran rimane una delle maggiori economie dell’area mediorientale, ma il suo accesso ai mercati è limitato dalle sanzioni, dalle difficoltà nei pagamenti internazionali e dall’instabilità politica.
Affari e diritti umani
Il possibile ritorno delle imprese occidentali apre inevitabilmente una questione politica e morale.
La Repubblica islamica continua a essere accusata da organizzazioni internazionali di repressione del dissenso, esecuzioni capitali e violazioni dei diritti fondamentali. È quindi legittimo chiedersi fino a quale punto i rapporti economici possano essere separati dalla natura del regime.
La storia dimostra che gli interessi commerciali raramente seguono criteri esclusivamente etici. Ma questo non significa che i diritti umani debbano essere ignorati.
Il confronto resta tra due impostazioni: isolamento e sanzioni, nella convinzione che possano indebolire il regime, oppure dialogo economico e diplomatico, nella speranza che investimenti, scambi e apertura internazionale migliorino le condizioni della popolazione.
Il valore del dialogo
L’immagine pubblicata da Hamshahri è stata grave e intimidatoria, indipendentemente dal suo effettivo valore politico. Una presa di distanza ufficiale e inequivocabile di Teheran sarebbe quindi necessaria.
Allo stesso tempo, trasformare automaticamente quella pubblicazione in una “kill list” governativa rischia di attribuire alle istituzioni iraniane una decisione che, allo stato, non è stata dimostrata.
Tra propaganda, rivalità interne e tensioni diplomatiche, la prudenza resta indispensabile. Anche perché i rapporti tra Italia e Iran non riguardano soltanto i governi: coinvolgono imprese, lavoratori, università e una relazione economica costruita in oltre quarant’anni.
La politica dovrà decidere se conservarla, ridimensionarla o interromperla. Ma dovrebbe farlo sulla base di fatti verificati, non di immagini propagandistiche né di interessi economici presentati come se fossero neutrali.
Politica
Ceuta, bloccata una troupe del Tg2: caso politico sui controlli spagnoli
Una troupe del Tg2 guidata da Lorenzo Lo Basso sarebbe stata bloccata a Ceuta per la mancanza di una certificazione doganale relativa ad auto e telecamera. Unirai denuncia controlli eccessivi, mentre esponenti del centrodestra evocano la censura. Manca ancora la versione delle autorità spagnole.
Una troupe del Tg2 guidata dall’inviato Lorenzo Lo Basso sarebbe stata sottoposta a controlli rafforzati al suo arrivo a Ceuta, l’exclave spagnola in Nord Africa. Auto, telecamera e attrezzature professionali sarebbero state trattenute durante la notte per la mancanza di una certificazione doganale.
A denunciare l’episodio è Unirai Figec, che ha espresso preoccupazione per il comportamento delle autorità spagnole. Al caso si sono aggiunte le reazioni politiche di Forza Italia e Fratelli d’Italia, che hanno evocato un possibile tentativo di ostacolare il lavoro giornalistico. Al momento, tuttavia, non risultano elementi sufficienti per qualificare l’accaduto come censura.
La ricostruzione di Unirai
Secondo il sindacato, dopo essere sbarcati di notte i componenti della troupe avrebbero mostrato i passaporti italiani, ma sarebbero stati sottoposti a verifiche supplementari.
Le autorità avrebbero richiesto una certificazione relativa all’automobile e alla telecamera. I giornalisti hanno spiegato di non esserne in possesso perché, durante una precedente trasferta avvenuta pochi giorni prima, non sarebbe stata richiesta alcuna formalità analoga.
Non sarebbe stata accettata neppure la proposta di lasciare temporaneamente i passaporti come garanzia. La troupe avrebbe quindi dovuto abbandonare il veicolo e le attrezzature, restando a piedi durante la notte e rischiando di non riuscire a realizzare il servizio previsto per il giorno successivo.
Unirai sostiene che i controlli rafforzati starebbero interessando soprattutto i cittadini italiani e rappresenterebbero una minaccia alla libera circolazione in Europa. Questa circostanza, però, necessita di conferme da parte delle autorità spagnole.
Il particolare regime doganale di Ceuta
Ceuta è territorio spagnolo e appartiene all’Unione europea, ma non rientra nel territorio doganale dell’Ue e non applica la disciplina europea ordinaria su Iva e accise.
Per questo motivo l’ingresso di automobili e attrezzature professionali, comprese telecamere e mezzi destinati alle produzioni televisive, può essere sottoposto a specifiche procedure di ammissione temporanea e alla presentazione di documenti doganali.
La circostanza potrebbe spiegare la richiesta di una certificazione, ma resta da chiarire perché la stessa documentazione non sarebbe stata domandata durante la precedente trasferta della troupe e se le modalità del controllo siano state proporzionate.
Gasparri e Filini parlano di censura
Il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri ha espresso solidarietà a Lo Basso, chiedendosi se l’episodio possa rappresentare un tentativo di censura da parte del governo di Pedro Sánchez.
Più netto il deputato di Fratelli d’Italia Francesco Filini, che ha accusato il premier spagnolo di bloccare i giornalisti italiani anziché contrastare gli ingressi irregolari a Ceuta. Filini ha inoltre sollecitato una presa di posizione delle opposizioni italiane.
Si tratta, allo stato, di valutazioni politiche. Per stabilire se sia stato un controllo doganale applicato rigidamente, un disguido amministrativo oppure un ostacolo ingiustificato al diritto di cronaca sarà necessaria la versione delle autorità spagnole.
Politica
Attentato a Ranucci, i legali di Cangiano: «Lavitola smentisce le accuse di Report»
Gli avvocati Luigi Petrillo e Sara Petella accusano la puntata “Il cantiere dei misteri” di aver indicato ingiustamente il deputato Girolamo Cangiano come possibile mandante dell’attentato a Ranucci. La denuncia per diffamazione è ancora all’esame della Procura.
Le dichiarazioni rese da Valter Lavitola sul proprio ruolo nell’attentato contro Sigfrido Ranucci smentirebbero le ricostruzioni che avevano coinvolto il deputato casertano di Fratelli d’Italia Girolamo Cangiano. A sostenerlo sono i suoi avvocati, Luigi Petrillo e Sara Petella.
In una nota, i due penalisti tornano sulla puntata di Report del 19 aprile scorso, intitolata Il cantiere dei misteri, definendola «infarcita di gratuite falsità».
La contestazione sulla lettera anonima
Secondo i legali, la trasmissione avrebbe preso spunto da una lettera anonima per presentare Cangiano come possibile mandante dell’attentato dinamitardo compiuto il 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione del conduttore di Report.
Gli sviluppi dell’inchiesta, sostengono gli avvocati, avrebbero invece indirizzato le contestazioni verso Valter Lavitola, che durante l’interrogatorio di garanzia ha ammesso, secondo quanto riferito dal suo difensore, di aver commissionato l’azione.
Petrillo e Petella denunciano inoltre che la puntata è ancora disponibile su RaiPlay.
La denuncia per diffamazione
«Attendiamo con fiducia che la Procura di Roma completi in tempi brevi il suo lavoro per dare corso alla denuncia per diffamazione a mezzo stampa che abbiamo da tempo depositato», dichiarano i penalisti.
La diffamazione denunciata dai legali non è stata ancora accertata giudiziariamente. Sarà la Procura a valutare il contenuto della trasmissione, il modo in cui venne presentata la lettera anonima e l’eventuale rilevanza penale delle affermazioni contestate.
Non risulta, allo stato, che Cangiano sia coinvolto nell’inchiesta sull’attentato.
La precisazione sul Riesame
La nota richiama anche decisioni del Tribunale del Riesame. Va precisato che il precedente provvedimento del Riesame aveva confermato le misure cautelari nei confronti dei quattro presunti esecutori materiali. Per Lavitola, invece, il gip ha disposto la custodia in carcere e successivamente respinto la richiesta di domiciliari; la difesa ha annunciato l’impugnazione.
Politica
La maledizione d’agosto di Salvini: ogni mossa diventa un boomerang
Matteo Salvini affronta la crescita di Vannacci e la fronda lombarda, mentre gli interventi su Ranucci, banche e migranti alimentano tensioni politiche. Anche il video su Riccione e la contestazione all’Agnata diventano nuovi boomerang.
Quando Matteo Salvini entra nel mese di agosto, il calendario smette di essere un dettaglio e diventa un avversario politico. Nell’estate del 2019 furono il Papeete, il mojito e la richiesta dei «pieni poteri» a fargli perdere il governo. Sette anni dopo non c’è una crisi balneare da aprire, ma una lunga serie di fronti sui quali il leader della Lega sembra muoversi costantemente fuori tempo.
Il problema non è soltanto quello che dice. È il momento in cui lo dice, il modo in cui lo comunica e soprattutto l’effetto che produce: spesso l’esatto contrario di quello desiderato.
Vannacci e l’assedio dentro la Lega
Salvini deve anzitutto difendersi dal generale Roberto Vannacci, portato a Bruxelles dalla Lega e poi diventato fondatore di Futuro Nazionale. Il nuovo partito è cresciuto fino a sfiorare nei sondaggi lo stesso Carroccio e ha già raccolto parlamentari provenienti dalla maggioranza.
Come se non bastasse, la fronda interna non è più silenziosa. Dalla Lombardia è arrivata la richiesta di una leadership collegiale. Il governatore Attilio Fontana, il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo e dirigenti delle province storicamente leghiste chiedono una redistribuzione del potere e un ritorno alle battaglie territoriali.
Il generale porta via voti e parlamentari, mentre i vecchi leghisti reclamano il partito. Salvini è stretto tra chi gli contesta di essere troppo moderato e chi non sopporta più la sua trasformazione della Lega in un movimento personale.
Il boomerang su Ranucci
Il caso Sigfrido Ranucci è l’esempio più evidente. La Rai sta valutando la condotta del giornalista attraverso il Comitato etico e potrebbe assumere provvedimenti sulla conduzione di Report.
Poi arriva Salvini e chiede pubblicamente la sospensione: «Gli italiani non paghino lo stipendio a qualcuno coinvolto in una vicenda torbida».
Il risultato è un boomerang perfetto. Qualunque decisione della Rai rischia adesso di essere interpretata come l’esecuzione di un ordine politico impartito da un vicepresidente del Consiglio. Le opposizioni possono così spostare il dibattito dai comportamenti contestati a Ranucci alla libertà dell’informazione.
In altre parole, Salvini rischia di offrire al conduttore proprio l’argomento difensivo più efficace: l’interferenza della politica sul servizio pubblico.
I toni contro Madrid e Berlino
Sulla crisi migratoria di Ceuta, il governo italiano ha scelto di introdurre controlli temporanei per chi arriva dalla Spagna. Madrid ha reagito con misure analoghe e la tensione diplomatica è aumentata.
Salvini ha aggiunto il proprio carico: «Lezioni da Madrid e Berlino noi non ne prendiamo. Prima sistemino i problemi in Spagna e Germania».
Una linea utile a rafforzare l’immagine del difensore dei confini, ma meno adatta a gestire rapporti con due Paesi alleati con i quali l’Italia condivide interessi economici e numerosi dossier europei. La fermezza è una scelta politica; trasformare ogni divergenza in una guerra verbale rischia invece di isolare l’Italia senza risolvere la questione migratoria.
La tassa sulle banche
Salvini propone poi un contributo triennale pari al 5% degli utili delle dieci maggiori banche italiane. Con profitti complessivi ipotizzati in 30 miliardi di euro, l’incasso sarebbe di circa un miliardo e mezzo all’anno.
È una proposta immediatamente popolare, soprattutto in un momento di grandi guadagni per gli istituti di credito. Ma non è ancora una misura concordata nella maggioranza: Forza Italia è contraria, mentre Fratelli d’Italia appare più disponibile al confronto.
Resta inoltre il problema già visto con precedenti tentativi di tassazione: impedire che le banche recuperino il contributo aumentando costi e commissioni a carico dei clienti.
Il meme di Riccione e il concerto per De André
La comunicazione social ha fatto il resto. Un video diffuso dalla Lega mostrava le immagini dei migranti di Ceuta accompagnate dalla scritta: «Riccione 2030, senza Salvini ministro dell’Interno».
Il Comune di Riccione ha annunciato un’azione legale, sostenendo che il filmato danneggi l’immagine turistica della città. La Lega si è difesa spiegando che si trattava soltanto di un meme.
Infine l’Agnata, la tenuta sarda di Fabrizio De André. Salvini si è seduto in prima fila al concerto in memoria del cantautore ed è stato contestato da una spettatrice. Dori Ghezzi ha difeso il diritto al dialogo, mentre Alice De André ha osservato che il nonno gli avrebbe probabilmente chiesto cosa ci facesse lì.
Essere presente non era una colpa. Ma per un politico che ha costruito la propria carriera sull’occupazione simbolica di ogni scena, anche sedersi in prima fila diventa inevitabilmente un messaggio.
Salvini continua ad avere fiuto, energia e una straordinaria capacità di dettare l’agenda. Il problema è che oggi sembra dettarla soprattutto contro se stesso. E agosto, ancora una volta, non gli porta consiglio.


